Quartiere Libero

a cura di COLLETTIVO SOLSTIZIO D'INVERNO

 

 

 

L'Africom prende il posto della Monuc?

Il governo di Kinshasa ha chiesto alle Nazioni Unite un disimpegno progressivo della missione di pace Monuc nella Repubblica Democratica del Congo a partire dal prossimo 30 giugno. La questione della revisione del mandato della Monuc - la più imponente missione dell’Onu con 24mila caschi blu e con un costo annuo di circa un miliardo di euro - è stato al centro di un incontro tra il responsabile delle operazioni di pace delle Nazioni Unite, Alain Le Roy e il presidente congolese Joseph Kabila, che nonostante abbia ribadito le “ottime relazioni” tra la Monuc e Kinshasa, ne ha auspicato un chiaro e sbrigativo piano di ritiro.
Le Roy ha confermato un graduale ridimensionamento della missione che “comincerà delle zone dove c’è chiaramente la pace”.
I caschi blu dovrebbero infatti restare per il momento nelle province orientali del Nord e del Sud Kivu, ricche di risorse minerali, per proteggere la popolazione congolese dai continui conflitti civili, quasi sempre alimentati dalle multinazionali e dai Paesi occidentali che bramano i minerali nascosti nel sottosuolo.
Poco importa se i congolesi più volte hanno puntato il dito contro le forze di pace della Monuc, accusandola di non garantire adeguata protezione.
Nonostante l’entusiasmo per il ritiro dei caschi blu, si respira però una certa apprensione a Kinshasa.
Perché se è vero che la missione Monuc sta per finire il suo mandato, la presenza costante di militari statunitensi, soprattutto a Kisangani, fa pensare che Washington abbia scelto il Paese dei Grandi Laghi come sede dell’Africom, il nuovo comando militare statunitense per l’Africa.
La questione dell’Africom - voluto dall’amministrazione Bush, la cui nascita risale a tre anni fa, il 6 febbraio del 2007 – è finita su tutti i giornali e siti congolesi dopo le dichiarazioni del generale Usa William E. Ward:  “l’Africom ha intenzione di sostenere la sicurezza e la stabilità a lungo termine nella Repubblica democratica del Congo”.
I sospetti crescono quando si scopre che nelle richieste di budget per l’anno finanziario 2010, presentate dai dipartimenti di Stato e della Difesa Usa al Congresso nel maggio 2009, compaiono 21 milioni di dollari per operazioni nel Congo, per formare l’esercito congolese e rimettere in sesto la base militare di Kisangani.
Spesa che gli Stati Uniti hanno cercato di giustificare sostenendo che l’obiettivo di tanti soldi e soldati è solo di formare un battaglione congolese forte in grado di respingere gli attacchi dei ribelli. Il secondo dell’Africom, Antony Holmes, ha addirittura affermato che la sede del comando resterà a lungo a Stoccarda, in Germania.
Si cerca di annacquare le polemiche e di muoversi in silenzio dopo il secco “no” ricevuto dai Paesi dell’Unione africana all’ipotesi di una sede Africom nei loro territori.
Un comando militare Usa nel continente nero rappresenta una nuova ricolonizzazione per l’Africa, che, in questi anni, ha acquistato un’importanza geopolitica e geoeconomica  per Washington. 
Basti pensare che, per le operazioni di pace sul territorio africano, il dipartimento Usa ha chiesto quasi 100 milioni di dollari. Altri 22 milioni di dollari servirebbero per i programmi contro la proliferazione del “terrorismo”. E solo per coprire i costi delle operazioni Africom, il piano finanziario prevede 300 milioni di dollari.
Un bilancio miliardario che svela in pochi ma significativi numeri tutto l’interesse che gli Stati Uniti nutrono nel porre una base militare in Congo.
Non sono solo il petrolio e tutte le ricchezze minerali a stuzzicare la bramosia di Washington, che cerca di contrastare in qualsiasi modo l’espansionismo della Cina e dell’India, proprio in campo africano, ma è la posizione ottimale di Kisangani  a soddisfare pienamente gli Usa. Non solo la regione nasconde ricchezze ancora sconosciute, ma permetterebbe agli Stati Uniti di controllare la Somalia e il Sudan.
In poche parole, il tanto caro Corno d’Africa, da sempre nelle mire statunitensi per il controllo del commercio internazionale del petrolio.
Francesca Dessi

Da Siad Barre al governo fantoccio di Sheik Sharrif

Intervista di Gregoire Lalieu e Michel Collon a Mohamed Hassan* sulla situazione in Somalia

L’imperialismo tra caos e dominio

Pubblichiamo d’appresso una illuminante intervista sui retroscena storici, sociali, nazionali e internazionali, che hanno condotto alla “guerra civile infinita” in Somalia. Hassan, ripercorrendo la storia degli ultimi decenni, spiega il carattere del conflitto somalo e le sue ripercussioni in quel delicato sistema strategico di vasi comunicanti dove s’incontrano l’Asia, il Medio Oriente, l’Africa e l’Occidente imperialistico.

D. Come si è sviluppata la pirateria in Somalia? Chi sono questi pirati? 

R. Dal 1990, non c'è alcun governo in Somalia. Il paese è nelle mani dei signori della guerra.

Imbarcazioni europee e asiatiche hanno approfittato della situazione di caos per pescare indiscriminatamente e senza licenza lungo la costa somala. Hanno infranto regole fondamentali: per esempio non hanno rispettato le quote in vigore anche nei loro paesi per la conservazione delle specie e hanno usato alcune tecniche di pesca - comprese le bombe - che hanno creato un danno enorme per la ricchezza dei mari della Somalia.
Ma questo non è tutto! Sempre approfittando dell'assenza di un'autorità politica, alcune imprese europee, con l'aiuto della mafia, hanno scaricato rifiuti nucleari al largo delle coste della Somalia. L'Unione Europa ne era al corrente, ma ha chiuso gli occhi ritenendo vantaggiosa questa soluzione per il trattamento delle scorie radioattive. Lo tsunami del 2005 ha gettato buona parte dei rifiuti sulla terra ferma. Malattie prima mai riscontrare sono comparse tra la popolazione somala. E' questo il contesto in cui si è sviluppata la pirateria. I pescatori somali, che usano tecniche rudimentali non erano più in grado di lavorare. Hanno deciso così di proteggere se stessi e i loro mari. Questo è esattamente ciò che gli USA hanno fatto durante la guerra civile contro gli inglesi (1756 - 1763): non disponendo di adeguate flotte navali, il presidente George Washington fece un accordo con i pirati per tutelare la ricchezza dei mari americani.
 
