Quartiere Libero

a cura di COLLETTIVO SOLSTIZIO D'INVERNO

Asia e Medio Oriente

  

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"DOPO HIROSHIMA E NAGASAKI, C'E' STATA FALLUJAH"

DI WILLIAM BLUM
Information Clearing House

Gli Stati Uniti prendono molto seriamente la questione dei "bambini a tre teste"

Quand’è che è iniziato tutto questo “Stiamo prendendo la Sua questione/chiamata/il Suo problema molto seriamente”? L’incubo segreterie telefoniche? Mentre aspetti all’infinito e l’azienda o l’ente governativa ti assicura che, qualsiasi sia il motivo della tua chiamata, la prenderanno molto seriamente. Che mondo caro ed altruista quello in cui viviamo.

Il mese scorso, la BBC ha riferito che nella città irachena di Fallujah i dottori stanno riportando un eminente livello di nascite di bambini malformati, con alcuni che accusano le armi usate dagli Stati Uniti durante la sua truce offensiva che nel 2004 lasciò gran parte della città in rovine. “Fu come un terremoto” dichiarò nel 2005 al Washington Post un ingegnere locale candidato ad un seggio dell’assemblea nazionale. “Dopo Hiroshima e Nagasaki, c’è stata Fallujah”. Oggi, il numero di cuori malformati tra i neonati pare essere 13 volte più alto che in Europa.

Nella foto: un bombardamento USA con armi al fosforo bianco

Il corrispondente della BBC ha inoltre rilevato nella città bambini affetti da paralisi e disturbi celebrali e fotografato un neonato con tre teste. Ha aggiunto aver sentito più volte funzionari a Fallujah ammonire le donne a non aver figli. Un dottore ha paragonato dati riguardanti nascite di bambini malformati precedenti al 2003, quando i casi erano all’incirca uno ogni due mesi, ad oggi, quando invece vi sono casi tutti i giorni. “Ho visto filmati di bambini nati con un occhio in mezzo alla fronte, il naso sulla fronte” ha aggiunto.

Un portavoce dell’esercito statunitense, Michael Kilpatrick, ha affermato di prendere sempre in “serie considerazioni” le questioni riguardanti la salute pubblica ma che, “Nessun studio ad oggi, ha evidenziato problemi ambientali risultanti in specifici problemi sanitari”. [1]

Si potrebbero scrivere volumi interi con tutti i dettagli degli orrori ambientali ed umani che gli Stati Uniti hanno portato a Fallujah ed altre parti dell’Iraq in questi sette anni d’uso di bombe al Fosforo Bianco, Uranio impoverito, Napalm, bombe a grappolo, bombe al neutrone, armi laser, armi a microonde ad alta energia e tante altre meravigliose invenzioni dell’arsenale fantascientifico del Pentagono... la lista degli abomini e delle mostruose maniere per morire è lunga, lunghissima, la sfrenata crudeltà della politica americana, sconvolgente. Nel Novembre del 2004, l’esercito statunitense colpì un ospedale a Fallujah “perché l’esercito statunitense credeva fosse alla fonte di voci su forti perdite”[2]. Alla pari della famosa ed egualmente gloriosa battuta sulla guerra americana in Vietnam: “Dovevamo distruggere la città per salvarla”.

Come fa il mondo a fare i conti con tale comportamento disumano? (ovviamente il sopra citato appena sfiora la superficie del curriculum internazionale statunitense.) Per questa ragione, nel 1998 è stata istituita, a Roma, la Corte Penale Internazionale (CPI), in vigore a partire dal 1° Luglio 2002 sotto l’egida delle Nazioni Unite. La Corte è stata stabilita all’Aia, Olanda per investigare ed imputare gli individui, non gli Stati, per i “crimini di genocidio; crimini contro l’umanità; crimini di guerra; o il crimine di aggressione” (Articolo 5 dello Statuto di Roma). Sin dal principio, gli Stati Uniti si sono opposti a diventare membri della CPI e non hanno ratificato la loro posizione, il tutto giustificato dal presunto rischio della Corte di usare scorrettamente i propri poteri per accusare “frivolamente” degli Statunitensi.

I poteri statunitensi erano a tal punto preoccupati dalle accuse che gli Stati Uniti sono andati in giro nel mondo usando un sistema di minacce e mazzette contro gli Stati per indurli a firmare accordi prestanti giuramento di non trasferire alle Corte (CPI) i cittadini statunitensi accusati di aver commesso crimini di guerra all’estero. Solo poco più di 100 governi ad oggi hanno ceduto alla pressione esercitata e firmato l’accordo. Nel Congresso del 2002, sotto l’amministrazione Bush, è passato “l’American Service Members Protection Act” che richiede “tutti i mezzi necessari ed adeguati per portare al rilascio di qualsiasi personale statunitense o alleato detenuto o imprigionato dalla...Corte Penale Internazionale”. In Olanda è generalmente e beffardamente noto come “Invasion of the Hague Act”[3] (Decreto dell'invasione dell’Aia). La legge è ancora nei libri.

Nonostante gli Statunitensi abbiano spesso parlato di accuse “frivole” — di persecuzione a sfondo politico contro soldati, appaltatori civili e militari ed ex- ufficiali — è giusto aggiungere che quello che veramente li preoccupa sono accuse “serie” basate su eventi reali. Ma non hanno da preoccuparsi. La mistica di “L’America, la Virtuosa” è ancora apparentemente viva alla Corte Penale Internazionale, come lo è ancora tra molte altre organizzazioni internazionali; di fatto tra la maggioranza della gente di questo mondo.

Nei primi anni, la CPI, sotto il Procuratore Capo Luis Moreno-Ocampo, argentino, respinse centinaia di petizioni accusanti gli Stati Uniti di crimini di guerra, incluse 240 riguardanti la guerra in Iraq. I casi furono respinti per mancanza di prove, mancanza di giurisdizione o per la capacità degli Stati Uniti di condurre le proprie investigazioni ed i propri processi. Apparentemente il fatto che gli Stati Uniti non abbiano mai veramente usato questa capacità non è stato significativo per la Corte. ‘Mancanza di giurisdizione” si riferisce al fatto che gli Stati Uniti non hanno ratificato l’accordo. All’apparenza appare alquanto strano. Possono nazioni commettere impunemente crimini di guerra perché non sono parte di un trattato che mette al bando i crimini di guerra? Hmmmm...Le possibilità sono infinite.

Uno studio congressuale rilasciato nell’Agosto del 2006, concluse che il Capo Procuratore della CPI dimostrava “una riluttanza ad avviare un’investigazione contro gli Stati Uniti” basata su dichiarazioni riguardanti la sua condotta in Iraq[4] . Sic transit gloria Corte Penale Internazionale.

Riguardo al crimine di aggressione, lo Statuto della Corte specifica che la Corte “deve esercitare la giurisdizione per i crimini di aggressione quando una provvisione è adottata...definendo il crimine e le condizioni sotto le quali la Corte deve esercitare giurisdizione in rispetto al crimine commesso.” In breve, il crimine di aggressione è omesso dalla giurisdizione della Corte fino a quando non viene definita “l’aggressione”. La scrittrice Diana Johnstone ha osservato: “Questo è un argomento specioso, dal momento che il termine aggressione è stato chiaramente definito nel 1974 dalla Risoluzione 3314 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiaranti che: ‘Aggressione è l’uso di forze armate da parte di uno Stato contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato’, ed ha elencato sette esempi specifici,” compresi:

 

L’invasione o l’attacco del territorio di uno Stato da parte delle forze armate di un altro Stato, qualsiasi tipo di occupazione militare, anche se temporanea, risultante da tale invasione o attacco, o qualsiasi annessione del territorio di un altro Stato o di una sua parte conseguente all’uso della forza, e

Il bombardamento da parte delle forze armate di uno Stato contro il territorio di un altro Stato o l’uso di armi contro il territorio di uno Stato da parte di un altro Stato.



La delibera delle Nazione Unite dichiara inoltre “Nessun tipo di considerazione sia essa politica, economica, militare o non, può servire da giustificazione per il crimine di aggressione”.

La vera ragione per la quale il crimine di aggressione rimane fuori dalla giurisdizione della CPI è che gli Stati Uniti, che hanno rivestito un ruolo importante nel redigere lo Statuto, prima di rifiutarsi di ratificarlo, sono categoricamente contrari alla sua inclusione. Non è difficile vederne la ragione. E’ facile notare che casi di “aggressione”, palesemente reali sono molto più facilmente identificabili rispetto a casi di “genocidio”, la cui definizione dipende da supposizioni d’intenzione [5].

A Maggio, a Kampala, in Uganda vi sarà una conferenza della CPI per discutere la questione specifica sulla definizione di “aggressione.” Gli Stati Uniti sono chiaramente interessati alla questione. Qui di seguito, lo scorso 19 Novembre all’Aia, Stephen J. Rapp., Ambasciatore au-Large statunitense per i Crimini di Guerra, si rivolge agli Stati membri della CPI (ad oggi 111 hanno ratificato):

 

“Sarei negligente se non condividessi con voi le preoccupazioni della mia nazione riguardo una questione rimasta in sospeso, davanti a quest’organismo, alla quale diamo particolare importanza: la definizione del crimine di aggressione che sarà affrontata, l’anno prossimo, alla Conferenza di Revisione a Kampala. Gli Stati Uniti hanno un punto di vista risaputo riguardo al “crimine di aggressione”, che riflette il determinato ruolo e le responsabilità conferite al Consiglio di Sicurezza dallo Statuto dell’ONU nel rispondere all’aggressione o alle sue minacce, nonchè preoccupazione per il modo in cui è formulata la bozza della definizione in sé. La nostra opinione è, e rimane, che nel caso in cui lo Statuto di Roma dovesse emendare per includere un definito crimine di aggressione, che la giurisdizione dovrà seguire la risoluzione da parte del Consiglio di Sicurezza che stabilisce se l’aggressione è avvenuta o meno. “



Capite tutti quello che Mr. Rapp ci sta dicendo? Che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe essere l’organismo determinante se o meno un’ aggressione è avvenuta. Lo stesso organismo in cui gli Stati Uniti hanno potere di veto. Prevenire l’uso di una definizione di aggressione che potrebbe stigmatizzare la politica estera statunitense è probabilmente la principale ragione per la quale gli Stati Uniti presenzieranno a questa prossima conferenza.

Tuttavia, il fatto che gli Stati Uniti parteciperanno alla conferenza sarà sicuramente evidenziato da alcuni come un altro esempio di come la politica estera dell’amministrazione Obama è un netto miglioramento rispetto all’amministrazione Bush. Ma, come quasi tutti tali esempi, è un’illusione di propaganda. Come la copertina della rivista Newsweek dell’8 Marzo, con la scritta a grossi caratteri: “Finalmente la vittoria: l’emergere di un Iraq democratico”. Anche prima dell’attuale farsa elettorale irachena, con candidati vincenti arrestati o in fuga[6], questa testata avrebbe dovuto volgere un pensiero alle interminabili battute statunitensi fatte durante la Guerra Fredda su Pravda e Izvestia.

GLI STATI UNITI COLPISCONO AL CUORE L'ENERGIA MONDIALE DEL FUTURO

DI FINIAN CUNNINGHAM
Global Research

La perforazione prevista per questo mese del giacimento gassifero di South Pars in Iran da parte della Compagnia Nazionale del Petrolio della Cina (CNPC) potrebbe essere un preannuncio o una spiegazione di piú ampi sviluppi geopolitici.

Prima di tutto, il progetto di 5 miliardi di dollari – firmato lo scorso anno dopo anni di pressione da parte dei giganti occidentali dell’energia Total e Shell secondo le ratifiche tracciate dagli Stati Uniti – svela la principale rete futura mondiale per il rifornimento e la domanda dell’energia.

I critici hanno a lungo sospettato che la vera ragione degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali coinvolti militarmente in Iraq ed in Afghanistan sia quella di controllare il corridoio centro asiatico dell’energia. Fino ad oggi, sembra che la chiave sia stato principalmete il petrolio. Per esempio, ci sono state rivendicazioni secondo le quali un progetto di una conduttura di petrolio, che andrebbe dal Mar Caspio via Afghanistan e Pakistan fino al Mar dell’Arabia, sarebbe la principale leva dietro la quale si nasconde la apparentemente futile campagna militare degli Stati Uniti in questi Paesi.

Ma quel che l’intesa CNPC–Iran dimostra é che il gas naturale rappresenterá una spinta ancora piú rilevante ed essenziale per l’economia mondiale, e piú specificamente il flusso bilaterale di questo combustibile da Occidente a Oriente, dall’Asia Centrale all’Europa e alla Cina.

Michael Economides, editore dell’Energy Tribune di Houston, é uno degli osservatori delle industrie in crescita convinto che il gas naturale sostituirá il petrolio come principale risorsa di energia, e non solo nei decenni che verranno ma anche durante vari secoli.

Economides si basa sulle recenti previsioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), con sede a Parigi, che ha fortemente corretto al rialzo le sue stime sulla possibilitá di avvicinarsi a un recupero del 100% delle riserve globali di gas naturale. Attribuisce questo enorme aggiornamento ai rapidi miglioramenti tecnologici che hanno fatto sí che si raggiungessero giacimenti di gas finora inaccessibili. Afferma che la IEA stima che le scorte di gas naturale saranno sufficienti a coprire il fabbisogno per altri 300 anni se si mantiene la domanda attuale. “Se poi si fantasticasse su un possibile contributo futuro in forma di idrati di gas naturale, sarebbe facile concludere che il gas naturale diventerá quasi sicuramente il principale combustibile dell’economia mondiale”, aggiunge Economides.

