Quartiere Libero

a cura di COLLETTIVO SOLSTIZIO D'INVERNO

 

 

 

 

Il traffico di rifiuti tossici si propaga in tutta l’Italia

IL CASO DELLA GUERRA AMBIENTALE

IL PAESE DI FRONTE A UNO SCENARIO DI CONFLITTO BELLICO


 Di Marcos A. Peñaloza- Murillo

Gli sviluppi scientifici ed i progressi tecnologici possono essere usati per lo studio e per un uso pacifico dell' ambiente naturale, traducendosi in risorse che favoriscono il benessere, la salute e la sicurezza internazionale dell’umanità (Golden & DeFelice- 2006)
Dalla scoperta, nel 1946, di Irving Langmuir (Premio Nobel 1946) e di Vicente Schaefer, nel laboratorio della compagnia nordamericana General Eletric, che un pezzo di ghiaccio secco potrebbe creare una tormenta di neve virtuale, molti sono stati i tentativi di riprodurre la pioggia artificiale. Progetti come il Whitetop (Università di Chigago) a fine degli anni 50, il National Hail Research Experiment (Fondazione Nazionale per la Scienza, NSF), il Colorado River Basin Pilot Project (Ufficio Reclami) ed il Florida Area Cumulus Experiment I e II (Amministrazione Nazionale Atmosferica e Oceanica, NOAA) durante gli anni 60 e 70, sono stati portati avanti negli Stati Uniti per far piovere come risultato di iniezioni relativamente piccole di materiali chimici nelle nubi, come lo ioduro di argento (Kerr, 1982a, 1982bb, Lambright & Changnon, 1989).

D’altra parte il progetto nordamericano Stormfury, per controllare la dinamica degli uragani e attenuare le sue minacce, iniziò negli anni 60 e durò fino al 1980 con l’uragano Allen (Kerr, 1982b). Più recentemente, altri studi propongono metodi per mitigare gli uragani introducendo antropogeneticamente cicloni tropicali usando getti liberi comprimibili (Alamaro et al. 2006) o contaminandoli per ridurre la loro intensità (Cotton et al., 2007)

Quello detto precedentemente, nonostante manifesti che le scoperte scientifiche ed i progressi tecnologici, in materia di modificazione e di manipolazione artificiale dell' ambiente naturale ed i suoi processi (es. tempo atmosferico o meteorologico), possono essere usati anche per scopi militari e ostili di altra indole, che sono incompatibili con il mantenimento della sicurezza internazionale, il benessere e con la salute degli esseri umani. 

Come primo esempio di quanto detto, si può citare l’operazione Mangosta dell’ Agenzia Centrale d' Intelligence (CIA) degli Stati Uniti. Realizzata tra il 1961 e il 1962, questa operazione ha avuto come scopo spargere qua e là funghi nelle piantagioni di canne cubane per causare malattie tra i raccoglitori delle piantagioni delle canne da zucchero. Più tardi la CIA ha ammesso che durante gli anni 60 iniziò una ricerca clandestina per montare una guerra contro le semine di vari paesi sotto il programma MK-ULTRA. Alla fine di quella decade, il governo cubano ha cercato di mobilitare la popolazione per ottenere un raccolto di  milioni di tonnellate di zucchero, ma la CIA fece un sabotaggio contro il raccolto manipolando le nuvole per produrre piogge torrenziali lasciando i campi di canne, secchi (BLUM, 1995).

Come secondo esempio si può citare l’ Operazione Popeye. Tra gli anni 1967 e 1972, gli Stati Uniti hanno proceduto a realizzare il primo uso sistematico e ostile conosciuto nella storia delle tecniche di modifiche ambientali- metereologiche, nel quadro della guerra nel Sud Est Asiatico, in un’operazione segreta che si è realizzata nei territori di Cambogia, Laos e Vietnam del Nord e del Sud. L'origine dei tifoni estremamente forti e delle torrenziali piogge del 1971 nel Vietnam del Nord, sono relazionati con suddetta operazione. L’operazione è stata a carico del 45° squadrone del Riconoscimento del Clima (WRS, in inglese) con il proposito di allargare il monsone sul Vietnam del Nord, principalmente sulla strada Ho Chi Minh. La semina di nuvole si faceva con particelle di ioduro di argento, dando come risultato un' estensione del monsone nell’area seminata in 30 – 45 giorni. Questo faceva si che intense piogge rendessero difficile  il traffico stradale saturando il suolo e con grandi crescite dei fiumi. Queste missioni sono state portate avanti da aerei modificati C-130, F-4 e A-1, che realizzarono oltre 2300 missioni di semina delle nuvole su quelle strade. Sebbene le piogge aumentarono, la forza aerea degli Stati Uniti non ha mai potuto determinare se quello era dovuto al loro progetto segreto. Il progetto fu considerato come relativamente soddisfacente.

Ed un terzo esempio, è l’emblematico e famoso Programma di Investigazione di Aurora Attiva per Alta Frequenza (conosciuto come HAARP nelle sue sigle in inglese: High Frequency Active Auroral Research Program). Questo programma è stato stabilito nel 1992 dalla forza aerea americana (USAF), l’armata americana (USN) e l’ Agenzia di Progetti di Investigazione Avanzata degli Stati Uniti. Situato in Gokona, Alaska, usa una serie di antenne di alta potenza che trasmettono attraverso onde radio ad alta frequenza una enorme quantità di energia alla ionosfera per riscaldarla ( Metz &Perkins, 1974). Per Chossudovsky (2007), dal punto di vista militare, l’ HAARP è , teoricamente, un’arma strategica di distruzione di massa, che opera dall’atmosfera esterna ed è capace di destabilizzare sistemi agricoli ed ecologici in tutto il mondo. Attualmente il sistema HAARP è pienamente operante e in molti aspetti fa sembrare piccoli i sistemi convenzionali e strategici delle armi. Anche se non esiste un’evidenza certa del suo uso per scopi militari, documenti dell’ USAF suggeriscono che l’ HAARP forma parte integrale della militarizzazione dello spazio. E sarebbe fuori dubbio che le antenne sono già state sottoposte a test di routine ( Busch, 1997)

Altri esempi sono, la distruzione del fiume giallo nel 1938 da parte di forze giapponesi, l’inondazione di terre agricole in Olanda nel 1944 da parte dei tedeschi, i bombardamenti inglesi sulle dighe tedesche nel Tuhr, l’abbattimento di boschi in Polonia dalla forze militari d’occupazione tedesche, la distruzione di sistemi d’irrigazione coreani da parte degli USA, i bombardamenti su installazioni petrolifere durante la guerra Iraq-Iran, lo spargimento deliberato di petrolio da cinque cisterne in Al Ahmadi nel 1991 e l’apertura delle bocche dei terminali del Sea Islanda e Mina al Bakì nel 1991 (Montaz, 1991).

Visti i precedenti, e incoraggiato dal passato con la Guerra Fredda, l' ambiente naturale di una nazione o stato, considerato ancora come un possibile scenario di conflitto bellico può, potenzialmente, essere usato nell’attualità come bersaglio militare per distruggere indirettamente le forze difensive di un paese o sminuire la capacità di reazione del nemico, mediante un metodo di guerra conosciuto come Guerra Ambientale. 

Questo concetto di guerra, riferito anche come Guerra Geofisica è stato introdotto, come una preoccupazione nell’ambito internazionale nella decade degli anni 70, in seno all’ Organizzazione delle Nazioni Uniti (ONU) quando nella sua ventinovesima sessione fu approvato, il 9 dicembre del 1974, numero cinque della risoluzione N° 3264 (XXXIX), d’includere nel programma provvisorio delle sessioni seguenti, cioè, nella sua trentesima ( XXX) sessione dell’anno 1975, un tema titolato Proibizione di influire sull' ambiente e sul clima con scopi militari e ostili di altra indole che siano incompatibili con il mantenimento della sicurezza internazionale, con il benessere e con la salute degli esseri umani (ONU, 1974). Questo portò l’ ONU, nella sua trentesima sessione, ad approvare il Convegno ENMOD (Environmental Modification) il 10 dicembre 1976, attraverso la Risoluzione 31/72 (ONU, 1976).

Secondo l’ Articolo II dell’annesso unico della prima di queste risoluzioni, l’influenza alla quale si riferisce questa guerra denota l’influenza attiva sulla superficie terrestre, i fondali marini e oceanici, il sotto suolo, l'ambiente marino, l’atmosfera e qualunque elemento dell' ambiente naturale, è destinato a provocare danni attraverso, tra gli altri, l'alterazione diretta o indiretta di elementi dell'equilibrio energetico e idrico dei fenomeni meteorologici (cicloni, anticicloni, sistemi di fronti nuvolosi) (Lettera d dell’articolo II); la modifica diretta o indiretta dei parametri fisici e chimici delle acque, litorali marittime e fondi marini e oceanici  che conducano alla modificazione del regime idrologico, lo scambio di acqua e dell’ecologia della massa biologica di mari e oceani (lettera e); lo stimolo diretto o indiretto, per qualsiasi mezzo o metodi, di onde sismiche che producano terremoti ed i processi e fenomeni concomitanti, così come quelli che producano ondate distruttive negli oceani, incluso del tipo di maremoti (lettera f); la creazione di campi elettromagnetici e acustici artificiali stabili negli oceani e mari (lettera h); la modifica, con qualsiasi mezzo e metodo, dello stato naturale dei fiumi, laghi, pantani e altri elementi idrici dei continenti che producano la diminuzione del livello delle acque, secca, inondazioni, sommersione, distruzione di installazioni idroelettriche o altre conseguenze negative (lettera i). 
Così, l’uso della guerra geofisica o ambientale potrebbe causare uno squilibrio nella ionosfera, la modifica dello strato di ozono (che protegge la terra dai raggi ultravioletti), provocare siccità e tempeste di neve, la distruzione di argini e dighe, compromettere l'equilibrio dinamico del ciclo idrologico e la temperatura in varie parti del mondo, la stimolazione delle onde di marea, tsunami, ecc...

Tuttavia, cambiando dimensioni e modalità, ma nello scenario ambientale come un possibile teatro di operazioni per azioni violente contro la natura, più che un mezzo come un fine, abbiamo il Terrorismo Ambientale.

A luglio del 2000, i lavoratori dello stabilimento chimico Cellatex, al nord della Francia, scaricarono 790 galloni di acido solforico nel Fiume Mouse perché furono negati loro dei benefici lavorativi. Non è chiaro se quello che hanno cercato di fare era di uccidere la fauna selvatica, la gente o tutte e due, ma un analista francese ha segnalato che questa era la prima volta in cui il nostro ambiente e la salute sono stati presi in ostaggio per esercitare pressione, una situazione inaudita fino a quella data (Chalecki, 2001).

Nel 1989 ha avuto luogo un attacco con cianuro contro uve cilene per avvelenarle. Anche questo particolare incidente non ha causato nessun problema sulla salute pubblica ha causato una efficacia psicologica ed economica considerevole. Ha causato il panico nei supermercati ed ha rappresentato grosse perdite per il Cile nell’esportazione di questa frutta, perdite di milioni di dollari dovuta alla mancanza di fiducia da parte dei consumatori. Anni dopo, poco prima del Natale 1994, la minaccia di anatre avvelenate in Vancouver (Columbia Britannica, Canada) ha causato perdite per più di un milione di dollari (Chalecki, 2001).

Un esempio emblematico del terrorismo ambientale, che a sua volta si confonde con la guerra ambientale, è stato quello dell’applicazione dell’agente arancio durante la guerra nel Vietnam. In un’operazione chiamata Ranch Hand, che non ha fatto distinzione tra i combattenti e civili, le forze armate nordamericane hanno distrutto con questa sostanza il 36% delle zone forestali di mangrovie nel Vietnam del Sud, si stima che la stessa non tornerà al suo stato naturale probabilmente per un secolo (Chalecki, 2001).

Secondo la definizione del U.S Code, titolo 22, Sezione 22, il terrorismo, in generale, è la violenza premeditata, con motivazioni politiche, perpetrate contro bianchi pacifici da gruppi sub nazionali o agenti clandestini, generalmente con l’intenzione di influire su un pubblico. Ma considerando che, a parte la definizione precedente, ci sono tante definizioni di terrorismo quanti atti terroristici esistono oggi giorno, il terrorismo ambientale viene definito da Chalecki (2001) come l’uso illegale della forza contro le risorse ambientali in siti per privare le popolazioni dei loro benefici e/o distruggere un’altra proprietà; ma indipendentemente dalla definizione che si adotti, gli atti terroristici, generalmente, hanno quattro componenti essenziali: motivazione, mezzi, bersaglio, nemico. 

In questo senso, il nemico crea motivazione o viceversa e, quindi, il o i terroristi scelgono il bersaglio ed i mezzi. Negli esempi precedenti, dipendendo dalle cause, motivazioni o ragioni, le acque del fiume Meuse, la produzione di uve cilene, le anatre canadesi e i mangrovie  vietnamiti, sono stati i bersagli ambientali scelti (e non persone in modo diretto) I mezzi di cui si dispone per perpetrare il terrorismo ambientale generalmente sono veleni ed altri agenti distruttivi, anche se come gli stessi attacchi mostrano , possono essere più creativi e pericolosi di quello che si crede. I loro nemici generici sono organizzazioni governative o private. I loro bersagli con frequenza vengono selezionati in base a ciò che rappresentano: installazioni petrolifere, edifici governativi, laghi, fiumi, raccolti, ecc, con possibili conseguenze negative a lungo termine per le risorse ambientali naturali di qualsiasi zona o paese. (Chalecki, 2001).