D. Nessun governo in Somalia da quasi venti anni! Come è possibile?

R. Questo è il risultato della strategia statunitense. Nel 1990, il paese era martoriato da conflitti, carestie e saccheggi. Il suo governo cadde. Gli Stati Uniti, che da alcuni anni avevano scoperto riserve di petrolio in Somalia, lanciavano nel 1992 l'operazione "Restore Hope". Per la prima volta i Marines statunitensi intervenivano in Africa per cercare di prendere il controllo del paese. Fu anche la prima volta che veniva usato il pretesto dell'intervento umanitario per attuare un'invasione militare.
 
D. Il famoso sacco di riso esibito da Bernard Kouchner su una spiaggia somala?

Sì, tutti ricordano quell'accurata messa in scena. Ma le vere ragioni erano strategiche. Un documento del Dipartimento di Stato USA preconizzava che gli Stati Uniti sarebbero rimasti l'unica superpotenza mondiale dopo il crollo del blocco sovietico. Per raggiungere quell'obiettivo, si raccomandava di occupare una posizione egemonica in Africa, ricca di materie prime.  

D. "Restore Hope" è stata un fallimento. Il film hollywoodiano Black Hawk Down ne ha marcato lo spirito con gli assalti dei "cattivi ribelli somali" ai poveri marines...

R. Infatti, i soldati degli Stati Uniti sono stati sconfitti dalla resistenza nazionalista somala. Da allora, la politica degli Stati Uniti è stata di mantenere la Somalia senza un vero governo, balcanizzandola. La vecchia strategia britannica già applicata in vari luoghi: mettere in piedi degli stati deboli e divisi per meglio tenerne le fila. E’ così che non c'è un governo in Somalia da quasi venti anni. Gli Stati Uniti hanno adottato una sorta di teoria del caos per impedire la riconciliazione nel paese e tenerlo diviso.

D. In Sudan, in seguito alla guerra civile, Exxon ha dovuto lasciare il paese dopo aver scoperto il petrolio. Lasciare nel caos la Somalia non è contrario agli interessi degli Stati Uniti che non possono sfruttare il petrolio scoperto?

Lo sfruttamento del petrolio somalo non costituisce una priorità. Gli Stati Uniti sanno che le riserve sono là e non ne hanno bisogno subito. Altri due fattori sono molto più importanti nella loro strategia. In primo luogo, impedire ai concorrenti di negoziare vantaggiosamente con uno stato somalo ricco e potente. Voi accennavate al Sudan, il confronto è interessante. Il greggio che le compagnie petrolifere hanno scoperto tre decenni fa, il Sudan lo sta vendendo ai cinesi. La stessa cosa potrebbe accadere in Somalia. Quando era presidente del governo transitorio, Abdullahi Yusuf aveva visitato la Cina, anche se era sostenuto dagli Stati Uniti. I media americani hanno fortemente criticato quella visita. Il fatto è che gli Stati Uniti non hanno garanzie su questo punto: se un governo somalo intravedesse un domani, a prescindere dal colore politico, potrebbe benissimo adottare una strategia indipendente dagli Stati Uniti e commerciare con la Cina. Gli imperialisti occidentali non vogliono uno stato forte e unito in Somalia. Il secondo obiettivo di questa teoria del caos è legato alla posizione geografica della Somalia, che è strategica per l’imperialismo statunitense ed europeo.
 
D. Strategica perché?

R. La carta geografica parla chiaro: si tratta del controllo sull'Oceano Indiano. Come ho detto, le potenze occidentali hanno pesanti responsabilità per lo sviluppo della pirateria in Somalia. Ma piuttosto che dire la verità e pagare un risarcimento per quello che hanno fatto, questi poteri criminalizzano il fenomeno per giustificare la loro posizione nella regione. Con il pretesto di combattere la pirateria, la NATO dispiega la sua flotta nell'Oceano Indiano.
 
D. Il vero obiettivo?

R. Controllare lo sviluppo economico delle potenze emergenti, soprattutto India e Cina. La metà della flotta mondiale di navi porta-container e il 70% del traffico complessivo di prodotti petroliferi passano dall'Oceano Indiano. Da questo punto di vista, la Somalia occupa una posizione strategica: ha la costa più lunga tra i paesi dell'Africa (3.300 km), di fronte al Mar Arabico e lo Stretto di Hormuz, due centri nevralgici dell’economia. Inoltre, una risposta pacifica per il problema somalo potrebbe svilupparsi attraverso l'Oceano Indiano con relazioni tra Africa da un lato e India e Cina dall'altro. I concorrenti degli Stati Uniti potrebbero avere influenza in questa regione dell'Africa. Mozambico, Kenya, Madagascar, Tanzania, Zanzibar, Sudafrica ... questi paesi collegati dall'Oceano indiano potrebbero avere un facile accesso al mercato asiatico e sviluppare relazioni economiche proficue. Nelson Mandela quando era presidente del Sudafrica, aveva già sollevato la necessità di una rivoluzione nell'Oceano Indiano, con nuove relazioni economiche. Questo progetto, gli Stati Uniti e l’Europa non lo vogliono. Pertanto, essi preferiscono mantenere la Somalia nel caos.
 
D. Lei dice che gli Stati Uniti non vogliono la riconciliazione in Somalia. Ma quali sono le origini delle divisioni nel paese?