La crescente importanza del gas naturale come fonte di energia é stata stabile durante molti anni. Tra il 1973 e il 2007, il contributo di petrolio al rifornimento dell’energia mondiale scese drasticamente da 46.1 per cento al 34.0 per cento, con l’incremento dell’uso del gas naturale responsabile di questo declino, secondo i dati della IEA. Altre fonti, come quelle dell’Amministrazione dell’Informazione sull’Energia (EIA), presagiscono che il consumo del gas naturale globale triplicherá tra il 1980 e il 2030; da quest’ultima data il gas naturale diventerá molto probabilmente la principale fonte di energia sia per i fabbisogni industriali che pubblici.

Ci sono valide ragioni per le quali il gas naturale (metano) sta diventando il piú importante dei combustibili fossili. Primo, ha un valore calorifico molto maggiore sia rispetto al petrolio sia rispetto al carbone. Questo perché si produce piú calore per unitá di combustibile. Secondo, é un combustibile piú pulito, bruciando emette un 30 per cento meno di diossido di carbonio se comparato con il petrolio, e un 45 per cento meno se comparato con il carbone. Terzo, il gas é piú idoneo per il trasporto, sia come materiale grezzo in forma compressa per attraversare le condutture terrestri, sia come combustibile per guidare il trasporto.

Tutte le agenzie dell’industria dell’energia riconoscono al di sopra di tutto che le principali fonti future di gas naturale saranno il Medio Oriente e l’Eurasia, inclusa la Russia. La statunitense EIA afferma che le riserve di gas naturale in queste regioni sono rispettivamente nove e sette volte quelle totali del Nord America – essendo quest’ultima attualmente una delle massime fonti mondiali di questo combustibile.

In Medio Oriente, l’Iran é il massimo indiscusso detentore di riserve di gas. I suoi giacimenti di gas di South Pars sono i piú estesi del mondo. Se convertito nell’equivalente di barili di petrolio, il South Pars dell’Iran ridicolizzerebbe le riserve dei giacimenti di petrolio del gigante Ghawar dell’Arabia Saudita. Quest ultimo é il piú grande giacimento petrolifero del mondo e da che divenne operativo nel 1948, Ghawar é certamente stato il centro del mondo per il rifornimento di energia greggia. Nella prossima era di dominio del gas naturale sul petrolio, l'Iran soppianterá l’Arabia Saudita come fulcro per l’energia mondiale.

Sia l’Europa che la Cina cercano di collocarsi per diventare le rotte infrastrutturali principali di gas per l’Iran e l’Asia Centrale. Giá oggi, l’infrastruttura si sta plasmando per riflettere questo modello. La conduttura Nabucco é disegnata per fornire gas dall’Iran (e l’Azerbaijan) via Turchia e Bulgaria a tutta l’Europa Occidentale (segnando la fine del dominio russo). L’iran esporta separatamente anche gas via conduttura alla Turchia e all’Armenia e sta anche seguendo affari di esportazione con i paesi del Golfo, inclusi gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman. Un’altra grande rotta arteriale é la cosiddetta “conduttura della pace” che va dall’Iran al Pakistan e prosegue fino in India, attraverso la quale l’Iran esporterá questo carburante a due delle regioni piú popolose. Ma forse la piú allettante prospettiva per l’Iran é la conduttura di 1865 km che fornisce gas naturale alla Cina dal Turkmenistan, attraverso l’Uzbekistan ed il Kazakhstan, e che dovrebbe essere operativa a piena capacitá nel 2012. Il Turkmenistan confina a sud per 300 km con l’Iran ed ha giá in mano un accordo di esportazione con Teheran. Se le riserve di gas degli iraniani-cinesi South Pars potranno essere incorporate nelle condutture transazionali sopra citate, l’Iran sará confermato il cuore di un’economia mondiale nella quale il gas sará la principale fonte di energia. Questo é ulteriormente amplificato dalla domanda di gas che cresce rapidamente in Cina, la quale potrebbe dipendere dall’importazione per oltre un terzo del suo consumo di gas naturale entro il 2030, secondo quel che prevede la EIA.

In questo contesto di un grande riallineamento nell’economia mondiale dell’energia – un contesto in cui ci sará una continua diminuzione di ruolo per gli Stati Uniti – la retorica infuriata di Washington sulla democrazia e la pace e la guerra al terrore o alle presunte armi nucleari iraniane puó essere vista come il disperato tentativo di mascherare la paura che ha di diventare un gran perdente. Il vero obiettivo é circondare l’Iran di guerre e minacciare il possibile futuro maggiore acquirente al mondo di gas – la Cina – per quel che riguarda i rifornimenti di gas. Le azioni degli Stati Uniti sono viste piú precisamente come un intralcio per i flussi dell’energia di un’economia mondiale che non potrá piú dominare.

Un ulteriore sviluppo imprevisto in questa storia é la posizione della Russia. Con le sue vaste riserve naturali di gas, puó essere vista come un competitore dell’Iran. Probabilmente meno ben posizionata dell’Iran per rifornire sia l’Europa che la Cina, la Russia é ció nonostante il principale competitore ed ha assiduamente fatto la corte alla Cina dal 2006 con una trattativa di esportazione. Comunque, come osserva Economides, “la negoziazione tra i due paesi é stata intermittente e, specialmente, la costruzione della conduttura é stata dolorosamente lenta”.

Ma le ambizioni della Russia di espandere le sue esportazioni di gas naturale possono spiegare perché essa stessa abbia mostrato di essere un cosí volubile alleato dell’Iran. La posizione ambivalente di Mosca verso le sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran suggerisce che la Russia abbia il suo programma per ostacolare la repubblica islamica come rivale dell’energia della regione.

Finian.cunningham@gmail.com

Titolo originale: "Iran’s Natural Gas Riches: US Knife to the Heart of World Future Energy"

Fonte: http://www.globalresearch.ca

 

Vino d.o.c. all'ombra del muro

 Rinasce dopo 2000 anni, per mano dei Salesiani di Betlemme, il vino di Cana. L’annuncio arriva dal Vinitaly,  nell'ambito del Progetto Cremisan, che vede uniti l’Assessorato alla solidarietà internazionale della Provincia autonoma di Trento, l’Istituto agrario di San Michele all’Adige, l’associazione non governativa VIS (Volontariato internazionale per lo sviluppo), la Regione Umbria, associazioni e wine maker di fama internazionale come Riccardo Cotarella.

  Cremisan, a cinque chilometri da Betlemme e dodici da Gerusalemme, è un nome noto in Palestina: dai vigneti e dalla cantina del convento dei Salesiani esce infatti il “vino di Cana”.
Vigneti e cantina che, costruzione del muro permettendo (il muro che gli israeliani stanno erigendo per separare Israele dai territori palestinesi), saranno oggetto di un progetto di rilancio che prevede il rinnovamento e riqualificazione degli storici vigneti e la “ristrutturazione integrata” della cantina vinicola.

  Il problema principale della storica cantina di Cremisan, dove si producono circa 500.000 bottiglie di vino all’anno, è dato dalle condizioni critiche nella quali versa e che impongono il restauro della stessa, l’adeguamento delle tecnologie ed il rafforzamento delle conoscenze enologiche. Attualmente, ad occuparsi della cantina è infatti un padre salesiano che, ormai anziano, non è più nelle condizioni di garantire la qualità del processo di vinificazione e che nessuno in loco è attualmente nelle condizioni di sostituirlo. A questi problemi si affianca quello, più grave, della costruzione del muro, che entro dicembre probabilmente taglierà praticamente fuori il convento e la cantina dalla comunità palestinese del vicino villaggio di Al Walaja, quindi sarà più difficile sia l’entrata dei lavoratori che dell’uva prodotta in territorio palestinese, anche se il Governo israeliano ha garantito la possibilità di avere un cancello e una serie di permessi di entrata per i lavoratori.
  I Salesiani intendono però continuare a lavorare con la comunità palestinese, e anche nella prospettiva futura che la cantina venga a trovarsi in territorio israeliano, è già stata individuata un’altra comunità palestinese con la quale collaborare (anche se il coinvolgimento di questa comunità richiederebbe la conversione dei vitigni che attualmente producono uva da tavola).

  Attualmente è in corso di realizzazione il recupero di tutta la terra del convento, nella quale verrà realizzato un impianto di vigneto di dimensioni considerevoli. Gli utili della cantina andranno a coprire i costi di alcune realtà salesiane rivolte alla comunità palestinese (ad esempio il centro di formazione professionale di Betlemme) e reinvestiti in attività sociali ed educative.
  La richiesta della Cantina di Cremisan (e del VIS che ha attivato un progetto) è di formare presso la scuola dell’Istituto agrario di San Michele all’Adige un paio di persone per poter in prospettiva sostituire l’attuale responsabile. L’Istituto agrario sta per altro valutando la possibilità di inviare a Betlemme un proprio tecnico per analizzare meglio la situazione e accompagnare la fase di rilancio della cantina: un’analisi più complessiva della situazione della cantina dal punto di vista tecnico e organizzativo, finalizzata ad evidenziare le debolezze, le potenzialità e i bisogni, potrà così aprire la strada alla progettazione dei successivi interventi di formazione, assistenza tecnica o di altro tipo.

  La Cantina di Cremisan costituisce un importante punto di riferimento dell’economia della zona perché, anche nei momenti più duri, ha dato lavoro a circa 45 famiglie di palestinesi. Ora – questa la convinzione e l’intento dei promotori del progetto – si potrebbe rilanciare la sfida volta a proseguire la produzione di uva da vino, come avviene da millenni, confidando anche in un miglioramento della situazione politica che potrebbe riaprire la “Terra Santa” ai pellegrini di tutto il mondo.

Il ricordo va subito, infatti, alle evangeliche  "nozze di Cana"Anche ed al miracolo di Gesù, che trasformò per i convitati delle nozze di Cana sei giare colme d’acqua in ottimo vino, ma il vino di Cana è  una realtà odierna che rinasce duemila anni dopo in una veste enologica adeguata al gusto degli esigenti consumatori di oggi e  commercializzato su mercati più vasti.
  A sostenere la ristrutturazione c'è anche la Regione dell’Umbria e Stefano Cimicchi (già sindaco di Orvieto e attuale Amministratore dell’Azienda di Promozione Turistica dell’Umbria) in rappresentanza dell’associazione “Amici di Itaca”.

  Il progetto prevede “stages” semestrali di formazione anche in Umbria oltre che in Trentino, per tre giovani palestinesi; la ristrutturazione edile della cantina di Cremisan, la sostituzione dei macchinari obsoleti e l’ampliamento delle attrezzature di laboratorio; il recupero ed il “riterrazzamento” delle zone collinari, la messa a dimora di nuovi vigneti, la costruzione di cisterne per la raccolta dell’acqua piovana e nuovi sistemi d’irrigazione.

  Se il progetto “è una grande idea”, per dare lavoro e speranze ai giovani di una terra martoriata, la ristrutturazione della Cantina di Cremisan – è stato sottolineato ieri a Verona nella conferenza-stampa, svoltasi alla presenza di Padre Bruno Cavasin, responsabile della Casa Salesiana in Terra Santa  – ha bisogno del sostegno, oltre che delle istituzioni, di donatori privati: “Abbiamo scelto il prestigioso appuntamento del ‘Vinitaly’ – hanno detto i promotori –, per lanciare un messaggio al mondo del vino, perché possa adeguatamente contribuire a sostenere la nostra iniziativa”.

  Al progetto di ristrutturazione partecipa anche un gruppo di donatori.

