Quartiere Libero

a cura di COLLETTIVO SOLSTIZIO D'INVERNO

 Honduras: il colpo di Stato legittimato dagli Stati Uniti

 In seguito alle elezioni del 29 novembre 2009 segnate da una forte astensione e inficiate di frode, Porfirio (Pepe) Lobo avvia la successione di una dittatura che ha estromesso con la forza il presidente legittimo Manuel Zelaya, il 27 gennaio 2010. Così, Porfirio Lobo entra al supremo magistero in un paese in cui gran parte degli elettori non lo riconoscono. La resistenza ha il merito di aver svegliato la coscienza politica di un gran numero di cittadini che pensano che questo passaggio di poteri non serva che a legittimare i golpisti allo scopo di incoraggiare altri rovesci di governi progressisti nella regione.

La collusione tra la dittatura militare e Porfirio Lobo non potrebbe essere più chiara. A titolo d’esempio, costui preferì restare in Honduras e rimandare il suo viaggio negli Stati Uniti, dove aveva l’abitudine di recarsi per il suo compleanno, allo scopo di assistere all’omaggio delle Forze armate in onore dei suoi 62 anni, il 22 dicembre 2009. Ricordiamo che le forze armate sono direttamente implicate nel colpo di stato e Porfirio Lobo aspetterà il 26 febbraio per sostituire il generale Romero Vasquez Velàsquez, capo delle forze armate.

Anche dopo aver ufficialmente lasciato il potere, Roberto Micheletti, sostenuto dall’Opus Dei, riceve gli elogi del cardinale Oscar Rodriguez: “Oggi è un giorno speciale per rendere grazie a Dio, con la vergine Maria, per il nostro Honduras, per la libertà, la sovranità e l’indipendenza che don Roberto Micheletti ha saputo difendere con le forze armate e al fianco delle migliaia di honduregni che vogliono contribuire a risolvere e non a creare problemi”, proclamò durante una messa celebrata il 3 febbraio 2010, alla presenza del nuovo capo di stato Porfirio Lobo (1).
Alla vigilia dell’accesso di Lobo al Palazzo Presidenziale il 27 gennaio scorso, il parlamento votava l’amnistia per ogni persona implicata nella oscura storia della dittatura. Il presidente Manuel Zelaya rovesciato dai golpisti, lascia l’ambasciata del Brasile a Tegucigalpa, dove aveva trovato rifugio per più di quattro mesi, per raggiungere la Repubblica Dominicana.

Occorre dire che l’elezione organizzata sotto il regno del sanguinario dittatore è stata riconosciuta da Hillary Clinton. Con Hugo Llòrens, ambasciatore statunitense sempre in sede, essa si è complimentata il 9 dicembre con Porfirio Lobo, vincitore contestato delle urne (2). Già solo qualche giorno dopo le elezioni, Hugo Llòrens gli ha telefonato per augurargli buona fortuna assicurandogli che gli Stati Uniti lavoreranno con lui per il bene dei due paesi; “Le nostre relazioni saranno molto forti”, conclude.

Obama, la cui campagna è stata in gran parte finanziata dalla grande banca di investimenti Goldman Sachs (la medesima che è accusata di aver falsificato i conti del debito greco), non smarrisce il senso degli affari e il 29 gennaio, due giorni dopo l’investitura di Porfirio Lobo e la partenza in esilio politico di Manuel Zelaya, gli Stati Uniti annunciano la ripresa del loro aiuto finanziario di 30 milioni di dollari l’anno all’Honduras. “L’isolamento dell’Honduras non è una buona cosa. A Washington, cerchiamo già il modo di riprendere la nostra assistenza economica”, spiegava allora l’ambasciatore Hugo Llòrens.

Il 10 febbraio, è la volta della Banca Mondiale di riprendere il servizio e di annunciare una ripresa dell’aiuto all’Honduras con un prestito di 390 milioni di dollari. Juan José Daboub, direttore generale della banca, che firma con Porfirio Lobo la riapertura dei crediti, afferma: “Per la Banca centrale, è importante annunciare che siamo qui per continuare ad aiutare il popolo honduregno, in particolare i più vulnerabili” (3). Che ipocrisia quando si sa per certo che questi nuovi prestiti non faranno che appesantire un debito che pesa già enormemente sulla popolazione di questo piccolo paese povero molto indebitato (iscritto nell’iniziativa PPTE).

Infine, il 5 marzo, il FMI riconosce ufficialmente il governo di Porfirio Lobo e riapre la linea di credito momentaneamente sospesa: 160 milioni di dollari sono così sbloccati e, per riprendere la famosa espressione di John Perkins, una missione composta “da assassini finanziari” dell’istituzione si prepara già a recarsi sul posto. Vi lasciamo indovinare il seguito... L’Unione Europea, ispirata dagli stessi interessi neoliberali dice di voler rilanciare i negoziati con l’America Centrale (4). Lo conferma la visita in America Centrale di Juan Pablo De Laiglesia, responsabile per l’America Latina, in vista di un accordo associativo tra l’UE e la regione.

Questa visita avviene una settimana dopo il ritorno al loro posto dei due ambasciatori spagnolo e francese (l’ambasciatore spagnolo che era stato richiamato tre giorni dopo il colpo di stato, ha ripreso il suo posto a Tegucigalpa il 4 febbraio). De Laiglesia ne approfitterà per invitare Lobo a Madrid in occasione del vertice UE - America Latina e Caraibi nel maggio prossimo. L’importantissimo contro-vertice che si prepara in questa occasione nella capitale spagnola con rappresentanti dei movimenti sociali dei due continenti, non mancherà di denunciare questo presidente illegittimo, erede della dittatura.

Secondo Juan Barahona del FNRP (Frente Nacional de Resistencia Popular), la “Commissione della Verità” proposta dal governo e inclusa negli accordi Tegucigalpa/San José per indagare sui crimini commessi durante la dittatura “non ha senso”, essa serve a “lavare” il colpo di Stato al fine di assicurare l’appoggio della comunità internazionale. “Essi fanno le cose al contrario: prima dichiarano liberi da ogni peccato i golpisti e adesso vogliono formare la Commissione della Verità; la Commissione può dire ciò che vuole, ma questo rapporto non ha senso”, dice (5).
Parodia della storia, Lobo, peraltro uno degli istigatori del colpo di Stato, lancia in tutta impunità un mandato di arresto internazionale nei confronti dell’ex presidente Zelaya e di cinque membri della sua squadra di governo per atti di supposta corruzione.

Tuttavia, la lotta determinata della resistenza prosegue e il CADTM (Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo) tiene a ringraziare vivamente le cittadine e i cittadini solidali, come quelle e quelli che tramite il CADTM Grenoble la sostengono finanziariamente. Dobbiamo proseguire le mobilitazioni affinché i nostri governi e l’UE non riconoscano questo governo illegittimo, ed esigere che un’inchiesta indipendente si organizzi immediatamente per giudicare i numerosi crimini commessi sotto la dittatura di Micheletti e che proseguono sotto il governo Lobo.


Tradotto dal sito: http://www.michelcollon.info
Traduzione dal francese per l’Ernesto online a cura di Massimo Marcori

 

In seguito alle elezioni del 29 novembre 2009 segnate da una forte astensione e inficiate di frode, Porfirio (Pepe) Lobo avvia la successione di una dittatura che ha estromesso con la forza il presidente legittimo Manuel Zelaya, il 27 gennaio 2010. Così, Porfirio Lobo entra al supremo magistero in un paese in cui gran parte degli elettori non lo riconoscono. La resistenza ha il merito di aver svegliato la coscienza politica di un gran numero di cittadini che pensano che questo passaggio di poteri non serva che a legittimare i golpisti allo scopo di incoraggiare altri rovesci di governi progressisti nella regione.

La collusione tra la dittatura militare e Porfirio Lobo non potrebbe essere più chiara. A titolo d’esempio, costui preferì restare in Honduras e rimandare il suo viaggio negli Stati Uniti, dove aveva l’abitudine di recarsi per il suo compleanno, allo scopo di assistere all’omaggio delle Forze armate in onore dei suoi 62 anni, il 22 dicembre 2009. Ricordiamo che le forze armate sono direttamente implicate nel colpo di stato e Porfirio Lobo aspetterà il 26 febbraio per sostituire il generale Romero Vasquez Velàsquez, capo delle forze armate.

Anche dopo aver ufficialmente lasciato il potere, Roberto Micheletti, sostenuto dall’Opus Dei, riceve gli elogi del cardinale Oscar Rodriguez: “Oggi è un giorno speciale per rendere grazie a Dio, con la vergine Maria, per il nostro Honduras, per la libertà, la sovranità e l’indipendenza che don Roberto Micheletti ha saputo difendere con le forze armate e al fianco delle migliaia di honduregni che vogliono contribuire a risolvere e non a creare problemi”, proclamò durante una messa celebrata il 3 febbraio 2010, alla presenza del nuovo capo di stato Porfirio Lobo (1).
Alla vigilia dell’accesso di Lobo al Palazzo Presidenziale il 27 gennaio scorso, il parlamento votava l’amnistia per ogni persona implicata nella oscura storia della dittatura. Il presidente Manuel Zelaya rovesciato dai golpisti, lascia l’ambasciata del Brasile a Tegucigalpa, dove aveva trovato rifugio per più di quattro mesi, per raggiungere la Repubblica Dominicana.

Occorre dire che l’elezione organizzata sotto il regno del sanguinario dittatore è stata riconosciuta da Hillary Clinton. Con Hugo Llòrens, ambasciatore statunitense sempre in sede, essa si è complimentata il 9 dicembre con Porfirio Lobo, vincitore contestato delle urne (2). Già solo qualche giorno dopo le elezioni, Hugo Llòrens gli ha telefonato per augurargli buona fortuna assicurandogli che gli Stati Uniti lavoreranno con lui per il bene dei due paesi; “Le nostre relazioni saranno molto forti”, conclude.

Obama, la cui campagna è stata in gran parte finanziata dalla grande banca di investimenti Goldman Sachs (la medesima che è accusata di aver falsificato i conti del debito greco), non smarrisce il senso degli affari e il 29 gennaio, due giorni dopo l’investitura di Porfirio Lobo e la partenza in esilio politico di Manuel Zelaya, gli Stati Uniti annunciano la ripresa del loro aiuto finanziario di 30 milioni di dollari l’anno all’Honduras. “L’isolamento dell’Honduras non è una buona cosa. A Washington, cerchiamo già il modo di riprendere la nostra assistenza economica”, spiegava allora l’ambasciatore Hugo Llòrens.

Il 10 febbraio, è la volta della Banca Mondiale di riprendere il servizio e di annunciare una ripresa dell’aiuto all’Honduras con un prestito di 390 milioni di dollari. Juan José Daboub, direttore generale della banca, che firma con Porfirio Lobo la riapertura dei crediti, afferma: “Per la Banca centrale, è importante annunciare che siamo qui per continuare ad aiutare il popolo honduregno, in particolare i più vulnerabili” (3). Che ipocrisia quando si sa per certo che questi nuovi prestiti non faranno che appesantire un debito che pesa già enormemente sulla popolazione di questo piccolo paese povero molto indebitato (iscritto nell’iniziativa PPTE).

Infine, il 5 marzo, il FMI riconosce ufficialmente il governo di Porfirio Lobo e riapre la linea di credito momentaneamente sospesa: 160 milioni di dollari sono così sbloccati e, per riprendere la famosa espressione di John Perkins, una missione composta “da assassini finanziari” dell’istituzione si prepara già a recarsi sul posto. Vi lasciamo indovinare il seguito... L’Unione Europea, ispirata dagli stessi interessi neoliberali dice di voler rilanciare i negoziati con l’America Centrale (4). Lo conferma la visita in America Centrale di Juan Pablo De Laiglesia, responsabile per l’America Latina, in vista di un accordo associativo tra l’UE e la regione.