R. Per capire questa situazione caotica, dobbiamo andare ancora più indietro nella storia della Somalia. Il paese era stato diviso dalle potenze coloniali. Nel 1959, l'attuale Somalia, frutto della fusione delle colonie italiane nel Sud e quelle inglesi del Nord, divenne indipendente. Ma i somali vivono anche in alcune zone del Kenya, dell'Etiopia e di Gibuti. Il governo della Somalia indipendente adottò come simbolo della bandiera una stella. Ogni punta rappresenta una parte della Somalia storica. Il messaggio è esplicito: "Due Somalie sono riunite, ma ne restano altre tre colonizzate".
Tenuto conto della legittimità di queste asserzioni, gli inglesi - che controllavano il Kenya – organizzarono un referendum nella regione del paese oggetto della rivendicazione somala. Circa l'87% della popolazione, per lo più di etnia somala, votò per l'unità della Somalia. Ma quando fu reso noto il risultato referendario, Jomo Kenyatta, leader del movimento nazionalista del Kenya, minacciò gli inglesi di espellere i coloni se avessero accondisceso a cedere parte dei territori alla Somalia. La Gran Bretagna decise così di ignorare il referendum e ancora oggi una vasta comunità di somali vive in Kenya. E' opportuno comprendere come le frontiere coloniali siano state un disastro per la Somalia. Questo problema è stato oggetto di un importante dibattito nel continente africano.
 
D. Che cosa era in gioco in questo dibattito?

R. Negli anni sessanta, quando molti paesi africani divennero indipendenti, il dibattito contrapponeva due gruppi, detti di Monrovia e di Casablanca. Questi ultimi comprendevano, tra gli altri, il Marocco e la Somalia, che volevano si ridiscutessero le frontiere ereditate dal colonialismo a cui non riconoscevano legittimità. Ma la maggior parte dei paesi africani, con i loro confini, sono il prodotto del colonialismo. L'Organizzazione per l'Unità Africana (OUA), predecessore dell'attuale Unione Africana, mise fine al dibattito affermando che i confini erano indiscutibili: modificarli avrebbe riportato guerre civili in tutto il continente. Più tardi, uno degli artefici dell'OUA, il tanzaniano Julius Nyerere, confessò che questa decisione, per molti versi la migliore, non era adeguata al caso della Somalia.
 
D. Che impatto hanno queste divisioni coloniali in Somalia?

R. Creano tensioni con i paesi vicini. Nel corso di questi anni, mentre la Somalia sosteneva la revisione dei confini, l'Etiopia diventava un bastione dell'imperialismo degli Stati Uniti, che peraltro costituiva anche basi militari in Kenya ed Eritrea. Fu allora che la Somalia, giovane democrazia basata su un'economia pastorale, espresse la volontà di costruire un suo esercito con gli obiettivi di non apparire troppo debole rispetto ai vicini armati, di sostenere i movimenti somali in Etiopia e addirittura di recuperare con la forza alcuni territori. Ma le potenze occidentali si opposero alla creazione di un esercito somalo.
 
D. La Somalia quindi ha avuto rapporti tesi con i suoi vicini. Non era forse ragionevole opporsi a questo progetto di un esercito somalo? Non avrebbe acceso dei conflitti?

R. Ciò che preoccupava l'Occidente non erano i conflitti tra paesi africani, ma la salvaguardia dei propri interessi. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna formarono ed equipaggiarono nuclei militari in Etiopia, Kenya ed Eritrea, paesi che ancora vivevano sotto il giogo di un sistema feudale molto oppressivo. Erano regimi neo-coloniali piegati agli interessi degli occidentali. In Somalia, invece, si era instaurato un potere più democratico e indipendente. L'Occidente non aveva quindi alcun interesse ad armare un paese che sfuggiva al suo controllo.
Di conseguenza, la Somalia decise di volgersi all'Unione Sovietica. Ciò allarmò seriamente le potenze occidentali che temevano che l'influenza dell'Unione Sovietica si diffondesse in Africa. Timori che aumentarono con il golpe del 1969.
 
D. Cioè?

R. Le idee socialiste si erano diffuse in tutto il paese. Un'ampia comunità somala soggiornava ad Aden nello Yemen meridionale. In questa città la Gran Bretagna aveva preso l'abitudine di mandare dall'India in esilio tutte le persone ritenute pericolose: comunisti, nazionalisti, ecc. Sono stati tutti arrestati e inviati ad Aden, dove crebbero rapidamente idee nazionaliste e rivoluzionarie che influiranno sugli yemeniti ma anche sui somali. Il marxismo attecchì tra la popolazione somala e con un colpo di stato organizzato nel 1969 dai militari, Siad Barré prese il potere in Somalia.

D. Quali erano le ragioni per il colpo di stato?

R. Il governo somalo era corrotto, nonostante disponesse di tutti quegli ingredienti per fare del paese una grande potenza nella regione: una posizione strategica, una lingua comune, una sola religione e altri elementi culturali in comune. Cosa rara in Africa. Ma attardando uno sviluppo economico, questo governo creava un clima favorevole alla divisione in clan. Con il pretesto di fare politica, le élites somale si sono divise, creando ognuna un suo partito senza un vero programma, ottenendo il consenso elettorale secondo i meccanismi dei clan esistenti. Ciò ha realizzato un sistema inefficace che ha acuito le divisioni. La democrazia liberale non si dimostrava adeguata per la Somalia: a un certo punto esistevano 63 partiti politici per un paese di tre milioni di abitanti! Il governo non era neppure in grado di adottare la lingua ufficiale per i documenti scritti, cosa che creava gravi problemi nell'amministrazione. Il livello di istruzione era basso. Malgrado la burocrazia, fu istituita la polizia e un esercito, che svolgerà un ruolo fondamentale nel colpo di stato progressista.
 
D. "Progressista"? Con l'esercito?

R. L'esercito è l'unica istituzione organizzata in Somalia. Come apparato repressivo, avrebbe dovuto proteggere il cosiddetto governo civile e l'élite. Ma per molti somali provenienti da famiglie e regioni diverse, l'esercito era anche un luogo di incontro e di scambio, dove non c'erano confini, tribalismo, divisioni in clan ... Su tale substrato si diffondono le idee marxiste ereditate da Aden. Il colpo di Stato sarà realizzato da ufficiali sostanzialmente nazionalisti, che pur non avendo una conoscenza approfondita del socialismo, ne erano attratti. Inoltre, ciò che accadeva in Vietnam alimentava un sentimento antimperialista. I marxisti-leninisti che tra la popolazione non potevano contare su un partito politico di massa, hanno sostenuto il colpo di stato e divennero consulenti dei militari, quando presero il potere.
 