Squilli di rivolta in Thailandia

                                                          di Manuel Zanarini - 18/03/2010

Fonte: Arianna Editrice

Ci risiamo; a Bangkok sono ricomparse le “magliette rosse” dell'UDD (Unione Democratica contro la Dittatura), i sostenitori dell'ex Primo Ministro Thaksin Shinawatra. Per chi avesse perso le puntate precedenti, un brevissimo riassunto: Thaksin ha vinto tutte le libere elezioni degli ultimi anni tenutesi a Bangkok; più volte un'alleanza tra esercito e media-borghesia cittadina ha tentato  di vanificare il volere popolare, tramite vari strategemmi, fino allo scioglimento del partito di maggioranza relativa, guidato da Thaksin stesso; in seguito, hanno lasciato occupare le principali piazze della capitale, nonché i suoi due aeroporti internazionali alle “magliette gialle”; a causa di tali agitazioni, una parte di parlamentari che sostenevano il legittimo governo, è passato all'opposizione (l'italianissimo “ribaltone”) e , insieme a una serie di ridicole sentenze contro i partiti al governo, hanno messo in atto un “colpo di mano”, che ha posto al potere l'attuale esecutivo, guidato da  Abhisit Vejjajiva , il quale è bene ricordare che non ha mai vinto un'elezione, e quindi non ha mai ricevuto alcun mandato di governare da parte del popolo thailandese; in risposta a questa sospensione della democrazia, sono scese in piazza le “magliette rosse”, i sostenitori del governo Thaksin, contro le quali venne scatenato l'esercito, in seguito al cui intervento vi furono due morti e diverse decine di feriti. Arrivando ai giorni nostri, poche settimane fa, il governo in carica ha sequestrato a Thaksin, attualmente costretto all'esilio, beni per un valore di 1,4 miliardi di dollari, scatenando nuovamente le proteste delle “magliette rosse”, le quali sono calate in massa, si calcola circa 100.000 unità, occupando alcuni punti strategici di Bangkok e costringendo il Primo Ministro in carica prima a rifugiarsi in un distretto di polizia e poi a scappare, grazie a un elicottero militare, dentro una caserma dell'esercito. Al momento, la situazione è abbastanza incerta, due sono gli scenari possibili: una nuova repressione militare o l'inizio di una trattativa tra esecutivo e rivoltosi, che porti a nuove elezioni. Secondo la stampa locale, quest'ultima sembra essere lo fine più probabile; ma, solo i prossimi giorni ci diranno come evolverà la situazione. Quello che però è innegabile è che la situazione è oggi mutata rispetto a qualche mese fa, e presenta tratti assolutamente innovativi rispetto alla storia thailandese. Il popolo thai è sempre stato particolarmente distante dalla politica, che si è sempre svolta e decisa nei “salotti buoni” della borghesia industriale e accademica di Bangkok, a fronte di una stragrande maggioranza della popolazione che vive in zone agricole e che ha mantenuto un forte sentimento comunitario, che non prevede l'intervento statale, nella vita di tutti i giorni. Io stesso sono stato testimone di come si svolge la vita nei villaggi thai lontani dal turismo occidentale, e magari in altra sede ne scriverò. Questa “tradizione a-politica” ha cominciato a interrompersi con l'ascesa di Thaksin Shinawatra, un magnate delle telecomunicazioni, che ha preso diverse iniziative a favore della parte agricola e più povera della popolazione (prestiti di villaggio e sanità pubblica, in primis) mai apportati dai governi precedenti. Questo gli ha permesso di godere del forte consenso delle fasce più povere del paese, soprattutto nel nord del Paese; non solo, le “magliette rosse” hanno cominciato a radicarsi sul territorio, grazie anche all'adesione di ciò che è rimasto dell'ormai disciolto Partito Comunista Thailandese alle masse contadine, storicamente anticomuniste. Questo ha permesso la formazione di una sorta di “partito” sullo stile europeo, cosa mai vista prima nel Paese, dove si è sempre assistito a scontri elettorali tra gruppi di potere senza alcun radicamento popolare. Il caso più eclatante è rappresentato dal gruppo “Riang Chiang Mai 51”, guidato da Petchavak Wattanapongsirikul, che agisce nella principale città del nord del Paese, Chiang Mai appunto, e che raccoglie centinaia di attivisti, in grado di realizzare vere e proprie mobilitazioni di massa, tanto che durante il “golpe delle magliette gialle”, per paura di un'azione di forza dell'esercito, il legittimo esecutivo si riuniva tranquillamente, e al sicuro, proprio al nord, sotto la guardia delle locali “magliette rosse”.
In conclusione, è bene ricordare che mai in Thailandia si è vista la formazione di gruppi di militanti che agiscono politicamente, in stile europeo, e che sfidando l'esercito, stanno riuscendo a togliere il potere alle cerchie della borghesia della capitale e alla corte corrotta che circonda un re, purtroppo ormai impossibilitato (a causa di una grave situazione di salute) a fronteggiare la situazione. Se questo è vero, va notato il ridicolo atteggiamento degli osservatori occidentali, abituati a dividere il mondo in “buoni” (la “sinistra”) e in “cattivi” (la “destra”). Fino a poco tempo fa, Thaksin veniva definito, ovviamente con disprezzo, il “Berlusconi della Thailandia”, e il suo movimento era accusato di essere “populista e fascista”. Oggi, si scopre che operai, contadini e nullatenenti sono disposti, per la prima volta nella storia, a sfidare il potere, anche quello militare, pur di battersi per la giustizia sociale e la democrazia nel proprio paese. Come fare a questo punto? Facile, le “magliette rosse” diventano la “sinistra” del paese, e gli industriali e l'esercito sono la “destra”, così tutto è a posto... La domanda che mi sorge spontanea è: quando l'Europa penserà di smetterla con l' analizzare il mondo intero con categorie figlie della ideologia del Vecchio Continente, e che, a dire il vero, sono ormai totalmente antistoriche? Temo che il tempo sia ancora là da arrivare, poiché il “clero del politicamente corretto”, come lo definisce Costanzo Preve, ha bisogno di legittimare il potere costituito, quindi deve sempre e ovunque individuare il “male assoluto”, che ovviamente non può che essere il “fascista di turno”. L'Oriente, e la Thailandia in particolare, è un “altro mondo”, dove la categorie di pensiero europee non vanno assolutamente bene, la “sinistra” e la “destra” non esistono, e semmai volessimo calarle in quella realtà, sono completamente ribaltate rispetto al Belpaese; ma, sperare che i “pennivendoli di regime” abbiano l'onestà intellettuale per ammetterlo, è forse chiedere troppo!!!

La Giornata della Collera. Scontri a Gerusalemme.

Incidenti nel rione di Issawya. La polizia israeliana e' in massima allerta. La 'Giornata della collera' e' stata indetta da organizzazioni islamiche contro i nuovi insediamenti a Gerusalemme est e qui la polizia ha schierato oltre 2.500 agenti in assetto antisommossa per fronteggiare manifestazioni di massa. Alcuni agenti di polizia sono stati feriti da sassaiole. Chiusi i valichi di transito tra Gerusalemme-Cisgiordania. Le fibrillazioni coincidono con l'ennesima fase di stallo dei tentativi di rilancio dei negoziati israelo-palestinesi

Palestina, la menzogna di ”una terra senza popolo” di Enea Baldi - 01/03/2010

 

La Palestina si trova sulle coste orientali del Mare Mediterraneo quello che veniva definito il Mare Nostrum. Comprende l’attuale Israele e Giordania occidentale. A nord confina con il Libano e a sud con la penisola del Sinai.
Terra di fiorenti città costiere, e di piccoli villaggi interni, la Palestina, fino al 1948, insieme al Libano e la Siria, era tra le regioni costiere più fiorenti del Vicino Oriente; malgrado lo slogan sionista: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”, che rappresenta quanto di più falso si sia mai potuto propagandare nel corso della storia.
La politica israeliana dall’inizio del secolo scorso, ha condotto una azione di immigrazione ebraica, soprattutto dal nord Europa, ripopolando, riedificando e rinominando ogni singolo toponimo delle 531 tra città e villaggi distrutti dal suo esercito, con il palese obiettivo di occultare qualsiasi testimonianza storica che potesse far risalire quelle terre alla civiltà araba di appartenenza. Un occultamento, quello da parte degli israeliani, ottenuto anche in maniera fattiva attraverso il rimboschimento delle macerie, inventando la leggenda che quelle, prima del loro arrivo, fossero aree di natura incontaminata.
Ma oltre alle abitazioni, alle scuole, ai luoghi di culto, ai ministeri, agli aeroporti… bisognava occultare anche la gente. E così ecco spiegato l’esilio forzato a cui è stato sottoposto il popolo palestinese, cacciati dalle loro case tra il 1947 e il ‘48, per fare posto alle comunità ebraiche importate dal nord Europa.
Per una tragica ironia del destino, i palestinesi hanno e stanno ancora subendo, la stessa esperienza vissuta e recriminata dagli ebrei: la “diaspora e il “genocidio”.
E in base a tale recriminazione in Occidente si è forgiato il “pensiero unico comune” che considera oggi l’ebreo come un “perseguitato”, a causa del condizionamento culturale subito fin dal secolo scorso. Gli ebrei, ovviamente i filo-sionisti, non sono affatto perseguitati, anzi... sono solo più intelligenti di quei non ebrei che continuano a difenderne il diritto di esistenza come Stato; e non perché conoscano le origini, i motivi delle rivendicazioni e la loro politica. L’europeo del XXI secolo è un uomo che, generalmente, per formazione culturale si fida e tende a difendere le rimostranze dei deboli, dei poveri, anche di quelli che i media gli propongono come tali. E un uomo che da un lato si commuove quel tanto da renderlo sensibile nei confronti dei bambini del Darfur e dall’altro si esalta per la “vittoria della democrazia sul terrorismo”, quando in diretta tv vede cadere la statua di Saddam Hussein in Iraq... L’uomo dal “pensiero unico comune” non può nemmeno essere considerato un ignorante, poiché è “informato” attraverso tg, giornali e adesso anche internet.
E’ malizioso quel tanto consentitogli dalla “neonata morale europea” ma sempre fedele a chi – lui sì malizioso – gli ha causato quel “malessere da stordimento mediatico” da condizionarlo nel giudizio critico e morale di ogni sua scelta materiale e anche ideologia. E i sionisti, a ben vedere, sono degli abili “condizionatori mediatici”. Questo è uno dei motivi per cui Israele è sempre uscita indenne da ogni accusa mossa dalla comunità internazionale: perché si è servita della giustizia civile e militare, quando ad essere sotto accusa erano entità non sioniste, quali terroristi islamici, stati canaglia... ed ha approfittato della giustizia mediatica, sempre pronta – per condizionamento - all’elogio del “vittimismo“, quando alla berlina invece c’era un giudice, un avvocato o giornalista non prezzolato, pronto a sporgere denunce nei suoi confronti.
Il presupposto di natura vittimistica che accompagna la storia degli ebrei sionisti, è stato determinante per portare avanti quel condizionamento mediatico di strategia globalizzante del dopoguerra che, da una parte bollò il nazismo e il fascismo come i “Mali Assoluti”, da aborrire sia sotto l’aspetto sociale che culturale, e dall’altra, garantì loro una patria come risarcimento dei danni subiti da questi ultimi durante il corso della Seconda Guerra Mondiale.
Le ricorrenti commemorazioni che l’Occidente ripropone annualmente attraverso i media, testimoniano la tesi secondo cui, per ottenere il pieno consenso delle strategie sioniste, sia estremamente necessario che rimanga accesa nella gente la fiamma del ricordo per la Shoah, che giustifichi di volta in volta, la “giusta causa” dell’operato di Israele, anche quando si tratta di crimini contro l’umanità.
 Se così non fosse, perché delle 72 Risoluzioni Onu comminate ad Israele per i crimini commessi contro i palestinesi, non ne è stata rispettata nemmeno una?
L’entità sionista, non ha radici mistiche, né intenti filantropici, né tanto meno la sua storia è prodiga di esempi di tolleranza e di pace; l’entità sionista è un sistema di potere che ha un enorme consenso popolare, insieme ad un’immensa fortuna economica auto-generantesi dalle speculazioni economiche internazionali degli istituti di credito di cui è proprietaria; un’entità così forte da corrompere chiunque e ovunque.
Il suo sistema di potere è univoco ed esclusivamente economico, culturalmente mirato al mantenimento del “pensiero unico”, con l’assoggettamento congiunto anche di arte e scienza.

La lezione iraniana

                                                            di Marco Tarchi - 25/02/2010



     
 