Questa visita avviene una settimana dopo il ritorno al loro posto dei due ambasciatori spagnolo e francese (l’ambasciatore spagnolo che era stato richiamato tre giorni dopo il colpo di stato, ha ripreso il suo posto a Tegucigalpa il 4 febbraio). De Laiglesia ne approfitterà per invitare Lobo a Madrid in occasione del vertice UE - America Latina e Caraibi nel maggio prossimo. L’importantissimo contro-vertice che si prepara in questa occasione nella capitale spagnola con rappresentanti dei movimenti sociali dei due continenti, non mancherà di denunciare questo presidente illegittimo, erede della dittatura.

Secondo Juan Barahona del FNRP (Frente Nacional de Resistencia Popular), la “Commissione della Verità” proposta dal governo e inclusa negli accordi Tegucigalpa/San José per indagare sui crimini commessi durante la dittatura “non ha senso”, essa serve a “lavare” il colpo di Stato al fine di assicurare l’appoggio della comunità internazionale. “Essi fanno le cose al contrario: prima dichiarano liberi da ogni peccato i golpisti e adesso vogliono formare la Commissione della Verità; la Commissione può dire ciò che vuole, ma questo rapporto non ha senso”, dice (5).
Parodia della storia, Lobo, peraltro uno degli istigatori del colpo di Stato, lancia in tutta impunità un mandato di arresto internazionale nei confronti dell’ex presidente Zelaya e di cinque membri della sua squadra di governo per atti di supposta corruzione.

Tuttavia, la lotta determinata della resistenza prosegue e il CADTM (Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo) tiene a ringraziare vivamente le cittadine e i cittadini solidali, come quelle e quelli che tramite il CADTM Grenoble la sostengono finanziariamente. Dobbiamo proseguire le mobilitazioni affinché i nostri governi e l’UE non riconoscano questo governo illegittimo, ed esigere che un’inchiesta indipendente si organizzi immediatamente per giudicare i numerosi crimini commessi sotto la dittatura di Micheletti e che proseguono sotto il governo Lobo.


Tradotto dal sito: http://www.michelcollon.info
Traduzione dal francese per l’Ernesto online a cura di Massimo Marcori

 

 

di Carlos A. Pereyra Mele - 19/02/2010

 

Dibattito sul bicentenario dell’America Latina


Quest’anno 2010 ci avviamo a commemorare i duecento anni delle lotte per l’indipendenza dell’America conquistata dalla Spagna cinque secoli fa (12 ottobre 1492). Quello che è in dibattito è il ruolo dell’America latina in questo nuovo secolo XXI. Il lettore di altre latitudini mi dovrà consentire di fare alcune considerazioni su questo processo indipendentista che, in genere, ha inizio nell’anno 1810 (nel 1809, l’attuale Bolivia si solleva contro il potere coloniale, ma è sconfitta) e che finisce con la battaglia di Ayacucho nel 1826. La maggior parte del continente americano, dal Messico fino alla Patagonia, è affrancata, tranne Puerto Rico e Cuba che lo faranno verso la fine del secolo XIX. Le lotte per l’indipendenza si sono svolte tra creoli, i quali si sono divisi in due bandi: i monarchici, favorevoli alla Spagna, e gli indipendentisti, questa è una conseguenza della conquista spagnola, che oltre a imporre il proprio idioma, i suoi costumi, la sua religione, il suo sistema politico e commerciale, consentì il meticciato tra europei e nativi, originando una forte classe creola (diversa da quella della colonizzazione anglosassone e francese nelle Americhe). La Spagna, invasa da Napoleone Bonaparte e distrutta la sua flotta nella battaglia di Trafalgar (1805), perdette le sue colonie a scapito della nuova potenza mondiale, l’Inghilterra, la quale spalleggiò i movimenti separatisti con uomini, denaro, armi e logge massoniche. L’eroica storia dell’Indipendenza dell’America spagnola culminerà con l’insediamento di governi oligarchici, quasi tutti portuari a scapito dei popoli dell’entroterra continentale e con la balcanizzazione dell’America spagnola in diciannove repubbliche e una nuova dipendenza coloniale, ora nei confronti dell’Inghilterra, per via del ruolo assunto dai fornitori di materie prime. Il primo centenario dell’Indipendenza (1910), vide i paesi di lingua spagnola in una situazione di dipendenza commerciale, economica e politica con l’Inghilterra. Verso la fine del secolo XIX appariva un nuovo giocatore imperiale nelle Americhe: gli Stati Uniti del Nordamerica, il quale aveva già tolto la metà del territorio al Messico e, nel 1898, avrebbe tolto alla Spagna gli ultimi possedimenti nel mare dei Caraibi, Cuba e Puerto Rico, rivendicando i Caraibi come “mare nostrum” (questo nuovo imperialismo fu denunciato dal grande poeta e scrittore argentino, Miguel Ugarte), e sostituendola, perciò c’era poco da festeggiare in quel primo centenario, come aveva manifestato il rivoluzionario Antonio Nariño, quando sentenziò: “che avevamo cambiato di padrone”.

Il secolo XX si contraddistinguerà per i popoli di lingua spagnola come un periodo di conflitti per l’affermazione della propria identità e di rottura con le oligarchie native e con la dipendenza imperiale, si distinguono diversi processi ma, per la loro trascendenza, elenchiamo quelli che hanno segnato una svolta: la rivoluzione messicana che troncava con l’oligarchia che aveva guidato il paese e insedia un governo nazionalista che, con il generale Cárdenas, rappresenterà la sua massima espressione (nazionalizzazione del petrolio). La lotta del generale Sandino contro l’ingerenza imperiale nordamericana in Nicaragua, diventerà un altro riferimento importante; negli anni cinquanta l’Argentina, con il generale Perón, contribuirà nel continente sudamericano con politiche che si possono sintetizzare in uno sviluppo dell’industria leggera nazionale, la ricerca nucleare, così come in un avanzamento nella coscienza del popolo lavoratore, mediante le sue molteplici organizzazioni sociali (sindacati, associazioni, unioni di ogni sorta). La sua politica internazionale d’integrazione sudamericana e di terza posizione, vinse l’opposizione nordamericana sin dall’inizio, la quale finisce per rovesciarlo nel 1955. Dobbiamo anche ricordare un’altra pietra miliare del secolo XX, la rivoluzione cubana, che rompe con la dipendenza di questo paese dagli Stati Uniti. Chi ha sviluppato una splendida sintesi di queste correnti del pensiero nazionale, sottovalutate con il termine di “populismo”, in America latina è il filosofo argentino Alberto Buela**.

Attualmente, l’America ispana si trova di fronte a nuove sfide e, come duecento anni fa, ci troviamo davanti a cambiamenti mondiali trascendenti, che vanno di là dalle teorie apocalittiche della fine dell’impero americano o della fine del capitalismo. Di quello che sì siamo certi è che l’attuale dinamica globale geopolitica e geostrategica, tende alla creazione di molteplici poli di potere e, per questa ragione, si deve dibattere su queste nuove realtà per partecipare nuovamente nello scacchiere mondiale. Tre sono i progetti che vogliono imporsi nella nostra America:

1.- il progetto degli Stati Uniti per le Americhe***, il quale come abbiamo già accennato in altre occasioni, con frequenza fa uso della macchina militare come nei casi dei: Plan Colombia, Plan Puebla (e la loro presenza correlata di basi militari nel continente). Fino ad oggi, il programma del Commando Sud degli USA per l’America, noto come piano 2016, è in fase di sviluppo e, siccome si è arrestato il piano ALCA per le Americhe, ricorrendo agli accordi bilaterali conosciuti sotto il nome di trattati di libero commercio (TLC), due stati dell’America meridionale formano parte dello stesso, Cile e Perù. Questo trattato comprende lo IIRSA (Iniziativa per l’Integrazione dell’Infrastruttura Regionale Sudamericana), programmata per stabilire i canali interoceanici che collegheranno i due oceani e sveltire l’uscita delle merci verso l’Europa, l’Asia e gli USA.

2.- Il progetto dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA), che si fonda sull’asse di un progetto geopolitico del Venezuela del colonnello Hugo Chávez Frías, nel quale hanno aderito Ecuador e Bolivia, insieme a Cuba e Nicaragua. Questo progetto cerca di stabilire politiche molto dinamiche per il consolidamento di una moneta regionale e una banca per lo stimolo dell’economia sudamericana. Avere una politica internazionale che fronteggi i TLC. La crisi economica internazionale ha colpito i prezzi del petrolio, il che ha impedito la realizzazione di molti progetti di questo gruppo, come è il caso del gasdotto del Sud e ha dato adito ai settori oppositori di Chávez per destabilizzare il suo governo. Lo scontro con gli USA lo ha anche costretto a compiere ingenti sforzi per rafforzare le sue forze armate di fronte alla possibilità di un conflitto con il suo vicino colombiano, in particolare, dall’entrata in vigore dell’accordo tra Colombia e America, il quale ha consentito il rafforzamento delle basi militari di quest’ultimo in territorio colombiano con la giustificazione della lotta contro le FARC e il narcotraffico, il che ha spinto a Chávez stabilire degli accordi con Russia e Cina per fornirsi di armi dissuasive e, insieme ai paesi dell’ALBA, potenziare i rapporti con l’Iran.

3.- il Progetto integrazionista del Brasile per il continente sudamericano, osteggiato dai rappresentanti dei poteri tradizionali dell’America, il quale è avversato con il ragionamento che “non è integrazione con il Brasile, bensì nel Brasile”. Possiede il suo perno nel cosiddetto “potere blando”, con una forte presenza diplomatica e una politica di appoggio e fatti concreti verso i paesi della regione e che sta posizionando il Brasile come paese leader, soprattutto ora che è considerato potenza emergente all’interno del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina). Esso si è Introdotto per il consolidamento e l’ampliamento del MERCOSUR, del Grupo di Rio e, recentemente, ha appoggiato la creazione dell’UNASUR e, all’interno di quest’organizzazione, la creazione del Consiglio per la Difesa Continentale.

Questi sono gli argomenti che sono in dibattito per il bicentenario delle Americhe.

* Carlos A. Pereyra Mele, politologo argentino, è membro del Centro de Estudios Estratégicos Suramericanos. Con “Eurasia” ha pubblicato i saggi Difesa nazionale e integrazione regionale (nr. 3/2007) e La guerra infinita in America (nr. 4/2008)

(trad. di Vincenzo Paglione)

Fonte: Fond Strateg’icheskoj Kul’tury

**Bicentenario -1810-2010-. Alla ricerca di un autentico pensiero Strategico per l’Argentina: http://malvinense.com.ar/sgeopol/utj072007/00053.htm

***Movimientos Nacionales en Iberoamérica (Siglo XX): http://licpereyramele.blogspot.com/2006/09/movimientos-nacionales-en-iberoamerica.html

Nuevo umbral de poder en suramérica: http://licpereyramele.blogspot.com/2010/nuevo-umbral-de-poder-del-continente.html

 

 

Uruguay, America latina: Pepe Mujica presidente, “il mondo alla rovescia”

(30 Novembre 2009)

Pepe Mujica, l’ex guerrigliero Tupamaro, per 13 anni prigioniero della dittatura fondomonetarista, per nove anni rinchiuso in un pozzo e torturato continuamente, è il nuovo presidente della Repubblica in Uruguay. Ha ottenuto il 51,9% dei voti, superando il 50.4% con il quale Tabaré Vázquez era stato eletto cinque anni fa. Il suo rivale, Luís Alberto “Cuqui” Lacalle, del Partito Nazionale, si è fermato al 42.9% dei voti.