 

Il terrorismo ambientale può essere più efficace di qualsiasi altro attacco con armi convenzionali su bersagli civili o armi di distruzione di massa (chimiche, biologiche, radiologiche o nucleari). I criteri per valutare la possibilità di effettuare danni ambientali molto seri, possono essere valutati cercando di identificare gli attributi di una risorsa o di un sito particolare che lo rende, in qualche modo, vulnerabile al terrorismo ambientale. Le caratteristiche fisiche come la scarsità o il valore della risorsa selezionata, la sua localizzazione fisica, la sua vulnerabilità all’attacco e la sua capacità di ricrearsi costituiscono i fattori centrali. Le risorse che sono relativamente inaccessibili e che contano su equipaggiamenti di rilevamento speciale o che si trovano fortemente protetti, sono attrattivi per essere oggetti di un danno, dato che rappresentano un rischio con meno possibilità di una scappatoia di successo. Le considerazioni geopolitiche giocano anche esse il loro ruolo: i terroristi internazionali o mercenari contrattati che attaccano un altro paese, potrebbero scegliere una risorsa vicina alla frontiera piuttosto ad una che si trova all’interno delle frontiere nazionali. La scarsità della risorsa è anche importante, dato che possono causare maggiori danni economici e incluso fisici se si attacca una risorsa come l’acqua potabile, per la quale non esiste un sostituto. Dall’altra parte, l’abbondanza di una risorsa è anche un aspetto da considerare.


Di fronte ad entrambi i problemi di minacce fattibili e molto realiste di una guerra ambientale e/o di terrorismo ambientale, il Venezuela, paese ricco in risorse ambientali naturali, rinnovabili e principalmente non rinnovabili (idrocarburi), deve considerare tali minacce come possibili, nel suo schema e strategia difensiva, secondo la sua Costituzione Nazionale, alla Legge Organica di Sicurezza della Nazione, alla Legge Organica dell’ Ambiente, la Legge Organica della Forza Armata Nazionale Boliviana e altre leggi e regolamenti della Repubblica. Al riguardo, non si sa fino a che punto questi due problemi sono stati considerati direttamente o indirettamente nella legislazione venezuelana ed in modo particolare per quanto riguarda la normativa nell’ambito militare. Non si sa fino a che punto la Repubblica Boliviana del Venezuela è preparata civilmente e militarmente per prevenire, individuare e/o affrontare un’eventuale deliberato attacco contro il suo ambiente, in qualsiasi di queste due modalità. E sarebbe molto interessante sapere come questi problemi sono stati affrontati a livello globale (convegni) e fino a dove il nostro paese è coinvolto nell’ambito internazionale per prevenire ambe minacce.

 

Marcos A. Peñaloza-Murillo  è Dottore dell’ Università di Scienze, Dipartimento di Fisica, dell’ Università de: Los Andes, Merida.


Fonte: http://www.aporrea.org/

Tradotto per Voci Dalla Strada da VANESA 
 

 

 

 

Dal Molin, in pericolo la falda acquifera vicentina

                                 di Laura Pavesi - 25/02/2010



Fonte: Terranauta

Il cantiere della nuova base militare U.S.A. rischia di compromettere seriamente l’enorme bacino di acqua potabile destinata non solo a Vicenza e comuni limitrofi, ma anche a parte delle province di Padova, Rovigo e Venezia.

 

No
Dal Molin
Fin dal 2007 alcuni tecnici indipendenti e il Comitato No Dal Molin hanno individuato diversi fattori di rischio che potrebbero creare danni strutturali alla falda acquifera.
Secondo la documentazione prodotta dal Cnr e dall’Enea, l’Italia è il quarto Paese al mondo per risorse idriche dopo Canada, Stati Uniti e Norvegia e Vicenza è una delle città italiane più ricche di acqua.

 

A sua volta, l’area sulla quale sorgerà la nuova base statunitense, ubicata sul confine tra i comuni di Vicenza e Caldogno e attraversata dal fiume Bacchiglione, è una zona ricchissima in questo senso: nel suo sottosuolo è presente una delle maggiori falde acquifere di tutto il nord Italia.

Si tratta di un bacino da oltre 3 miliardi di metri cubi che fornisce acqua potabile a Vicenza e ad una trentina di comuni limitrofi, per un totale di circa 270.000 abitanti e di 28 milioni di metri cubi d’acqua erogati all’anno.

La Regione Veneto, inoltre, nell’ambito della pianificazione degli acquedotti regionali, ha deciso che parte dell’acqua vicentina va destinata anche a parte delle provincie di Rovigo, Padova e Venezia. La costruzione della nuova base militare, però, costituirebbe un altissimo fattore di rischio per le falde sotterranee vicentine, già minacciate dall’inquinamento causato dalle industrie e dall’agricoltura locali.

Fin dal 2007 alcuni tecnici indipendenti e il Comitato No Dal Molin hanno individuato diversi fattori di rischio che potrebbero creare danni strutturali alla falda acquifera e compromettere in modo irreversibile le riserve d'acqua presenti nel sottosuolo.

Il primo fattore è dato dalla piezometria del terreno: in una relazione del prof. Ricciardi, consulente di Paolo Costa (il Commissario straordinario del Governo per la realizzazione degli interventi necessari all’ampliamento dell’insediamento militare U.S.A.) si legge che l’area Dal Molin raggiunge una quota media di 1 metro sotto il piano campagna.

Questo cosa significa? In parole semplici: che scavando poco più di 1 metro sotto terra, si trova l’acqua. Anche nella Relazione Descrittiva del Progetto della nuova base la piezometria viene indicata a circa 2 metri sotto il piano campagna, ma, al tempo stesso, si dichiara che per i fabbricati multipiano (alti più di 20 mt) verranno adottate fondazioni su pali a scostamento, in cemento armato, di una lunghezza tale da attestarsi a circa 25 metri sotto il piano campagna.

Gli edifici di nuova costruzione poggerebbero su migliaia di pali impermeabili all’acqua conficcati nella falda, formando così una “diga” che impedirebbe all’acqua di defluire in modo naturale, costringendola a risalire verso la superficie.

 

Dal Molin risorse idriche
L’area sulla quale sorgerà la nuova base statunitense, ubicata sul confine tra i comuni di Vicenza e Caldogno e attraversata dal fiume Bacchiglione, è una zona ricchissima di risorse idriche.
Altro fattore di rischio è la permeabilità del terreno, che è ben evidenziata dalle mappe del Cnr. L’insediamento militare sta sorgendo proprio su una delle aree a maggiore penetrabilità e, quindi, qualsiasi perdita all’interno della base, anche di semplice combustibile, potrebbe costituire un danno irreversibile per la falda acquifera.

 

Secondo Eugenio Viviani, ingegnere civile, “nella zona delle officine sono previsti due separatori acqua-olio, senza specificare dove finisca l’olio. E non si può non considerare l’ipotesi di incidenti con materiali pericolosi".

Grande preoccupazione desta anche l’enorme richiesta di acqua fatta dalla SETAF (South European Task Force) alla AIM-Aziende Industriali Municipali Vicenza S.p.A di 60 litri al secondo e, per il periodo di picco, addirittura di 260 litri al secondo.

Richiesta, quest’ultima, respinta dalla AIM perché equivalente al consumo di acqua pari ad un quarto di quello della città. Secondo il Comitato No Dal Molin, all’enorme richiesta di acqua si aggiunge il fatto che nulla impedirebbe ai militari americani di scavare un pozzo autonomo all’interno della base, come peraltro sarebbe già stato fatto per la Caserma Ederle.

Da un’interrogazione fatta a gennaio 2009 al sindaco di Vicenza, Achille Variati, emerge anche il rischio di esondazione del fiume Bacchiglione. Pare che il Genio Civile abbia alzato l'argine sinistro del Bacchiglione (cioè verso l'area Dal Molin), lasciando più basso quello destro (oltre il quale si trova una zona residenziale).

A Variati viene chiesto di fare chiarezza sui lavori in corso lungo l'argine sinistro del fiume Bacchiglione, a ridosso della nuova base U.S.A. e di attivarsi al fine di scongiurare l’alto rischio di allagamento. In caso di piena, infatti, il fiume esonderebbe solamente dalla riva destra del fiume, allagando le case dei vicentini.

Ma il timore dei comitati cittadini e degli esperti, però, è che alcuni di questi rischi si siano già verificati e che la falda acquifera vicentina sia in serio pericolo. Il Comitato No Dal Molin ha documentato come il cantiere sia diventato un acquitrino e come l’acqua che emerge in superficie venga scaricata nel Bacchiglione insieme alle acque reflue del cantiere, quando le prescrizioni prevedono che le acque reflue debbano essere trattate e scaricate nella fognatura.

Domenica 31 gennaio 2009 gli attivisti hanno anche fotografato la presenza di particolari idrovore che la V.INC.A. (la Valutazione d’Incidenza Ambientale) aveva tassativamente vietato per i danni che potrebbero provocare al delicato assetto idrogeologico dell’area.

Achille Variati
Achille Variati, Sindaco di Vicenza. Da una sua interrogazione emerge il rischio di esondazione del fiume Bacchiglione.
Contemporaneamente, dai pozzi artesiani dei residenti sta uscendo acqua di colore scuro e il Comitato dichiara: “Abbiamo fondati sospetti che i pericoli da noi paventati stiano diventando realtà”.

 

L’ipotesi degli esperti è che i pali per le fondamenta stiano facendo da diga e che abbiano provocato il fenomeno del drenaggio, come sottolinea l’ingegnere Guglielmo Vernau “la palificazione realizzata per le fondamenta degli edifici sta impedendo il regolare deflusso dell’acqua”.

Anche Lorenzo Altissimo, direttore del Consorzio Idrico Novoledo (che ha il compito di rilevare i parametri del sistema idrologico "Astico-Bacchiglione", utilizzato per l'approvvigionamento idropotabile dagli acquedotti di Vicenza e Padova) conferma, in qualità di tecnico, le preoccupazioni dei vicentini: “Se è stata colpita la falda i danni saranno irreparabili”.

Da mesi i vicentini chiedono delucidazioni sullo stato della loro falda acquifera e, finalmente, il prossimo 26 febbraio, per la prima volta dall’inizio dei lavori, è stato predisposto un tavolo tecnico sull’andamento del cantiere, al quale saranno presenti il commissario Costa, il sindaco Variati e i tecnici che stanno seguendo i lavori.

Oltre a chiedere un aggiornamento sull’evoluzione del cantiere e sulle tappe previste per il prossimo trimestre, il sindaco rivolgerà ai committenti della base una serie di domande formulate sia dai comitati cittadini che dalle istituzioni locali e alle quali nessuno ha ancora dato risposte.

Da parte loro, i committenti della base si sono impegnati ad aprire le porte del cantiere una volta al mese ad una commissione di tecnici indipendenti. Dall’altra, il giorno prima del tavolo tecnico, il Comitato NO Dal Molin terrà un convegno pubblico nel quale presenterà le foto e i dati tecnici raccolti in queste settimane e che portano qualsiasi tecnico indipendente ad un’unica conclusione oggettiva: la falda è a rischio.

Ma le preoccupazioni dei vicentini non si fermano qui. Oltre al prezioso bacino di acqua potabile, ci sono forti preoccupazioni su altri potenziali effetti collaterali del cantiere.

 

Costruzioni Dal Molin
Gli edifici di nuova costruzione poggeranno su migliaia di pali impermeabili all’acqua conficcati nella falda, formando così una “diga” che impedirebbe all’acqua di defluire in modo naturale.
Innanzitutto quelli sulle due aree protette che si trovano a meno di 5 km dall’area in costruzione: la SIC (Sito di Interesse Comunitario) “Bosco di Dueville e Risorgive Limitrofe”, che confina con il limite ovest dell’area Dal Molin, e la ZPS (Zona Speciale Protetta) “Bosco di Dueville” che si trova a circa 3 Km di distanza.

 

Poi c’è l’impatto visivo che gli edifici militari, soprattutto quelli alti più di 20 mt, avranno sulle viste panoramiche e prospettiche della zona e che difficilmente si potranno integrare in un contesto di case rurali sparse e di edilizia residenziale.

E, infine, vanno considerati i potenziali effetti negativi sul patrimonio archeologico vicentino, dal momento che il cantiere insiste sui resti dell’acquedotto romano e di un’importante struttura insediativa dello stesso periodo, e su di un villaggio paleo veneto databile all’ 8.000 a.C. - scoperta quest’ultima di grande interesse, che farebbe retrodatare di molti secoli le origini della città.

Se a giugno 2009 la Soprintendenza aveva scavato delle trincee e iniziato ad indagare la zona senza problemi, a dicembre 2009 ha dovuto sospendere i lavori perché le trincee si sono allagate. Anche questo sarebbe dovuto ad un pericoloso innalzamento della falda acquifera, che, a causa della palificazione in cemento, sarebbe arrivata a 50 cm. sotto il piano campagna in soli 6 mesi.

Da tutto ciò si evince che l’area interessata dal cantiere militare è un territorio di valore inestimabile per la comunità locale e che i vicentini hanno diritto a risposte immediate, chiare ed esaurienti a tutte le loro richieste. Si tratta di domande che non possono rimanere inascoltate, perché da esse dipendono il presente e il futuro di 270.00 vicentini e di altre migliaia di residenti nelle provincie di Rovigo, Padova e Venezia.

 

 

Il Lambro diventa un fiume di gasolio

Nel fiume 10 milioni di litri, pari a 670 autocisterne. L’ipotesi: sabotaggio. Allarme anche per la fauna

 

Un germano vittima del gasolio (Ansa)
Un germano vittima del gasolio (Ansa)
MILANO — Dalla prima all’ultima nera, enorme e pesante goccia, in serata spintasi a Lodi e in nottata scivolata fino al Po, per tante ore è corso un fronte di una quarantina di chilometri. Il fiume Lambro ne conta non molti di più: 130. E più d’un ambientalista, davanti agli almeno 10 milioni di litri di olio combustibile e gasolio volutamente —sull’atto doloso i dubbi degli inquirenti sono minimi—buttati in acqua, nella notte tra lunedì e ieri, dalle cisterne di una vecchia raffineria sulle rive monzesi, più d’uno, si diceva, davanti al fronte nero ha chiuso il capitolo: «Il Lambro è morto». Il nome Lambro vuol dire chiaro. Già immondezzaio grazie agli scarichi industriali di (così certificava nel ’96 il Cnr) azoto, fosforo, nichel, piombo, arsenico e cadmio, ecologisti e cittadini avevano provato, con pulizie (una volta fu rinvenuta una cassaforte) e con pazienza a rianimarlo. Insomma, a farlo sembrare un fiume.