Come era da attendersi, le vicende iraniane continuano, a sei mesi dalla contestata rielezione di Mahmoud Ahmadinejad alla presidenza del paese, ad occupare la scena informativa internazionale. E ad offrire lezioni interessanti a chi cerca, seguendo i due maggiori paradigmi interpretativi, più complementari che alternativi, che ne sono stati forniti da analisti di primo piano – la “fine della storia” di Francis Fukuyama e lo “scontro delle civiltà” di Samuel Huntington – ma misurando anche gli scostamenti dai (e gli adeguamenti dei) loro canoni che le convulsioni degli eventi impongono, di cogliere e decifrare i giochi strategici per il dominio del pianeta posti in atto dopo la fine dell’era bipolare.
A Teheran e dintorni si gioca da anni una delle partite più rilevanti in questo contesto, divenuta ancora più cruciale da quando la scorribanda militare di Stati Uniti ed alleati ha destabilizzato gli equilibri nella regione circostante, annientando il potere di contenimento e interdizione dell’Iraq. Porre un freno alle capacità di influenza dell’Iran sul mondo islamico è un tema all’ordine del giorno delle cancellerie delle grandi potenze da trent’anni, cioè da quando l’ascesa al potere di Khomeini strappò la Persia dal contesto occidentale in cui si era di fatto inserita, e gli atti finalizzati a tale scopo sono stati numerosi: dall’appoggio logistico e militare fornito dagli Usa al regime di Saddam Hussein quando era in guerra con il paese guidato dagli ayatollah al rovesciamento di posizioni successivo all’invasione irachena del Kuwait e al primo conflitto del Golfo che ne conseguì, dall’intervento sovietico in Afghanistan all’assistenza statunitense alle armate mujaheddin che lo contrastavano, dal favore mostrato da Washington verso la conquista del potere talebana a Kabul sino all’apertura del contenzioso nucleare, esteso alle organizzazioni internazionali e all’Unione europea. Ogni mossa effettuata su questo scenario politico-militare si è accompagnata ad un’azione intensa su un terreno ancora più efficace per raggiungere lo scopo, quello della costruzione di un’immagine negativa del bersaglio da colpire capace di far larga presa sull’immaginario collettivo e di fare da base alla “pressione dell’opinione pubblica” che, sollecitata o inventata dai governi e dai circuiti comunicativi compiacenti verso le loro intenzioni, avrebbe prodotto le giustificazioni adeguate a qualunque iniziativa “reattiva” verso il paese che George W. Bush inserì eloquentemente, nelle ore successive agli attacchi dell’11 settembre 2001, nel famigerato Asse del Male.
Intendiamoci: che la Repubblica islamica dell’Iran ci abbia messo del suo, e non poco, per accreditare al di fuori delle proprie frontiere un’immagine non proprio idilliaca di sé, non c’è dubbio. Gli episodi sanguinosi che segnarono l’insurrezione contro lo Scià e i suoi sviluppi, i toni intransigenti dei discorsi di Khomeini e la celebre presa di ostaggi nell’ambasciata nordamericana costituirono la base di una rappresentazione che, con gli anni, non ha fatto che incupirsi. Ma è altrettanto certo che sul fronte occidentale si è fatto di tutto per andare ben oltre i dati di fatto, trasformando quell’immagine in una sinistra caricatura. Anche nel periodo di presidenza di Khatami, oggi raffigurato come un pacioso e rimpianto riformista, benché i rapporti diretti con Usa ed Europa avessero preso una piega meno ostile, nei paesi occidentali l’unica immagine dell’Iran accreditata e divulgata con ogni mezzo – dalle inchieste giornalistiche ai film e ai romanzi accuratamente selezionati e propagandati come uniche espressioni culturali del grande paese, passando per i convegni, le conferenze e le manifestazioni di protesta – era quella del paese dove tutte le libertà civili erano oppresse, le donne erano costrette contro la loro volontà a coprirsi con il lugubre chador e nessuna opposizione politica era ammessa. In questo profilo monolitico non è mai comparsa nessuna crepa: le tensioni tra esponenti delle istituzioni, i contrasti tra deputati in parlamento, la presenza di giornali dissidenti, i dibattiti culturali sono sempre stati tenuti in non cale, fintanto che un provvedimento repressivo di ispirazione politica non ha, di volta in volta, consentito di riprendere la giaculatoria polemica.
In altre parole: da quando l’Iran è passato dall’orbita statunitense a cui Reza Pahlevi lo aveva ancorato ad un campo avverso, quello dell’indipendenza nazionale, il suo destino di “paese canaglia” è stato segnato. Non ci si è mai sognati di applicargli i distinguo culturali che tante volte hanno autorizzato l’intellighenzia a passare sotto silenzio il disprezzo dei diritti politici degli oppositori in una congerie di casi distribuiti sui cinque continenti. Non si è mai indagata l’“altra faccia” del paese per capire come mai, al momento del crollo, il regime imperiale fosse stato difeso solo dalla famigerata polizia politica e da una ristretta parte delle forze armate, e attaccato o abbandonato dalla stragrande maggioranza della popolazione, che negli anni a seguire avrebbe esaltato il khomeinismo e le sue scelte, persino le più gravide di conseguenze dolorose come il dispendiosissimo scontro bellico con l’Iraq. Tutte le tornate elettorali sono state in partenza bollate come farse o mascherature di una presunta totale assenza di democrazia. Ogni atto politico dei governi di Teheran è stato liquidato con il ricorso al lessico degli insulti: fanatismo, oppressione, follia, dispotismo, e il paese è stato raffigurato come un’immensa prigione a cielo aperto, nella quale l’intera popolazione ansiosa di spezzare il giogo della tirannide è tenuta faticosamente a bada dalla violenza di pasdaran e basiji assetati di sangue.
Tanta rozzezza non è stata controproducente, non ha instillato dubbi, non ha sollecitato verifiche e tantomeno correzioni. Ancora una volta, il vantato pluralismo occidentale è stato sepolto dai bisogni della propaganda e sui giornali come sugli schermi televisivi nessuna voce discorde ha avuto diritto di farsi sentire. Al punto che l’incomprensione degli eventi è diventata una regola e ha fatto smarrire il senso della realtà. Lo ha ricordato, per la prima volta, Farian Sabahi, massima esperta di vicende iraniane in Italia in una sorprendente intervista rilasciata alla versione telematica di “Panorama” lo scorso 30 dicembre. L’autrice di Storia dell’Iran 1890-2008 (Bruno Mondadori) ha affermato senza troppi giri di parole che i presunti brogli “non sono sufficienti a spiegare la dimensione della vittoria di Ahmadinejad”, che ha costruito le basi del suo successo su cose che “per la gente comune contano di più, nelle urne, del dibattito sui diritti civili caro ai riformisti […]: ha dato in questi anni l’assistenza sanitaria gratuita a 22 milioni di iraniani, ha aumentato lo stipendio del 30% agli insegnanti, ha garantito il pagamento delle bollette agli iraniani più poveri, ha aumentato le pensioni del 50% permettendo agli anziani di arrivare a fine mese”; “ha vinto perché è entrato in sintonia con l’Iran profondo, quello di cui i giornalisti occidentali non si occupano mai”. Constatazioni dalle quali la studiosa ha tratto un ragionamento che meriterebbe di giungere al grande pubblico intossicato dalla retorica sensazionalista degli inviati di quotidiani e rete televisive dei paesi sedicenti democratici: “i riformisti dell’ex premier Mousavi hanno perso perché, al di là delle loro roccaforti giovanili ed universitarie di Teheran, al di là della loro capacità di mobilitazione su Twitter e tra i ceti più dinamici della capitale, non sono riusciti a sfondare tra l’elettorato poco scolarizzato delle campagne”.
Sono parole pesanti, alle quali Sabahi ha affiancato una palese critica alle distorsioni informative dei media europei e nordamericani, quando ha sostenuto che “Mousavi è stato sopravvalutato in Occidente […] non sappiamo che cosa avrebbe fatto se fosse stato eletto. Sappiamo solo che era l’ex braccio destro di Khamenei, non proprio un innovatore, e che è di origine azera, una minoranza etnica. Inoltre sua moglie si presentava con il chador nero ai comizi persino a Teheran, dove le ragazze si limitano al foulard”. Ma sono anche parole che difficilmente lasceranno traccia in coloro che dovrebbero esserne i destinatari.
Ai politici, agli intellettuali e agli operatori della comunicazione occidentali non interessa prendere cognizione di ciò che effettivamente accade oggi in Iran, o in un qualunque altro paese che in qualche misura si discosti dai parametri di accettabilità dettati dall’ideologia liberale vigente nel mondo “sviluppato”. Il loro concorde intento è aggiustare gli eventi alle proprie precostituite interpretazioni, sceneggiarli, manipolarli e spettacolarizzarli secondo copioni già pronti, canovacci che basta adattare caso per caso alle esigenze della cronaca. Ciò che importa è dare quotidianamente conto della superiorità del modello occidentale e opporla agli altrui abomini, non senza sottolineare la generosità con cui i detentori del copyright di questa non più perfettibile formula politica, economica e sociale sarebbero disposto a cederlo a chi ancora non ne gode i benefici.
Data la nobiltà dello scopo, ogni sotterfugio per raggiungerlo è buono: si tratti di tacere i fatti, di distorcerli o di rinunciare ad esercitare qualunque senso critico. In questa prospettiva, il caso iraniano non è che una pedina di un gioco a spettro molto più ampio, che serve perché, sfruttandone a seconda dei momenti gli aspetti più adatti alla bisogna – il timore della costruzione di bombe atomiche che i “folli” governanti di Teheran potrebbero scagliare su Israele o, chissà mai, persino sull’Europa, oppure la repressione delle manifestazioni di piazza degli oppositori, utili a far supporre che la Repubblica islamica si stia trasformando in un vero e proprio regime totalitario, che un domani potrebbe incendiare l’intero Islam e scagliarlo contro gli infedeli in un delirio di purificazione religiosa del globo terracqueo –, si può sventolare lo spauracchio del Nemico assoluto e suggerire che solo il suo annientamento, per via militare esterna o per assimilazione alla scala di valori occidentale grazie alla presa del potere di un’opposizione più malleabile e culturalmente penetrabile, potrà assicurare alle popolazioni della parte ricca del mondo quel tranquillo godimento della loro privilegiata posizione a cui aspirano. La trama della strategia comunicativa adottata in questa occasione non fa, del resto, che replicare stereotipi con cui precedenti episodi della saga ci hanno familiarizzato. Scenario e protagonisti non cambiano. C’è un governo in carica a seguito di regolari elezioni, di cui viene contestata la regolarità sulla base del principio che, come nei film, i cattivi non possono mai battere i buoni se non ricorrendo a ignobili trucchi, e comunque alla fine devono essere svergognati e sconfitti: i messicani non possono prevalere sugli yankees neppure in una scaramuccia, i giapponesi devono essere annichilati dai Gi’s, i pellerossa hanno un destino segnato di fronte alle giubbe blu dell’esercito federale. C’è una rumorosa e folta schiera di contestatori che scende in piazza per proclamarsi detentrice della vera legittimità malgrado il responso – insincero – delle urne, sforzandosi di apparire quanto più possibile in sintonia, nelle parole d’ordine, nell’abbigliamento e nei comportamenti agli standard di moda nell’agognato mondo occidentale. C’è un codice di riconoscimento dei manifestanti preventivamente stabilito e collegato ad un colore, questa volta il verde come in altre occasioni era stato l’arancione o altra tinta, che deve servire a dare a cortei e sommosse un aspetto più gioioso e a colpire l’immaginazione delle platee televisive a cui il messaggio (espresso in slogans rigorosamente vergati in lingua inglese e riportati su cartelli e striscioni) è diretto. C’è la storia tragica della vittima esemplare degli scontri, epifania della violenza dell’odiato regime, destinata ad infiammare i cuori e suscitare l’indignazione universale, trasformandosi in icona (chissà perché a Gaza non è andata così durante l’operazione “Piombo fuso”. Forse con tanti assassinati c’era l’imbarazzo della scelta?). C’è il circo mediatico delle centinaia o migliaia di inviati di giornali, radio e reti televisive che devono immediatamente fornire la grancassa al movimento, giurare sulla sua spontaneità e testimoniarne la forza numerica e d’animo al cospetto della brutale ed ottusa repressione poliziesca, salvo rincarare la dose delle contumelie contro il potere se l’operatività dei giornalisti è limitata da provvedimenti d’emergenza. C’è il coro delle istituzioni internazionali, delle organizzazioni di solidarietà (ai manifestanti) e dei governi pronto ad ammonire, denunciare, deplorare, minacciare sanzioni. C’è il tam-tam di internet, che su siti e blog si premura di far arrivare sempre e solo le immagini della “parte giusta”, ignorando, come gli altri mezzi di presunta informazione, le manifestazioni della controparte, che in partenza ci si assicura essere composte esclusivamente da impiegati e funzionari statali mobilitati e stipendiati all’uopo (il tempo per spedire le famose “cartoline precetto” con cui si sarebbero gonfiate le adunate oceaniche prebelliche difficilmente ci potrebbe essere). E ci sono, anche se sul momento non si vedono, le forme concrete di sostegno dei gruppi pubblici e privati interessati ad un rovesciamento della situazione politica e pronti a goderne i frutti se il tentativo andrà a buon fine. Tanta è la somiglianza delle situazioni che verrebbe da chiedersi se le vicende commentate in tv o in radio si stanno svolgendo davvero in diretta a Teheran, oppure sono state estratte dalla registrazione di fatti accaduti a Kiev o a Tbilisi qualche anno addietro.
Del resto, chi davvero siano gli artefici della protesta, ribellione o – espressione preferita – rivoluzione, a chi desidera avvalersene importa poco. Né è essenziale il loro effettivo grado di rappresentatività degli umori e delle opinioni del paese nel quale agiscono: le minoranze rumorose, come sempre, sono di gran lunga più efficaci delle maggioranze silenziose, che possono far sentire il proprio peso soltanto nelle cabine elettorali. Ciò che conta è che il movimento di contestazione esaltato dai mezzi di comunicazione di massa esprima un visibile attaccamento ai codici simbolici dell’Occidente, facendo supporre che nell’“anima profonda” del “popolo” che scende in piazza si annidi un tumultuoso desiderio di affrancarsi dal retaggio delle arretrate tradizioni in cui è stato rinchiuso e di incamminarsi lungo il luminoso sentiero al cui sbocco sta il paradiso della superiore civiltà made in Usa.
Il guaio è che a questa opera di manipolazione su scala industriale, ormai trasformata in un meccanismo che si riproduce secondo automatismi e non necessita più di alimentazione esterna, pare non esistere rimedio. I succubi dell’ideologia che la produce, convinti di abitare il migliore dei mondi possibile e alimentati a suon di benessere consumistico, non hanno la benché minima intenzione di metterla in discussione. E le sparute voci discordi sono rese inoffensive dall’estraneità ai circuiti che contano, compresse ai margini del dibattito o affogate nella babele di lingue e segni della rete telematica. Come nei vecchi fotomontaggi che facevano scomparire dalle immagini oleografiche a celebrazione dei regimi totalitari i personaggi che nel frattempo erano caduti in disgrazia, tutti i particolari suscettibili di turbare l’immagine armonica di un mondo diretto a passo spedito verso la completa occidentalizzazione sono espunti dalla scena. E per convincere i riottosi sono sempre aperte le porte del museo degli orrori, dove vengono esposte le nefandezze dei paesi “alieni”, di civiltà riprovevoli che forse non meriterebbero neppure di essere chiamate tali, brutali e minacciose, ansiose di dotarsi di strumenti di distruzione di massa e ossessivamente occupate a distribuire ai disgraziati costretti a sopportarle fame, violenza ed oppressione. Un panorama straordinariamente simile a quello dei paesi “selvaggi” da conquistare che le potenze coloniali disegnavano, un tempo, quando volevano illustrare ai loro abitanti i motivi che le spingevano alle lodevole e disinteressate imprese d’oltremare.
Le epoche si succedono, i metodi si trasformano, gli obiettivi variano. Ma gli appetiti di potere continuano, come sempre, a dominare gli orizzonti dell’umanità, e a travestirsi sotto il manto dei nobili sentimenti. E smascherarli è, oggi più che mai, un’opera non meno difficile che indispensabile, per chi crede che ridurre il pianeta ad una ininterrotta serie di copie conformi dell’attuale Occidente consumista, utilitarista, egoista e spregiatore degli equilibri naturali sarebbe non un passo avanti sulla via del progresso, ma un autentico crimine.

 

Dentro Marjah

di Enrico Piovesana - 24/02/2010

Intervista a Qais Azim, giornalista afgano di Al Jazeera che nei giorni scorsi è entrato nella città al centro dell'operazione Moshatarak

Qais Azimy è un giornalista televisivo afgano che lavora per Al Jazeera che in questi giorni si trova in Helmand per seguire l'operazione militare Moshatarak.
Nei giorni scorsi è riuscito a entrare nella città di Marjah, epicentro dell'offenisva.
Peacereporter lo ha intervistato.