E’ uno scarto di nove punti, superiore a tutte le aspettative e, con un’affluenza alle urne superiore al 90% in uno dei paesi dal più alto senso civico al mondo, conferma che quella del presunto rifiuto per la figura popolana e popolare e dal passato guerrigliero di Mujica era una menzogna cucinata e venduta a basso costo dal complesso disinformativo-industriale di massa.

Pepe Mujica

Il trionfo di Mujica (nella foto incredibilmente in giacca, ma senza cravatta) è espressione di quello che negli anni del Concilio Vaticano II si sarebbe definito “segno dei tempi”. Come ha detto lo stesso dirigente politico tupamaro, emozionatissimo nel suo primo discorso sotto la pioggia battente a decine di migliaia di orientali che hanno festeggiato con i colori del Frente Amplio, quello che lo porta alla presidenza è proprio “un mondo alla rovescia”.

Un mondo nuovo i contorni del quale non sono ancora del tutto visibili nella prudenza dei grandi dirigenti politici che rappresentano il fiorire dei movimenti sociali, indigeni, popolari del Continente ma che si tratteggia in due grandi temi di fondo: uguaglianza tra i cittadini e unità latinoamericana.

Mujica è stato chiarissimo: il primo valore della sua presidenza sarà il mettere l’uguaglianza tra i cittadini al primo posto e il primo ringraziamento è andato oltre che al popolo orientale "ai fratelli latinoamericani, ai dirigenti politici che li stanno rappresentando e che rappresentano le speranze finora frustrate di un continente che tenta di unirsi con tutte le sue forze”.

Proprio il trionfo di Mujica, la quarta figura che viene dal basso, plebea se preferite, e non espressione delle classi dirigenti, illuminate o meno, a divenire presidente in appena un decennio, testimonia che l’America latina sta riscrivendo la grammatica politica della rappresentanza democratica in questo inizio di XXI secolo in una misura perfino insospettabile e incomprensibile in Europa.

Mujica, nonostante la militanza politica di più di mezzo secolo, è un venditore di fiori recisi nei mercati rionali. E’ uno che quando è diventato deputato per la prima volta e fino a che non ha avuto responsabilità di governo ha accettato dallo Stato solo il salario minimo di un operaio e, siccome questo non è sufficiente per vivere, ha continuato a vendere fiori nei mercati rionali. Per campare. Indecoroso per un parlamentare, ma solo così, solo dal basso, oggi Mujica può permettersi a testa alta di rappresentare il popolo e proporre a questo “un governo onesto”.

Non è un medico, come Tabaré Vázquez o Salvador Allende o Ernesto Guevara, né ha un dottorato in Belgio come l’ecuadoriano Rafael Correa. Non ha studiato dai gesuiti come Fidel Castro né proviene dalla classe dirigente illuminata come Michelle Bachelet in Cile o i coniugi Kirchner in Argentina. Non è, soprattutto, un pollo di batteria, allevato per star bene in società come tanti burocratini dei partiti politici della sinistra europea, che infatti passa di sconfitta in sconfitta e di frammentazione in frammentazione mentre invece in America l’unità delle sinistre è un fatto.

Pepe il venditore di fiori recisi nei mercatini rionali è un uomo del popolo come l’operaio Lula in Brasile, come il militare di umili origini Hugo Chávez in Venezuela e come il sindacalista indigeno Evo Morales in Bolivia. Non a caso sono tre uomini politici che hanno mantenuto un rapporto privilegiato con la loro classe di provenienza, che non hanno tradito e che sono ricompensati con alcuni tra i più alti indici di popolarità al mondo, nonostante siano costantemente vittime di campagne ben orchestrate di diffamazione da parte dei complessi mediatici nazionali e internazionali.

Non è un caso che da questi dirigenti politici venga posto sul piatto dell’agenda politica lo scandaloso problema dell’uguaglianza che trent’anni di retorica neoliberale avevano umiliato, vilipeso e cancellato e che invece è più che mai l’unico motore dell’unico futuro possibile non solo in America latina.

L’America latina integrazionista, dove diventa presidente un ex-guerrigliero venditore di fiori recisi nei mercatini dei quartieri popolari di Montevideo, è davvero “il mondo alla rovescia”, ma è anche la speranza di un “mondo nuovo”, di un nuovo inizio e un futuro migliore in pace e in democrazia. Questa speranza non poteva che venire dal Sud del mondo, da quella “Patria grande latinoamericana” che sta riscrivendo la Storia.

Gennaro Carotenuto

Il Sudamerica si rende libero dalla tutela del dollaro

di Carlos Pereyra Mele 28 gennaio, 2010

Fonte:  Fondsk – Strategic Culture Foundation

http://es.fondsk.ru/article.php?id=2693

Nel 2010 l’America latina si avvia a commemorare nel subcontinente il bicentenario della separazione dal regno spagnolo, dopo quella separazione sarebbero sorti gli incontri falliti e le balcanizzazioni fagocitate dall’impero rimpiazzante; quello britannico, che avrebbe conservato i nuovi paesi di lingua spagnola in un rapporto di dipendenza, fino al momento in cui un nuovo potere prese il suo posto, inserendo il continente nell’area d’influenza della superpotenza sorta dalla II Guerra Mondiale, gli USA, la quale si sarebbe dotata di un potere politico militare nuovo, accompagnato da un insieme di sistemi di organizzazioni che avrebbero dettato le politiche economiche della regione. Per raggiungere questo scopo, gli USA stabilirono organizzazioni che gli avrebbero facilitato la sua presenza indiscussa nella regione. L’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), Trattato di Assistenza Reciproca (TIAR), Banca Interamericana per lo Sviluppo (BID), Scuola delle Americhe – organismo per standardizzare le forze armate latinoamericane. Spalleggiando nei nostri paesi la presenza di ditte multinazionali di origine nordamericana. E per questa ragione s’impose il dollaro come moneta di scambio.

Eppure, l’America latina ha sempre cercato di liberarsi dalla tutela degli USA stabilendo, agli inizi del secolo XX, l’originale patto ABC (Argentina, Brasile e Cile) che rappresentasse questi paesi davanti alle potenze europee e nordamericane.

Questo patto è stato rifondato da tre governanti latinoamericani che nella decade degli anni cinquanta si sono confrontati con il problema dell’esaurimento del modello agro esportatore e la necessità di conformare un mercato allargato che consentisse loro di “completare” i propri apparati produttivi, in forma associata. Presi dalle proprie necessità interne e inseriti in uno scenario di post guerra avverso, dovuto alla depressione del prezzo delle materie prime, i leader nazionalisti popolari, Perón, Vargas e Ibáñez, ricrearono l’ABC.

Il nuovo ABC sarebbe rimasto alieno al “panamericanismo” e, per questa ragione, fu eliminato, poiché non includeva agli Stati Uniti come socio strategico dell’accordo.

All’inizio della decade degli anni novanta (1991), si decise di consolidare un nuovo spazio economico nel cono sud mediante il “Trattato di Asunción”. Con questo trattato si gettarono le basi del MERCOSUR (Argentna, Brasile, Paraguay e Uruguay), vale la pena far notare che detto processo integrazionista si sviluppa nel bel mezzo della nuova globalizzazione imposta dalla “Triade” (USA, UE e Giappone) dopo l’implosione dell’Unione Sovietica che avrebbe segnato i paesi latinoamericani in un prima e in un dopo quest’avvenimento, sarebbero stati questi gli anni persi, perché i paesi della nostra regione sono stati profondamene colpiti in un significativo processo di arretramento che ha coinvolto tutti i settori: economico, sociale, culturale, industriale e tecnologico e che, in definitiva, avrebbe fatto collassare molti regimi politici “democratici” che stimolarono queste politiche.

Il MERCOSUR consentì di sviluppare uno schema di mercato allargato e protetto per salvare le economie locali, il nucleo forte del suddetto mercato comune è rappresentato dall’Argentina e dal Brasile (i due paesi più grandi e di maggiore peso economico del continente), compiendo il ruolo che svolse la Francia e la Germania nel mercato comune europeo.

Dal 1998 fino ad ora, i flussi commerciali intra Mercosur sono cresciuti di un 60%, mentre che i flussi extra blocco si sono triplicati. La domanda dei nostri prodotti da parte dell’asse asiatico si è incrementata significativamente. Nel 1998, l’Asia partecipava con un 23% nelle importazioni del blocco del Cono Sud. Nel 2008, questa partecipazione si era incrementata di un 38%. Quello che si evidenzia è un cambio dei soci commerciali. Tant’è vero che Cina ha rimpiazzato agli Stati Uniti come principale socio commerciale del Brasile.

Il Mercosur ha anche eliminato la grave minaccia che incombeva sulla sua sopravvivenza nello stabilire una nuova soglia di potere con la strutturazione di uno spazio continentale industriale nell’America del Sud, quando nel 2005 rifiutò “l’Area di Libero Commercio delle Americhe” (ALCA) proposta dagli Stati Uniti.

In questi ultimi anni il Mercosur si è visto irrobustire con l’incorporazione di nuovi soci, recentemente il Senato del Brasile ha approvato l’incorporazione, come socio a tutti gli effetti, della Repubblica del Venezuela, essendo stati associati: Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador e Perú. Come possiamo osservare non partecipano come soci le enclave coloniali europee dell’America del Sud.

E in un quadro di maggiore resistenza nei confronti della globalizzazione che ci è stata imposta dalla suddetta triade, si stabiliscono nuovi meccanismi per liberarci dal “dollaro centrismo”, prendendo come base l’iniziativa dell’Argentina e del Brasile di volere ridurre il peso del dollaro come moneta di riferimento nelle loro transazioni, sostituendolo con valute locali, promuovendo nel 2008 il “Sistema di Pagamento in Monete Locali (SML). Si prevede che verso la fine del 2010 si moltiplichino per 10 le attuali transazioni intra mercato e bisogna rendere evidente che lo SML si è usato nell’80% dei casi nel 2009 da parte delle piccole e medie imprese del Mercosur. Attualmente, nel sistema s’inserirà l’Uruguay e il piano conta con il beneplacito di Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador, Perù e Venezuela.

Nel nuovo scenario geopolitico ed economico che prospetta il continente sudamericano di fronte al mondo policentrista in formazione, la Banca del Sud rappresenta una pedina chiave per i sudamericani che vogliono disporre delle proprie risorse finanziarie, le quali oggigiorno, nella loro stragrande maggioranza, sono depositate nelle banche americane ed europee  (stiamo parlando di più di 164.000 milioni di dollari). In un primo momento, si disporrà di 7000 milioni di dollari di capitale con i quali la banca inizierà le operazioni e tra i suoi obiettivi potrà: emettere buoni per il finanziamento delle attività creditizie, oltre a finanziare gli enti pubblici, imprese miste, imprese private, cooperative, imprese associate e comunitarie, sempre e quando attuino progetti nel campo dell’energia, della salute e della sicurezza alimentare.

L’Alternativa Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA: Bolivia, Venezuela, Cuba, Nicaragua, e Repubblica Dominicana. L’Honduras, dopo il colpo di stato, non forma più parte del blocco; l’Ecuador partecipa, ma formalmente non forma parte dello stesso), sta orchestrando misure per staccarsi dalla dipendenza del dollaro come moneta di scambio internazionale e, per raggiungere quest’obiettivo, ha convenuto che per quest’anno le operazioni tra i soci si eseguano con “il SUCRE”: Sistema Unificato di Compensazione Regionale dei Pagamenti, come nuova moneta dell’ALBA. E, per questa ragione, il SUCRE dell’ALBA e lo SML del Mercosur, sono realtà incontrastabili che indicano che il dollaro non sarà più l’unica moneta di scambio com’è stato imposto dalla fine della II Guerra Mondiale fino ad ora.