E invece danni per milioni, uno stato di calamità naturale che verrà chiesto a breve, il depuratore di Monza danneggiato e fuori uso forse per settimane (gli scarichi fognari saranno dirottati sempre nel Lambro), i primi animali già morti (anatre, qualche cittadino si è dannato per salvarle) e altri animali che moriranno più avanti («Devastato l’intero ecosistema, chi migrerà qui non avrà futuro »), lo stato di crisi attivato in Prefettura, centinaia di vigili del fuoco e uomini della Protezione civile lì sulle rive, la contraerea affidata a enormi spugne assorbenti e polveri gettate in acqua per provare a distruggere, quantomeno rimpicciolire, olio e gasolio che, per far capire, riempirebbero 670 autocisterne parcheggiate una dopo l’altra. Ci sono tutte queste cose ma, a monte, c’è l’inchiesta, c’è il mistero, c’è la ditta.

La ditta si chiama Lombarda Petroli, ha sede a Villasanta, appunto a ridosso di Monza. In realtà era una raffineria; oggi funge da deposito. C’erano decine di operai, ne son rimasti 17, e di questi, dopo l’estate, sono andati in cassintegrazione 12. Le cisterne aperte sono state tre. La ditta ha fornito, con ritardo, soltanto nel tardo pomeriggio, i numeri della capienza delle cisterne, capienze peraltro da rispettare per legge. I conti però non tornano. I 2.500 metri cubi comunicati dalla Lombarda Petroli sono stati superati, e di molto. L’altra notte, l’unico dipendente presente, il guardiano, ha riferito che fin quando era di turno, le 3.30, non ha visto nessuno. L’accesso alle cisterne sarebbe da collocare non prima delle 4. La scoperta, attorno alle 7.30, quando in azienda sono arrivati gli altri operai. C’è una telecamera, all’ingresso. L’intero perimetro di cinta, che si sviluppa per chilometri, presenta brecce e varchi in più punti. Per far fuoriuscire olio e petrolio, c’è voluta una mano esperta. Bisogna azzeccare combinazioni di valvole e valvoline. «È come un labirinto. Se ti perdi subito, non ti ritrovi più» ha detto uno degli investigatori della polizia provinciale di Monza, che conduce le indagini. A guidarla, Gennaro Caravella, 58 anni. Ma poi, se il movente fosse da ricercare altrove? A chi interessa screditare l’azienda? La Lombarda Petroli, per medesima e datata ammissione dei suoi vertici, procede rapida verso la completa dismissione. Chi arriverà dopo in questa area? Se sì, cosa si costruirà?

Il presidente della Provincia di Monza Dario Allevi e Dante Pellicano, comandante dei vigili del fuoco, hanno visto il fiume dall’alto, in elicottero (Allevi giurava: «Troveremo i colpevoli e saranno puniti per questo scempio»). È stato un viaggio che non finiva più. Olio e gasolio, una volta immessi nel fiume, si sono ingrossati e ingrassati, si sono allungati. Monza, Milano, Melegnano, San Zenone, e via via. La rabbia di Legambiente: «Era un’azienda a rischio. Gli amministratori lo sapevano. Ma ci si è mossi tardi». «Nessun rischio per le persone » si sono affrettati in molti a dire. Un tecnico ha spiegato: «Di olio e gasolio, la metà finirà per ancorarsi al fondo. Ci vorranno decenni, per toglierli. Ma nessuno può dirci gli effetti dei veleni che si sono depositati e si stratificheranno su prati, strade, quartieri attorno al Lambro ».

Andrea Galli
24 febbraio 2010

(Fotogramma)

(Fotogramma)

(Fotogramma)

(Fotogramma)

24-02-2010

PETROLIO NEL LAMBRO, DISASTRO AMBIENTALE FORSE DOLOSO

''Un disastro ambientale senza precedenti per l'ecosistema del fiume Lambro che ne paghera' a lungo le conseguenze''.

Questo il commento dei volontari di Legambiente che da ieri sono in prima fila a monitorare l'immane tragedia accaduta su uno dei principali corsi d'acqua lombardi a causa della fuoriuscita di derivati petroliferi dai depositi di una ex-raffineria.

La Protezione Civile e' all'opera gia' dalle prime ore del disastro per tentare fermare il liquame che sta uccidendo il fiume. Si tratta di uno dei piu' gravi disastri ambientali verificatisi di recente in Lombardia, che potrebbe avere conseguenze di lungo periodo, considerata anche la messa fuori servizio del grande depuratore di Monza San Rocco, che tratta le acque fognarie di oltre mezzo milione di brianzoli.

''Qualunque ne sia la causa, accidentale o dolosa, questa nuova catastrofe torna a mettere in luce l'insufficienza della prevenzione dei rischi industriali - dichiara Damiano Di Simine, presidente regionale di Legambiente - la Lombarda Petroli e' una delle 287 industrie obbligate a fornire piani di emergenza per effetto della direttiva Seveso: cittadini e amministratori dovrebbero sapere tutto dei rischi attuali e potenziali connessi a questi siti industriali, per sapere come comportarsi in caso di evento accidentale. Invece anche in questo caso l'evento ha potuto sviluppare tutto il proprio potenziale distruttivo prima che venissero attivate le strutture di intervento''.

E mentre si assiste impotenti alla morte nel fango di decine di animali impantanati dalla marea nera, gli investigatori sembrano avere sempre meno dubbi sull'origine dolosa della tragedia. I sindaci di diversi comuni hanno gia' annunciato che si costituiranno parte civile.

Il disastro e' stato causato ''quasi certamente da un atto doloso'' e percio' ''assolutamente imprevedibile'': e' questo il dato principale emerso dalla riunione che si e' tenuta questa mattina in Prefettura per fare il punto sulla situazione del Lambro a meno di 24 ore dal disastro, causato dall'apertura delle vasche di mantenimento di un vecchio deposito dell'ex raffineria Lombarda Petroli a Villasanta, in provincia di Monza.

Presenti all'incontro, presieduto dal Prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, oltre al sindaco Letizia Moratti e ai responsabili delle Forze dell'Ordine, l'Assessore Regionale al Territorio e Urbanistica Davide Boni per l' Agenzia Interregionale per il fiume Po, il Capo di Gabinetto della Regione Lombardia Paolo Alli, l'Assessore provinciale di Milano alla Protezione Civile Stefano Bolognini, l'Assessore all'Ambiente della Provincia di Monza Fabrizio Sala, l'Assessore all'Ecologia del Comune di Milano Paolo Massari Tecnici della Regione Lombardia, della Provincia e del Comune di Milano, dell'Arpa e dell'Asl di Milano.

Sul caso sono ancora in corso le indagini condotte dall'autorita' giudiziaria, ma per il momento non sono emersi pericoli per la sanita' pubblica.

Intanto le barriere poste per impedire l'avanzata del petrolio nel fiume lombardo non hanno tenuto e la macchia nera ha gia' raggiunto le acque del Po. I sindaci dei comuni della zona sono stati invitati ad avvertire la popolazione di non bere l'acqua corrente.

Un portavoce dell'ARPA ha spiegato che la macchia di petrolio, grande almeno mille metri cubi, e' partita da Monza ed ha attraversato le zone di Milano e Lodi.

''E' un gravissimo attentato all'ambiente ed alla salute pubblica il caso di sversamento doloso di idrocarburi nel fiume Lambro. Confidiamo che le indagini in corso conducano rapidamente all'individuazione dei responsabili contro i quali il Ministero dell'Ambiente si costituira' parte civile'', afferma, in una nota, il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo.

In questo momento, prosegue il ministro, ''le istituzioni competenti, Regioni, Comuni, Protezione Civile, Autorita' di bacino si stanno prodigando con ogni mezzo in una lotta contro il tempo per cercare di limitare i danni delle centinaia di migliaia di litri di sostanze inquinanti che hanno ormai invaso il Po''.

Il ministero dell'Ambiente, aggiunge Prestigiacomo, ''segue costantemente con i suoi tecnici ed il personale del'autorita' di bacino l'andamento dell'onda nera che sta inquinando le acque della pianura padana.

Sosterremo quindi incondizionatamente la richiesta di dichiarazione di stato di emergenza, una emergenza che del resto e' gia' in atto. Superata la fase emergenziale il ministero interverra' per valutare i danni ambientali causati da questo gesto criminale e quindi si procedera' rapidamente a disporre gli interventi di bonifica''.

Il Presidente della Giunta Regionale dell'Emilia Romagna Vasco Errani ha chiesto lo stato di emergenza a seguito della presenza di ingenti quantita' di olio combustibile versati nel fiume Lambro, in stretto raccordo con la Regione Lombardia.

Intanto proseguono le attivita' di cooperazione tra le due Regioni, le Prefetture e le Province interessate, l'Arpa, le Protezioni civili regionali, l'Aipo, i Vigili del Fuoco e l'Autorita' di bacino per affrontare la situazione. E' stato definito il piano degli interventi urgenti, d'intesa tra il presidente Vasco Errani, il prefetto Luigi Viana e le autorita' locali, nel corso di un vertice in Prefettura a Piacenza. Il Presidente della Regione si e' detto preoccupato e ha sollecitato la massima collaborazione per affrontare situazione e ridurre i danni ambientali.

COLDIRETTI, NESSUN RISCHIO PER ALIMENTI PROVENIENTI DALLA ZONA.

Nessun rischio per gli alimentari da tavola dopo il disastro ambientale che ha colpito il fiume Lambro. E' quanto assicura la Coldiretti precisato che durante l'inverno il numero di coltivazioni nell'area e' ridotto al minimo e che dopo le precipitazioni di questi giorni non e' stato necessario irrigare i campi. In pratica, secondo la Coldiretti, solo la fase stagionale e l'andamento meteorologico hanno evitato il rischio inquinamento della catena alimentare.

Le poche coltivazioni in campo, sottolinea la Coldiretti, non hanno bisogno in questo momento di attingere acqua dai fiumi inquinati grazie all'inverno piovoso. Inoltre la situazione meteorologica risulta favorevole poiche' le forti e persistenti piogge di questi giorni consentiranno un piu' rapido deflusso delle acque verso il mare scongiurando il rischio di sedimentazione dei residui inquinanti nel suolo e soprattutto la percolazione nelle falde piu' profonde.

Circostanze favorevoli che pero', prosegue l'associazione dei coltivatori diretti, non puo' essere un'attenuante per un episodio che mette in pericolo un intero ecosistema di interesse agricolo, naturalistico ed ambientale di un'area, quella Padana, dove si coltiva ed alleva un terzo del Made in Italy alimentare.

CONFAGRICOLTURA, PREOCCUPAZIONE PER NOSTRE CAMPAGNE.

''Stiamo monitorando la situazione ora dopo ora, ma abbiamo forti preoccupazioni anche per quelli che potranno essere i danni al territorio nei prossimi mesi ed anni''. Con queste parole Mario Vigo, Vicepresidente nazionale e presidente della Confagricoltura di Milano e Lodi, commenta la notizia dello sversamento di una ingente quantita' di gasolio e oli combustibili nel fiume Lambro dalla Ex Raffineria Lombarda Petroli, situata a nord di Monza. Il disastro che ha colpito proprio il territorio delle province -Monza, Milano e Lodi - e' senza precedenti ed ha immediatamente visto l'intervento dei presidenti delle tre Province e dei prefetti dei capoluoghi, che hanno coinvolto la Protezione Civile, il presidente della Regione Formigoni e l'Autorita' di Bacino del Fiume Po. ''Confagricoltura - dice Vigo - sta valutando la situazione per individuare eventuali danni diretti ed immediati al territorio; ma cio' che piu' ci preoccupa e' il rischio che i danni di un tale disastro possano essere pagati a lungo dagli agricoltori''. ''Cio' che piu' ci preoccupa - prosegue il presidente di Confagricoltura Milano - e' l'eventualita' che la marea nera possa avere inquinato, oltre alla falda acquifera, anche le diramazioni idriche e la rete, fittissima, di canali e rogge che derivano acqua dal Lambro e che sono utilizzati per l'irrigazione delle campagne del sud di Milano e del lodigiano. Sono oltre 20 i Comuni agricoli potenzialmente interessati dal problema''.

A partire da ieri sono state emesse ordinanze dei Sindaci e dei Prefetti di divieto a prelevare acqua. ''Il problema - dice Vigo - ora non preoccupa, perche' in campagna attualmente non si utilizza l'acqua, ma non dimentichiamo che tra poche settimane si comincera' a seminare e la richiesta di acqua sara' fortissima, ad esempio per il riso. Chiederemo alle Prefetture di intervenire per far si che l'annata agraria non sia compromessa, se necessario procedendo a bonificare gli alvei e i manufatti contaminati dalla marea nera. Non esiteremo infine - conclude Vigo - a fare un bilancio dei danni. E a chiederne conto a chi ne risultera' responsabile''.

LAMBRO, FIUME DEI VELENI. IN 'CURA' GIA' DAGLI ANNI '70.

Il Lambro e' uno dei fiumi piu' inquinati d'Italia e continua a portare un contributo di veleni insopportabile per il Po. E' il WWF Italia a redigere la scheda allarmante del corso d'acqua che ''dagli anni 70 e' oggetto di 'cure', con investimenti pari a circa 5.000 miliardi di vecchie lire per il suo risanamento. Nel 1988 - ricorda l'associazione - era stato istituito un Piano straordinario di bonifica 'Lambro-Seveso-Olona' per riqualificare i tre fiumi piu' importanti e piu' degradati dell'area milanese, ma il piano non e' mai stato realizzato.