D. Quale cambiamento ha portato il colpo di stato in Somalia?

R. Uno dei primi aspetti positivi è stata l'adozione di una lingua ufficiale per i documenti scritti. Inoltre, l'Unione Sovietica e la Cina hanno aiutato la Somalia. Gli studenti e la popolazione si sono mobilitate. L'istruzione e le condizioni sociali cominciarono a migliorare. Gli anni che seguirono il golpe furono i migliori che la Somalia avesse mai conosciuto. Fino al 1977.

D. Cosa è cambiato?

R. La Somalia, che, come già ricordato, era stata divisa dalle potenze coloniali, attaccò l'Etiopia per recuperare il territorio di Ogaden, popolato soprattutto da somali. A quel tempo, tuttavia anche l'Etiopia era uno stato socialista appoggiato dai sovietici. Il paese era stato a lungo guidato dall'imperatore Selassie. Ma durante gli anni Settanta, la mobilitazione era sufficientemente forte da rovesciarlo. I movimenti studenteschi - a cui ho personalmente partecipato - posero quattro rivendicazioni principali. In primo luogo, risolvere le tensioni con l'Eritrea pacificamente e democraticamente. In secondo luogo, stabilire una riforma agraria che avrebbe distribuito terra ai contadini. In terzo luogo, stabilire il principio dell'eguaglianza etnica: l'Etiopia era allora un paese multinazionale guidato da un'élite non rappresentativa della diversità. In quarto luogo, abolire il sistema feudale e stabilire uno Stato democratico. Come in Somalia, l'esercito era l'unica istituzione organizzata in Etiopia e la popolazione si alleò con gli ufficiali per rovesciare Selassie nel 1974.
 
D. Come è possibile che due “Stati socialisti” sostenuti entrambi dall'Unione Sovietica si siano fatti la guerra?

R. Dopo la rivoluzione etiopica, una delegazione composta da Unione Sovietica, Cuba e Yemen del Sud ha tenuto una tavola rotonda alla presenza di Etiopia e Somalia per risolvere la loro controversia. Castro è andato in Eritrea, ad Addis Abeba e Mogadiscio. A suo giudizio le rivendicazioni somale erano del tutto giustificate. Alla fine la delegazione etiope accettò di considerare seriamente la richiesta della vicina Somalia e i due paesi firmarono un accordo per evitare qualsiasi atto di provocazione finché non fosse presa una decisione. Le cose iniziavano per il verso giusto, ma la Somalia non rispettò l'accordo ...
Due giorni dopo che la delegazione etiope tornò al suo paese, Henry Kissinger, ministro del presidente Nixon, sbarcò a Mogadiscio. Kissinger venne nella veste ufficiosa di rappresentante del Safari Club, che comprendeva l'Iran dello scià, il Congo di Mobutu, l'Arabia Saudita, il Marocco e i servizi segreti francesi e pakistani. L'obiettivo di questa organizzazione era quello di contrastare le infiltrazioni sovietiche nel Golfo e in Africa. Sotto le pressioni e le promesse di aiuti da parte del Safari Club, Siad Barré commetterà un disastro: il grave errore strategico di attaccare l'Etiopia.
 
D. Quali furono le conseguenze di questa guerra?

R. I sovietici lasciarono la regione e la Somalia, ancora guidata da Siad Barré, nella rete delle potenze imperialiste neocoloniali. Il paese era stato gravemente danneggiato dal conflitto. La Banca Mondiale e il FMI erano responsabili della "ricostruzione". Ciò acuì le contraddizioni all'interno della borghesia somala, poiché ciascuna delle élites regionali cercava il proprio mercato. Si sono così accentuate le divisioni tra clan, con il progressivo deterioramento del paese fino alla caduta di Siad Barré nel 1990. Da allora, nessun capo di Stato gli è succeduto.
 
D. Ma trent'anni dopo la guerra dell'Ogaden lo scenario si è rovesciato: con l'Etiopia sostenuta dagli Stati Uniti ad attaccare la Somalia ...

R. Sì, come ho detto, dopo il fallimento dell'operazione Restore Hope, gli Stati Uniti preferiscono mantenere la Somalia nel caos. Tuttavia, nel 2006, si sviluppa un movimento spontaneo sotto il vessillo delle Corti islamiche per combattere i signori della guerra locali e ripristinare l'unità del paese. E' stata una sorta di Intifada. Per evitare che questo movimento ricostruisse la Somalia, gli Stati Uniti hanno improvvisamente deciso di sostenere il governo somalo di transizione che non avevano mai voluto riconoscere. In realtà, si resero conto che l'idea di una Somalia acefala non era più sostenibile e un movimento, per di più islamico, stava per giungere alla riconciliazione. Tuttavia il governo di transizione non disponeva né di una base sociale, né di un esercito: furono le truppe etiopi, agli ordini di Washington, ad attaccare Mogadiscio per rovesciare le Corti islamiche.
 
D. Ha funzionato?

R. No, l'esercito etiope è stato sconfitto e ha dovuto lasciare la Somalia. Nel mentre le Corti islamiche si sono disperse in vari movimenti che tutt'oggi controllano gran parte del paese. Per quanto riguarda il governo di transizione di Abdullah Yussuf, collassò e gli Stati Uniti lo sostituirono con lo Sheik Sharrif, ex portavoce delle Corti islamiche.
 
D. Sheik Sharrif è passato al campo avversario?

R. Ha ricoperto la carica di portavoce delle Corti islamiche, poiché è un buon oratore, ma non ha conoscenza politica. Non ha idea di cosa sia l'imperialismo o il nazionalismo. È per questo che le potenze occidentali l'hanno recuperato. Era l'anello debole delle Corti islamiche. Egli presiede ora un governo fantoccio, creato a Gibuti, con nessuna base sociale o autorità in Somalia. Esiste solo sulla scena internazionale, perché le potenze imperialiste lo sostengono.
 
D. In Afghanistan, gli Stati Uniti si dicono pronti a negoziare con i talebani. Perché non cercano il dialogo con i gruppi islamici in Somalia?

R. Perché questi gruppi vogliono rovesciare l'occupante straniero e creare le condizioni per la riconciliazione del popolo somalo. Gli Stati Uniti intendono distruggere questi gruppi, poiché la riconciliazione - avvenga attraverso i movimenti islamici o un governo di transizione - non è nell'interesse delle forze imperialiste. Vogliono solo il caos. Il problema oggi è che questo caos si è esteso anche in Etiopia, molto debole dall'aggressione del 2007. Un movimento di resistenza nazionale è emerso contro il governo filo-imperialista di Addis Abeba. Con la loro teoria del caos, gli Stati Uniti hanno effettivamente creato problemi in tutta la regione. E ora attaccano l'Eritrea.
 