Come possiamo osservare, questi tratti di nuova soglia di potere del continente sudamericano che cerca di eliminare l’egemonia esercitata dalla triade nella nostra regione e che, indiscutibilmente, capeggia il Brasile (potenza emergente, integrante del BRIC), si sta anche consolidando nei nuovi organismi politico-economici: l’UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane), il Consiglio Sudamericano della Difesa o la stessa Banca del Sud, ci stanno indicando i nuovi tempi che corrono. Gli USA non accetteranno questa insubordinazione e cercherà di riprendersi il controllo, per questa ragione ha riattivato la IV Flotta, ha insediato nuove basi militari in Colombia e cerca di “militarizzare qualsiasi conflitto politico” (usando argomenti funzionali ai propri interessi e che hanno a che fare con la lotta contro il narcoterrorismo).

Allo stesso tempo, nel 2010 l’America latina ha una nuova alternativa per consolidare la sua nuova soglia di potere e d’integrazione, ponendosi come un nuovo “spazio economico industriale continentale auto concentrato” di fronte al mondo policentrico che si sta conformando.

Trad. di V. Paglione

L’autore

Carlos A. Pereyra Mele è uno dei più importanti geopolitici argentini della nuova generazione. Membro del Centro de Estudios Estratégicos Suramericanos ha recentemente partecipato alla realizzazione del “Diccionario latinoamericano de seguridad y geopolítica“. I suoi lavori sono pubblicati regolarmente in Eurasia. Rivista di Studi Geopolitici, tra i suoi contributi: Difesa nazionale e integrazione regionale (nr. 3/2007, pp. 101-106), La guerra infinita in America (nr. 4/2008, pp. 125-129).

 

Las Andes Gringas di Roberto Antonucci - http://solponente.splinder.com/post/22112509/Las%20Andes%20gringas

In una America Latina in movimento, dove avanza finalmente il cambiamento rispetto alla tendenza neoliberista, poco rispettosa delle culture locali, e portatrice di una polarizzazione sociale dove i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, dove si demolisce il pubblico a vantaggio del privato, perché “privato è bello”, dove politici come Chávez, Morales, Correa, Lula, Lugo, Mujica, ed in una certa misura anche la Kirchner, virano verso un modello diverso di sviluppo, una battuta d’arresto rispetto al processo integrazionista in atto si verifica con i risultati delle elezioni in Cile. La riflessione parte da un articolo scritto dalle colonne di “Calabria Ora”, quotidiano locale della Calabria.
 
Questo articolo di marca eurocentrica, della Premiata Ditta Wall Street, recita la litania secondo la quale il Cile sarebbe il Paese più sviluppato dell’America Latina, dove la ricetta di privatizzazioni avrebbe portato sviluppo, anche grazie agli accordi di libero commercio con gli USA e l’Unione Europea, e il Cile sarebbe il Paese leader dell’area. Non come il vento “populista” che avanzerebbe in Venezuela, Bolivia, Ecuador, e dovunque si rifiuta il modello neoliberista in favore di uno sviluppo che badi meno al PIL e maggiormente alla ricaduta del benessere su tutta la popolazione, e non solo a beneficio di una casta di privilegiati ben legati con gli ambienti di Wall Street.
 
Vorrei rispondere a questo articolista euroyanquicentrico con un paio di osservazioni.
Il concetto di più sviluppato è legato a che cosa si intende per sviluppo. Se lo sviluppo consiste nel PIL, nella ricchezza fasulla che ha immiserito molti argentini nel 2001, vittime della cura da Cavallo (Domingo Cavallo, il “mago della finanza” dai tempi della dittatura di Videla che ha riconsegnato l’Argentina al capitale straniero), nelle privatizzazioni con svendita di tutto quanto appartiene allo Stato e, in qualche misura, alla collettività, in nome di una cultura che, peraltro, non appartiene a certe popolazioni indigene, per le quali la terra è sacra e le risorse sono proprietà della collettività; ebbene, in quel caso sì, il Cile sarà anche il Paese più sviluppato.
Ma se invece si considerano altri fattori, come le disuguaglianze crescenti, il fatto che l’istruzione sia un privilegio per la classe alta, mentre non lo era ai tempi di Allende, il fatto che la sanità non sia buona per tutti, che ci sono sacche di povertà, allora ho seri dubbi che questo tipo di sviluppo sia quello auspicabile per i Paesi dell’America Latina.
Qual è il Paese dell’America Latina che ha il più basso tasso di analfabetismo?
Qual è il Paese dell’America Latina dove la sanità funziona così bene che le persone degli altri Paesi del continente vanno a curarsi? Forse il Cile? O magari la Colombia? O il Perú? O Panamá?
No, la risposta è Cuba. L’unico Paese che, protagonista di una rivoluzione nazionale 50 anni fa, l’ha difesa con successo, nonostante gli attacchi gringos come lo sbarco di Baia dei Porci, nonostante l’embargo inumano con cui gli stessi gringos hanno cercato di soffocarli da cinquant’anni. Nonostante ciò, Cuba assicura un tetto, un’istruzione gratuita e di qualità, una sanità efficiente, e un’agricoltura che ha tentato, riuscendo in parte, di liberarsi della dipendenza dalla monocultura. Un Paese che non può in alcun modo definirsi sottosviluppato, anzi. I medici cubani sono presenti ad Haiti per portare soccorsi a causa del terremoto che l’ha colpita. Mentre nel cuore dell’Impero molti non hanno neanche copertura sanitaria ma subiscono la tirannia delle assicurazioni private.
 
Negli anni ’90 l’Impero yanqui creò, in piena era neoliberista, l’ALCA, Área de Libre Comercio de América, che era uno strumento per fare accordi bilaterali che rendessero possibile, o difendessero dove già c’era, la penetrazione delle multinazionali con sede USA in quei Paesi, facendo sì che la ricchezza da essi prodotta prendesse il volo, con la complicità della cooptata borghesia compradora locale, lasciando a quei Paesi le briciole. Quando nel 1998 Chávez vinse le elezioni in Venezuela, dove qualche mese prima la popolazione aveva preso a pedate il pluricorrotto Carlos Andrés Pérez, rigettò simili accordi, e ruppe l’isolamento di Cuba, proponendo al governo di Castro una nuova associazione: l’ALBA, ALianza Bolivariana para las Américas, il cui scopo era di promuovere lo sviluppo di quelle nazioni, non sulla base degli interessi del neoliberismo e delle multinazionali, ma dello sviluppo delle necessità reali delle popolazioni, facendo sì che i proventi delle risorse naturali andassero a beneficio di tutta la popolazione, e non più di una minoranza inserita nel giro dei predoni esteri. Ad essa aderirono poi la Bolivia, con l’elezione di Evo Morales, primo presidente indigeno, e l’Ecuador, con l’elezione di Rafael Correa. I primi provvedimenti che queste nazioni presero furono di rinazionalizzare quelle risorse che i precedenti governi neoliberisti avevano privatizzato. Mentre in Italia si vuole privatizzare l’acqua, in Bolivia, dove si è fatto ciò, si sta tornando indietro, anche perché hanno sperimentato cosa vuol dire negare l’acqua alla gran parte della popolazione. L’Honduras di Zelaya aveva aderito all’ALBA nel 2009, e ciò fu causa del colpo di stato del giugno scorso, malcelatamente appoggiato dai padroni del vapore: difatti il presidente uscito dalle scorse elezioni frode, Porfirio Lobo, ha decretato l’uscita dall’ALBA, con somma gioia dei suoi padroni di Washington.
 
E’ in questo quadro che si inserisce il risultato delle elezioni presidenziali in Cile, che hanno visto vincere il candidato della destra pinochettiana, il Berlusconi cileno, Sebastián Piñera, proprietario di televisioni, come il Berlusconi originale, ma anche della LAN, la compagnia aerea di bandiera Cilena. E così possiamo dire che l’Italia assomiglia al Cile, o il contrario. Non solo per il vincitore, per la destra, ma anche per la “sinistra”. Sì, perché anche la “sinistra”, la Concertación, è stata responsabile del risultato. Nei 21 anni che ha governato la Concertación, l’alleanza tra la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, che non era più quello dei tempi di Unidad Popular ma aveva fatto il lifting da assomigliare al New (?) Labour bliariano, un partito di “sinistra” che, sia con la presidenza di Ricardo Lagos, che con quella di Michelle Bachelet, la presidente uscente, non ha toccato minimamente né la costituzione approvata sotto Pinochet, una Costituzione che sanciva il predominio del capitale multinazionale, né il diritto del lavoro sbilanciato a favore degli industriali. Con questi sinistrati che non hanno realmente voltato pagina rispetto ai dogmi dei Chicago Boys che hanno imperversato ai tempi di Pinochet, quando i salari rimanevano fissi mentre i prezzi aumentavano liberamente; che non hanno toccato minimamente la scuola, che ai tempi di Allende era una delle migliori e che invece sotto Pinochet è stata trasformata nella scuola per ricchi, imitando il sistema scolastico statunitense: cosa si poteva pretendere, una volta appurato da parte degli elettori che non c’era differenza con la destra, come da noi col PD con la L e il PD senza la L, che sono partiti fotocopia – ed infatti anche da noi è scomparsa l’idea e l’identità della sinistra? Normale che così, come da noi, si è spianata la strada alla destra, e non bastano gli appelli a turarsi il naso.
 
Parlavo all’inizio di battuta di arresto del processo integrazionista, o per lo meno di ostacolo su tale strada. Sì, perché finché c’era la Concertación, finché governava la Bachelet, il Cile non prendeva di fatto posizione, né a favore del blocco guidato da Cuba e Venezuela, né a favore di quello filogringo con Paesi come la Colombia e il Perú. Ma ora che ha vinto Piñera, si teme da più parti che si possa saldare, nella Cordigliera delle Ande, un blocco legato agli interessi vampirici yanquis con contributo sionista (esperti israeliani istruiscono l’esercito colombiano e quello peruviano), che va senza soluzione di continuità da Panamá, passando per la Colombia del supercorrotto e corruttore Uribe, per il Perú del già progressista ma ora organico al modello Fondomonetarista e devastatore delle terre indigene Alan García, al Cile di Piñera. Le conseguenze sono facilmente immaginabili: i Paesi dell’America integrazionista, sia che facciano parte dell’ALBA, come Venezuela, Bolivia ed Ecuador, sia che non ne facciano parte, come il Brasile, l’Uruguay, il Paraguay, e l’Argentina, sono ora sotto tiro, con questi cavalli di Troia, che si sommano alle sette basi americane in Colombia, alla 4^ flotta al largo del Brasile, alle esercitazioni al largo dei Caraibi con la complicità dell’Olanda (membro NATO), che possiede Aruba e Curaçao. Già i rapporti tra Colombia e Venezuela, anche a causa dell’infiltrazione di paramilitari colombiani in territorio venezolano, sono pessimi al punto che il Venezuela ha ritirato l’ambasciatore in Colombia, ed aveva minacciato che non avrebbe avuto paura se fosse stato trascinato in guerra. Inoltre il Presidente paraguayano Lugo ha sventato qualche settimana fa un tentativo di colpo di Stato che l’opposizione voleva ordire con la complicità della Corte Suprema (guarda caso quanto è successo a Zelaya in Honduras).
 
L’America Latina integrazionista, già sotto attacco da parte del Premio Nobel per la Guerra che vuole riprendere le posizioni perdute da Bush in questi anni, è avvertita: il gendarme del mondo non è cambiato e tratterà il subcontinente come ha sempre fatto, ossia come il cortile di casa.