Lo stesso piano di tutela delle acque regionale ha rinunciato esplicitamente alla possibilita' di un serio recupero del fiume, affermando che sarebbe comunque impossibile entro il 2015 raggiungere il 'buono stato ecologico' richiesto dall'Europa con la Direttiva quadro acque, 2000/60/CE''.

Dopo la dichiarazione di ''morte biologica'' del Lambro, l'entrata in funzione dei 3 depuratori milanesi ha ridato al fiume una seppur minima vitalita', ma questo non basta certo per salvare la situazione, avverte il WWF.

''Per rimediare a questo disastro ambientale, non bastera' bonificare le macchie nere, si dovra' anche ricreare un habitat naturale capace di sostenersi - ha dichiarato Stefano Leoni, Presidente del WWF Italia -. Il Lambro e' da piu' parti dato per morto, ma il rilancio dei 130 km del fiume non solo e' possibile ma e' soprattutto necessario per il benessere di tutto l'ecosistema del Po e delle attivita', anche umane, che da esso dipendono''.

Un'ampia azione di recupero ambientale - che preveda tra l'altro il ripristino della vegetazione e delle zone di esondazione del fiume, impianti di depurazione e controlli regolari sui numerosissimi scarichi lungo l'asta del fiume, tenendo in serio conto ogni potenziale fattore di rischio e fonte di inquinamento - consentirebbe, secondo gli ambientalisti, di migliorare la qualita' delle acque, di mantenere vitale un ecosistema fluviale fondamentale per le attivita' umane e non ultimo per ridurre il rischio idraulico conseguente alle frequenti alluvioni che colpiscono la zona sud di Milano.

''Alla luce di questo disastro'' il WWF chiede nuovamente alla Regione, ''come gia' fece nel 1995 direttamente all'allora neopresidente Formigoni a seguito del censimento dell'intero fiume'', di ''impegnarsi seriamente per definire un piano di gestione del Lambro. Solo cosi' - avverte - si potra' tutelare la qualita' delle acque, garantire i servizi che l'ecosistema fluviale e' in grado di offrire (non ultimo la protezione dal rischio di alluvioni) ed evitare che si verifichino in futuro disastri ambientali di questa portata''.

Oltre a un progetto nella zona di esondazione del Lambro a San Donato Milanese, portato avanti dalla LIPU con il sostegno del WWF, l'unico esempio di riqualificazione lungo il Lambro e' rappresentato dall'Oasi di ''Bosco di Montorfano'' a Melegnano, voluta negli anni '90 dal WWF e dalla cittadinanza, che ha ripristinato 4 ettari di terreno incolto attraverso la messa a dimora di alberi e arbusti tipici della zona.

Il WWF si costituira' quindi parte civile nel processo penale conseguente a questo inaccettabile danno doloso, che sta causando la moria della flora e della fauna presenti in questo importante ambito fluviale.

Esempio di testo

di Andrea Boretti - 25/01/2010

L'ennesimo rapporto ISTAT riporta l'attenzione sul tema dell'acqua e degli sprechi. Solo al SUD nel 2008 è stato buttato via il 47% dei litri d'acqua erogati, ma anche il Nord non ha molto da stare sereno.
 

acqua
L'ennesimo rapporto ISTAT riporta l'attenzione sul tema dell'acqua e degli sprechi
Se ne parla da anni, da anni si fanno denunce sui giornali, da anni si dichiara che le cose miglioreranno. Poi arriva l'ennesimo report dell'ISTAT e la fotografia della rete idrica italiana si scopre essere sempre la stessa, se non addirittura in peggioramento. E così, puntuale, è successo anche quest'anno.

Il report dell'Istat a cui facciamo riferimento parla della situazione relativa al 2008, e non è una bella situazione. Sotto accusa va come al solito il Sud dove in media il 47% dell'acqua è andata perduta nell'arco del 2008. Le regioni peggiori sotto questo punto di vista sono la Puglia, la Sardegna, il Molise e l'Abruzzo. A Bari in particolare la situazione appare davvero drammatica: ogni 100L d'acqua erogati ne vengono persi ben 106L (in altre parole, come se per riempire una vasca da 100 litri bisogna farne uscire 206 dall'acquedotto)!

Ma anche al nord ci sono situazioni negative degne di nota: è il caso della Valle d'Aosta dove per ottenere 100L d'acqua ne devono essere prelevati ben 158L, con uno spreco effettivo di 58L.


Ma quale è la ragione di tanti sprechi? Le motivazioni sono molteplici, e tra queste sicuramente la necessità di garantire afflusso alle condutture concesse alle imprese, ma non solo. Tanta acqua va persa a causa di prelievi non autorizzati, a una mancata regolazione dei flussi e soprattutto, ma questa è una piaga con la quale si combatte da anni, a causa di una rete colabrodo che perde acqua lungo il percorso verso il rubinetto.

Per completare il quadro vi diamo un altro paio di dati: nel 2008 il consumo medio giornaliero pro-capite di acqua è stato di 250L, e sempre nel 2008 si sono utilizzati 9,1 miliardi di metri cubi di acqua, ben l'1,7% in più rispetto al 2005 e il 2,6% in più rispetto al 2006.


Nel 2008 il consumo medio giornaliero pro-capite di acqua è stato di 250L
Cent'anni fa in molti paesi italiani si faceva come in Africa o in Sud America: si andava al pozzo e si riempivano dei secchi che servivano poi per tutta la famiglia per cucinare, lavare e lavarsi. Ogni nucleo familiare poteva forse consumare 50L d'acqua al giorno, ma anche ipotizzando che fossero 100L il divario tra i consumi di oggi e quelli di allora è sicuramente molto elevato.

Oggi le cose sono diverse per molti motivi. La vita è cambiata e con essa le necessità degli italiani; ma siamo sicuri che 1000L al giorno per un nucleo familiare di 4 persone siano veramente necessari? Siamo sicuri che, in attesa che lo Stato faccia la sua parte considerando il problema della rete idrica un priorità, non sia possibile per ognuno di noi prestare maggiore attenzione ai consumi?

Certo dal governo e dalle istituzioni le risposte e le azioni messe in campo non sembrano incoraggianti. La recente legge che fondamentalmente spinge e privatizza l'acqua potabile italiana sa, al solito, di una resa su tutti i fronti, oltre che di ennesima grande svendita di un bene pubblico ai privati.

Se però da questi ultimi non c'è da attendersi niente di buono - come dimostrano le diverse esperienze internazionali - allora è dai singoli e dalla società civile che deve venire il messaggio e l'azione concreta. In Italia si è sempre detto che di acqua ne abbiamo tanta, ma l'esperienza ci insegna che questo è molto relativo: dipende dalle regioni, dalle stagioni e, per il nostro futuro, dipenderà da quando decideremo di smettere di sprecarla.

 

Armi ad uranio, radioattività di “basso livello” e bimbi deformi

Fonte: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=9768&lg=it

AUTORE:  Paul ZIMMERMAN

Tradotto da  Curzio Bettio

 

Un impressionante aumento nel numero di bambini nati con malformazioni congenite è stato di recente denunciato dai medici che operano a Falluja, Iraq [1]. Una delle cause suggerite per questa situazione preoccupante è l’esposizione della popolazione a radiazioni prodotte da armi ad uranio. La comunità internazionale per la protezione dalle radiazioni respinge questa spiegazione come completamente infondata dato che (1) la dose di radiazione a cui è sottoposta la popolazione dell’Iraq è troppo bassa e (2) non sono state riportate prove di malformazioni fetali fra i discendenti dei sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki.

Questa giustificazione cosiddetta scientifica è profondamente mistificante, in quanto non aderente con le attuali basi di conoscenza. Esistono prove abbondanti che dimostrano con chiarezza che malformazioni alla nascita sono state procurate da livelli di radiazione nell’ambiente stimati sicuri dalla comunità internazionale per la protezione dalle radiazioni.

Alla luce di queste conoscenze, la contaminazione da uranio non può essere sbrigativamente rigettata come fattore di rischio per i nascituri. 

 

La distruzione del reattore nucleare di Chernobyl ha prodotto un tipo di esposizione radioattiva differente da quella rappresentata dalla bomba atomica.

In Giappone, le vittime furono esposte ad un flash istantaneo di radiazioni gamma e di neutroni che dall’esterno andò a colpire i loro corpi.  

Al contrario, l’incidente di Chernobyl ha disseminato dal cuore del reattore attraverso l’Europa microscopiche particelle radioattive, che sono state poi inalate ed ingerite dalla popolazione.  

In questa situazione, coloro che sono stati contaminati hanno cominciato ad essere esposti di continuo e dall’interno a radiazioni di “basso livello”. 

Secondo le attuali teorie sugli effetti radioattivi abbracciate dalla comunità internazionale per la protezione dalle radiazioni, non vi è differenza qualitativa fra i due tipi di esposizione. Quello che importa è la quantità totale di energia che arriva al corpo.

Quindi, gli effetti sulla salute esperimentati dai sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki possono venire considerati essere rappresentativi degli effetti sulla salute prodotti da una esposizione radioattiva di natura qualsiasi.

Nel caso di malformazioni fetali, questa presunzione si è dimostrata sbagliata. Come risultato dell’esposizione dall’esterno in Giappone, non vi è stato aumento di malformazioni fetali fra i bimbi i cui genitori erano stati esposti ai bombardamenti. [2]

In contrasto, malformazioni fetali indotte da radiazioni sono state documentate nelle popolazioni esposte a radiazioni di “basso livello” generate da contaminazione interna.

Alla luce di questi dati contrastanti, risulta ovvio che la teoria accettata sugli effetti radioattivi è erronea e necessita di correzioni. Le informazioni che seguiranno dimostreranno che il rischio per il nascituro viene generato da materiale radioattivo disperso nell’ambiente. 

Nel libro Chernobyl: 20 Years On, un capitolo è dedicato alla discussione sulle malformazioni fetali nei bambini che, mentre si trovavano in gestazione nel grembo delle loro madri, venivano esposti alla radioattività rilasciata dal reattore di Chernobyl [3].

L’autore fornisce una visione d’insieme di un gran numero di studi che confermano come “bassi livelli” di radiazione presenti in molte aree dell’Europa dopo Chernobyl sono stati responsabili per una larga varietà di malformazioni fetali.

Queste malformazioni sono avvenute dove l’esposizione alle radiazioni veniva giudicata dalle agenzie per la protezione radioattiva essere troppo debole per giustificare preoccupazione.

Sono citati quindici studi che dimostrano un aumento nell’incidenza di una grande varietà di malformazioni congenite. Altri studi citati confermavano l’aumento nella percentuale di nascite di bambini morti, di mortalità infantile, di aborti spontanei e di bimbi nati sottopeso. Inoltre veniva documentata un’elevata incidenza della sindrome di Down. In aggiunta, veniva registrato un eccesso di varietà di altri disturbi della salute, che comprendevano ritardo mentale ed altre sindromi mentali, malattie del sistema respiratorio e di quello circolatorio e asma. 

In un capitolo separato dello stesso libro, Alexey Yablokov dell’Accademia Russa delle Scienze forniva una rassegna di un corpo voluminoso di ricerche condotte dopo Chernobyl.  

Relativamente agli studi sulle malformazioni fetali, egli citava un’accresciuta frequenza nel numero di malformazioni congenite che comprendevano labbro e/o palato fesso (“labbro leporino”), raddoppio dei reni, polidattilia (dita delle mani e dei piedi in numero superiore), anomalie nello sviluppo dei sistemi nervoso ed ematico, amelia (anomalia segnata da arti ridotti), anencefalia (sviluppo subnormale del cervello), spina bifida (chiusura incompleta della colonna spinale), sindrome di Down, aperture anomale esofagee ed anali, e malformazioni multiple presenti simultaneamente [4].  

Il largo spettro di malformazioni fetali prodotte dall’incidente di Chernobyl non può essere giustificato dai dati raccolti sui sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki.

Esiste un filone di prove convincenti che qualcosa è sbagliato nell’attuale campo della protezione da radiazioni.

Ma esiste un ulteriore problema. La dose limite di radiazione suggerita in grado di interferire con lo sviluppo del feto, sempre basata sulle ricerche dal Giappone, è tra le cinquanta e le cento volte più alta di quella che la comunità per la protezione dalle radiazioni insiste come tipica esposizione in quelle aree dell’Europa in cui comunque è stata documentata una elevata frequenza di malformazioni fetali. 

Come possiamo dare un senso a queste contraddizioni? Gli studi sui cromosomi condotti nelle regioni contaminate forniscono la risposta.

In individui esposti a radiazioni ionizzanti, in linfociti periferici, quei linfociti in circolazione nel sangue, si verifica un’elevata presenza di certi tipi di aberrazioni cromosomiche [3,5].

Di particolare interesse sono i cromosomi dicentrici che si producono quando una radiazione scinde entrambi i filamenti della doppia elica del DNA in due cromosomi contigui e poi il materiale genetico si ricombina in modo non corretto.

Un aumento nella relativa frequenza di queste strutture ricombinate in modo aberrante serve da indicatore biologico dell’esposizione radioattiva, questione indipendente ed immune da falsità e da propaganda politica. 

Andando nello specifico, l’aumento percentuale di queste aberrazioni è proporzionale alla dose di radiazioni ricevuta. Quindi, la loro frequenza può essere usata per determinare l’effettivo livello di esposizione in individui contaminati.

Studi di questa natura sono stati condotti in Europa in seguito all’incidente di Chernobyl [3].

Questi studi hanno dimostrato che le valutazioni ufficiali sulla dose di esposizione rese pubbliche dalle agenzie per la protezione dalle radiazioni erano deplorevolmente erronee, sottostimando in modo grossolano l’esatto livello di esposizione della gente in tutta Europa.  