D. Perché?

Questo piccolo paese conduce una politica indipendente nazionale. L'Eritrea anela a una prospettiva per l'intera regione: il Corno d'Africa (Somalia, Gibuti, Etiopia, Eritrea), non ha bisogno di interferenze di potenze straniere, le sue risorse consentirebbero di stabilire nuove relazioni economiche basate sul rispetto reciproco. Per l'Eritrea, la regione deve prendere il controllo e i suoi membri devono essere in grado di discutere i loro problemi. Ovviamente, questa politica spaventa gli Stati Uniti che hanno paura che gli altri paesi ne seguano l'esempio. Di conseguenza accusano l'Eritrea di inviare armi alla Somalia e fomentare disordini in Etiopia.
 
D. Lei crede che l'Eritrea non invii armi in Somalia?

R. Nemmeno una cartuccia! E' pura propaganda, come quella condotta contro la Siria riguardo la resistenza irachena. La visione dell'Eritrea richiama il progetto di una rivoluzione dell'Oceano Indiano, di cui dicevo. Le potenze occidentali non vogliono e desiderano ricondurre l'Eritrea nel circolo degli stati neo-coloniali, come Kenya, Etiopia e Uganda.
 
D. Non vi sono “terroristi” in Somalia?

R. Le potenze imperialiste presentano sempre come terroristi i popoli che si battono per i loro diritti.
Gli irlandesi erano terroristi finché non firmarono un accordo. Abbas era un terrorista; ora, è un amico.
 
D. Eppure si parla di una presenza di Al Qaeda?

R. Al Qaeda è ovunque, dal Belgio all'Australia! Questa entità invisibile è il marchio con cui giustificare al pubblico le operazioni militari. Se gli Stati Uniti dicessero ai loro cittadini e soldati: "Inviamo le nostre truppe nell'Oceano Indiano per prepararci a combattere la Cina", le persone avrebbero paura. Ma se dice che questa lotta è contro i pirati e Al Qaeda, non ci sono problemi. In realtà, l'obiettivo è un altro: si tratta di installare delle forze nella regione dell'Oceano Indiano, destinato ad essere teatro dei maggiori conflitti degli anni a venire. Di questo parleremo nel prossimo capitolo ...
 

* Mohamed Hassan è un esperto di geopolitica e del mondo arabo. Nato ad Addis Abeba (Etiopia), ha partecipato ai movimenti studenteschi nel quadro della rivoluzione antimperialista del 1974 nel suo paese. Ha studiato scienze politiche in Egitto, prima di specializzarsi in amministrazione pubblica a Bruxelles. Diplomatico per il suo paese di origine negli anni '90, ha lavorato a Washington, Pechino e Bruxelles. Co-autore di “L’Irak sous l’occupation” (EPO, 2003), ha partecipato anche a opere sul nazionalismo arabo e i movimenti islamici, e il nazionalismo fiammingo. Uno dei migliori conoscitori del mondo arabo contemporaneo e musulmano.

da www.resistenze.org

 