Come è arrivato a Marjah e cosa ha visto in città?
Sono arrivato a Marjah a bordo di un elicottero governativo, accompagnato da ufficiali dei Marines e dell'esercito afgano, oltre che dal governatore di Helmand, Gulab Mangal.
Siamo atterrati a poche centinaia di metri dal bazar di Marjah, che abbiamo raggiunto percorrendo a bordo di un blindato una strada che costeggia il canale. Sul bordo di questa strada un ufficiale dei Marines mi ha indicato delle buche: le trincee degli insorti. Poi abbiamo attraversato il canale su un ponte di ferro posato dai Marines durante l'attacco: quello vero è minato, troppo pericoloso.


Come le apparsa la città? Cosa ha visto?
Il bazar di Marjah consiste in una lunga fila di edifici diroccati, semidistrutti, che costeggiano su ambo i lati la strada che corre lungo il canale. Quasi tutte botteghe vuote e evidentemente abbandonate in fretta e furia da chi ci lavorava. I Marines mi hanno detto che la distruzione che vedevo non è stata causata da loro, ma dai bombardamenti dell'artiglieria britannica durante l'offensiva dell'estate scorsa.

 

E che aria tira in città? Le truppe Usa la controllano come dicono?
Non abbiamo fatto molta strada nel bazar. I soldati si muovevano con molta circospezione: non si fidano. Si sentivano continue sparatorie, molto vicine. E' evidente che, nonostante i proclami, nemmeno il bazar è sotto il pieno controllo delle forze americane e governative.

E la gente? La popolazione civile?

Siamo stati avvicinati da alcuni abitanti che supplicavano il governatore di fare qualcosa per loro, per la popolazione civile rimasta intrappolata a Marjah. Hanno detto che in città non c'è più niente da mangiare, che i soldati obbligano tutti a stare chiusi in casa e impediscono a chiunque di entrare e uscire dalla città e quindi non c'è modo di procurarsi provviste. Il governatore ha promesso loro che nei prossimi giorni arriveranno aiuti alimentari.
Il personale locale della Croce Rossa Internazionale mi ha riferito che i civili sono bloccati a Marjah sono tra i 40 e i 50 mila.

E per quanto riguarda le vittime civili di questa operazione?
Gli ufficiali americani mi hanno spiegato che il problema fondamentale di questa operazione militare - e non solo di questa - è distinguere tra civili e insorti, perché gran parte di questi ultimi coincidono con la popolazione, sono gente di qui, gente di Marjah. Il rischio di confonderli e commettere errori è molto alto, come dimostrano le testimonianze che abbiamo raccolto tra gli sfollati rifugiatisi a Lashkargah, che ormai sono circa 3.500 famiglie (oltre 20 mila persone, ndr). Alcuni di loro ci hanno raccontato di contadini uccisi nei campi perché scambiati per insorti.

 

La politica di Erdogan e l'asse turco-russo

                            di Luca Schiano - 23/02/2010

Fonte: Andrea Carancini Blog

Le recenti dichiarazioni di Erdogan che hanno stigmatizzato la condotta israeliana in Medio Oriente e nello stesso tempo avvicinato idealmente Ankara all’Iran, ci impongono delle riflessioni circa il ruolo della Turchia e della politica dell’attuale governo turco.

Ankara sa che la prospettiva di un automatica e vicina adesione all’Unione Europea è sfumata per le perplessità sollevate da più voci che si sono levate contro il paese della mezzaluna. La Turchia, stato secolarizzato che non ha rinnegato le proprie radici islamiche ma ha cercato di coniugarle con la modernità ed il progresso, è consapevole del proprio ruolo strategico, non solo in sede mediorientale, ma anche in quello dell’Europa dell’ Est, vista la sua posizione particolare di ponte sul Bosforo, sito di importanza fondamentale in chiave geopolitica. Praticamente Ankara sta valorizzando il proprio ruolo in un’area fondamentale nel prossimo futuro del “globale” sviluppo sociale ed economico. Ragionando in siffatti termini: “Bene, se non possiamo essere tra le Prime Potenze (l’adesione all’Unione Europea) cerchiamo di diventare la Prima delle Seconde potenze emergenti", che da qui a qualche decennio influenzeranno l’intero sistema mondiale, giocoforza la posizione chiave, appunto, del suo grande territorio che è al centro della complessa dinamica finanziaria che ha come protagonisti: Kazakistan, Iran, Medio Oriente, Europa Mediterranea ed Orientale. Questo scenario offre un panorama particolare perché grandi riserve energetiche sono colà contenute negli sterminati territori di quei paesi che si avviano ad essere fortemente ambiti.

La Politica turca trova nella condotta del proprio ministro Erdogan il punto di forza che farà emergere Ankara dallo stallo al quale lo aveva condannato l’Unione Europea, che è oggi quel traballante nano politico che ha finito per adeguarsi senza alcun travaglio e senza alcuna vergogna alla politica americana ed anti-islamica dettata dal notorio gigante d’Oltreoceano.

L’Unione Europea sa dell’inevitabile adesione di Ankara in un prossimo futuro - almeno in una forma giuridica sui generis - ma un sondaggio di qualche anno fa (2007) ha evidenziato la crescente ostilità dei cittadini turchi all’Occidente, soprattutto se esso finisce per identificarsi con la condotta americana nel mondo. Tale ostilità si era già concretizzata poco prima nel ruolo ambiguo, se non velatamente contrario, rispetto alla politica americana di aggressione all’Iraq del 2003, che è poi sfociato successivamente nell’atto plateale di diniego all’uso del Canale del Bosforo per gli incrociatori a stelle e strisce diretti nel 2008 verso le coste georgiane. Ricordiamoci che la politica di Erdogan ha rotto coi consueti schemi dettati dai “laicisti” governi precedenti (quelli in auge prima del 2002, prima che il partito politico di “Giustizia e Sviluppo” prendesse il potere) che adeguavano il governo turco ai dettati di Washington senza condizioni.

Il nuovo governo Erdogan (incredibilmente simile a quello del compianto Aldo Moro, i cui tratti sembravano orientati più ad una conciliazione interna e di buon vicinato che ad uno scontro fisico col padrone di turno del mondo) mira al consolidamento del ruolo di Ankara come mediatore ed arbitro nel complesso mosaico di popoli, fedi e fazioni di quella non lontana realtà sociale e politica: ecco quindi la buona politica (non senza luci ed ombre) di distensione nei confronti di Armenia e Curdi e di più stretta collaborazione coi paesi turcofoni dell’ex-unione Sovietica; il sottoscritto considerando l’evento della visita di Stato del presidente turco A. Gul nei territori a maggioranza turcofona della Federazione di Russia nel febbraio 2009 non ha potuto fare a meno di ricordare altresì il “Piano di Azione di Cooperazione Euro-Asiatico” suggellato un decennio prima, che fu l’apripista del nuovo patto tra Mosca ed Ankara i cui rapporti commerciali ruotano oggigiorno attorno all’ingente cifra di 33 miliardi di dollari ed hanno finito per fare del gigante euro-siberiano il maggior socio d’affari del governo della mezzaluna. Recente (il 13 gennaio scorso) l’incontro nella capitale turca del presidente Medvedev nell’ottica della più stretta collaborazione sul piano energetico: la società Atom Stroi Export, russa, è risultata vincitrice dell’appalto per la costruzione della prima centrale nucleare turca e la Turchia si è detta favorevole al progetto russo del gasdotto South Stream sponsorizzato dalla Gazprom moscovita.

Scenari nuovi si materializzano sul palco dove il cantante solista americano dovrà rendersi conto della realtà nuova che cambia e che essa, non sarà fatta più di cartoni e stucchi, ma di materiale più consistente: non basterà più una spinta per buttar giù ciò che egli non gradisce anche perché la platea gli è sempre più ostile: è da cinquant’anni che non riesce più a cambiar canzone e musica.
 

Iran: un’interpretazione di quanto sta accadendo

                               di Daniele Scalea

Dalle ultime elezioni presidenziali (12 giugno 2009) ad oggi l’Iràn è stato continuamente sconvolto da manifestazioni, più o meno pacifiche, degli oppositori al presidente riconfermato Mahmud Ahmadi Nejad e – talvolta – pure alla guida suprema ayatollah Alì Khamenei. Il tutto inserito nel quadro della controversia internazionale sul programma nucleare iraniano, con relative sanzioni e minacce d’attacco militare al paese da parte degli USA o di Israele. Anche in occasione delle recentissime manifestazioni per celebrare il trentunesimo anniversario della Rivoluzione islamica, la stampa occidentale ha dato decisamente più risalto agli scontri tra forze dell’ordine e contestatori che non alle celebrazioni ufficiali, che pure hanno attirato centinaia di migliaia, milioni di persone nelle piazze iraniane.

Ben presto in Occidente gli osservatori si sono polarizzati su due valutazioni opposte ma speculari. La prima, che va decisamente per la maggiore essendo quella propagandata dai mainstream media e fatta propria anche da molti governi, è che in Iràn sia in corso la lotta tra un regime tirannico e la maggioranza della popolazione spontaneamente insorta per abbatterlo. La seconda, meno diffusa ma fortemente radicata in alcune “nicchie”, è che i disordini iraniani siano da ricondursi ad un tentativo di “rivoluzione colorata” ad opera della CIA.

Senza soffermarci troppo sul carattere democratico o meno, rappresentativo o meno, repressivo o meno della Repubblica Islamica, vorrei concentrare l’attenzione sulla genesi e la natura delle proteste. Le due interpretazioni – a) sono assolutamente spontanee e genuine, senza ingerenze esterne e b) sono assolutamente artificiose e manovrate dall’estero – sono, a mio modesto parere, entrambe fallaci in quanto intrinsecamente riduzioniste. Entrambe vedono la realtà in bianco e nero: semplicemente una dice “bianco” e l’altra dice “nero”, ma entrambe rifiutano di vedere tutte le tonalità intermedie, quella variegata scala cromatica che compone la realtà fattuale.

Partiamo da un fatto: l’ingerenza esterna c’è, è fin troppo palese. Chi s’ostina a negarla difetta d’informazioni e/o pecca d’ingenuità. È di dominio pubblico che l’amministrazione Bush puntasse ad un “cambio di regime” in Iràn: tant’è vero che all’epoca se ne sentiva parlare sulla stampa con la medesima frequenza con cui oggi si tratta di “rivoluzione verde” (una coincidenza significativa). Seymour Hersh, forse il più importante giornalista investigativo statunitense (vincitore del Premio Pulitzer per aver svelato al mondo il massacro di Mai Lai), ha rivelato sul “New Yorker” che la passata amministrazione statunitense destinò nel 2007 circa 400 milioni di dollari per finanziare gruppi ribelli in Iràn. Al di là della correttezza o meno delle cifre, la cosa non può sorprendere: ciò è semplicemente in linea col proposito, più volte manifestato, di favorire un “cambio di regime” a Tehrān. E con le ripetute denunce da parte delle autorità iraniane d’ingerenze straniere. Si sa per certo che anche l’amministrazione Obama continua a finanziare l’opposizione iraniana: 20 milioni di dollari è la cifra destinata alla sola USAID per «promuovere la democrazia» nel paese mediorientale. E la segretaria di Stato Hillary Clinton, intervistata dalla CNN, ha ammesso che gli USA hanno discretamente appoggiato i dimostranti dell’opposizione in giugno. Thierry Meyssan (“La Cia e il laboratorio iraniano” e “Fallisce in Iran la rivoluzione colorata”) ha indagato sul coinvolgimento straniero nella contesa politica iraniana, senza essere mai confutato dai critici.

 

I sostenitori dell’assoluta “spontaneità” della cosiddetta “rivoluzione verde”, che fin nel nome ed in certi schemi d’azione richiama decisamente le “rivoluzioni colorate” orchestrate dagli USA in giro per il mondo, sono o male informati, o più semplicemente degl’inguaribili romantici che, identificandosi nell’opposizione iraniana, vogliono a tutti i costi crederla “senza macchia e senza paura”. Spesso essi rifiutano sic et simpliciter la cosiddetta “dietrologia”, convinti che la verità e tutta la verità sia quella vista in televisione. Ma la realtà è un po’ più complessa di così, e non si possono valutare le vicende umane senza prendere in considerazione tutti i fattori, compresi quelli che agiscono sullo sfondo o che sono volutamente celati al grande pubblico. Chiunque oggi scriva un libro sulla genesi della Prima Guerra Mondiale non potrà esimersi dal porre in primo piano alcune questioni geostrategiche ben distanti dai casus belli ufficialmente addotti all’epoca. Oggi è pacifico che la vera motivazione dell’ingresso in guerra dell’Inghilterra non fu difendere la neutralità del Belgio, bensì la sua supremazia marittima ed extra-europea dalla Weltpolitik del Reich germanico. Allo stesso modo, sottolineare che la scoperta dell’America non derivò da un “colpo di testa” di Colombo, bensì dall’ambizione spagnola di risalire la filiera del commercio delle spezie orientali, rientra nella normalissima analisi storica – cosa diversa dalla “cronaca” – e non è certo “dietrologia”. Ciò è pacifico; ma perché mai si dovrebbero adottare schemi interpretativi diversi quando s’indaga un fatto presente anziché uno passato? Chi rifiuta di prendere in considerazione qualsiasi fattore che non sia evidente e palese già alla prima occhiata inevitabilmente si condanna ad osservare da una sola prospettiva, e dunque a non cogliere la profondità ed il reale significato dell’oggetto del suo sguardo.