Questa discrepanza getta ulteriori dubbi sull’onestà scientifica di queste organizzazioni che si suppone dovrebbero proteggere il mondo dall’inquinamento radioattivo. Quando si combinano gli studi sulle aberrazioni cromosomiche con gli studi sulle malformazioni genetiche, la scienza parla di per sé: la popolazione di molte zone dell’Europa ha ricevuto da Chernobyl dosi molto più alte di quelle dichiarate e le malformazioni fetali sono state indotte da dosi più basse di quelle suggerite dall’attuale scienza per la protezione dalle radiazioni.

Come la nube radioattiva da Chernobyl si diffondeva su tutto il pianeta, i governi trasmettevano rassicurazioni ai loro cittadini in ansia, che non vi era motivo di preoccupazione, che le dosi di radiazioni sulle persone erano troppo basse per produrre effetti nocivi sulla salute.

Politicamente motivate, queste comunicazioni erano malconcepite dal punto di vista medico. Quello che diveniva palese dopo l’incidente era che i bambini venivano esposti alla pioggia radioattiva di   Chernobyl, mentre si trovavano ancora nel grembo delle loro madri, questo comprovato da una elevata incidenza di sviluppo di leucemia, fin dalla prima ora della loro nascita [6,7].

Rilevante per questa discussione è il fatto che una mutazione genetica che avviene nell’utero è una causa della leucemia infantile [8,9].

In paesi, dove sono stati raccolti dati inconfutabili relativi ai livelli di ricaduta radioattiva depositata sull’ambiente, alle dosi di radiazione sulla popolazione e all’incidenza della leucemia infantile, è emerso un uniforme andamento inequivocabile: la popolazione, oggetto di studio, di bambini nati durante il periodo di 18 mesi successivi all’incidente soffriva in percentuale superiore di leucemia nel suo primo anno di vita rispetto ai bambini nati prima dell’incidente o a quelli nati dopo l’incidente, quando il livello della possibile contaminazione da parte delle madri era sicuramente diminuito.

Questo veniva confermato da cinque studi separati, condotti indipendentemente l’uno dall’altro: in Grecia [9], Germania [10], Scozia [11], Stati Uniti [12] e Galles [13].

Ancora qui vi è la prova che le malformazioni erano state indotte nei feti, come abbiamo riferito, cosa che la comunità per la protezione radioattiva afferma non essere possibile.

Secondo la Commissione Europea sui Rischi da Radiazione (ECRR), questi risultati forniscono la prova indiscutibile che il modello di rischio assunto dalla Commissione Internazionale per la Protezione Radiologica (ICRP) rispetto alla leucemia infantile è in errore per un fattore compreso fra le 100 e le 2000 volte; quest’ultima cifra porta a concludere per un’incidenza continuata in eccesso di leucemia, quando la popolazione dei bambini studiati continua ad aumentare di età. [6]. 

Sui cromosomi sono stati condotti altri tipi di studi, che dimostrano come la radioattività presente nell’ambiente produce sul DNA danni che si trasmettono alla prole futura.

I minisatelliti sono identiche corte sequenze di DNA che si iper-ripetono in serie lungo un cromosoma.  Queste sequenze di DNA non programmano la costruzione di qualche proteina.

Ciò che caratterizza questi minisatelliti è che assumono spontaneamente replicazioni tramite mutazione ad una frequenza che risulta 1.000 volte più alta di quella dei geni che codificano le normali proteine.

Il Dr. Yuri Dubrova, attualmente all’Università di Leicester, per primo ha riscontrato che queste sequenze di DNA possono essere utilizzate per registrare mutazioni genetiche indotte da radiazioni, dimostrando che la loro nota velocità di mutazione viene ad aumentare successivamente all’esposizione radioattiva.

Dubrova e i suoi collaboratori hanno studiato la frequenza delle mutazioni minisatellitari in famiglie che hanno vissuto in aree rurali pesantemente contaminate del distretto di Mogilev di Belarus dopo la catastrofe di Chernobyl [14]. È stato riscontrato che la frequenza delle mutazioni, trasferita dagli individui di sesso maschile ai loro discendenti, era quasi raddoppiata nelle famiglie esposte rispetto a gruppi famigliari di controllo. Fra quelle esposte, la frequenza di mutazione era significativamente più alta nelle famiglie con una più alta esposizione parentale. Questa scoperta era coerente con l’ipotesi che la radiazione poteva avere indotto mutazioni nelle cellule germinali riproduttive dei genitori e questo si trasmetteva ai loro nascituri. Questa era la prima prova conclusiva che la radioattività produce negli esseri umani mutazioni ereditabili.  

Inoltre sono stati condotti test sui minisatelliti di DNA anche sui bambini di “liquidatori” di Chernobyl, vale a dire di quelle persone che hanno partecipato alle operazioni di bonifica dopo l’incidente. Quando i nati dai liquidatori dopo l’incidente sono stati confrontati con i loro fratelli nati prima dell’incidente, è stato osservato un incremento sette volte più grave nel danno genetico riscontrato [15,16].  

Come riportato dalla ECRR, “attraverso controlli eseguiti in loco, questi riscontri hanno evidenziato nel modello della ICRP relativo al danno genetico ereditabile un errore fra le 700 e le 2000 volte più elevato” [6]. La ECRR ha sottolineato questa ulteriore osservazione: “Risulta degno di nota che gli studi sui bambini di coloro che sono stati esposti alle radiazioni esterne ad Hiroshima mostrano effetti irrilevanti se non nulli, fattore che suggerisce una differenza fondamentale fra le modalità di esposizione [17].  Probabilmente la differenza maggiore consiste nel fatto che l’esposizione interna sui liquidatori di Chernobyl è stata la causa degli effetti.”  

Nel novembre 2009, Joseph Mangano del Progetto Sanità Pubblica e Radiazioni ha pubblicato uno studio sull’ipotiroidismo neonatale nella popolazione che vive nei pressi dei reattori nucleari di  Indian Point a Buchanan, New York [13].

L’ipotiroidismo è una malattia caratterizzata da un’insufficiente produzione dell’ormone tiroxina. Una causa di questo disturbo è l’esposizione allo iodio radioattivo che distrugge selettivamente le cellule nella ghiandola tiroidea.

Attualmente, l’unica fonte ambientale di iodio radioattivo sta nelle emissioni degli impianti nucleari per la produzione di energia.

Mangano osserva che quattro contee nello stato di New York fiancheggiano Indian Point e quasi tutti i residenti di queste contee vivono nel raggio di 20 miglia dal complesso dei reattori. Durante il periodo che va dal 1997 al 2007, il rapporto di ipotiroidismo neonatale nella popolazione considerata nell’insieme delle quattro contee era del 92,4% superiore, quindi quasi il doppio, che negli Stati Uniti. L’incidenza in ognuna delle quattro conteee prese separatamente superava quella degli Stati Uniti, e nel caso di due contee il rapporto era più del doppio del rapporto nazionale. Nel periodo 2005-2007, il rapporto delle quattro contee era del 151.4% superiore al rapporto nazionale. Questo riscontro era coerente con il fatto che l’incidenza locale di cancro alla tiroide è del 66% superiore al rapporto per gli Stati Uniti. [14].  

Lo studio di Mangano solleva importanti interrogativi rispetto al nostro comune benessere. Noi viviamo con le assicurazioni da parte del governo e dell’industria che i reattori nucleari sono operativi all’interno di linee guida presentate da agenzie per la protezione dalle radiazioni. Le radiazioni che emettono non vengono prese in considerazione perché di “basso livello” per destare preoccupazione. Eppure, bambini nati da madri che vivono in prossimità di Indian Point soffrono in numero sempre crescente di ipotiroidismo. Allora, o il complesso dei reattori sta emettendo più radiazioni di quello che viene pubblicamente dichiarato, o, una volta ancora, sono errati i livelli standard di sicurezza fissati dalle organizzazioni per la protezione dalle radiazioni.  

Sono le armi che contengono uranio depleto una causa di preoccupazione per la produzione di malformazioni fetali? Dato che l’uranio all’interno del corpo umano prende come obiettivo il sistema riproduttivo, l’elevata percentuale di malformazioni fetali in Iraq suggerisce fortemente che l’esposizione al DU è implicata.

Negli animali da esperimento esposti ai composti di uranio, si è riscontrato un accumulo di uranio nei testicoli [20]. Fra i veterani della Gurra del Golfo feriti da schegge ad uranio depleto, sono stati riscontrate elevate concentrazioni di uranio nel loro seme. [21].

Alla luce di questa scoperta, la Royal Society mette in guardia che questo fa aumentare “la possibilità di effetti negativi sullo sperma, effetti chimici dell’uranio sul materiale genetico, o mediante le particelle alfa diffuse dal DU, o per la tossicità chimica dell’uranio [21].”

In esperimenti sulle femmine di topo è stato trovato che l’uranio aveva attraversato la placenta ed era andato a concentrarsi nei tessuti dei feti [20,21,22].  

Quando particelle di DU venivano impiantate in femmine di topo gravide, veniva osservata una relazione diretta tra la quantità di contaminazione nella madre e la quantità di contaminazione nella placenta e nei feti [23,24].

Di grandissima importanza, quando passa in soluzione all’interno del corpo, la specie chimica principale dell’uranio è lo ione uranile UO2++Questo composto di uranio ha un’affinità per il DNA e si lega con questa struttura in modo forte. [25]. Questo fatto da solo dovrebbe essere sufficiente per arrestare la diffusione di DU, sotto forma di aerosol, fra le popolazioni. L’uranio internalizzato nel corpo umano prende come obiettivo il materiale genetico! Inutile dire, questo fatto è totalmente ignorato dalla Commissione Internazionale per la Protezione Radiologica e dalle organizzazioni collegate, quando determinano i livelli di sicurezza per l’esposizione all’uranio e valutano i fattori di rischio nell’indurre le malformazioni fetali da parte dell’uranio.  

Nei neonati, l’idrocefalia è una condizione caratterizzata da accresciuta forma della testa e da atrofia del cervello. La frequenza di questa malformazione è accreciuta drammaticamente in Iraq dalla Prima Guerra del Golfo [26]. Una ricerca limitata e certamente incompleta condotta negli Stati Uniti conferisce credito all’ipotesi che l’esposizione al DU sia l’agente causativo [26].

La Contea di Socorro, rurale e a bassa densità di popolazione, è localizzata nelle adiacenze di un sito per testare armamenti a DU, la “Terminal Effects Research and Analysis Division of the New Mexico Institute of Mining and Technology”. In media, nella Contea avvengono 250 nascite all’anno. Un’indagine di un’organizzazione di attivisti ha rivelato che tra il 1984 e il 1986, sono nati cinque bambini con idrocefalia. (Il normale rapporto di idrocefali è un caso per ogni 500 nati vivi). Secondo la registrazione delle malformazioni fetali dello Stato del New Mexico,per difettopletaione delle malformazioni fetali vivi). Secondo l' sono nati cinque bambini con idrocefaliafrequenza di questa m provatamente incompleta per difetto, tra il 1984 e il 1988 sono nati con la sindrome 19 bambini a livello statale, tre di questi nella Contea di Socorro. Indifferentemente da quale valutazione sia corretta, i risultati sono preoccupanti dato che Socorro contiene meno dell’1% della popolazione dello stato.

Per concludere, l’attuale dogma che riguarda gli effetti delle radiazioni non può giustificare l’aumento delle malformazioni genetiche nelle popolazioni esposte internamente a bassi livelli di radiazione. Qualcosa è profondamente sbagliato rispetto alla scienza attuale sulla sicurezza dalle radiazioni. Stabilito questo, le asserzioni da parte delle organizzazioni per la protezione dalle radiazioni rispetto all’impossibilità che bassi livelli di uranio possano causare malformazioni fetali risultano sospette.  Numerosi studi dimostrano che l’uranio produce un ampio spettro di malformazioni fetali nella sperimentazione con animali [20,26]. Per di più, numerose ricerche in vitro e in vivo condotte negli ultimi venti anni provano che l’uranio è genotossico (in grado di danneggiare il DNA), citotossico (velenoso per le cellule), e mutagenico (in grado di indurre mutazioni genetiche) [27]. Questi effetti sono prodotti o dalla radioattività dell’uranio o dai suoi effetti chimici o dall’interazione sinergica fra radioattività e chimismo.

Queste scoperte conferiscono plausibilità all’idea che l’osservata incidenza accresciuta di bambini deformi in Iraq è una conseguenza del munizionamento ad uranio depleto [26].  

Ø Una presentazione più tecnica, completa di riferimenti, delle idee presentate in questo articolo può essere trovata nel libro dell'autore A Primer in the Art of Deception:  The Cult of Nuclearists, Uranium Weapons and Fraudulent Science – Un piccolo manuale nell’arte dell’inganno: il culto dei nuclearisti, armamenti all’uranio e scienza fraudolenta. Brani scelti disponibili a: www.du-deceptions.com.

Note

[1]  Chulov M.  Huge Rise in Birth Defects in Falluja.  guardian.co.uk.  November 13, 2009.  
http://www.guardian.co.uk/world/2009/nov/13/falluja-cancer-children-birth-defects#history-byline

[2]  Nakamura N.  Genetic Effects of Radiation in Atomic-bomb Survivors and Their Children: Past, Present and Future.  Journal of Radiation Research.  2006; 47(Supplement):B67-B73. 

[3]  Schmitz-Feurerhake I.  Radiation-Induced Effects in Humans After in utero Exposure:  Conclusions from Findings After the Chernobyl Accident.  In C.C. Busby, A.V.Yablokov (eds.):  Chernobyl: 20 Years On.  European Committee on Radiation Risk.  Aberystwyth, United Kingdom: Green Audit Press; 2006.

[4]  Yablokov A.V.  The Chernobyl Catastrophe -- 20 Years After (a meta-review).  In C.C. Busby, A.V. Yablokov (eds.):   Chernobyl: 20 Years On.  European Committee on Radiation Risk.  Aberystwyth, United Kingdom: Green Audit Press; 2006.