Il viaggio africano del ministro Frattini

Dopo le minacce di un nuovo intervento USA in Yemen e Somalia uscite dalla bocca di Barack Obama a West Point, il ministro degli Esteri Frattini, nel suo ultimo tour, questa volta nell’Africa Sahariana, accompagnato da un codazzo di alti funzionari della Farnesina, ha rilasciato durante le tappe della maxi-missione di rappresentanza in Mauritania, Mali, Etiopia, Kenya, Uganda, Egitto e Tunisia una serie di dichiarazioni che definire semplicemente vergognose è poco.
La trasferta della comitiva su uno dei A-319 CJ in allestimento VIP a disposizione dal 2000 della Presidenza del Consiglio – l’ordine di acquisto all’Airbus di Tolone fù firmato dal Baffo di Gallipoli – è cominciata a Nouakcott l’11 Gennaio e finita a Tunisi il giorno 19 (!) dopo l’incontro con il Presidente Ben Alì.
La prima tappa della combriccola tricolore ha fatto sosta nella capitale della Mauritania, uno dei Paesi che hanno rotto le relazioni diplomatiche con Israele nel gennaio 2009 come risposta al bombardamento dell’IDF su Gaza. Le difficoltà di Frattini sono apparse fin all’inizio evidenti con un percorso in salita.
Il Presidente Oul Abdallahi lo ha platealmente snobbato, lasciando l’onere dei contatti con il Ministro degli Esteri ad una semplice rappresentanza di parlamentari di maggioranza e di opposizione.
La richiesta avanzata dal titolare della Farnesina di un interessamento del governo di Nouakcott per la ricerca e la liberazione di due ostaggi italiani, Sergio Cicàla e sua moglie Filomen Kabouree – sequestro attribuito ufficialmente dalla Farnesina ad un nucleo di guerriglieri di Al Qaeda del Maghreb operante in Mauritania, sulla sola scorta di “informazioni“ sospette di fonte USA – ha finito per peggiorare le relazioni bilaterali.
L’iniziativa di Frattini è stata interpretata, e non poteva essere diversamente, come suscettibile di dare credito internazionale o ad uno scarso controllo della Mauritania sul suo territorio o, peggio, ad avvalorare il sospetto che Nouakcott ospiti e protegga formazioni armate legate all’internazionale del “Terrore“ del fantasmagorico e inossidabile Osama bin Laden nell’Africa Sahariana.
Un’ulteriore richiesta di informazioni avanzata da Frattini alla Repubblica del Mali dalla Mauritania (!) per un altro ostaggio, questa volta di nazionalità francese, Pierre Kemat, ha finito per convincere il Presidente Abdallahi di un’azione concordata tra Italia e Francia per danneggiare l’immagine del suo Paese.
Un Paese che dal 2008 ha dato concreti segnali di volersi sganciare dalla residua dipendenza coloniale, economica e culturale, di matrice occidentale per avvicinarsi a quel multilateralismo che si sta mangiando a fette USA ed Europa in Asia, Africa ed America Indio-Latina.
Il 12, l’Airbus CJ 319 ha portato il titolare e la folta delegazione della Farnesina a Bamako, dove Frattini ha avuto un lungo colloquio con il Presidente Amadou Turè, centrato su una linea di credito bancario di 65 milioni di euro offerti dall’Italia al Mali e sulla possibilità di un invio di 500 militari del più povero dei Paesi africani di rinforzo al contingente dell’Amisom ONU, prossimo al tracollo militare a Mogadiscio sotto l’incalzare dell’offensiva finale di Harakat al Shabaab Mujaheddin. Come apparirà evidente da quì in poi, la vera finalità del tour di Frattini sarà il tentativo di rimpolpare il contingente Amisom che dovrebbe legittimitare con la sua presenza militare nella capitale il cosiddetto ed ormai defunto governo Federale di Transizione ed il suo Presidente, eletto a Gibuti (!), Sheik Sharif Ahmed del sottoclan Agbal sostenuto da USA-NATO-Europa e Ban Ki Moon, con l’aggiunta di Medici Senza Frontiere ed altre ONG a libro paga occidentale.
Il peggio del peggio della diplomazia dell’Italietta è arrivato durante la tappa ad Addis Abeba, il 13, a margine dell’incontro col premier dell’Etiopia Meles Zenawi, responsabile di una sanguinosa aggressione armata autorizzata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU alla Somalia Meridionale, che ha lasciato sul terreno almeno 25.000 morti e prodotto l’esodo da Mogadiscio e zone limitrofe di 260.000 residenti, spinti dalla guerra verso territori desertici, totalmente privi non solo di acqua ma anche di  risorse alimentari.
Altre centinaia di migliaia di profughi che faranno affluire nelle casse del Palazzo di Vetro altri centinaia di milioni di dollari versati dalla cosiddetta – l’Italietta è sempre in prima fila – “Comunità Internazionale” e che finiranno per irrobustire la “fabbrica“ del Palazzo di Vetro.
Una  “fabbrica“ che con le guerre, le epidemie e la fame ingrossa, ingrassa, organizza, sostiene, convoglia e protegge i flussi di immigrazione clandestina dall’Africa all’Europa.
Ci verrebbe a mente, per stare al recente, il terminale del Palazzo di Vetro in Italia Laura Boldrini ed il suo ultimo esordio a Rosarno.
Frattini, dopo aver ribadito la sua perfetta identità di vedute con Zenawi sul “terrorismo legato ad Al Qaeda“ delle formazioni guerrigliere di Harakat al Shabaab Mujahediin che hanno inferto all’esercito regolare etiopico una devastante sconfitta militare, ha precisato (sentite, sentite) che “i ribelli a casa loro si combattono con le armi e non solo pattugliando il Golfo di Aden“.
La missione Atalanta dell’UE opera ormai da 14 mesi con unità navali nello stretto di Bad el Mandel e nel Golfo di Aden, appoggiandosi al centro comando AFRICOM di Gibuti in raccordo con quella NATO “Ocean Shield“ contro la pirateria al largo del Corno d‘ Africa.
Un pattugliamento che durerà – ha dichiarato all’AFP il maggiore Stefano Baccanti portavoce del C.G di Bruxelles – “fin quando necessario“  in perfetto stile Mullen-Petraeus-McChrystal-Rasmussen.

Un altro Afghanistan, questa volta d’acqua salata, dove decine navi-madre che fanno capo ad approdi nello Yemen e nelle Regioni “autonome“ del Puntland e della Somaliland, imbarcano centinaia di misteriosi delinquenti che ostacolano e taglieggiano, indisturbati, ormai da tre anni, il traffico energetico allo stretto di Ormuz e quello mercantile in navigazione da e per l’Asia che si affaccia su Pacifico e Oceano Indiano, con barche di 5-6 metri a fondo piatto spinte da una motorizzazione tra i 25 ed i 50 cavalli anche a 350 miglia dalle coste della Somalia. Con una precisione “satellitare” nell’intercettare le rotte delle navi da sequestrare all’interno delle acque territoriali dello Yemen. Argomento che merita molta, molta attenzione.

Un linguaggio quasi di guerra, quello usato per l’occasione da Frattini dalla ex capitale del Negus Selassiè, che finisce per pappagallare alla perfezione, con studiata e manifesta intenzionalità, le dichiarazioni del Premio Nobel per la Pace di Washington e che lascia intravedere negli orizzonti della politica estera e militare della Repubblica delle Banane la piena disponibilità a dare ancora una volta, ed a costi sempre più insostenibili per la comunità nazionale, una mano all’alleanza in una nuova “missione di pace“.
La prossima tappa dell’Italietta, se pioverà quel che tuona, con la benedizione che certo non mancherà di Napolitano & Soci, sarà nel  Corno d’Africa per stoppare ancora una volta con del ”buon” peace-enforcing altri “terrorismi“, per contrastare, come si ripete ormai dal settembre 2001, la barzelletta della crescente minaccia del fondamentalismo islamico alla sicurezza dell’Occidente.