URIBE, IL FEDELE PICCIOTTO DEL GRAN CAPITALE E DEL PADRONATO

Attenzione: apre in una nuova finestra.di Darko Ramíres*
22 gennaio 2010

Da buon paramilitare al servizio della grande borghesia, Uribe, invece di assistere in questi giorni ai festeggiamenti per l’insediamento -all’insegna della continuità- del Presidente boliviano Evo Morales, si trova a Panama City per partecipare all’ennesimo incontro del ‘Consiglio Imprenditoriale dell’America Latina’.
In questa sede, una delle tante in cui le oligarchie nostrane pianificano insieme alla CIA ed alla Casa Bianca la “riconquista” totale dell’America Latina, il presidente narco-fascista ha tessuto ancora una volta le lodi del libero mercato, segnalando che “eliminare l’iniziativa privata vuol dire condannare i popoli a vivere nella povertá e nell’iniquitá” (sic!)
Evidentemente, la “libera iniziativa” cui fa riferimento il fu pupillo dell’estinto Pablo Escobar non è quella dei piccoli esercizi, degli appezzamenti di terra dei contadini piccoli e medi (a cui li sottrae con la violenza per alimentare il mostro del latifondismo), delle cooperative o delle piccole imprese con una qualche forma di utilità sociale.
Il riferimento, anche se non esplicito, è quello alle grandi imprese ed alle multi/transnazionali che impongono non benessere con equità e sviluppo sostenibile, bensì sfruttamento selvaggio della forza lavoro, saccheggio incontrollato delle risorse naturali della nostra Abya Yala, devastazione ecologica, licenziamenti a raffica, fughe di capitali, precarizzazione generalizzata del lavoro e della vita, disoccupazione e povertà a decine di milioni di colombiani (e latinoamericani).

Un’infame stoccata, del tutto causale e non casuale, alla recentissima espropriazione dei supermercati in Venezuela del colosso franco-colombiano Exito, che il Presidente Chávez ha decretato per bloccare la speculazione sui prezzi portata avanti senza soluzione di continuità dalla grande distribuzione privata, in chiave affaristica ma anche controrivoluzionaria e destabilizzatrice.

Uribe ha aggiunto che laddove “l’iniziativa privata è stata limitata, si è istaurata la pigrizia del popolo”, citando l’Unione Sovietica per “non parlare di esempi vicini” (ispe dixit), ossia Cuba e Venezuela. Si è però dimenticato di dire che la sua “iniziativa privata”, e cioè il capitalismo, fa acqua da tutte le parti, sta distruggendo il pianeta e getta nella miseria e nella fame sempre più persone in tutto il mondo, mentre Cuba e Venezuela sono esempi di dignità e giustizia sociale.Non soddisfatto, il mafioso del Palacio de Nariño ha dispensato la propria personalissima ricetta in cinque punti, per quello che ha definito “miglioramento democratico”: sicurezza, difesa delle libertà, coesione sociale, rispetto delle istituzioni democratiche che collaborino con gli obiettivi dello Stato e, dulcis in fundo, trasparenza.

Tante volte abbiamo udito e denunciato gli strilli di questo ladrone che grida “al ladro!”, ma questa volta si è coperto di ridicolo come non mai.
Infatti, costui confonde il terrorismo di Stato (di cui è il principale mandante) con la “sicurezza”, la difesa imperterrita della facoltà di assassinare, sfollare e incarcerare il popolo con “le libertà”, lo sterminio di chi lotta e resiste con la tanto cara ai ricchi “coesione sociale”, la concentrazione forzata dei poteri in stile fascista con la “difesa delle istituzioni”, e l’esecutivo più corrotto, clientelare, demagogico e compenetrato col paramilitarismo ed il narcotraffico che mai abbia governato la Colombia con la “trasparenza”.
La parabola di Uribe, molto più discendente di quanto molti non pensino, è fatta di narcotraffico, paramilitarismo, terrorismo di Stato, corruzione a tutti i livelli, svendita vergognosa della sovranità nazionale ed ecatombe morale, politica ed economica della Colombia. Solo un fascista della sua risma poteva bombardare paesi vicini come l’Ecuador, mandare militari e paramilitari (cioè la stessa cosa) in Iraq e in Afganistan, riconoscere e sostenere il fraudolento regime nato dal golpe made in USA in Honduras, congratularsi per primo con il neoeletto pinochetista cileno Piñera, regalare il Paese al South Com del Pentagono e lavorare a testa bassa per togliere di mezzo Chávez e la Rivoluzione Bolivariana.
Uribe, oltre ad essere una velenosa marionetta dell’imperialismo in America Latina, è un fedele e ligio picciotto al servigio del padronato criollo. E’ alle dipendenze, dunque, dei due poteri forti che hanno in comune un orizzonte strategico di difesa della loro egemonia/dominazione, nonché l’impellenza tattica di far pagare la crisi strutturale e sistemica del capitalismo ai popoli, sulle cui spalle essa va scaricata a qualunque costo.
Un criminale così, acerrimo nemico della pace con giustizia sociale ed autore intellettuale e materiale di innumerevoli crimini di lesa umanità, non può restare impunito. Qualora, una volta privo della blindatura e dell’impunità presidenziali, la cosiddetta giustizia internazionale non lo perseguisse alla stregua di Fujimori (altro dittatore decaduto), ci penserà la giustizia popolare, con tutto il rigore e la determinazione del caso, a presentargli il conto con gli interessi!
 
*Analista politico ecuatoriano
 
Traduzione a cura dell’Associazione nazionale Nuova Colombia
www.nuovacolombia.net

da Cuba a Haiti, cos'è cambiato? Di Fabrizio Lorusso

BushObama.jpgUna risposta onesta alla domanda del titolo è: niente di nuovo sotto il sole. Infatti la gestione del presidente USA Barack Obama non sembra per ora voler cambiare l'atteggiamento ideologico e le politiche concrete nei riguardi del "cortile di casa" o "patio trasero" (in spagnolo) che è l'America Latina e, in primis, i Caraibi e il Messico. Queste sono storicamente le aree di influenza diretta in cui la potenza americana ha da sempre potuto utilizzare strumenti di hard power (potere duro, militare ed economico) invece di muoversi nell'ambito del solo soft power (potere di influenza ideologica basato sulla creazione del consenso e il convincimento). Amo pensare che i termini hard power e soft power, resi popolari dai testi di geopolitica dello statunitense Joseph Nye, possano nascondere qualche analogia o assonanza con le categorie gramsciane della coercizione e del consenso per la costruzione dell’egemonia, anche se l'ambito di applicazione esula dal tradizionale discorso sulle classi sociali, dirigenti e intellettuali del pensatore italiano per spostarsi verso le relazioni internazionali tra stati, nazioni e blocchi regionali. Credo comunque che la sostanza del discorso non cambi.

Priorità e problemi
Come prevedevano i rapporti pubblicati dalla CIA (Latin America 2020) all'inizio del nuovo millennio riguardanti il futuro dell'America Latina dal peculiare punto di vista delle priorità statunitensi, non sembra che la regione a sud del Rio Bravo, salvo alcune eccezioni che riporterò in seguito, sia diventata un'area particolarmente strategica d'interesse soprattutto se la consideriamo in rapporto all'Europa, alla Cina (o alla "Cindia"), alla Russia o al Medio Oriente. La grave crisi economica di questi ultimi due anni, generata dall'economia USA e dai mutui sub-prime ma anche dal medesimo sistema di vita americano che tanto soft power pareva aver creato nel passato, è la peggiore dopo quella del '29 mentre sul piano interno la riforma del sistema sanitario sta procedendo lentamente anche dopo l'approvazione in Senato e sta consumando una parte dell'enorme capitale politico e delle aspettative riposte dagli americani su Obama.
Quindi sono numerose le questioni di cui si deve occupare il nuovo governo americano e, ancora una volta l'America Latina passa in secondo piano. Ciò non toglie che gli interessi economici e commerciali tradizionali delle multinazionali (non solo americane ma anche europee, giapponesi e cinesi) legate allo sfruttamento delle risorse naturali idriche e del sottosuolo, uniti a quelli dei settori esportatori dell'industria americana in cerca di rivincite nei "suoi mercati" sempre più occupati dalla Cina, dalla Spagna o dallo stesso Brasile, ma soprattutto la corsa per la conquista della biodiversità in Centro e Sudamerica, regioni competitive in questo senso a livello mondiale, siano elementi da tener sott'occhio nel breve e medio periodo.

War games?
Inoltre le due guerre asiatiche ereditate dalla precedente e inquietante amministrazione di George W. Bush hanno spinto Obama tra le braccia di una severa realpolitik: ha dovuto tradire lo spirito di quell'attacco o provocazione di tipo "preventivo" sferrato dall'Accademia Svedese e costituito dall'assegnazione del Premio Nobel per la Pace con l'aumento delle truppe in Afganistan e la stipula del trattato con la Colombia per l'uso decennale di 7 basi dislocate nel paese sudamericano da parte della US Army. Questa decisione del presidente colombiano Alvaro Uribe e del suo omologo nordamericano ha portato negli ultimi mesi a importanti frizioni diplomatiche e ritorsioni del
governo venezuelano di Hugo Chavez che si sente direttamente minacciato dall'ingerenza USA e ha recentemente denunciato anche l'Olanda di partecipare ai piani di destabilizzazione di Washington nei suoi confronti attraverso le basi situate sulle isole delle Antille olandesi, Aruba e Curacao, a pochi chilometri dal Venezuela.
Una mossa che era attesa dopo che il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, non aveva più rinnovato la concessione per la base USA di Manta e anche Panama s'era liberata negli ultimi dieci anni delle truppe americane sul suo territorio e nella zona del canale. L'affitto temporaneo o permanente di basi militari da parte delle forze armate statunitensi continua come strategia di controllo territoriale e di minaccia più che come uno strumento di cooperazione per la democrazia e la lotta al narcotraffico, le motivazioni ufficiali sempre propagandate al momento di giustificare questo tipo di accordi. Ecco così che l'enclave di Guantanamo a Cuba compie 103 anni ed è un avamposto inespugnabile e minaccioso di cui ben conosciamo le storie di abusi e violazioni post 11 settembre mentre in Honduras, a Palmerola, è operativa la base Soto Cano che è la sede della "Joint Task force Bravo", una missione finalizzata alla "cooperazione regionale nelle iniziative di sicurezza e sviluppo democratico attraverso operazioni coordinate tra varie agenzie". Stessa missione ha anche la base di El Salvador, presso l'aeroporto internazionale di Comalapa, ed è giudicata da alcuni esperti (per esempio Daniel Eriksson di Dialogo Interamericano) come un'inutile eredità di un passato "anti comunista" e che sarebbe ancora aperta per inerzia ma comunque operativa e funzionante per ogni evenienza.
Vengono invece costantemente smentite le voci e le notizie, per esempio quelle fatte circolare dalla venezuelana Agencia Bolivariana de Noticias (ABN), sulle presunte presenze USA nelle basi di Iquitos e Nanay in Perù, di Liberia in Costa Rica e Estigarribio in Paraguay ma allo stesso tempo non si può negare che esiste una capacità militare che gli Stati Uniti possono impiegare anche in modi diversi rispetto all'obbiettivo della lotta al narcotraffico o al terrorismo.

Sicurezza nazionale
Questi due "gravi problemi di sicurezza nazionale" degli USA sono diventati gli assi del discorso legittimante e interventista dopo la fine della Guerra Fredda, con la caduta del muro di Berlino nel 1989, e il declino della retorica del "pericolo comunista" nel mondo e in America Latina. Questa minaccia sistemica richiedeva l'intervento della CIA (soprattutto nei paesi grandi e lontani, a sud dei Caraibi) o pure dell'esercito (frequentemente impiegato in America Centrale e nelle isole caraibiche) ed era semplicemente rappresentata da qualunque presidente o governo democratico di carattere riformista, spesso non rivoluzionario, che entrasse in conflitto con la superpotenza o con le classi dirigenti nazionali schierate con i settori reazionari o "esterofili" come successe ad Arbenz in Guatemala nei primi anni '50 o ad Allende in Cile quasi vent'anni dopo. Altri grandi retoriche della storia furono l'esportazione della democrazia, utilizzata anche in Iraq, e la lotta al nazi-fascismo e ai totalitarismi negli anni dell'ascesa egemonica statunitense e della Seconda Guerra Mondiale. Peccato che in seguito alcuni regimi di quel tipo siano stati tollerati e a volte direttamente fabbricati fuori dagli scenari bellici e in particolare nell'emisfero occidentale...