[5]  Hoffmann W., Schmitz-Feuerhake I.  How Radiation-specific is the Dicentric  Assay?  Journal of Exposure Analysis and Environmental Epidemiology. 1999; 2:113-133.

[6]  European Committee on Radiation Risk (ECRR).  Recommendations of the European Committee on Radiation Risk: the Health Effects of Ionising Radiation Exposure at Low Doses for Radiation Protection Purposes. Regulators' Edition.  Brussels; 2003.  www.euradcom.org.

[7]  Low Level Radiation Campaign (LLRC).  Infant Leukemia After Chernobyl.  Radioactive Times: The Journal of the Low Level Radiation Campaign.  2005;  6(1):13.

[8]  Busby C.C.  Very Low Dose Fetal Exposure to Chernobyl Contamination Resulted in Increases in Infant Leukemia in Europe and Raises Questions about Current Radiation Risk Models.  International Journal of Environmental Research and Public Health.  2009; 6:3105-3114.

[9]  Petridou E., Trichopoulos D., Dessypris N., Flytzani V., Haidas S., Kalmanti M.K., Koliouskas D., Kosmidis H., Piperolou F., Tzortzatou F.  Infant Leukemia After In Utero Exposure to Radiation From Chernobyl.   Nature.  1996; 382:352-353.

[10]  Michaelis J., Kaletsch U., Burkart W., Grosche B.  Infant Leukemia After the Chernobyl Accident.  Nature.  1997; 387:246. 

[11]  Gibson B.E.S., Eden O.B., Barrett A., Stiller C.A., Draper G.J.  Leukemia in Young Children in Scotland. Lancet. 1988; 2(8611):630.

[12]  Mangano J.J.  Childhood Leukemia in the US May Have Risen Due to Fallout From Chernobyl.  British Medical Journal.  1997; 314:1200.

[13]  Busby C, Scott Cato M.  Increases in Leukemia in Infants in Wales and Scotland Following Chernobyl: Evidence for Errors in Statutory Risk Estimates.  Energy and Environment.  2000; 11(2):127-139.

[14]  Dubrova Y.E., Nesterov V.N., Jeffreys A.J., et al.  Further Evidence for Elevated Human Minisatellite Mutation Rate in Belarus Eight Years After the Chernobyl Accident.  Mutation Research.  1997; 381:267-278.

[15]  Weinberg H.S., Korol A.B., Kiezhner V.M., Avavivi A., Fahima T., Nevo E., Shapiro S., Rennert G., Piatak O., Stepanova E.I., Skarskaja E.  Very High Mutation Rate in Offspring of Chernobyl Accident Liquidators.  Proceedings of the Royal Society. London.  2001;  D, 266:1001-1005.

[16]  Dubrova Y.E., et al.  Human Minisatellite Mutation Rate after the Chernobyl Accident.  Nature. 1996; 380:683-686.

[17]   Satoh C., Kodaira M.  Effects of Radiation on Children.  Nature.  1996; 383:226.

[18]  Mangano J.  Newborn Hypothyroidism Near the Indian Point Nuclear Plant.  Radiation and Public Health Project.  November 25, 2009. www.radiation.org

[19]  Mangano J.  Geographic Variation in U.S. Thyroid Cancer Incidence and a Cluster Near Nuclear Reactors in New Jersey, New York, and Pennsylvania.   International Journal of Health Services.  2009; 39(4):643-661.

[20]  Agency for Toxic Substances and Disease Registry (ATSDR).  Toxicological Profile for Uranium.  U.S. Department of Health and Human Services; 1999. http://www.atsdr.cdc.gov/toxprofiles/tp150.html

[21]  Royal Society.  Health Hazards of Depleted Uranium Munitions: Part II.  London: Royal Society, March 2002.

[22]  Albina L., Belles M., Gomez M., Sanchez D.J., Domingo J.L.  Influence of Maternal Stress on Uranium-Induced Developmental Toxicity in Rats.  Experimental Biology and Medicine.  2003; 228( 9):1072-1077.

[23]  Arfsten D.P., Still K.R., Ritchie G.D.  A Review of the Effects of Uranium and Depleted Uranium Exposure on Reproduction and Fetal Development.  Toxicology and Industrial Health.  2001; 17:180-191.

[24]  Domingo J.  Reproductive and Developmental Toxicity of Natural and Depleted Uranium: A Review.  Reproductive Toxicology.  2001; 15:603-609.

[25]  Wu O., Cheng X., et al.  Specific Metal Oligonucleotide Binding Studied By High Resolution Tandem Mass Spectrometry.  Journal of Mass Spectrometry.  1996; 321(6) 669-675.

[26]  Hindin R., Brugge D., Panikkar B.  Teratogenicity of Depleted Uranium Aerosols: A Review from an Epidemiological Perspective.  Environmental Health.  2005; 26(4):17.

[27]  Zimmerman P.  A Primer in the Art of Deception: The Cult of Nuclearists, Uranium Weapons and Fraudulent Science.  2009.  www.du-deceptions.com                                           

Nota del traduttore: a complemento dell’articolo di Zimmerman, riporto una conversazione con il Dr. Doug Rokke di Baltimora, medico dell'esercito USA che per primo rivelò lo scandalo dell'uranio impoverito riversato sull'Iraq.

Uranio Depleto, DU: una calamità assassina?

Scienzaepace mailing list, 28 dicembre 2002

Il Dr. Doug Rokke di Baltimora afferma: “Quando si va in guerra, l’obiettivo è quello di ammazzare, e il DU è il mezzo più valido che noi abbiamo a disposizione”  

Il Dr. Doug Rokke ha la fastidiosa abitudine di mettersi a ridere, quando probabilmente vorrebbe mettersi a gridare. Lui ride quando parla di campi di battaglia contaminati da scorie radioattive.

Non può smettere di ridere quando afferma che la questione è sotto copertura stretta del governo. Continua a ridere quando tratta dei suoi problemi di salute, che lui attribuisce alla negligenza deliberata dell’Esercito, e che probabilmente lo condurranno a morire. 

 La conversazione telefonica con Rokke  è abbastanza disturbata, anche senza le sue risate su questi orrori. Una eco insolita accompagna ogni espressione. Quando gli viene fatto notare questo strano risuonare, Rokke dichiara di non essere sorpreso: pensa che il suo telefono sia sotto controllo da anni.

È possibile tentare di liquidare Rokke come un instabile o un teorico del complotto, ma invece Rokke è un veterano da 35 anni dell’Esercito USA, e non è proprio un musone sempre malcontento.

Rokke ha seguito il progetto dell’Esercito USA sull’Uranio Depleto fin dalla metà degli anni Novanta, ed aveva ricevuto l’incarico per la bonifica del DU da parte dell’Esercito, dopo la Guerra del Golfo Persico. Inoltre ha diretto i laboratori di radiologia “Edwin R. Bradley” a Fort McClellan, Alabama.

Ora, se voi inserite il nome di Rokke in un motore di ricerca su un qualsiasi sito web di natura militare, non troverete alcuna risposta, come se Rokke non fosse mai esistito.

Se voi andate a leggere centinaia di pagine di documenti governativi e di innumerevoli trascrizioni di audizioni ufficiali riguardanti l’uso militare dell’Uranio Depleto, non troverete alcun riferimento su questo argomento a suo nome.

Questo è più di una cosa insolita, di scarsa rilevanza, dato che Rokke e il suo gruppo di lavoro erano in prima linea per cercare di stabilire i  potenziali rischi sulla salute e sull’ambiente generati dall’uso del DU sul campo di battaglia.

“Noi eravamo i migliori che avevano”, afferma Rokke. Non si sta vantando, ma sogghigna ancora.

L’uso del DU in combattimento è un’innovazione abbastanza recente. È stato usato per la prima volta durante la Guerra del Golfo Persico come componente indispensabile del munizionamento per perforare le armature dei mezzi blindati, per distruggere i carri armati.

I proiettili con DU, all’impatto, bruciano e sono così pesanti e caldi che dirompono con facilità attraverso l’acciaio. “È come prendere una matita e spingerla attraverso un foglio di carta,” ha affermato Rokke.

Allora, questa “matita” di Uranio esplode all’interno del suo obiettivo, creando una implacabile “tempesta di fuoco”. Rokke continua: “Questa roba è grandiosa come arma anticarro. Mette in grado le truppe USA di far fuori a lungo raggio i carri armati del nemico.”      

Secondo il sito web del Deployment Health Support Directorate, il DU è un “sottoprodotto del processo attraverso cui l’Uranio viene arricchito per produrre il combustibile nucleare e componenti di armi nucleari.” In altre parole, il DU è una scoria nucleare di basso livello. Secondo lo stesso sito web, il DU può contenere anche quantità in tracce di “nettunio, plutonio, americio, tecnezio-99 ed uranio-236.”  

Durante la Guerra del Golfo, è stato sparato un totale di 320 tonnellate di munizioni al DU.

Il compito di Rokke era di riuscire a capire come ripulire i carri armati USA, come aiutare le sfortunate vittime del “fuoco amico”, che erano incappate in colpi al DU. 

Dopo anni di lavoro di questa natura, in Kuwait e in Arabia Saudita, e su poligoni di esercitazione negli USA, nel 1996 Rokke arrivava a questa conclusione, comunicata agli alti gradi dell’Esercito, che il DU era così pericoloso che doveva essere bandito immediatamente dalle armi da combattimento.

Questa conclusione, Rokke ne è convinto, gli costò la carriera.

“La contaminazione era dappertutto”, sui carri bruciati, sui campi petroliferi in fiamme, sui corpi bruciati. Questo era il Kuwait dopo la Guerra del Golfo.

Rokke aveva un compito da assolvere, la decontaminazione dei carri armati USA contaminati da DU. Quello che Rokke rilevò, lo atterrì. “Dio mio! Questo è l’unico modo per descrivere tutto questo, la contaminazione era dappertutto.”       

Rokke e il suo gruppo stavano misurando livelli impressionanti di radiazioni oltre i 50 metri dai carri armati interessati: superiori ai 300 millirems all’ora per le radiazioni beta e gamma, e per la radiazione alfa dalle migliaia ai milioni di impulsi per minuto (CPM) su un contatore Geiger.

“L’intera area è stata inquinata. Sicuramente qui fa ancora ‘più caldo’ che all’inferno. Questa cosa non può più continuare!”

Questa squadra ha impiegato tre mesi per pulire 24 tanks per trasportarli di ritorno negli USA, e l’Esercito ha impiegato altri tre anni per decontaminarli del tutto.  

Ma i carri armati contaminati non sono l’unico problema.

Nel periodo di 72 ore dalle loro ricognizioni, Rokke e i componenti della sua squadra hanno cominciato a sentirsi male. Comunque, hanno continuato nel loro lavoro. Sono ritornati negli USA per eseguire test sulle basi dell’Esercito. Deliberatamente facevano saltare in aria carri armati con proiettili a DU, quindi correvano sul posto mentre i carri stavano ancora bruciando.

Videoregistravano le nuvole di ossido di uranio che si sprigionavano e misuravano la radioattività che veniva emessa.

Rokke ha dichiarato che nell’ultimo decennio 30 dei 100 suoi collaboratori in queste operazioni sono morti. 

I polmoni e i reni di Rokke sono pregiudicati. Lui ritiene che la polvere di ossido di uranio si sia “intrappolata” in permanenza all’interno dei suoi polmoni. Ha lesioni al cervello, pustole sulla sua pelle. Soffre per una sindrome di stanchezza cronica. Ha disturbi virulenti alle vie respiratorie, che comportano accessi di asma e di tosse, e soffre per mancanza di respiro quando fa esercizio fisico. Inoltre ha una fibromialgia, una patologia che gli causa una sofferenza cronica ai muscoli, ai legamenti e ai tendini.

Nel 1994, l’Ente di assistenza agli ex combattenti (VA) ha sottoposto Rokke a test per rilevare la presenza di uranio nel suo corpo; Rokke ha ricevuto l’esito di queste indagini dopo due anni e mezzo. Le sue urine contenevano 5000 volte la quantità consentita di uranio. 

Dopo anni di battaglie con il VA, Rokke  è riuscito ad ottenere una disabilità del 40%, ma non esistono dichiarazioni ufficiali che la sua malattia sia stata causata dal suo lavoro sul DU.

L’Esercito e il Pentagono continuano ad insistere che il DU è sicuro! Rokke afferma che sanno che non è così, dato che lui ha fornito loro le prove. Lui dichiara che loro non vogliono ammettere le prove dei pericoli del DU, visto che “loro si aspettano cose diverse e sbagliate, e stanno usando procedure erronee.”

Rokke ha dichiarato che il problema con il DU sta nel fatto che si sprigiona quando un proiettile scoppia e si infiamma. Il proiettile comincia a bruciare immediatamente, e più del 70 % del DU si ossida. Questo ossido di uranio polverizzato, sotto forma di aerosol, è la cosa realmente pericolosa, particolarmente quando viene inalato.       

Rokke insiste che lui e i suoi uomini indossavano un equipaggiamento di protezione, o che avrebbe dovuto proteggerli. Ma le loro maschere antigas erano in grado di filtrare particelle solo di 10 microns o di diametro maggiore. Secondo l’Esercito e il Pentagono, queste sono le dimensioni del diametro delle particelle di DU.

Per Rokke, invece, queste particelle hanno diametro inferiore ai 3 microns, e gli scienziati dei laboratori di Livermore hanno misurato essere addirittura di diametro inferiore ad 1 micron: quindi, le misure di precauzione che attualmente vengono applicate sono completamente inutili.