D’altro conto, a tale visione naif si contrappone quella troppo estrema spesso bollata come “complottista”, secondo cui alla base degli eventi iraniani ci sarebbe un’oscura manovra di Washington. Le politiche di destabilizzazione dell’Occidente sono certo un fattore importante, ma non si possono ignorare né minimizzare quelli endogeni – che sono presenti in ogni “rivoluzione colorata”, e tanto più in Iràn dove, propriamente, non siamo di fronte ad un evento di quel tipo (ossia un colpo di Stato promosso dalla CIA) bensì ad uno scontro interno, che gli USA hanno contribuito a fomentare ed in cui si sono inseriti, ma che non hanno plasmato essi stessi né che manovrano in toto. Cerchiamo d’essere più chiari e precisi.

Lo scontro in corso è tra il Presidente e la Guida Suprema da un lato, e l’ayatollah Akbar Hashemi Rafsanjani dall’altro. Rafsanjani – una sorta di “eminenza grigia” della Repubblica Islamica – non può essere considerato un semplice burattino coscientemente o incoscientemente in mano alla CIA. Rafsanjani è un chierico di primo piano, per otto anni presidente della Repubblica, oggi alla testa dell’Assemblea degli Esperti e del Consiglio per il Discernimento, due organi non elettivi dotati d’ampi poteri (tra cui l’elezione e persino la destituzione della Guida Suprema). Nel corso degli anni ha accumulato enormi ricchezze e svariate accuse di corruzione da parte dei suoi avversari. Val la pena notare che Rafsanjani è catalogabile, per utilizzare le categorie trite e ritrite della stampa nostrana, come un “conservatore” e non certo come un “riformista”. Nel 2005 cercò il terzo mandato presidenziale (dopo otto anni di presidenza Khatamì), ma fu a sorpresa sconfitto dal sindaco di Tehrān, il laico Mahmud Ahmadi Nejad. Da lì cominciò la rivalità, esplosa in tutta la sua violenza negli ultimi mesi. Rafsanjani, sconfitto alle urne, ha trovato appoggi presso altre importanti figure della politica iraniana, come gli ex presidenti Khatamì e Musavì. Nemmeno costoro sono sospettabili d’essere agenti della CIA. Stessa cosa dicasi per gran parte dell’opposizione, eccetto i gruppi terroristi – monarchici e comunisti dei Mugiahiddin i-Khalq, cui appartenevano i dissidenti recentemente giustiziati (condannati appunto per aver preso parte non a manifestazioni pacifiche, bensì ad attentati che sono costati la vita a decine di persone) – e probabilmente qualche gruppetto di giovani militanti, che agiscono in sintonia con le tipiche procedure delle “rivoluzioni colorate”.

Il clan Rafsanjani ha, invece, una propria base sociale. Una parte consistente del clero, ad esempio, non gradisce la popolarità acquisita dal Presidente – un laico – e la crescente influenza delle Forze Armate. Inoltre, Ahmadi Nejad ha impostato la propria politica sociale sull’attenzione per le classi basse: si può discutere quanto si vuole sull’effettiva efficacia e sincerità dei suoi provvedimenti, ma è certo che il “popolo minuto” rappresenta la sua base di consenso, mentre è nei ceti alti e soprattutto nella borghesia urbana che trova numerosi critici, se non altro perché la sua politica economica e l’isolamento commerciale hanno danneggiato i loro interessi materiali. Egualmente, molti studenti universitari – tradizionalmente inclini al “ribellismo” verso la società, e che hanno l’occasione di entrare facilmente in contatto con altre culture e punti di vista esterni – fanno parte dell’opposizione. Alcuni di questi saranno certamente mossi anche dal desiderio di una liberalizzazione politica e dei costumi. Quest’interpretazione “sociale” degli schieramenti politici in Iràn (che non va presa troppo rigidamente: Ahmadi Nejad ha sostenitori anche tra i ricchi e gli universitari, e oppositori tra la povera gente) non è certo una mia invenzione, ed è suffragata dall’approfondita indagine condotta da Terror Free Tomorrow e New America Foundation (vedi Ken Ballen e Patrick Doherty, “The Iranian people speak”). Esiste dunque un’opposizione genuina dotata d’una propria base sociale, sicché la lotta dal livello istituzionale è potuta scendere fin nelle piazze, come sperimentato negli ultimi mesi. Precisiamo, a scanso d’equivoci, che il sostegno a Ahmadi Nejad è superiore all’opposizione, come hanno dimostrato le ultime elezioni (i cui risultati tengo per buoni, poiché le tesi dei sostenitori dei brogli massicci e decisivi che ne avrebbero sovvertito l’esito non hanno retto all’analisi critica che ho svolto in Elezioni iraniane: la tesi dei brogli al vaglio”, al momento mai confutata e che perciò ritengo valida).

Perché negli ultimi mesi questo scontro al vertice si è tramutato in una lotta così violenta e serrata? Ritengo che gli USA abbiano avuto in ciò un ruolo diretto, non decisivo, ed uno indiretto, decisivo. Il ruolo diretto è, ovviamente, il finanziamento e la manipolazione di elementi dell’opposizione. È ipotizzabile senza suscitare scandalo la presenza di qualche agitatore statunitense in seno all’opposizione, soprattutto in quelle manifestazioni egemonizzate dall’ala più radicale, come i disordini provocati da comunisti e monarchici durante le celebrazioni dell’Ashura a Tehrān – sconfessati anche da Musavì. Eppure, se non ci fosse una reale massa d’oppositori non sarebbe stata possibile una così lunga serie di manifestazioni e disordini, nemmeno per un’agenzia ricca e potente com’è la CIA. L’opposizione iraniana esiste indipendentemente dal ruolo diretto degli USA, che si può supporre preponderante solo nel caso delle fazioni più estremiste (e violente), come i terroristi dei Mugiahiddin i-Khalq le cui basi si trovano in Occidente. È assai plausibile che ci siano stati contatti informali tra l’opposizione iraniana e gli Statunitensi, vista la contingente parziale coincidenza d’interessi. Ma non è credibile che questa parte cospicua, anche se minoritaria, della società iraniana possa essersi improvvisamente venduta in massa alla Casa Bianca.

Maggiore rilievo ha avuto il ruolo indiretto degli USA, determinante per spingere Rafsanjani ed i suoi alleati a cercare lo scontro aperto con Ahmadi Nejad (e Khamenei). La posizione di George W. Bush verso l’Iràn si potrebbe riassumere grosso modo come segue: l’Iràn è uno “Stato canaglia”, un nemico che dev’essere sottomesso con la forza (invasione o colpo di Stato etero-diretto) e le cui istituzioni vanno “occidentalizzate”, quindi con l’abbattimento della Repubblica Islamica. Con un interlocutore del genere c’era ben poco spazio di manovra. Le cose sono cambiate con Barack Obama. Il Presidente democratico, in omaggio alle tesi geopolitiche del suo consulente Zbigniew Brzezinski (si veda il suo The Grand Chessboard), ritiene che l’Iràn debba costituire un tassello fondamentale nella strategia mondiale statunitense, fungendo da argine all’influenza russa e cinese nel “Grande Medio Oriente”. Dato che le disavventure in Afghanistan e Iràq rendono improponibile un’invasione anche dell’Iràn, e dal momento che un “cambio di regime” a Tehrān è assai improbabile, l’unica scelta è trattare, mediare. Obama ha osato (e uso questo verbo perché negli USA è difficile contestare apertamente i programmi di Tel Aviv) persino costruire una parte della sua campagna elettorale su questo tema, sicché non si può ignorarlo. Il problema è che né Obama né Ahmadi Nejad sono disposti a fare grandi concessioni, e così è arduo per loro venirsi incontro. Anche se si risolvesse lo scoglio del programma nucleare, per Obama sarebbe solo un primo tassello: provocare il riallineamento geostrategico dell’Iràn sarebbe operazione ancora più difficile e laboriosa. La differenza tra USA e Iràn sta in questo: che essendo i primi più forti del secondo, negli USA l’opposizione alla “linea Obama” è la “linea dura”, quella della contrapposizione frontale all’Iràn, della promozione del “cambio di regime” o dell’attacco militare; in Iràn invece chi s’oppone alla “linea Ahmadi Nejad” è favorevole all’appeasement con Washington. Ecco dunque che, dopo l’ascesa alla presidenza di Obama, la fazione che fa capo a Rafsanjani – tradizionalmente favorevole all’inserimento nell’economia capitalista globalizzata ed a rapporti “distesi” con l’Occidente – ha intravisto l’opportunità ed ha scelto di agire per liberarsi di quella che considera come una zavorra per gl’interessi dell’Iràn (o per i propri personali), ossia l’oltranzismo e l’idealismo di Ahmadi Nejad. Il clan Rafsanjani vorrebbe spodestare Ahmadi Nejad per fare maggiori concessioni agli USA e così rendere possibile la distensione diplomatica con l’Occidente, cosa che favorirebbe in particolar modo gl’interessi economici dei ceti alti iraniani, gli stessi che forniscono la base di sostegno all’opposizione. Khamenei è un ostacolo infinitamente minore: egli ha scelto attualmente d’appoggiare Ahmadi Nejad, ma se questo dovesse cadere in disgrazia, non avrebbe grossi problemi a mostrarsi conciliante col clan Rafsanjani: Khamenei è la Guida Suprema dal 1989, il che significa che ha convissuto per 8 anni con Rafsanjani presidente e per altri otto con Khatamì. Siccome, però, la popolazione è in larga maggioranza a fianco di Ahmadi Nejad, Rafsanjani ed alleati hanno scelto d’optare per la via extra-istituzionale: lo scontro di piazza, il tentativo di rovesciare il Presidente con la forza, logorandolo costantemente ai fianchi finché non sarà possibile dargli lo scossone finale.

Se il progetto dell’opposizione iraniana dovesse avere successo, cosa succederebbe all’Iràn? Come già si è detto, si troverebbe un accordo sul nucleare con l’Occidente; prevedibilmente, sarebbe Tehrān a dover compiere numerosi passi indietro (o avanti, a seconda dei punti di vista), ossia a fare ripetute concessioni. La contropartita, quella tanto agognata, sarebbe la riapertura a pieno regime dei canali commerciali con l’Occidente. Sul piano interno, è assai probabile che la liberalizzazione dei costumi sarebbe scarsa se non nulla: infatti, l’ala più radicale e libertaria dell’opposizione sarebbe prevedibilmente tagliata fuori dai giochi subito dopo la presa del potere. Aumenterebbe anzi il potere del clero a dispetto di quello delle Forze Armate, e si andrebbe in direzione opposta alla “democratizzazione”, in quanto il demos ha già mostrato in maniera eclatante da quale parte stia. Sul piano internazionale, però, non ci sarebbe quel radicale ribaltamento d’alleanze auspicato da Obama e dai realisti statunitensi. I rapporti di forza nel mondo stanno cambiando, ed oggi anche Russia e soprattutto Cina offrono opportunità commerciali e politiche non inferiori a quelle dell’Occidente. Un Iràn “de-ahmadinejadizzato” si limiterebbe a condurre una politica più cauta, “multi-vettoriale”, cercando di mantenere buoni rapporti con tutte le grandi potenze.

Un quadro molto diverso da quello naif ed idealistico che oggi si figurano gli entusiasti sodali occidentali dei “verdi” iraniani.

* Daniele Scalea è redattore della rivista “Eurasia”

di Sergio Cararo
Perché l’Iran dovrebbe bloccare il suo programma nucleare? Se è per le motivazioni antinucleari poste dai movimenti ambientalisti anche in tutti i paesi a capitalismo avanzato non possiamo che condividerle. Ma se le motivazioni sono politiche, anzi geopolitiche, allora non possiamo essere d’accordo. Come è noto, i programmi nucleari sono stati sviluppati in moltissimi paesi nel corso degli anni Novanta. Se vogliamo parlare di paradossi, il paese che negli anni Novanta ha fatto più incetta di plutonio e uranio… è stato il Giappone. Pochi ricordano quante navi abbiano preso la strada del Sol Levante provenienti dalla Francia o dagli Stati Uniti con carichi nucleari. Il riarmo e l’ondata militarista che hanno percorso il Giappone negli ultimi anni (alimentato dalla sindrome anti-coreana), confermano che la corsa nucleare del Sol Levante non aveva solo scopi industriali.

Nel XXI Secolo, molti paesi in via di sviluppo si stanno apprestando a varare programmi nucleari, inclusi molti paesi arabi (dall’Egitto alla Libia agli Emirati del Golfo). Diversamente che in Europa o nei paesi capitalisti, il ricorso al nucleare in molti paesi emergenti corrisponde più al raggiungimento di standard di sviluppo tecnologico (anche militare) che ad esigenze energetiche.

I tentativi di dotarsi dell’arma nucleare in Medio Oriente

Va ricordato in tal senso il tentativo iracheno di costruire un impianto nucleare a Osirak che fu stroncato unilateralmente nel 1981 dagli israeliani con un bombardamento proprio mentre era in corso la guerra dell’Iraq contro l’Iran. Fu un intervento militare che confermò come Israele – allora – alimentasse ancora il progetto di sostegno ad una potenza regionale “non araba” (l’Iran) contro una potenza regionale “araba” (L’Iraq). Era la stessa motivazione con cui Israele ha avuto per decenni solidi rapporti militari,politici, economici con l’altra potenza regionale “non araba” (la Turchia) e abbia coltivato alleanze con le forse non arabe del Medio Oriente (i curdi in Iraq e Iran, i maroniti in Libano etc.)

La “bomba islamica” infine l’ha costruita il Pakistan con i finanziamenti ricevuti da tutti i paesi arabi ed islamici. Il Pakistan non lo ha fatto per assicurarsi una fonte di approvvigionamento energetico alternativo al petrolio ma per acquisire uno status di potenza regionale nei confronti di India e Cina (dotate dei armi nucleari) e per dare “un punto di forza” alla nazione islamica nei confronti dell’arsenale nucleare israeliano. L'India proprio in questi giorni di aumento delle polemiche contro l'Iran, ha sperimentato il missile Agni III per il lancio di testate nucleari.