Cuba
Tornando al presente o meglio al passato recente, le dichiarazioni di Obama al Vertice delle Americhe di Trinidad e Tobago nell'aprile 2009 in cui promise relazioni basate sul rispetto reciproco non sembrano venire supportate dalle azioni concrete dato che su più fronti la strategia americana non è cambiata rispetto al passato di incomprensioni e indifferenze di G. W. Bush. Nonostante alcuni timidi segnali di ripresa della distensione verso Cuba, particolarmente nel tema migratorio, il processo di avvicinamento s'è fermato e l'embargo continua a incombere sull'isola senza che vi siano ormai ragioni ideologiche fondate, sempre che ve ne siano state in precedenza, per mantenere le sanzioni e malgrado le ripetute condanne internazionali al riguardo.

Honduras, la Ande e il Brasile
Il governo USA ha inoltre riconosciuto le
elezioni del 29 novembre in Honduras, paese interessato da un colpo di Stato manu militari nel giugno 2009 in seguito al quale il presidente in carica Manuel Zelaya è stato deportato in Costa Rica e le violazioni ai diritti umani e alle garanzie individuali sono cresciute esponenzialmente, nonostante una buona parte della comunità internazionale e numerosi paesi latino americani, tranne la Colombia, il Costa Rica, Panama, la Repubblica Dominicana, il Perù e il Messico, abbiano dichiarato l'illegittimità della vittoria del candidato Porfirio Lobo.
Scendendo più a sud verso il Brasile, malgrado le dichiarazioni di stima rivolte da Obama al presidente brasiliano Lula che sarebbe il "suo uomo" e "il politico più popolare della terra", la relazione bilaterale tra i due giganti del nord e del sud non è delle migliori dopo le frizioni sull'Honduras (ricordiamo che Zelaya s'è rifugiato proprio nell'ambasciata brasiliana a Tegucigalpa) e sulla questione delle basi americane in Colombia. Quest’ultimo paese è il primo destinatario degli aiuti economici e logistici statunitensi ed è il suo principale alleato nella guerra al narcotraffico nella regione andina così come lo è il Messico in centro e nord America.
Anche in questo caso l’intenzione di favorire politiche di riduzione della domanda interna di stupefacenti non è stata ancora seguita da decisioni effettive in tal senso e quindi si continua con le tipiche misure di repressione e controllo dell’offerta di paesi produttori come la Bolivia, la Colombia, il Messico o il Perù le quali esportano instabilità e violenza verso sud. Un tema molto sensibile per il Messico e il Centro America, ma non solo, è quello dei migranti illegali negli USA il quale è stato trascurato e per ora non vi sono tavoli di negoziazione aperti.
La politica e l’agenda USA per l’America Latina sono ancora guidate dall’inerzia di un moto perenne definito da coordinate già note e volontà residuali lontane anni luce dalla retorica delle promesse. Cosa cambierà?

Haiti, dalla guerra al terrorismo al terremoto
Per concludere solo un commento riguardo alla tragedia che in questi giorni sta vivendo Haiti, paese caraibico di 9 milioni di abitanti confinante con la Repubblica Dominicana, in seguito al devastante terremoto del 12 gennaio scorso che ha provocato decine di migliaia di vittime (forse 200mila) e il collasso fisico e operativo delle sue istituzioni e dei suoi apparati statali. Già da alcuni anni si parlava di Haiti come di un cosiddetto Stato fallito e la presenza stabile dell’ONU e dei caschi blu, la cui missione era comandata dal Brasile fino a pochi giorni fa, era ormai un fatto assodato dopo il tremendo uragano Jeanne e le rivolte popolari del 2004, la cacciata militare dell’ex presidente Jean-Bertrande Aristide, l’arrivo dei marines e l’elezione nel 2006 dell’attuale mandatario in carica Renè Preval. Come segnala
il blog di Selvas.org “il presidente Obama ha annunciato lo stanziamento di 100 milioni di dollari per “aiuti” ad Haiti, però non lo ha fatto circondato dai suoi collaboratori in questa materia: aveva al suo lato i più alti dirigenti della difesa La prima cosa da capire è che questi 100 milioni non serviranno per gli “aiuti umanitari” ma per far fronte alle spese di mobilizzazione militare annunciata (10.000 soldati)”.  Intanto l’Italia ha annunciato la cancellazione del debito haitiano e la Francia, ex potenza coloniale e madre patria di Haiti, s’appresta a prendere la stessa decisione e a richiederla ai paesi del Club di Parigi per un ammontare di loro pertinenza di quasi 215 milioni di dollari sui totali 1,88 miliardi di debito estero haitiano. Gli aiuti stanno tardando ad arrivare a chi ne ha veramente bisogno e l’opera di coordinamento da realizzare è enorme viste le deficienze o le assenze totali delle istituzioni nazionali per cui sembra che gli USA si stiano incaricando di gestire la situazione e il segretario di Stato Hillary Clinton ha già visitato Porto Principe sabato scorso, il 16 gennaio, ribadendo la sua intenzione di integrare e non soppiantare il governo locale nell’esercizio delle sue funzioni. Di fatto però la polizia e lo Stato quasi non esistono più ad Haiti e sono gli eserciti stranieri, quello americano in primis, a mantenere un ordine minimo e instabile mentre i gruppi di solidarietà formati da civili sono impossibilitati agire. Mentre Stati Uniti (obiettivo 10mila) e ONU (+3.500 unità) decidono di inviare più truppe, centinaia di sciacalli e bande di rapinatori stanno prendendo d'assalto negozi e accampamenti in cerca di cibo.
In questo contesto la Francia e il Brasile, i paesi forse più interessati strategicamente e storicamente a mantenere un controllo e un avamposto sull’isola, hanno già protestato per l’ingerenza statunitense che con la scusa ufficiale degli aiuti umanitari sembra essersi spinto oltre le attese controllando l’aeroporto di Porto Principe (si sono anche verificate alcune frizioni con altri paesi per l’atterraggio di aerei carichi di aiuti) e inviando per ora 2200 marines e 5000 soldati secondo quanto annunciato dal Comando Sud americano con sede a Miami in Florida. Manca ancora un'autorità riconosciuta che gestisca le operazioni di salvataggio, la sicurezza e la distribuziuone razionale degli aiuti umanitari che rischiano di restare bloccati fisicamente o di venire ingurgitati nella spirale burocratica e nelle tasche delle cosiddette "multinazionali della solidarietà". Il presidente venezuelano Hugo Chavez, facendo eco al ministro francese per la cooperazione, Alain Joyandet, ha ribadito che bisogna aiutare Haiti e non occuparla militarmente.

Scenari e sipari calati
Gli scenari che si aprono per Haiti nei prossimi mesi rimandano alla vecchia teoria “dell’imperialismo su invito” che prevede la delega progressiva di funzioni governative e di difesa nazionale, per volontà e necessità, in favore di una potenza straniera occupante o anche di organizzazioni e agenzie ad essa legate. Questa piano piano incomincia a stabilire un protettorato light e a convincere la popolazione locale che non è in grado di autogovernarsi e ha bisogno di un ordine esterno superiore che è il minore dei mali. A quel punto la sovranità è seriamente compromessa e, nonostante eventuali miglioramenti materiali, viene stabilita un’autorità esterna paternalista che controlla il paese per portarlo a nuove elezioni, a una nuova costituzione e, magari, a un referendum sull’annessione o l’associazione, stile Porto Rico, con lo Stato protettore. Resta da valutare la relazione costo – beneficio dell’operazione, i vantaggi strategici e geopolitici per gli USA e i costi nel lungo termine d’una specie di “amministrazione controllata” di un intero paese che, come dimostrano i casi dell’Iraq e dell’Afganistan, non è sempre un’alternativa percorribile e prevedibile oltre al fatto che in questa zona del mondo si potrebbero creare tensioni indebite e sproporzionate con la vecchia potenza francese e l’emergente Brasile. Una parte della popolazione attiva del paese e molti bambini rimasti orfani cercano scampo nell'emigrazione (o nelle adozioni internazionali) tanto nella vicina Repubblica Dominicana come negli USA che hanno fermato il processo di espulsione a carico di 30mila haitiani irregolari. Anche il Senegal ha messo a disposizione terre gratis per questi "figli dell'Africa". Ad ogni modo i Caraibi e la stessa Haiti non sono nuovi a questo tipo di presenza straniera e gli scenari ipotizzati relativi al futuro di Haiti sembrano plausibili in questo momento e potranno definirsi più chiaramente quando l’emergenza sarà rientrata.

Il Cile va alla destra dura e pura

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News Martedì 19 Gennaio 2010
 

Il Cile va alla destra dura e pura, sia pur mascherata con la paccottiglia mediatica, l’aberrazione dell’invocazione continua di dio (e il terzo comandamento?) e i cotillon dell’american dream, di .

Il Berlusconi cileno per semplificare attenendosi al libretto, rappresenta quella concentrazione di potere economico, mediatico, perversione e capacità di corruttela e menzogna per la quale il modello neoliberale, l’informalizzazione di ogni rapporto di lavoro, l’azzeramento dello Stato come strumento di difesa dei deboli e il favorire senza limiti la concentrazione della ricchezza, sarebbe tuttora il destino naturale dell’uomo. Ciò nella presunzione che tale destino naturale rappresenti il “cambio” necessario per il paese a vent’anni dalla fine della dittatura e nonostante vent’anni di centro-sinistra non si siano mai discostati dal modello neanche quando sono stati a guida socialista, con Ricardo Lagos e Michelle Bachelet.

La storia della Concertazione è finita così in un caldissimo pomeriggio di gennaio in un hotel a cinque stelle di Santiago, un buon posto per una coalizione che ha da tempo smarrito la sua storia. Poche facce ricordano quelle dell’88, quando donne e uomini feriti, mutilati e umiliati dalla dittatura ma non sconfitti, pensavano che ci fosse finalmente l’opportunità di costruire, sia pure con l’ipoteca della Costituzione pinochetista, un paese e una democrazia nuova. In pochi oggi ascoltano le parole di circostanza del candidato sconfitto, il bolso democristiano Eduardo Frei, una minestra riscaldata (era stato già grigio presidente negli anni ’90), che ha rappresentato il tentativo suicida di far passare equilibri di partito come necessità del paese. Una militante, mostrando rara capacità di sintesi, gli grida inascoltata: “abbiamo perso per la nostra superbia e la nostra incapacità”.

Adesso, con Piñera che alla Moneda prenderà il posto di Salvador Allende e di Augusto Pinochet (e non ci sono dubbi su di chi si consideri erede) tutte le illusioni sono cadute. A partire da quella puerile e consolatoria che già rilancia la campagna per riportare Michelle Bachelet alla Moneda nel 2014. Come se il prestigio personale potesse controllare fino ad allora una coalizione da anni in corso di esplosione e piena di fazioni e interessi privati che difficilmente potranno essere superati in peggio da quelli della destra.