(Nota del traduttore: la dimensione del diametro delle nanoparticelle di DU è inferiore al diametro degli alveoli polmonari e quindi le particelle, oltre ad insediarsi con grande probabilità nei tessuti del sistema respiratorio, si riversano nel flusso sanguigno. Nel giro di una sessantina di secondi possono andare ad insediarsi in un qualsiasi organo più o meno recettivo del corpo e lì cominciare ad irradiare i tessuti circostanti con radiazioni corpuscolari α. Le particelle alfa o raggi alfa consistono di due protoni e due neutroni legati insieme, quindi sono una forma di radiazione corpuscolare altamente ionizzante e con un basso potere di penetrazione. I raggi alfa, a causa della loro carica elettrica, interagiscono fortemente con la materia e quindi vengono facilmente assorbiti dai materiali e possono viaggiare solo per pochi centimetri nell’aria. Possono essere assorbiti dagli strati più esterni della pelle umana e così generalmente non sono pericolosi per la vita, a meno che la sorgente non venga inalata o ingerita. In questo caso i danni sarebbero invece maggiori di quelli causati da qualsiasi altra radiazione ionizzante. Se il dosaggio fosse abbastanza elevato comparirebbero tutti i sintomi tipici dell'avvelenamento da radiazione.

Circa un quarto dei 700.000 soldati inviati alla Guerra del Golfo Persico hanno riportato un qualche tipo di malattia relativa alla Guerra del Golfo, e Rokke è persuaso che il DU ha qualche attinenza con tutto questo, associato con la grande quantità di sostanze chimiche alle quali le truppe sono state esposte, compresi bassi livelli di gas sarin, nubi tossiche da impianti petroliferi in fiamme, innumerevoli pesticidi, per non parlare delle tavolette anti gas nervini che i soldati sono costretti ad ingerire.

Se Rokke ha ragione sui pericoli del DU, perché il Ministero della Difesa lo continua ad usare ed insiste che questo è sicuro?   

“Quando si va in guerra, l’obiettivo è quello di ammazzare, e il DU è il mezzo più valido che noi abbiamo a disposizione”, così ha affermato Rokke.   

Rokke ritiene che l’esercito USA sta ponendo maggior attenzione sulla potenza di fuoco piuttosto che sulla salute e sulla sicurezza delle sue truppe.

Egli ha fatto suo un memorandum dei primi anni Novanta, che a suo dire comprova le sue affermazioni. 

Datato 1 marzo 1991, il memorandum é stato scritto dal Ten. Col. M.V. Ziehmn dei Laboratori di Los Alamos nel New Mexico.

“Vi é stata e continua ad esserci la preoccupazione che concerne l’impatto del dU [sic] sull’ambiente. Quindi, anche se non ci sono dubbi sull’efficacia del dU sul campo di battaglia, i proiettili al dU possono essere inaccettabili dal punto di vista politico e, perciò, dovrebbero essere eliminati dagli arsenali,” questo recita il memorandum. “Visto che le bombe perforanti al dU hanno fornito tutto il loro potenziale durante le nostre recenti attività di combattimento, allora noi dobbiamo garantirci sulla loro futura esistenza (fino a che non venga sviluppato qualcosa di meglio) tramite il servizio rifornimenti del Ministero della Difesa. Se questo non verrà garantito, è possibile che noi ci troviamo davanti alla perdita di una considerevole potenzialità di combattimento. Io penso che dobbiamo tenere a mente questo delicato problema.”

Per Rokke, il significato di questo memorandum è del tutto chiaro. Dato che le munizioni a DU sono tanto efficaci, devono continuare ad essere usate in combattimento, senza tanti riguardi per l’ambiente o per le conseguenze sulla salute.

L’altro problema è di natura finanziaria. Noti gli effetti reali del DU, i costi della bonifica diventerebbero assolutamente sbalorditivi. 

Le aree contaminate dal DU si estendono molto più oltre ai campi di battaglia del Golfo Persico. Rokke  ha ammesso che il DU è regolarmente usato nelle esercitazioni sul campo negli USA, in particolare negli Stati dell’Indiana, Florida, New Mexico, Massachusetts, Maryland

e Puerto Rico. Per non parlare del Kosovo, dove proiettili al DU sono stati usati per mettere fuori uso i carri armati dei Serbi.

Quando gli USA stavano sul punto di intraprendere un’altra guerra con l’Iraq, Rokke dichiarava che era sua intenzione mettere in guardia l’opinione pubblica Americana che questa guerra sarebbe stata ben peggiore della prima, e che il numero di soldati che si sarebbero ammalati a causa del DU probabilmente sarebbe stato molto maggiore.  

Rokke insiste di non essere un pacifista. “Io sono un combattente ed un patriota. Se si verificasse una minaccia contro gli USA, non esiterei un solo istante per andare a combattere.”

Ma afferma anche di voler parlare chiaro e tondo per il bene dei soldati americani, e per qualsiasi altra persona, anche per i soldati e i civili Iracheni, che potrebbero essere esposti all’azione del DU.

“Sto propagandando la pace, oggi? Sì, lo sto facendo.”

Rokke affermava che prima che si prendesse in considerazione l’eventualità di una nuova guerra contro l’Iraq, il DU doveva essere rimosso da ogni arsenale nel mondo.

Comunque, perché questo avvenisse, il Pentagono avrebbe dovuto ammettere che Doug Rokke era nel giusto, e avrebbe dovuto pagare un prezzo molto caro, fuori da ogni immaginazione.

Ma il denaro poteva ripagare le vite di coloro che erano morti, secondo Rokke, per causa del DU e il denaro avrebbe potuto espellere l’ossido di uranio dai polmoni di coloro che erano stati contaminati?

Rokke denuncia che al Pentagono c’è della gente che si rende conto di tutto questo, e che giudica tutte queste domande come inconcepibili. “Questo è assolutamente da criminali!”

 


Originale da: Global Research-Uranium Weapons, Low-Level Radiation and Deformed Babies

Articolo originale pubblicato il 1-1-2010

Thomas Bearden è un ingegnere elettronico statunitense. Da parecchi anni si occupa di armi scalari e di guerre climatiche. Recentemente è stato pubblicato un altro suo libro intitolato, Oblivion: America at the brink (Oblio: l'America sull'orlo dell'abisso).

Nel gennaio 1960 (43 anni fa!) Nikita Khruschev annunciò al Presidium: "Abbiamo una nuova arma, nel portafoglio dei nostri scienziati, talmente potente che, se usata senza ritegno, può distruggere tutta la vita sulla Terra. E' un'arma fantastica".

I Russi non hanno ancora rivelato di che arma si tratti, ma l'hanno sviluppata in segreto e l'hanno provata clandestinamente per vedere se l'Occidente potesse capire che cosa accadeva, se gli U.S.A. avessero già scoperto tale arma. Non era così. Nel 1997, 37 anni dopo l'annuncio di Khruschev della nuova arma (elettromagnetica e scalare), il Segretario della "Difesa" statunitense William Cohen lanciò un allarme, suggerendo che gli U.S.A. avessero infine compreso la natura ed il potere dell'arma.

"Altri (terroristi) stanno impiegando un eco-terrorismo col quale alterare il clima, causare terremoti, attivare vulcani a distanza con l'uso di onde elettromagnetiche. Quindi molte menti 'geniali' là fuori lavorano per trovare il modo di creare il terrore in altre nazioni".

Elettromagnetismo scalare e controllo meteorologico

Il clima anomalo globale non è un caso. Secondo la teoria superpotenziale, iniziata con il documento di E.T. Whittaker del 1904, è possibile produrre un campo magnetico (E.M.) ed un campo di forza energetico a distanza. Whittaker, nel 1904, mostrò che tutti i campi e le onde elettromagnetiche possono essere scomposti in due funzioni potenziali scalari. Ne consegue che, assemblando tali funzioni potenziali scalari in raggi, una può produrre un "interferometro potenziale scalare" dove i raggi potenziali si intersecano a distanza. In questa zona di interferenza, appaiono campi E.M. trasversi ordinari ed energia

Un potenziale scalare è un assemblaggio armonico di coppie d'onde E.M. longitudinali e bidirezionali, come mostrato in un documento di E.T Whittaker l'anno prima, nel 1903. Quindi si possono produrre le onde longitudinali necessarie in gruppi, per "assemblare" un potenziale scalare con ogni composizione LW interiore che si desidera. Dunque, usando onde longitudinali EM (LW), si possono produrre potenziali, campi ed onde.

Ne consegue che un'onda E.M. longitudinale, dato che non può cambiare trasversalmente a priori, non può variare la sua densità energetica tridimensionale. Invece deve variare nel dominio temporale. Risulta che abbiamo creato un'oscillazione della curvatura dello spazio-tempo, producendo un'onda E.M. longitudinale.

Ora possiamo ingegnerizzare gruppi di curvature spazio-temporali, assemblando propriamente le LW. Questa è una potente relatività generale, perché la forza E.M. viene adoperata come agente della curvatura spazio-temporale.

Ecco come viene eseguita generalmente l'ingegnerizzazione meteorologica: si impiegano due trasmettitori di raggio potenziale scalare, separati sulla necessaria base per formare un interferometro di raggio. Ora in questa zona di interferenza a distanza (IZ), abbiamo un potenziale di "vacuum" ambientale (potenziale spazio-temporale o stress spazio-temporale). Se la terra del circuito elettrico dei trasmettitori è SOPRA il potenziale ambientale nell'IZ, allora emerge la dispersione (riscaldamento) di energia EM nell'IZ. Questa è la modalità esotermica di operazione. Se la terra del circuito elettrico dell'interferometro è basata negativamente sotto il potenziale ambientale nell'I.Z., allora emerge energia E.M. convergente (raffreddamento) nell'IZ. Questa è la modalità endotermica d'operazione.

Pertanto disponendo la messa a terra elettrica dell'interferometro potenziale scalare, si può produrre riscaldamento o raffreddamento nella IZ distante. Se si "irradia", si produce costante riscaldamento o raffreddamento. Se si usa l'interferometro inviando impulsi, si produce un'esplosione distante di calore o di freddo.
[...] 

Esiste un'altra caratteristica che dobbiamo conoscere. Le onde longitudinali pure E.M. hanno velocità infinita (vedere gli studi di Rodrigues et al. sul sito del Los Alamos National Laboratory). In pratica si crea un'onda pseudo-longitudinale, così la sua energia e la sua velocità sono finite, ma possono avere una velocità V superiore a C.

 Un potenziale "scalare" non è per nulla un'entità scalare, poiché è un gruppo di onde longitudinali bidirezionali, come mostrato da Whittaker nel 1903. La massa è principalmente composta di spazio "vuoto" riempito di potenziali e campi, con particelle largamente separate. Nella sua scala, una "massa" sembra un sistema solare gigante.

Dato che i campi ed i potenziali non sono altro che L.W. (W. 1903 e 1904), allora il potenziale di stress dello spazio è un'autostrada per le LW. Significa che LW "molto buone" (ad esempio, onde pseudo-longitudinali sufficientemente pulite) passeranno attraverso terra e oceano, con scarsa attenuazione ed interazione.

Ora siamo pronti a vedere l'ingegnerizzazione meteorologica. Punta la zona di interferenza (I.Z.) dall'altra parte della Terra (spara attraverso terra e oceano) in un'area desiderata dell'atmosfera. Imposta positivamente i tuoi trasmettitori. Produci riscaldamento atmosferico nell'aria nella I.Z., così l'aria si espande ed hai prodotto una zona di "bassa" pressione. Ora usa un secondo interferometro impostato negativamente e piazzalo nella IZ distante desiderata. In questa I.Z. raffreddi l'aria: cosi diviene più densa e hai creato una zona di "alta" pressione.

Ora imposta molte di queste I.Z., vicino alle
scie degli aerei (chimici, n.d.r). La scia del jet sarà deviata verso la zona di bassa pressione e lontana da quella di alta pressione. Variando l'energia trasmessa ed il punto della I.Z. (muovila gradualmente), puoi guidare le scie dei jet e quindi il meteo risultante.

Vuoi generare delle trombe d'aria? Crea delle bande nei flussi dei jet e accelerale. Il momentum angolare addizionale impartito alle masse d'aria creerà piccole rotazioni (tornado). Puntando la I.Z. sotto l'oceano, puoi scaldare o raffreddare l'acqua in una zona selezionata, per un periodo di tempo. Così puoi aggravare o ridurre El Nino. Guidando e coordinando propriamente attorno alla Terra, il K.G.B. (sic) può creare molta pioggia o siccità in un'area, tempeste e trombe d'aria, un potente El Nino etc.

Vuoi gettare scompiglio fra le truppe? Concentra l'I.Z. in una zona come la faglia di S. Andrea in California. Usa la modalità di interferometria esotermica. In questo modo convogli energia lentamente nella zona. Lo stress aumenta. Può succedere che le placche scivolino e causi un terremoto. Se vuoi un potente sisma, immetti gradualmente l' energia, quindi costruisci una sorta di "sovrapotenziale" o "sovrapressione" oltre il punto dove le rocce normalmente scivolerebbero. Quindi quando lo fai partire, ne ottieni uno forte. Puoi capire che cosa può accadere, se uno gioca con i vulcani.

Il 4 Luglio 1976, il K.G.B. (sic) cominciò la sua ingegnerizzazione meteorologica massiccia sopra il Nord America. Continua anche oggi.
[...]

Quindi il meteo anomalo che tutti vedono nel mondo rimarrà anomalo. Infatti andrà peggio. C'è una guerra in corso.

Oggi almeno 15 stati, oltre al gruppo canaglia del K.G.B. in Russia, dispongono di armi scalari. L'ingegnerizzazione meteorologica è solo una delle PRIME possibilità. Le armi più potenti della terra non sono nucleari. Sono di potenziale quantico in natura e ricorrono ad un E.M. di Whittaker modificato per implementare la teoria della meccanica quantistica di David Bohme. Nel frattempo, dato che i nostri fisici ci omettono queste informazioni e continuano ad insegnarci vecchia elettrodinamica fallata, continueremo a vedere il clima ingegnerizzato e qualche terremoto ogni tanto. Comunque, ecco che cosa accade realmente con il meteo. Capitemi, non tutte le trombe d'aria sono artificiali! Molte di queste lo sono. Il meteo viene "guidato" tramite le scie dei velivoli.