La stessa Israele, ha creato l’impianto nucleare di Dimona non certo per produrre l’energia di cui non dispone e aggirare così l’embargo petrolifero arabo, ma per produrre decine di testate nucleari operative con cui minacciare e ricattare tutti paesi del Medio Oriente (e non solo). Il povero Vanunu sta ancora passando i suoi guai per averlo rivelato al Sunday Times.

Cosa hanno in comune la bomba islamica pakistana, quella indiana e quelle israeliana? Che tutte e tre sono nate di nascosto e in paesi che hanno finora rifiutato di firmare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare per evitare le ispezioni dell’AIEA nei loro impianti.

Al contrario, la Repubblica Islamica Iraniana, ha firmato il Trattato, ha ospitato sistematicamente le ispezioni dell’AIEA ed ha dato vita pubblicamente e legalmente al suo programma nucleare. Ma perché un importante paese produttore di petrolio ha dato vita ad un programma nucleare?

 

La questione nucleare dentro il Grande Gioco in Medio Oriente e Asia Centrale

Le ragioni dell’accelerazione del piano nucleare iraniano, vanno viste nel contesto del “Grande Gioco” apertosi pesantemente in Asia Centrale a metà degli anni Novanta. Non va infatti dimenticato che tra gli obiettivi dichiarati del “Silk Road Strategy Act” statunitense vi era quello di tagliare fuori dai corridoi energetici proprio la Russia e l’Iran. (4)

La guerra degli oleodotti che si è aperta e combattuta nei Balcani, nel Caucaso e nelle repubbliche asiatiche ex sovietiche non è ancora terminata ed è stata di una durezza che pochi hanno saputo cogliere (se non in occasione della guerra NATO nei Balcani, del sanguinoso conflitto in Cecenia e di quello più recente in Georgia). Il tentativo di tagliare fuori la Russia dai corridoi strategici è però fallito sia grazie alla sconfitta del tentativo della Georgia di occupare le repubbliche secessioniste dell’Ossezia e dell’Abkhazia (rimaste nell’orbita di Mosca), sia grazie alle spregiudicate operazioni dell’Italia di Berlusconi e della Turchia che hanno varato il progetto del corridoio South Stream, il quale consente alla Russia di commercializzare le sue risorse energetiche fin sul Mediterraneo evitando sia la strozzatura della Georgia che quella – eventuale – di una Ucraina filo NATO. Allo stesso modo nel nord Europa, il corridoio North Stream bypassa Polonia e Repubbliche Baltiche e fa arrivare le risorse energetiche russe fin nel cuore dell’Europa.

Gli Stati Uniti dagli anni Novanta in poi hanno sistematicamente puntato a isolare ed estromettere l’Iran dalle dinamiche della geografia mondiale del petrolio. Di questo erano consapevoli il ricco Rafsanjani e i cosiddetti riformisti iraniani che hanno quindi cercato di riallacciare i contatti con gli USA. Ma a complicare ed a chiarire le cose, ci si è messo però il Progetto per il Nuovo Secolo Americano, il rafforzamento dei “likudzik” a Washington ed a Tel Aviv, l’avvento dell’amministrazione Bush e lo scatenamento della guerra preventiva da parte degli Stati Uniti. La realtà infatti ha dimostrato fino ad oggi che le bombe atomiche è meglio averle che non averle e che se un paese dispone di bombe atomiche può decidere da solo se farsi “esportare o meno la democrazia dentro casa”.

Lo scenario visto prima in Afganistan e poi in Iraq è stato un serio deterrente per l’Iran. Questo paese infatti si trova preso in mezzo ai due paesi occupati militarmente dagli USA e l’amministrazione statunitense non nasconde affatto l’ambizione di chiudere anche territorialmente questa parte dell’Arco di Crisi indicato da tempo da Brzezinski e Kissinger dentro il progetto del “Grande Medio Oriente” di cui l’Iran è una spina nel fianco e una interruzione di continuità.

 

Le difficoltà di USA e Israele fanno aumentare i rischi dell’escalation

"Sta diventando verosimile un attacco militare contro l’Iran. Che sia Israele o l’America a lanciarlo poco importa. Potrebbe avvenire e il rischio maggiore è che inneschi una guerra regionale, con gli Hezbollah che attaccano Israele dal Libano e la Siria che entra in guerra con loro. Per scongiurarlo Netanyahu vuole accelerare l’accordo con la Siria" ad affermarlo è David Schenker, fino al 2006 titolare del dossier siriano al Pentagono e analista al centro studi Washington Institute in una intervista rilasciata pubblicata sul quotidiano italiano La Stampa del 6 febbraio. E’ noto a tutti che gli artefici principali di questa campagna aggressiva contro l’Iran siano i cosiddetti “likudzik” cioè i progetti e i soggetti convergenti della fazione filo-israeliana nell’amministrazione Obama con le autorità israeliane vere e proprie. Per i primi la liquidazione – anche manu militari – dell’Iran significa il rilancio pesante dell’egemonia globale USA oggi in declino, per i secondi rappresenta l’eliminazione di una potenza regionale rivale che sostiene apertamente organizzazioni come gli Hezbollah libanesi o i palestinesi di Hamas e rimane l’unico fattore di equilibrio nei confronti della strapotenza militare e nucleare israeliana. Israele oggi non ha più alcun alleato nell’intera regione. Le relazioni storiche con la Turchia sono fortemente compromesse, i negoziati con la Siria si sono fermati, i regimi reazionari arabi come Egitto e Giordania incontrano sempre maggiori contrasti interni nel mantenere la loro linea di subalternità ai diktat israeliani (vedi le contestazioni sia in Egitto che nel mondo arabo contro il muro egiziano contro i palestinesi di Gaza).

Oggi l’amministrazione Obama è seriamente impantanata in Afghanistan ed è ancora lontana dal raggiungimento degli obiettivi strategici prefissati dal progetto “Grande Medio Oriente”. I negoziati tra Israele e ANP sono fermi da mesi e il tentativo dell’amministrazione Obama di pesare sulle scelte negoziali israeliane si è rivelato del tutto inefficace, al contrario ha rivelato che è maggiore l’influenza israeliana sull’amministrazione USA che viceversa. In Iraq la situazione è fondata su un equilibrio di forze fragilissimo che verrebbe scosso duramente da una eventuale attacco militare contro l’Iran. La stessa Al Qaida nostra una capacità di estensione dell’influenza del proprio network in paesi da cui prima era assente (sia in Africa che nel mondo arabo). La tabella di marcia del tentativo di ristabilire l’egemonia statunitense nell’intera area deve fare i conti con la realtà e con la resistenza di popoli e di Stati all’egemonia globale USA. Gli USA sono sottoposti a fortissime pressioni israeliane per mettere in moto le operazioni contro l’Iran. Obama non ha affatto escluso l’opzione militare ma deve però prendere tempo e incentivare la campagna perché l’Afghanistan non è solo una rogna dal punto di vista militare ma lo è ancora di più dal punto di vista politico e della credibilità. Inoltre due potenze come Russia e Cina hanno emesso un serio monito contro una eventuale aggressione verso l’Iran. La prima intende limitarsi alle sanzioni, la seconda prende tempo avendo investimenti e interessi strategici rilevanti nella repubblica iraniana.

In queste settimane stiamo assistendo ad un intenso lavorìo diplomatico dell’Italia e dell’Unione Europea per tenere aperto un negoziato con l’Iran limitandosi alle sanzioni prima ed escludendo l’intervento militare. Lo stesso intervento di Berlusconi alla Knesset israeliana ha dato corda ai bellicisti di Tel Aviv ma si è limitato a concedere la sospensione dei contratti petroliferi che l’ENI aveva già deciso e annunciato da tempo di voler fare.

Eppure è possibile, anzi probabile, che nella prossima fase assisteremo ad una escalation sempre più pericolosa contro l’Iran e sarà una escalation la cui variabile indipendente non sarà rappresentata dagli “ayatollah” ma dal governo israeliano e dall’esito delle elezioni di medio termine negli USA. Il principio di lealtà (e di realtà) vorrebbe che una conferenza o un piano che punti ad un processo di disarmo nucleare del Medio Oriente riguardi certo l’Iran ma non può che includere anche Israele. L'unico ad aver avanzato la proposta della denuclearizzazione del Medio Oriente, è stato fino ad oggi il Presidente iraniano intervendo tre anni fa alle Nazioni Unite. Le potenze che vogliono attaccare o isolare l'Iran hanno sempre detto che non era credibile. In realtà – e torniamo alla questione di partenza – se parliamo di programmi nucleari, la proposta di Amadinejhad di denuclearizzare tutta la regione, inclusa Israele, sarebbe la più ragionevole per "rimettere in equilibrio la regione mediorientale" ed evitare nuovi conflitti.

Incontro con George Galloway

Fonte: Silvia Cattori

 

Tutti uniti coi musulmani per interrompere l’assedio di Gaza.

 

George Galloway, deputato britannico alla Camera dei Comuni (*), è un uomo pacato, vivo, caloroso. Il suo sguardo blu è attento e amichevole. Non ha tempo da perdere. È preoccupato per la gravità della situazione a Gaza. Ha mille impegni, tuttavia ha accettato di tenere, il 26 gennaio, una conferenza a Lione (**). Ed è lì che lo abbiamo incontrato.

28 gennaio 2010, argomenti: GazaMovimento di solidarietàDiritto internazionale

 

Con una voce forte, chiara e limpida, egli lascia il suo messaggio: di fronte alla guerra che l’Occidente conduce contro il mondo musulmano, c’è una mortale debolezza della sinistra che non si unisce coi musulmani[i]

. È indispensabile che tutte forze progressiste e anti-guerra si uniscano con loro. Poiché attualmente le posizioni dei musulmani sono oggettivamente le stesse di tutti i progressisti del mondo: farla finita con le guerre e le ingiustizie.

 

Silvia Cattori: Dopo l’ultimo convoglio di “Viva Palestina” a Gaza[ii]

, che cosa conta di fare?

George Galloway: Penso che il tempo delle discussioni sia finito. I fatti parlano più forte delle parole. Dobbiamo fermare l’assedio di Gaza con tutti i mezzi. L’abbiamo interrotto tre volte nel corso degli ultimi undici mesi; dobbiamo continuare a farlo sempre di più per ottenere la fine definitiva di quest’oppressione.

Non lasceremo sola la popolazione di Gaza. Il prossimo convoglio si farà via mare. Non abbiamo altra scelta. Salperemo nel maggio 2010. Ci saranno navi dell’Africa del Sud, del Venezuela, della Malesia, della Turchia, etc… abbiamo bisogno di più navi possibili, del massimo appoggio del governo, della maggior protezione possibile per portare a Gaza tutto l’aiuto possibile; di cemento, legno, chiodi, per ricostruire Gaza.

Certamente ora che l’Egitto ha vietato l’ingresso dei convogli nel suo territorio, è molto più difficile. Avrei preferito passare sulla terraferma che via mare, non sono un marinaio, ma è l’unica via per andare a Gaza. Vogliamo che questo convoglio internazionale possa navigare sotto bandiera turca, che vi siano a bordo delle personalità eminenti e che possa trasportare una grande quantità di materiale; ad esempio il necessario per ricostruire le case distrutte da Israele. Abbiamo buone probabilità di arrivare in porto. Se riusciamo ad arrivarci, potremo ritornare con le nostre navi piene di prodotti di Gaza ed avviare così una linea commerciale marittima tra Gaza ed il mondo.

Stiamo costruendo una coalizione internazionale; il movimento “Viva Palestina” esiste ora in numerosi paesi: Africa del Sud, Stati Uniti, Malesia, Gran Bretagna, Irlanda; spero che il movimento di solidarietà francese si unisca a noi.

 

Silvia Cattori: Se ho ben inteso, lei conta di raccogliere ed unificare internazionalmente i gruppi e la gente, attualmente sparsi ed indeboliti, per ottenere la maggior efficacia possibile e diventare eventualmente il leader di tale movimento?

George Galloway: No, non penso di esserne il leader. Credo che la Turchia sia il leader. Il primo ministro Erdogan dovrebbe essere il nostro leader. Penso sia l’unico uomo di Stato che possa realmente avere una grande eco – in particolare nel mondo musulmano, il mondo arabo – e che possa risvegliare il gigante addormentato dell’opinione pubblica araba.

La Turchia è un elemento importantissimo per la nostra riuscita. Rappresenta un nuovo fattore nell’equazione palestinese. Dopo decenni di alleanza strategica con Israele, la Turchia è diretta oggi da un governo che i cittadini del mondo non possono che ammirare. L’ONG umanitaria turca IHHA è stata decisiva per il successo del nostro ultimo convoglio. Ci ha fornito i veicoli ed ha apportato più del 40% delle persone che hanno partecipato. Erdogan è intervenuto personalmente per ottenere il lasciapassare da parte di Mubarak. Ci ha fornito tutto il sostegno politico e diplomatico che ci occorreva affinché potessimo raggiungere il nostro obiettivo di entrare a Gaza per offrire alla popolazione il nostro materiale ed il nostro aiuto.

 



 


Silvia Cattori: Vedo che lei si affretta a ripartire ed a lanciarsi in una nuova sfida per attirare l’attenzione del mondo su Gaza e sulla sua popolazione deliberatamente affamata, e sempre messa in trappola da una chiusura più che mai crudele e pericolosa. Ma non è un sogno irrealizzabile? Navigando sotto bandiera turca, non teme di essere accusato di voler istigare uno Stato contro uno Stato? Ciò non sarà considerato da Israele come un atto di guerra?