Il 14 è toccato al Kenya il dover digerire le facce in trasferta della Farnesina. Argomento dei colloqui di Frattini con il Presidente Mwai Kibaki (di etnia kikuyu, quella de “La mia Africa“) come da copione pirateria e terrorismo fondamentalista nel Corno d’Africa. Presenti all’incontro il Ministro degli Esteri Wetangula ed il “presidente–fantoccio e generale senza esercito“ della Somalia Sheik Sharif Ahmed in esilio, questa volta, a Nairobi per salvare la pelle dopo la condanna a morte per collaborazionismo con USA ed Europa irrogatagli da Harakat al Shabaab Mujahediin.
Negli ultimi tre anni il Kenya ha ottenuto dall’Italia un ammontare di 210 milioni di euro a credito d‘aiuto ed in donazioni, 160 e 50 rispettivamente.
L’Italia sta valutando inoltre  positivamente la concessione di un prestito agevolato di 3.5 miliardi di scellini kenyoti per approntare con tecnici e maestranze locali opere idrauliche sulle vie d’acqua del Paese.
Il 15 gennaio nuovo rifornimento di kerosene avio per la visita del Ministro in Uganda, 5° tappa del suo viaggio in Africa. Atterraggio a Kampala e nuovo “summit“ con un altro solito corpulento, fino all’obesità, Capo di Stato di un Paese assassinato da spaventosa guerra civile, assediato dalle fame, corroso da una ciclopica corruzione, da epidemie di malaria, tubercolosi, febbre emorragica ed AIDS: l’Uganda di Kaguta Museveni, accompagnato per l’occasione dal più potente uomo d’affari del Paese, Sam Cutesa, nella veste di plenipotenziario agli Esteri. Le cronache locali lo descrivono padre di 57 figli e marito di 18 mogli, adorato e rispettato dalla sua tribù per aver addentato dei cuori di gazzella.
All’Uganda nell’aprile del 2002 ha cancellato un debito pregresso di 116 milioni di dollari mentre la Cooperazione della Farnesina ha concesso un “dono“ di 21 milioni di euro.
Volete sapere quanti militari fornisce l’Uganda al contingente Amisom in Somalia Occidentale sui 3.200 che l’ONU è riuscita a raccattare in tutta l’Africa?
La bellezza di 2.600, dotati di armamento pesante fornito da USA ed Israele, asserragliati in due ridotte a Mogadiscio, che in preda alla follia sparano su tutto quello che si muove, cannoneggiano la città ed uccidono a colpi di mortaio gli abitanti dei quartieri tenuti da Harakat al Shabaab Mujahediin.
E’ tutto quello che rimane a bacchetta dei “badroni” dell’Occidente nel Continente Nero.
Egitto, Tunisia e Marocco nicchiano perché hanno ben altro a cui pensare dentro e fuori casa.
Una politica estera appiattita dal 1993 in poi su quella USA ha portato l’Italia a distruggere un po’ alla volta il legame storico che l’ha legata alla Somalia prima e dopo la 2° guerra mondiale a partire dalla caduta del governo di Siad Barre, già sottufficiale in forza all’Arma dei Carabinieri.
Vi risparmiamo per ora la 6° e penultima tappa che Frattini ha compiuto in Egitto. Ci sarà il tempo per farlo e per capire le motivazioni, inconfessabili, che hanno messo una visita a Il Cairo nell’agenda delle priorità della Farnesina.
Giancarlo Chetoni

Quando l’Africa era davvero nera non moriva di fame

         di Massimo Fini

         Fonte: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=30000

         Ovvero: come Il colonialismo economico ha affamato il continente

 

Sui fattacci di Rosarno anche la stampa più bieca e razzista è stata costretta a prendere le parti degli immigrati (“Hanno ragione i negri”, ha titolato il Giornale, 9/1), sfruttati fino all'osso per i famosi lavori che “gli italiani non vogliono più fare”, costretti a vivere in case di cartone e, come se non bastasse, presi anche a pallettoni. Ed è assolutamente ipocrita chiamarli “neri”, in linguaggio politically correct, come fa la sinistra se poi li si tratta da “negri” che è il senso ironico del titolo di Feltri. Quando però si analizzano le cause di queste migrazioni ormai bibliche, che portano a situazioni tipo Rosarno in Europa e negli Stati Uniti, la stampa occidentale resta sempre, e non innocentemente, in superficie. Si dice che costoro sono attratti dalle bellurie del nostro modello di sviluppo. Ora, no c'è immigrato che non possegga almeno un cellulare e che non sia in grado di avvertire chi è rimasto a casa di che “lacrime grondi e di che sangue” questo modello, per tutti e in particolare per chi, come l'immigrato, è l'ultima ruota del carro.
Si dice allora che costoro sono costretti a venire qui a fare una vita da schiavi a causa della povertà e della fame che strazia i loro Paesi. E questo è vero. Ma non si spiega come mai queste migrazioni di massa sono cominciate solo da qualche decennio e vanno aumentando in modo esponenziale. In fondo le navi esistevano anche prima e pure i gommoni. Il fatto che gli immigrati di Rosarno siano prevalentemente provenienti dall'Africa nera ci dà l'opportunità di spiegarlo.
L'opinione pubblica occidentale, anche a causa della disinformatia sistematica dei suoi media, è convinta che la fame in Africa sia endemica, che esista da sempre. Non è così. Ai primi del Novecento l'Africa nera era alimentarmente autosufficiente. Lo era ancora, in buona sostanza (al 98%), nel 1961. Ma da quando ha cominciato ad essere aggredita dalla pervasività del modello di sviluppo industriale alla ricerca di sempre nuovi mercati, per quanto poveri, perché i suoi sono saturi, la situazione è precipitata. L'autosufficienza è scesa all'89% nel 1971, al 78% nel 1978. Per sapere quello che è successo dopo non sono necessarie le statistiche, basta guardare le drammatiche immagini che ci giungono dal Continente Nero o anche osservare a cosa siano disposti i neri africani, Rosarno docet, pur di venir via.
Cos'è successo? L'integrazione nel mercato mondiale ha distrutto le economie di sussistenza (autoproduzione e autoconsumo) su cui quelle popolazioni avevano vissuto, e a volte prosperato, per secoli e millenni, oltre al tessuto sociale che teneva in equilibrio quel mondo (come è avvenuto in Europa agli albori della Rivoluzione industriale quando il regime parlamentare di Cromwell, preludio della democrazia, decretò la fine del regime dei “campi aperti” (open fields), cosa a cui le case regnanti dei Tudor e degli Stuart si erano opposte per un secolo e mezzo, buttando così milioni di contadini alla fame pronti per andare a farsi massacrare nelle filande e nelle fabbriche così ben descritte da Marx ed Engels). Oggi, nell'integrazione mondiale del mercato, nella globalizzazione, i Paesi africani esportano qualcosa ma queste esportazioni sono ben lontane dal colmare il deficit alimentare che si è venuto così a creare. E quindi la fame.
Senza per questo volerlo giustificare il colonialismo classico è stato molto meno devastante dell'attuale colonialismo economico. Fra i due c'è una differenza sostanziale, di qualità. Il colonialismo classico si limitava a conquistare territori e a rapinare materie prime di cui spesso gli indigeni non sapevano che farsi, ma poiché le due comunità rimanevano separate e distinte poco cambiava per i colonizzati che, a parte il fatto di avere sulla testa quegli stronzi, continuavano a vivere come avevano sempre vissuto, secondo la loro storia, tradizioni, costumi, socialità, economia.
Il colonialismo economico, invece, ha bisogno di conquistare mercati e per farlo deve omologare le popolazioni africane (come del resto le altre del cosiddetto Terzo Mondo) alla nostra way of life, ai nostri costumi, possibilmente anche alle nostre istituzioni (la creazione dello Stato, per soprammercato democratico o fintamente democratico, ha avuto un impatto disgregante sulle società tribali), per piegarle ai nostri consumi. In Africa si vedono neri con i RayBan (con quegli occhi!) e il cellulare, che costano niente, ma manca il cibo. Perché il cibo non va dove ce n'è bisogno, va dove c'è il denaro per comprarlo. Va ai maiali dei ricchi americani e, in generale, al bestiame dei Paesi industrializzati, se è vero che il 66% della produzione mondiale di cereali è destinato alla alimentazione degli animali dei Paesi ricchi (dato Fao). E adesso ci si è messa anche la Cina, new entry in questo gioco assassino, che compra, con la complicità dei governanti corrotti, intere regioni dell'Africa nera la cui produzione, alimentare e non, non va ai locali, sfruttati peggio degli immigrati di Rosarno, ma finisce a Pechino e dintorni. Ma l'invasione del modello di sviluppo egemone ha anche ulteriori conseguenze, quasi altrettanto gravi della fame. Sradicati, resi eccentrici rispetto alla propria stessa cultura che è finita nell'angolo, scontano una pesantissima perdita di identità. A ciò si devono le feroci guerre intertribali cui abbiamo assistito, con ipocrita orrore, negli ultimi decenni. Perché le guerre in Africa, sia pur con le ovvie eccezioni di una storia millenaria, avevano sempre avuto una parte minoritaria rispetto alla composizione pacifica fra le sue mille etnie (J.Reader, “Africa”, Mondadori, 2001). E così fra fame, miseria, guerre, sradicamento, distruzione del loro habitat, costretti a vivere con i materiali di risulta del mondo industrializzato (si vada a Lagos, a Nairobi o in qualsiasi altra capitale africana) i neri migrano verso il centro dell'Impero cercandovi una vita migliore. O semplicemente una vita. E i nostri “aiuti”, anche quando non sono pelosi, non solo non sono riusciti a tamponare il fenomeno della fame e della miseria, in Africa e altrove, come è emerso dal recente vertice della Fao tenuto a Roma, ma l'hanno aggravato perché tendono ad integrare ulteriormente le popolazioni del Terzo Mondo nel mercato unico mondiale, stringendo così ancor di più il cappio intorno al loro collo. Alcuni Paesi e intellettuali del Terzo Mondo lo avevano capito per tempo. Una ventina di anni fa, in contemporanea con una delle periodiche riunioni del G7 (allora c'era ancora il G7), i sette Paesi più poveri del mondo, con alla testa l'africano Benin, organizzarono un polemico controsummit al grido: “Per favore non aiutateci più!”. Ma non vennero ascoltati.