La Concertazione in Cile, l’alleanza tra la Democrazia Cristiana (che in parte fu complice della dittatura fondomonetarista di Augusto Pinochet) e il Partito Socialista rinnovato, riconvertito dall’esilio (complice Bettino Craxi) si basava sulla svendita di un patrimonio storico che risaliva da ben prima di Salvador Allende a Luís Emilio Recabarren. La riconversione al secolarismo neoliberale significava, e lo hanno scoperto amaramente i cileni negli ultimi vent’anni, che non si apriranno mai più “le grandi alamedas dove passa l’uomo libero”. Certo, oggi sarebbe totalmente illusorio in un paese socialmente frammentato come pochi dal modello economico ripensare a Recabarren o Allende ma la menzogna sulla quale per vent’anni si è basata la Concertazione è purtroppo caduta.


 

Molti cileni democratici, soprattutto tra le classi medio-alte e intellettuali, e spesso con un passato cristallino di militanza e spesso di esilio, fino alle ultime ore prima della chiusura dei seggi e l’apertura delle urne si erano continuati ad illudere che Piñera non potesse vincere. Sono tra quelli che in questi anni hanno trovato buone maniere per sopravvivere agiatamente ed approfittare delle virtù del modello, per esempio pagando impiegate domestiche a tempo pieno meno di quanto spendono per fumare, ma continuando a sproloquiare da sinistra e senza mai mettere piede nelle “comunas popolari” da dove quelle impiegate domestiche licenziabili su due piedi provengono arrivando ogni mattina all’alba nelle loro case borghesi a Vitacura o a Las Condes. Si sono continuati ad illudere che quel limbo ventennale nel quale la Concertazione aveva rinchiuso il Cile, un neoliberismo funzionante nel bene e nel male con qualche spuntatura delle peggiori brutalità, associato alla comoda illusione che quella fosse l’unica democrazia possibile, la migliore delle democrazie possibili nel paese di Pinochet, potesse continuare a governare il Cile sia pure nella burocratizzazione più bieca dell’esistente.

Adesso il disastro è compiuto e vedremo se e come una Concertazione arriverà al prossimo appuntamento elettorale e con quali programmi. Difficilmente la unirà Marco Enríquez-Ominami, il giovane uscito dal partito socialista. Al primo turno, raccogliando un voto su cinque, ha messo a nudo che un’epoca stava arrivando al capolinea. Marco al ballottaggio ha appoggiato Frei senza neanche nominarlo, una dimostrazione di freddezza che testimonia quanto post-politica fosse la sua candidatura e vago il suo appellarsi al cambio da sinistra in quanto giovane, in un paese dove oltre la metà dei giovani non si sono neanche presi il fastidio di registrarsi per votare. Così non sorprende che un terzo dei suoi votanti, soprattutto uomini tra i 25 e i 45, al ballottaggio abbia optato per Piñera. Cambio che invece potrebbe essere rappresentato da una battaglia di lunga durata per una Assemblea Costituente che superi la Costituzione escludente pinochetista. Jorge Arrate, anche lui ex-socialista e candidato delle sinistre, sia pur fermo al 6% al primo turno, ha detto parole interessanti in merito. Parole che qualunque opposizione, nella quale Ricardo Lagos è al massimo un padre nobile e Michelle Bachelet solo una possibile risorsa alla quale dare contenuti nuovi, dovrebbe prendere in serio conto per ricominciare a sperare.

È innegabile infine che la sconfitta della Concertazione rappresenti un pericolo politico, economico e militare per l’America latina integrazionista e in particolare per la Bolivia. Il Cile neoliberale ha costruito un’efficiente economia ancillare di quella statunitense ma ha agito, soprattutto con Michelle Bachelet, come un attore neutro rispetto ai grandi movimenti politici, sociali ed economici del continente. Adesso dal colombiano Àlvaro Uribe passando per il peruviano Alan García fino a Piñera, sulla costa pacifica del Sud America (senza dimenticare il Messico di Felipe Calderón) si salda un poderoso fronte politico di destra filostatunitense e che si mette di traverso ai progetti d’integrazione del Continente. Vengono tempi duri in America latina e la faccia di plastica di Sebastián Piñera non promette nulla di buono.

Carri armati russi tra Colombia e Venezuela

                  di Francesca Penza

Un altro tassello si aggiunge al delicato mosaico delle relazioni tra Colombia e Venezuela.

Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha annunciato il dislocamento di carri armati e di elicotteri da combattimento lungo il confine con la Colombia.

 

La situazione è precipitata lo scorso agosto, durante il South American summit, occasione in cui Chavez ha dichiarato che la presenza di forze militari statunitensi nella vicina Colombia avrebbe portato ad una guerra di sicuro catastrofico impatto sulla regione: le basi militari colombiane che ospitano contingenti degli Stati Uniti sono sette, come sancito dagli accordi di cooperazione USA-Colombia firmati a ottobre, atti a debellare il problema del traffico di droga.

 

Nonostante il tentativo del Brasile di proporsi come mediatore, la situazione non è cambiata: il presidente venezuelano si oppone a qualunque tipo di mediazione.

 

A dicembre da Bogotà è arriva la decisione di costruire un’altra base militare a ridosso del confine col Venezuela, decisione considerata una vera e propria minaccia per la sovranità venezuelana. Il presidente Chavez non ha esitato a definire la Colombia come la versione sudamericana di Israele.

 

E adesso – dopo la violazione dello spazio aereo venezuelano da parte di un aereo da combattimento statunitense, con successivo botta e risposta tra il Pentagono, che nega l’accaduto, e il governo venezuelano che fornisce le fotografie del fatto – Chavez prende le sue contromisure.

 

Il 9 gennaio il presidente venezuelano ha dichiarato: Siamo in attesa della prima spedizione di carri armati, provenienti dalla Russia, che verranno inviati come rinforzo alla brigata di fanteria di stanza presso Barracas. Inoltre, elicotteri da combattimento – anch’essi di fabbricazione russa – saranno dislocati lungo il confine con la Colombia.

 

Il binomio Mosca-Caracas per quanto riguarda gli armamenti non è nuovo: già tra il 2005 ed il 2007 i due attori internazionali sottoscrissero una dozzina di contratti per un valore complessivo di più di quattro miliardi di dollari.

 

A breve saranno resi operativi 92 carri armati T-72, un numero non definito di Smerch (lanciarazzi MLRS: Multiple Launch Rocket System) e una varietà di dispositivi di difesa aerea, compresi gli avanzati S-300 (missili terra-aria di lungo raggio).

 

Una volta terminate le importazioni dei mezzi, il Venezuela avrà 200 carri armati.

 

La Colombia neppure uno.

 

L’aspetto più preoccupante della vicenda non è comunque la disparità bellica tra i due Paesi.

 

Da un lato si potrebbe anche pensare ad una situazione da considerarsi, forse, problematica, dato che coinvolge, seppure indirettamente, le due potenze del mondo bipolare ormai alle nostre spalle.

 

In realtà sarebbe più corretto definire la situazione paradossale piuttosto che preoccupante: i due Paesi coinvolti in questa disputa dovrebbero procedere l’uno verso l’altro nel cammino dell’integrazione regionale.

Il Venezuela è uno dei 5 stati membri del Mercosur (insieme a Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay) e la Colombia è uno degli stati associati. In questo caso arrivare al mercato comune non sarà facile come nel caso del Mercato Comune Europeo, data la disparità dello sviluppo economico di ciascun membro, ma un presupposto di non belligeranza risulta fondamentale per un’apertura regionale anche solo di carattere economico.

* Francesca Penza si occupa di Sudamerica per il sito di “Eurasia”

 

I popoli indigeni proclameranno Evo Morales leader dell’Abya Yala, l’America ancestrale

Fonte: Greenreport

I rappresentanti di circa 300 organizzazioni dei popoli nativi delle Americhe si sono dati appuntamento per il 21 gennaio in Bolivia per partecipare alla "segunda posesión simbólica" del  presidente Evo Morales che avverrà nel maestoso complesso archeologico di Tiahuanaco, a circa 70 chilometri da La Paz. Gli organizzatori prevedono che almeno 40 mila persone che assisteranno alla cerimonia di Morales voluta dalla comunità india degli amautas (meglio conosciuti come aimaras) che proclameranno il presidente boliviano leader della "Abya Yala", il nome che diversi popoli indigeni danno all'America.

Insieme alle comunità indigene del Paese andino parteciperanno anche il cancelliere boliviano David Choquehuanca e il ministro della cultura della Bolivia, Pablo Groux, che spiega: «16 istituzioni boliviane coordinano l'avvenimento. L'esecutivo ha inviato inviti ai Capi di Stato e di governo dell'Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América (Alba), del Mercado Común del Sur (Mrcosur) e all'Unión de Naciones Suramericanas (Unasur), tra le altre organizzazioni regionali». Choquehuanca sottolinea che «La cerimonia di consacrazione del presidente sarà anche un atto di riconoscenza alla Pachamama (Madre Terra), al popolo e alle sue autorità. Sarà un atto per caricarci di energia».

I popoli autoctoni boliviani hanno già avviato i preparativi per la cerimonia rituale per l'inizio del secondo mandato presidenziale di Morales, reduce da un trionfo elettorale che ha visto le comunità indie ed i lavoratori delle grandi città schierarsi massicciamente dalla sua parte. Ad oggi è confermata la presenza di varie organizzazioni e leader indigeni di Canada, Usa, Guatemala, Perú, Cile, Equador, Paraguay, Colombia e di Paesi europei che considerano Evo Morales come uno dei principali difensori della cultura dei popoli autoctoni.


Il sindaco Tiahuanaco, Eulogia Quispe, spiega che «Nel tempio di Kalasasaya ci sarà l'atto centrale a mezzogiorno del 21 di gennaio, quando il Capo dello Stato pronuncerà un discorso».

Già nel 2006 Morales ricevette nello stesso luogo la benedizione dei sacerdoti indios e prese possesso del "báculo" di oro massiccio intarsiato di argento finissimo che lo consacrò presidente. Una cosa che fece andare su tutte le furie la chiesa cattolica e che provocò le proteste (venate di razzismo) dei governatori bianchi delle ricche province orientali che accusarono Morales di paganesimo ed arretratezza indigena. Quattro anni più tardi il presidente Boliviano cementa nuovamente i legami con il suo popolo con una cerimonia antica che parla al mondo un linguaggio di orgoglio etnico e politico che in molti pensavano (e speravano) sepolto dalla globalizzazione liberista. Invece tra gli altipiani Boliviani risorge Pachamama e l'America india e pre-coloniale di "Abya Yala", modernamente sostenuta dal gas e dal litio Boliviani.

La Base militare di Curaçao: la terza frontiera degli Stati Uniti

di Eva Golinger 11/12/2010

Fonte: Postcards from the Revolutionhttp://www.chavezcode.com/

Caracas, 9 gennaio 2009 – la violazione di ieri dello spazio aereo venezuelano da parte di un aereo militare un P-3 degli USA, è un altro esempio dell’escalation di provocazioni contro il Venezuela e la prova del pericolo che la presenza militare statunitense rappresenta per la regione. Durante una trasmissione in diretta televisiva, la sera dell’8 gennaio, il presidente Hugo Chávez ha rivelato che alle 12:55 precedenti di quel giorno, un aereo militare statunitense P3 è decollato dalla base aerea nella vicina Curaçao, ed è entrato nello spazio aereo venezuelano per circa 15 minuti. Due caccia F-16 venezuelani hanno intercettato il velivolo militare straniero, pronti a scortarlo fuori dal territorio venezuelano. “Quando gli F-16 hanno tentato di comunicare con l’aereo degli Stati Uniti, si è subito allontanato verso nord, ma in seguito è tornato“, ha annunciato il Presidente Chávez. Ha detto che alle 1:37 pm, orario del Venezuela, l’aereo da guerra è tornato e ha volato per circa 19 minuti all’interno del territorio venezuelano. “E’ stato scortato fuori e tallonato dai nostri F-16, non abbiamo fatto decollare i Sukhoj“, ha aggiunto Chávez.