Non so se vi interessa, ma lo espongo comunque. Molti scienziati non si trovano bene anche con la sola nozione che qualcosa sia sbagliato nei loto testi di fisica, però è così. Finché non cambieremo le basi necessarie, continueremo ad insegnare e ad usare una scienza inferiore. Continueremo a vedere un clima sempre più anomalo.


http://www.tankerenemy.com/2009/05/i-signori-del-tempo-armi-scalari-per.html

 

"Il negazionismo nucleare dell'OMS"

da Liberation

Da due anni ed un giorno esattamente, una manifestazione silenziosa e pacifista si tiene davanti alla sede dell'organizzazione mondiale della salute (OMS), a Ginevra. Dal 26 aprile 2007, un gruppo di cittadini milita per la revisione degli statuti dell'OMS affinché l'agenzia diventi indipendente in materia di irraggiamenti ionizzati.
I militanti denunciano il bilancio ufficiale di Chernobyl, stabilito per l'organizzazione nell'aprile 1996, o dieci anni dopo la catastrofe: 32 morti, 200 irradiati e 2000 cancri della tiroide.
Sebbene rivisti al rialzo nel settembre 2005,( una cinquantina di morti e 4000 cancri della tiroide), ossia 19 anni dopo l'incidente, queste cifre non corrispondono alla realtà, secondo il collettivo independente WHO che raggruppa parecchi ONG all'origine della mobilitazione. Essi menzionano l'esistenza di 600000 a 800000 liquidatori alla salute letteralmente sacrificata per pulire le conseguenze della catastrofe.
Ogni giorno lavorativo, dalle 8 alle 18, delle persone sostano davanti all'edificio ginevrino per chiedere la revisione dell'accordo del 1959 che lega l'OMS all'agenzia internazionale dell'energia atomica (AIEA). Da un lato, un'agenzia sensata promuovere l'atomo civile, dall'altro, un'organizzazione sensata garantire la salute delle popolazioni. Tra i due, una contraddizione insolubile. Questo accordo impone che le due organizzazioni si consultino per regolare le loro dispute ma prevede anche "certe misure restrittive per salvaguardare il carattere confidenziale di certi documenti." L'oms dipende dal Consiglio economico e sociale delle Nazioni-uniti, mentre l'AIEA dipende dal Consiglio di sicurezza.
La prima è piuttosto subordinata alla seconda. Il collettivo ha scritto una lettera aperta alla direttrice dell'OMS, Margaret Chan, per denunciare il "negazionismo nucleare dell'OMS che tende a negare al tempo stesso l'evidenza scientifica degli effetti patogeni degli irraggiamenti ionizzanti sui viventi ed a non riconoscere tutti i danni causati alla salute delle popolazioni per gli irraggiamenti artificiali." Fino qui senza risposta.
Anche se l'OMS guadagnava una più grande indipendenza nei confronti l'AIEA, niente indica che rivedrebbe il suo bilancio ufficiale di Chernobyl. Il processo promette di essere lungo, molto lungo...
In effetti, occorre che la risoluzione di revisione sia votata durante un'assemblea generale dell'OMS che si tiene sempre in maggio. Innanzitutto, occorre che questa risoluzione sia iscritta all'ordine del giorno che è stabilito dal Consiglio esecutivo in gennaio. Occorre dunque che un Stato Membro proponga al Consiglio esecutivo di mettere questa domanda all'ordine del giorno ed un altro Stato Membro per assecondarlo. Finora, il collettivo ha identificato parecchi Stati suscettibili di sostenere il progetto di revisione: l'Australia, l'Austria, il Belgio, la Bolivia, il Canada, Cuba, l'Irlanda, la Norvegia, la Svizzera ed il Venezuela.

 

 

Chernobyl rimane radioattiva dopo 23 anni... ancora più di quanto originariamente previsto
Traduzione di Progetto Humus da http://news.softpedia.com



Di Tudor Vieru, Scienze Editor  - articolo originale da Wired

Parlando alla riunione annuale dell’America Geophysical Union (AGU), lo scorso lunedì, un gruppo di esperti ha rivelato un fattore problematico a Chernobyl, sul sito della centrale nucleare esplosa nel 1986.
Recenti misurazioni effettuate nella zona di esclusione, in cui gli esseri umani non possono accedere senza dispositivi di protezione individuale, hanno rilevato che il materiale radioattivo ricaduto nell’area è risultato quantitativamente di gran lunga lontano dal livello di degrado previsto.
In altre parole, gli scienziati dicono che ci vorrà molto più tempo affinchèi suoli potranno ritornare puliti rispetto a quanto creduto inizialmente.
Precedenti stime, basate sul fatto che il Cesio 137 ha un tempo di dimezzamento pari a 30 anni, affermavano che la zona di esclusione, evaquata, sarebbe potuta essere ripopolata in tempi brevi.
Ma gli esperimenti rivelano che il materiale radioattivo non si decompone così velocemente come previsto, e gli scienziati non hanno idea del perché questo stia accadendo.
Il 26 aprile 1986, Chernobyl fu il più grave incidente nucleare del mondo, classificato al livello 7 della Scala Internazionale degli eventi atomici. Le sue conseguenze, aggravate anche dal silenzio che le ha coperte, hanno visto molteplici persone esposte a dosi letali di radiazioni.
“Il tempo necessario affinchè la zona possa essere ripopolata è più lungo di quanto previsto. Le nuove stime sottolineano che il tempo di dimezzamento per Cesio 137, diffusosi all'esterno, è tra i 180 ed i 320 anni. Questo getta acqua fredda sui piani delle autorità ucraina di voler avviare il riutilizzo di quei terreni”, dice lo scienziato nucleare Tim Jannick del Savannah River National Laboratory.
“Sono stato coinvolto, per molti anni, negli studi che riguardano Chernobyl, ma questo in particolare potrebbe essere di grande importanza per molti ricercatori, specialmente per quelli dei Dipartimenti per l’Energia”, dice l’esperto di bonifica nucleare, Boris Faybishenko, del Lawrence Berkeley National Laboratory.
Questo studio offre una finestra di opportunità per studiare tutti i possibili effetti di avvelenamento da radiazioni sull’ambiente e sugli ecosistemi. Negli ultimi vent’anni sono stati molti i team di ricercatori che hanno continuato a studiare ed analizzare elementi come lo stronzio, cesio e gli isotopi di plutonio presenti nei terreni intorno alla centrale atomica di Chernobyl.

 Tutto giusto quello che dite sul nucleare, ma la situazione è ancora più grave.     di Giulio Serra

 

Tutto giusto quello che dite sul nucleare, ma la situazione è ancora più grave.

Dal 1970 mi occupo di problemi energetici e cerco di tenermi sempre aggiornato.

Sono tra l'altro perito nucleare ma non sono mai stato favorevole al nucleare fin dal momento in cui ho capito la situazione.

Sul nucleare ho notato che nessuno parla della provenienza e della tossicità dell'uranio e affini.

Bastano 50 microgrammi di uranio o di torio come dose letale (col plutonio molto meno).

non per la radioattività ma perche sono metalli pesanti come il piombo presente fino a poco tempo fa nella benzina.

Le miniere sono localizzate tutte in territori colonizzati dai bianchi cioè in canada territori inuit in australia territori aborigeni e così via (Nigeria,Kazakistan).

Il tenore di uranio nel grezzo è ormai molto basso circa 0,1 % mentre 20 anni fa era di 2-3%.

I giacimenti  migliori si localizzano o in aree desertiche (ci vuole molta acqua per lavare il grezzo) oppure troppo vicino a centri abitati come nel caso del queensland in australia o del british columbia in canada.

Il 90% dei giacimenti di uranio sono di difficile o impossibile conversione in miniere, il risultato le 420 centrali attualmente presenti nel mondo avranno combustibile al più per 20-30 anni al massimo (grazie alle riserve altrimenti saremmo già fuori).

Quale disastro mettersi ora nel nucleare, buttare 40 miliardi per niente, inoltre con i tedeschi che hanno provato dati alla mano che non vi è possibilità di mettere in sicurezza i rifiuti  per i 100 mila anni richiesti (vetrificazione troppo costosa).

Si prospetta un flop gigantesco che dovremo coprire con i nostri soldi.

Inoltre I costi non sono tutti computati nel calcolo del KWh nucleare così ad esempio lo smaltimento finale della centrale, la sicurezza, gli stessi rifiuti non sono computati.

Il cosiddetto depleto non è calcolato come rifiuto ma in realtà lo è.

Circa 80 tonnellate di uranio per centrale anno finiscono in discarica.

Siamo a circa 4 metri cubi per anno per centrale.

 

Altri 2 metri cubi di rifiuti che escono dalla centrale per anno (potenza di 1000 MW) Come dice Scaiola neanche un metro cubo. 

Allego qualche sito interessante sul nucleare:

combustibile insufficiente:

http://www.wise-uranium.org/umaps.html/

2007 uranium production vs. Requirements balance

fabbisogno eccessivo di acqua:

http://www.ucsusa.org/clean_energy/nuclear_safety/got-water-nuclear-power.html

il nucleare è molto caro e non esiste il nuovo e sicuro:

http://nonewnukes.ukrivers.net/starthere.html

attualmente le energie più economiche sono l'eolico ed il solare a basso costo per KWh prodotto:

come il sistema a concentrazione solare fotovoltaico della pyron dei coniugi Laing:

http://www.pyronsolar.com/

come le nuove celle fotovoltaiche economiche ed ecologiche(senza silicio cristallino):

http://www.sulfurcell.de/

riduzione dei rifiuti come risparmio energetico:

riusando le bottiglie in vetro e proibendo gli imballi a perdere si risparmierebbe l’equivalente energetico di due grosse centrali nucleari:

http://www.mehrweg.at/

http://www.bundesabfallwirtschaftsplan.at/

le energie del futuro sono qualcosa di radicalmente diverso da quanto oggi conosciamo:

 

http://users.elo.com.br/~deaquino/

dimostrazione dell’antigravità:

http://www.ilsb.tuwien.ac.at/~tajmar/

nuove tecniche contro il cancro,efficaci,naturali regrediscono la malattia:

http://solarlaser.com/customers.html

http://www.patentstorm.us/patents/6410568/description.html

Ho costruito casa nostra con materiali bio ecologici economici ed energy saver ben 15 anni fà:

http://www.termofon.com/

http://www.baumit.com/

isolante da carta di giornale riciclata(invece di bruciarla):

http://www.thermofloc.com/

ho costruito con:

http://www.holzbau-themessl.com/

che ora costruisce ad energia zero.

 

Articolo originale: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=29864

 

Nucleare: il Governo italiano continua a sostenere l'interesse di pochi poteri forti.
 
di Giancarlo Terzano

 

Dopo il non-accordo di Copenaghen, anche a casa nostra la politica degli interessi a vantaggio di pochi continua ad andare dritta per la sua strada. Si è discusso, infatti, il decreto con i criteri per l'individuazione dei siti dove saranno costruite le centrali nucleari in Italia, nell’ambito del Consiglio dei Ministri convocato per le 15 di ieri.

Due, in particolare, gli schemi di decreti legislativi presentati dal Ministero dello Sviluppo Economico che sono stati presi in esame. Uno, compreso nella “Legge Sviluppo”, in merito alla “localizzazione ed esercizio di impianti di produzione di energia elettrica e nucleare, di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio, nonché misure compensative e campagne informative”. L’altro, riguardante “il riassetto della normativa su ricerca e coltivazione delle risorse geotermiche”.

Da quanto si apprende, il testo del decreto non contiene una lista specifica dei siti, ma i criteri per l'individuazione delle aree su cui sarà possibile costruire gli impianti nucleari. Avvicinandosi le elezioni amministrative di marzo, è comprensibile che non si indichino luoghi precisi.

Al ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola che rassicura come “Sono stati rispettati gli impegni con i nostri elettori e con il Parlamento e i tempi ci sono affinchè venga rispettato il termine previsto, anche attraverso il percorso della Conferenza Stato-Regioni e il percorso delle commissioni parlamentari», Fare Verde ricorda che il nucleare, oltre ad essere costoso ed obsoleto e a richiedere un tempo comunque troppo lungo rispetto all’emergenza ambientale e alla crisi economica, non ci costringe a migliorare l'efficienza con cui utilizziamo l’energia elettrica. È il modo più vecchio ed inefficace per affrontare problemi nuovi: gli stessi sostenitori delle centrali atomiche ammettono, infatti, che si tratterebbe di una tecnologia “di transizione”, sebbene l’impatto ambientale ed economico sia tutt’altro che proporzionato ai tempi di passaggio a cui sarebbe finalizzato.

Una risposta concreta alle proposte visionarie con cui il Governo italiano continua a sostenere il nucleare, l’ha data la Electrolux di Scandicci. Passata recentemente da produttore di elettrodomestici a costruttore di pannelli solari, l’azienda ha riassunto 370 dipendenti con lo stesso livello salariale e con la garanzia del posto di lavoro per 3 anni: una conferma reale che le risposte alla crisi ambientale, economica ed energetica si possono trovare solo nell’uso razionale dell’energia e con una produzione distribuita su piccola scala mediante l’uso di fonti rinnovabili. Costruire una centrale nucleare oggi per affrontare mutamenti climatici ed esaurimento delle fonti fossili di energia in non meno di dieci anni, significa solo buttare una quantità enorme di denaro e devastare per sempre pezzi preziosi della nostra terra sui quali dovranno essere costruite opere faraoniche ed irreversibili.

Che la caparbietà con cui il Governo italiano continua a sostenere la bufala del nucleare sia spiegabile solo con interessi economici a vantaggio di pochi e non esattamente con l’interesse generale del Paese?

 

Articolo originale: www.fareverde.it/informati/notizie.php