Le notizie degli ultimi giorni ci dicono che nell’ Oceano Indiano e Golfo di Aden si sta svolgendo una delle guerre più cruente tra pirati e equipaggi di navi mercantili. Nato e Europa iniziano a pensare di prendere seriamente provvedimenti per contrastarli. Eppure per i somali i pirati sono anche delle sentinelle ambientali.

Spiega Michael Vazquez:

Ma mentre gli europei si sentono in diritto di proteggere i loro interessi commerciali nella regione, i nostri pirati sono stati l’unico deterrente che avevamo per evitare un disastro ambientale imposto dall’esterno. Nessuno ci può dire che alcune delle navi che sono state sequestrate non fossero coinvolte in attività illegali nelle nostre acque.

La pirateria in Somalia inizia nel 1992 dopo una serie di vicissitudini politiche, e secondo i somali svolge anche un ruolo di controllo e contrasto alla pesca illegale che depreda le acque somale senza che il Governo sia mai intervenuto in alcuna maniera.

Scrive matteofraschinikoffi:

 

La pesca illegale in Somalia vale circa 90 mi­lioni di dollari l’anno e si stima che le acque prospicenti il martoriato Paese, da decenni in preda al caos e alla violenza, possano produr­re annualmente tra le 300 e le 500mila tonnellate di pesce. […] Secondo il ricercatore Abdi­rahman Kulmiye, in media so­no attive 300 imbarcazioni nelle acque della re­gione del Puntland e almeno 700 nel resto della Somalia. Esse mirano soprattutto a gamberi, ara­goste e specie simili, che in Europa si vendono a un prezzo molto elevato. […] Dei 104 registrati ufficialmente tra il 1991 e il 2006, la maggioranza ha riguardato proprio pescherec­ci. Solo negli ultimi anni sono state prese in o­staggio cinque imbarcazioni keniane, tre russe, tre italiane, e due coreane ( la maggioranza delle flotte ‘ illegali’ provengono da Kenya, Corea, Taiwan e Thailandia).

In questo contesto illegale e violento fanno capolino due aziende una svizzera e l’altra italiana: la Achair Partners e la Progresso. Dopo lo tsunami del 2004 furono ritrovati sulle coste somale rifiuti pericolosi rilasciati da alcuni container.

Come riporta il Times:

Abdullahi Elmi Mohamed, docente somalo che lavora in Svezia ci ha detto che i rifiuti erano smaltiti con 8 dollari a tonnellata mentre in Europa il trattamento per smaltire i rifiuti tossici sarebbe costato 1000 dollari a tonnellata.

E dal 2004 la gente della Somalia che vive vicino a quelle coste si ammala di cancro.

Spiega Michael Vazquez:

Nick Nuttall, portavoce per il Programma ambientale delle Nazioni Unite, afferma che i contenitori contenevano diversi tipi di rifiuti, compresi i”Uranio, rifiuti radioattivi, piombo, cadmio, mercurio e rifiuti chimici.” L’inviato delle Nazioni Unite per la Somalia, Ahmedou Ould-Abdallah, dice che la pratica continua ancora oggi. E ’stato dopo questa scoperta che i pescatori locali si sono mobilitati, insieme con le milizie di strada, per andare nelle acque occidentali e scoraggiare a chiunque passaggio per evitare di istruggere completamente la vita acquatica in Somalia.