Il Pentagono ha negato la violazione dello spazio aereo venezuelano, ma l’esercito venezuelano ha video e immagini fotografiche dell’incursione del velivolo da combattimento USA di ieri.

Pochi giorni prima, il vice-presidente venezuelano Ramón Carrizalez aveva pubblicamente denunciato l’intromissione di un aereo militare statunitense, anch’esso proveniente dalla base aerea di Curaçao, nel 2009. I governi di Washington e Olanda hanno negato la violazione ancora, Carrizalez ha rivelato una registrazione audio tra la torre di controllo dell’aeroporto venezuelano e il pilota statunitense, mentre era all’interno dello spazio aereo venezuelano. Il pilota ha dichiarato chiaramente che stava volando su un aereo della marina militare degli Stati Uniti di stanza presso la base di Curaçao. Ha sostenuto d’ignorare la violazione del territorio venezuelano, affermando che era “inconsapevole“, e che era entrato in una zona autorizzata. Ma l’aereo militare statunitense, non solo aveva appena attraversato un confine che pochi potrebbero sostenere essere difficile da visualizzare, ma il pilota aveva volato sulla strategica base militare venezuelana di La Orchila, una piccola isola al largo della costa nord del Venezuela, chiaramente ben all’interno del territorio venezuelano. Questo non è stato un incidente isolato.

Dal 2008, Washington ha aumentato la sua presenza militare e d’intelligence sulla piccola isola olandese di Curaçao, dove vi mantiene una Forward Operating Location (FOL) dal 1999. Il contratto iniziale tra l’Olanda e Washington, prevedeva l’uso di Curaçao per le operazioni antidroga. Ma dopo l’11 settembre 2001, Washington ha iniziato a utilizzare le sue installazioni militari in tutto il mondo per combattere le “minacce terroristiche” e le minacce contro gli interessi degli Stati Uniti, e in alcuni casi, come a Curaçao e Aruba, violando i termini dei precedenti accordi militari, che autorizzava solo operazioni antidroga o missioni umanitarie.


 


Dal 2006, le operazioni degli Stati Uniti a Curaçao, non erano solo operazioni dell’US Air Force per missioni antidroga, ma la chiara presenza di US Navy, Marines, Esercito, Forze Speciali e CIA si era imposta nella piccola isola dei Caraibi. Insieme, i militari USA e membri della comunità di intelligence hanno condotto esercitazioni ed operazioni congiunte per combattere una “minaccia potenziale nella regione“. Allo stesso tempo, l’amministrazione Bush stava cercando di segnalare il Venezuela come uno stato sponsor del terrorismo, nonostante la mancanza di qualsiasi prova per una tale grave accusa.

L’arrivo di portaerei, navi da guerra, aerei da combattimento, elicotteri Black Hawk, sottomarini nucleari e di migliaia di soldati Usa nelle acque di Curaçao, per partecipare a “esercitazioni congiunte“, ha provocato allarme nella regione. Il Comandante della USS Stout, una delle navi da guerra che attraccò a Willemstad, durante la primavera del 2006, ha dichiarato alla stampa di Curaçao, l’11 aprile 2006, “… noi siamo la forza navale più potente del mondo e gli Stati Uniti dovranno difendere i propri amici nella regione, in tutte le circostanze.” Il comandante Thomas K. Kiss ha anche esclamato che la sua potente nave rappresentava “… una presenza formidabile nel difendere gli interessi USA nella regione.

Così nel 2006. Nel 2008, la posta in gioco è stata alzata. Washington ha tentato di porre formalmente il Venezuela nella lista del terrorismo, anche se il Congresso non ha mai approvato la richiesta, a causa della dipendenza dal petrolio. Ma nel luglio del 2008, la IV Flotta della Marina degli Stati Uniti è stata riattivata, dopo quasi 60 anni, per “dimostrare la potenza e la forza degli Stati Uniti nella regione“. Nel 2009, un accordo militare tra la Colombia e Washington è stato concluso, permettendo al Pentagono di occupare e utilizzare sette basi militari e qualsiasi installazione civile necessaria nel territorio colombiano. I documenti dell’US Air Force, che giustificano l’accordo e le richieste di bilancio per migliorare le installazioni militari colombiane, hanno sottolineato la necessità di combattere “… la costante minaccia dei … governi anti-Usa nella regione” e ad impegnarsi in missioni di Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione, nonché a migliorare la capacità delle forze armate degli Stati Uniti di eseguire “Guerre di Spedizione” nella regione.

Nel dicembre 2009, il presidente Chavez ha denunciato l’individuazione di un drone statunitense, che aveva violato il territorio venezuelano, provenendo dalla Colombia.

Una pubblicazione del Dipartimento di Stato, del 2006, classificava le isole olandesi di Aruba, Bonaire e Curaçao come “Terza frontiera degli Stati Uniti“, che vedeva le colonie dei Caraibi parte della frontiera “geopolitica degli Stati Uniti“. In reazione alla crescente presenza militare USA a Curaçao, un giornalista locale ha commentato, visitando una delle navi da guerra degli Stati Uniti, “Dopo aver lasciato la nave da guerra, abbiamo avuto la sensazione che, tutto ad un tratto, siamo divenuti molto importanti…”

Traduzione di Alessandro Lattanzio per Rivista Eurasia

Paraguay, segnali di golpe?
 
Sono sempre più insistenti in Paraguay  le voci di un probabile colpo di Stato che dovrebbe attuarsi secondo le modalità di quello messo in atto il 28 giugno scorso in Honduras. Come si vocifera anche tra gli alti vertici dell’Osa (Organizzazione degli Stati Americani), preoccupati per la crescente tensione nel paese,   “nessuno pensa che in Paraguay ci sarà un golpe, ma tutti ne parlano”.
 
Fernando Lugo  ha denunciato che da quando ha assunto la presidenza, nell’aprile del 2008,  ci sono stati vari tentativi di destabilizzarlo messi in atto da esponenti del Partido Colorado che è stato al potere nel paese  per 60 anni e che è uscito sconfitto nelle ultime elezioni presidenziali.  “Dopo decenni di dominio assoluto di uno stesso gruppo politico, non deve sorprendere che fin dal principio di questo governo alcuni settori e personaggi abbiano avuto la tentazione di fermare  il processo politico” ha dichiarato Lugo, mentre per sgomberare il campo da sospette  alleanze tra politica e Forze Armate ne ha riformato tutti  i vertici appena un mese fa.
 
A dirigere il tentativo di golpe è  il vicepresidente Federico Franco, leader del Partido Liberal Radical Auténtico, che guida l’ala conservatrice e più reazionaria della coalizione in cui si trova anche Lugo (Alianza Patriótica para el Cambio).  Franco  ha in vaie occasioni accusato pubblicamente  il presidente  di essere un “traditore” e ha detto  di “essere pronto ad assumere la presidenza del paese”, nel caso Lugo venga  sottoposto a impeachment.
 
La svolta a sinistra presa dal governo dopo l’elezione del  “vescovo rosso”   gli ha fatto progressivamente perdere l’appoggio politico di cui godeva in Parlamento e che era stato  soltanto funzionale a liberare il paese da decenni  di dominazione del Partido Colorado. Alleati  strategici di Franco, in quest’opposizione che potrebbe scaturire, come avvenuto in Honduras  in un “golpe istituzionale”,  sono  il presidente del Senato Miguel Carrizosa e il politico ed ex generale  Lino Oviedo, controverso personaggio accusato di aver realizzato in passato due colpi di stato, massacri contro alcuni civili e l’omicidio di un vicepresidente, attualmente alla testa del partito di destra UNACE.
 
Come già avvenuto in Honduras, anche in Paraguay i settori più conservatori della società, rappresentati dai latifondisti, da una classe politica e dirigenziale corrotta e spesso legata al narcotraffico, dal settore imprenditoriale,  sono preoccupati per  la decisione del presidente Lugo di aderire all’Alba, l’Alternativa Bolivariana  per le Americhe.  Ma non solo. Sono tante le riforme che il governo sta cercando di realizzare con non poche difficoltà,  come rendere gratuite sanità ed educazione, attuare una Riforma Agraria, liberarsi progressivamente della presenza delle forze militari statunitensi e  programmare una riforma costituzionale che renda possibile la realizzazione in tempi brevi del progetto sociale riformista  in favore dei più deboli ed emarginati.
 
Gli Stati Uniti, dal canto loro non possono che  vedere con preoccupazione crescente il  nuovo scenario che si profila all’orizzonte: un paese strategicamente importante (anche per le immense risorse idriche di cui è ricco) come il Paraguay, nel cuore dell’America latina, che lentamente sfugge al loro controllo e che ha intenzione di “restare un paese sovrano” come ha dichiarato in una recente intervista il ministro degli Esteri Héctor Lacognata, che ha respinto la proposta statunitense  di inviare nel paese 500 soldati in cambio di 2,5 milioni di dollari da destinarsi per la  costruzione di infrastrutture e  per attrezzature e spese mediche per le comunità più isolate de paese, nell’ambito di un progetto di cooperazione che prende  il nome di Nuevos Horizontes 2010.
 
L’ambasciatrice statunitense  ad Asunción, Liliana Ayalde ha detto che si è trattato di  un “duro colpo” se si pensa che si sta parlando “dell’educazione di circa 600 bambini, di assistenza medica per  19mila persone delle  comunità povere  e  di assistenza odontoiatrica per altre  3600.”
 
Il Paraguay di Lugo, che aderisce all’Unasur, l’Unione delle Nazioni Sudamericane,   non può non far proprie  le inquietudini  dell’America latina integrazionista rispetto alla  crescente presenza militare degli Stati Uniti nella regione, testimoniata anche dal recente accordo statunitense con la Colombia per la costruzione di 7 nuove basi militari nel paese andino. La presenza di 500 militari americani è stata pertanto giudicata inopportuna da Palacio de López, la sede del governo ad Asunción e Lacognata ha tenuto a ribadire a coloro che lo accusano di essere portatore di posizioni estremamente ideologizzate,  che il suo ruolo è quello di mantenere l’autonomia di un paese  che deve restare sovrano. “Non possono venire medici civili a realizzare gli interventi? Non possono venire civili a costruire le scuole?” si chiede il ministro. “Quello che vogliono fare gli Stati Uniti nel nostro paese non è una politica sociale, nel migliore dei casi  è carità” ha detto. A voler essere buoni. Perchè quello che gli Stati Uniti vogliono fare in Paraguay è quello che fanno molto più sfacciatamente in paesi zerbino quali ad esempio la Colombia.
 
Si chiama tattica o strategia in una regione nella quale  trovano sempre minori spazi all’interno della sempre maggiore coesione e integrazione economica e politica, ma soprattutto strategica ( e in un prossimo futuro probabilmente anche militare) che si sta organizzando in America latina.
 
Salvo Colombia, Perú,e  in parte il Cile in America del Sud sembra veramente che il “cortile” non abbia più intenzione di rimanere  tale.
Segnali preoccupanti  fanno tuttavia pensare che  i “falchi”  del Nord  stiano riorganizzando forze e mezzi. Le fragili democrazie come quella del Paraguay farebbero bene a stringere alleanze più solide ma soprattutto a rafforzare gli appoggi interni, che come l’Honduras ha insegnato, non possono essere più soltanto quelli realizzabili  sul piano istituzionale e politico, con alleati dell’ultima ora inaffidabili e corrotti o corruttibili,   ma devono necessariamente partire da un ampio consenso della base e dei movimenti sociali del paese, dei movimenti indigeni e delle donne. Quelli che come è avvenuto in Honduras hanno anche, e non è solo enfasi, veramente dato la vita per il ritorno del loro presidente legittimamente eletto.

http://www.annalisamelandri.it/dblog/articolo.asp?articolo=1079