George Galloway: No, non sarà un atto di guerra perché le acque internazionali sono le acque internazionali, e dopo c’è il mare di Gaza. Bisogna solo avere il coraggio di passare dalle acque internazionali alle acque di Gaza. Non c’è alcune minaccia contro Israele. Il convoglio può essere ispezionato dai funzionari delle Nazioni Unite per verificare che non vi sono armi. Sono già passate diverse imbarcazioni.

Silvia Cattori: I due ultimi tentativi di raggiungere Gaza via mare, nel 2008, sono falliti! E i primi tre tentativi, se sono andati a buon fine, non può essere perché Israele in quel momento aveva un interesse nel lasciarli passare?

George Galloway: Si trattava di una o due imbarcazioni, e non avevano la protezione di Stati importanti. Occorre assicurarsi l’appoggio di Stati che hanno un certo peso. È a ciò che stiamo lavorando ora.

Credo che siamo in grado di creare le condizioni che ci permetteranno di arrivare in porto. Dobbiamo provare, costi quel che costi; in questo contesto di blocco, non c’è altra via per raggiungere Gaza che passando via mare. All’inizio degli anni ’60, quando Berlino Ovest era isolata, tutti i paesi europei hanno organizzato un ponte aereo per apportarle aiuto. È di un ponte così che abbiamo bisogno. Non possiamo farlo via aria, ma possiamo farlo via mare. Più grande sarà, meglio sarà. Dobbiamo andarci numerosi; dobbiamo avere a bordo delle personalità di fama mondiale ed il sostegno di Stati importanti, o almeno di uno Stato importante. E la Turchia sarà, credo, la chiave.

Silvia Cattori: Il gruppo di “Free Gaza” non aveva annunciato la sua intenzione di andare a Gaza nello stesso periodo? Non lavorate insieme?

George Galloway: Non so quello che fa “Free Gaza”; noi rispettiamo quello che fanno. Sappiamo che hanno già ritardato tre volte il loro viaggio; mi auguro che si uniscano al nostro convoglio, ma se decidono di andarci da soli, hanno il mio pieno sostegno.

Silvia Cattori: La gente che si fida di voi, che vi ha accompagnato durante i tre convogli, soprattutto l’ultimo, che impressione ha? Dev’essere stata un’esperienza affascinante e senza dubbio arricchente, ma anche traumatizzante. Com’è ritornata dal terzo ed ultimo convoglio di dicembre-gennaio? E lei? Stanco o più forte?

George Galloway: Più forte. Ma il prossimo convoglio via mare non necessiterà della presenza di altrettante persone. In questo caso, le sole persone che possono essere un aiuto, che possono essere veramente efficaci, sono delle personalità conosciute, dei grandi donatori, e gente che ha esperienza in marina. Non abbiamo bisogno di molti passeggeri su queste navi. È una tattica differente, questa. In un convoglio via terra, tutti sono i benvenuti. Nell’ultimo avevamo con noi 520 persone di 17 paesi. Qui, non avremo bisogno che da 15 a 20 persone per nave.

Silvia Cattori: La gente che ha seguito la vostra lunga e difficoltosa odissea è rimasta impressionata. Deve farle piacere sapere che si sente dire: “Se vedete qualcuno della tempra di Galloway, seguitelo!”. Ma i vostri successi non pesano sulle vostre spalle? È una grande responsabilità!

George Galloway: Si. Ma sono in questa lotta da 35 anni. Avevo 21 anni quando l’ho cominciata. Non l’abbandonerò. Non lasceremo sola la popolazione di Gaza.

(traduzione a cura di Matteo Sardini)

(*) Vedere il sito web di George Galloway:

http://www.georgegalloway.com/index.php

(**) Invitato dall’associazione Résistance Palestine.


[i] Per due volte il pubblico si è alzato in ovazione per esprimergli la propria ammirazione per essere riuscito tre volte nella vera impresa di assicurare l’arrivo degli convogli „Viva Palestina“ a Gaza.

[ii] Vedere: , “ “Viva Palestina”, et maintenant ?”, di Stuart Littlewood, info-palestine.net, 14 gennaio 2010.

 

Israele – il primo ghetto ebraico

19/01/2010

Original Version: The first Hebrew ghetto

Il 10 gennaio, il primo ministro israeliano ha annunciato la decisione di costruire una nuova barriera per chiudere il confine fra Israele e l’Egitto. Ma circondare tutto Israele con recinzioni e barriere farà nascere molti altri muri in questo paese – scrive lo storico israeliano Aviad Kleinberg

“Alla fine, non ci sarà altra scelta che recintare Israele in tutte le direzioni”, ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu in una sessione a porte chiuse (le cui notizie sono immediatamente trapelate, come succede abitualmente in Israele). “Il paese dovrà essere completamente recintato in tutte le direzioni”.

“In tutte le direzioni”. “Completamente”. Un’isola fortificata, armata fino ai denti, circondata da campi minati e recinzioni, da alti muri di cemento, e dal sospetto.

Ciò è certamente necessario alla luce delle nostre esigenze di sicurezza, si potrebbe dire. Il problema della sicurezza che ci governa e ci protegge richiede sacrifici, e non abbiamo altra scelta che accettarli. Tuttavia, non è questo il caso.

Questa volta il primo ministro non giustifica i muri, il filo spinato e i campi minati riferendosi ai timori legati ai terroristi e agli invasori. Piuttosto, egli sta parlando di un’altra paura. “Israele è l’unico stato del Primo Mondo che può essere raggiunto a piedi dal Terzo Mondo e dall’Africa”, dice. “Se non riusciamo a proteggerci con delle barriere, Israele sarà invaso da centinaia di migliaia di lavoratori stranieri e clandestini”.

Mettiamo da parte per un attimo l’ affermazione “geografica” di Netanyahu (una rapida occhiata alla carta geografica mostra che Israele è meno unico di quanto sostiene il primo ministro). Mettiamo da parte anche la falsa descrizione del problema (la maggior parte della manodopera immigrata in Israele, arriva qui con l’approvazione dello Stato , visto che i funzionari governativi consentono ai datori di lavoro di sfruttare i lavoratori stranieri). Pensiamo soltanto alla visione del mondo che le sue parole esprimono.

Netanyahu teme la pace non meno di quanto tema la guerra. La pace è davvero un sogno, ma per lui sembra essere un incubo. Netanyahu è mentalmente incapace di pensare ai nostri vicini in termini positivi. A suo parere non hanno nulla da offrirci. Sono venuti a prendere ciò che abbiamo – a contaminare la nostra “villa nella giungla”.

Ciò non è sorprendente. Quando si vive nella lussuosa comunità di Cesarea o nelle lussuose torri di Tel Aviv, i nostri vicini poveri diventano senza nome, un puro problema logistico. Bloccare le porte, costruire una barriera, e sguinzagliare cani da guardia. La povera gente sta arrivando; sono maleducati, ignoranti, e non sanno distinguere i vari tipi di sigari. Le signore filippine fanno un gran lavoro lavando piastrelle, ma questo non significa che si meritino un permesso di lavoro o un nome.

Affermazione culturale

Erigere un alto muro tra noi e i nostri vicini è un’affermazione culturale: la vostra cultura, i vostri problemi, e le vostre vite non sono di alcun interesse per noi. Viviamo nel Primo Mondo – cioè, veniamo dall’America. Ci è soltanto capitato di rimanere bloccati in Medio Oriente. I nostri vicini devono capire bene questo messaggio – noi non siamo di qui. Eppure, se non siete di qui, si chiedono loro, che cosa ci fate qui? Non ci piace sentircelo dire. Dopotutto, noi cerchiamo la pace. Oltre il muro.

E non pensiate che si tratti solo di impedire agli estranei di entrare. In una società in cui l’élite politica pensa che coloro che sono diversi da noi dovrebbero essere tenuti fuori con dei muri, vedremo barriere di separazione visibili e invisibili fare la loro comparsa in molti altri luoghi.

Le giustificazioni spesso si confondono. Perché non possiamo aprire la Highway 443 al traffico palestinese? Per ragioni di sicurezza? Per ragioni di convenienza? Al fine di prevenire gli attacchi, o nel tentativo di prevenire la congestione sulla Highway 1? Ogni cosa si confonde. La cultura, l’economia, la sicurezza, tutto lavora al servizio della separazione.

Eppure noi non ci separiamo soltanto da loro. Provate a camminare in alcuni quartieri di Beit Shemesh. Provate a passare attraverso i cancelli di alcuni quartieri a Jaffa. Cercare di passare gli esami di ammissione e i limiti per le tasse d’iscrizione presso alcune istituzioni accademiche in questo paese; cercate di passare dall’essere molto poveri all’essere molto ricchi. Buona fortuna, non è facile.

La mentalità della separazione, di voltare le spalle con ostilità a quelli che non sono del tutto simili a noi (ebrei o arabi, laici o religiosi, poveri o ricchi,  bianchi o neri) – tutto questo non si ferma alla barriera di confine. Ci si passa attraverso facilmente come in passato. E poi…benvenuti nel primo ghetto ebraico!

Aviad Kleinberg è professore di Storia all’Università di Tel Aviv

 

 valutazione della posizione egiziana


Original Version: Assessing Egypt’s position

Le azioni dell’Egitto a Gaza sono fonte di confusione ormai da qualche tempo. Quattro sono i fattori che determinano la politica estera del Cairo nei confronti della Striscia di Gaza:

1. Il trattato di pace israelo-egiziano, la cui difesa rappresenta una priorità chiave per la sicurezza nazionale egiziana.

2. Le preoccupazioni suscitate dal desiderio di Israele di trasferire la responsabilità della Striscia di Gaza sulle spalle dello stato egiziano, soprattutto alla luce del ritiro di Israele dalla Striscia e dei suoi tentativi di sbarazzarsi degli obblighi imposti dal diritto internazionale alla potenza occupante. 

3. Le preoccupazioni derivanti dal governo “di fatto” della Fratellanza Musulmana nella Striscia di Gaza, che pone un’ulteriore minaccia alla sicurezza nazionale egiziana. Questa minaccia è il risultato dei legami tra i Fratelli Musulmani a Gaza e l’organizzazione madre in Egitto, non riconosciuta dal governo, nonché dei rapporti privilegiati che legano la Fratellanza all’Iran, alla Siria e ad altre organizzazioni islamiste radicali in diverse parti del mondo arabo.

4. Il costante sforzo egiziano per porre fine al conflitto arabo-israeliano attraverso negoziati che porterebbero alla formazione di uno stato palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, evitando al contempo all’Egitto di prendere posizioni che possano contraddire il trattato di pace con Israele o che possano minacciare i suoi rapporti con gli Stati Uniti.

Questi fattori sono tutti connessi tra loro; in determinate circostanze alcune questioni diventano di suprema importanza, mentre in altre occasioni sono altre le questioni prioritarie. Tre sono i fattori dominanti più significativi in questo processo: primo, che la Striscia di Gaza ha un confine in comune con l’Egitto; secondo, che l’Egitto è uno dei principali attori del fronte arabo moderato; e terzo, lo storico rapporto tra Egitto e Palestina.

Il confine che lega l’Egitto alla Striscia di Gaza permette ai militanti di infiltrarsi nel Sinai per lanciare attacchi contro Israele dal territorio egiziano. Proprio come la Siria previene qualsiasi attacco contro Israele dal proprio territorio del Golan, malgrado lo storico rapporto fra il regime siriano e le innumerevoli organizzazioni radicali palestinesi e non solo, l’Egitto deve prevenire attacchi contro Israele sferrati dal territorio del Sinai.

La frontiera potrebbe creare un ulteriore elemento di destabilizzazione nel Sinai nel caso in cui i Fratelli Musulmani decidessero di cooperare su entrambi i lati del confine della Striscia. Queste preoccupazioni sono esacerbate dal fatto che lo speciale rapporto fra Hamas e l’Iran ha ora creato una presenza iraniana di fatto sui confini egiziani.

L’ Egitto considera la questione palestinese centrale non solo per la sua sicurezza nazionale, ma anche per le sue responsabilità regionali. Di conseguenza l’Egitto ha formulato una complessa politica su questa questione, basata sulla sua lunga esperienza passata.

Ciò che importa non riguarda l’esattezza o meno delle percezioni egiziane in merito, ma piuttosto la constatazione che la questione palestinese rappresenta il primo fattore che influenza le decisioni della politica di sicurezza nazionale egiziana. Sulla base di ciò, e siccome le politiche e le posizioni dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e dell’Autorità Palestinese coincidono con quelle dell’Egitto, qualsiasi riconoscimento della legittimità del governo di Hamas contraddirebbe gli interessi egiziani. Ma siccome è l’unico modo per raggiungere i propri obiettivi nazionali, l’Egitto ha cercato in vari modi di promuovere l’unità politica palestinese, che comporterebbe in ultima istanza l’integrazione di Hamas nella struttura politica, permettendo così ai palestinesi di aderire ad una posizione comune, coerente con le realtà regionali e globali. La condotta di Hamas sul confine con l’Egitto rappresenta un’aperta sfida alle politiche egiziane. Un esempio di questo confronto è stata la sparatoria contro i soldati egiziani al confine con Gaza, che ha recentemente portato alla morte di uno di loro. Questo suggerisce che i leader di Hamas non siano in grado di comprendere la realtà della propria situazione, né la realtà della politiche egiziane. Qualunque sia lo scenario, il risultato non favorirà Hamas, anche se gli stessi egiziani si sono trovati nelle condizioni di fare scelte difficili come quella di costruire un muro lungo il loro lato del confine con la Striscia di Gaza.

Per quanto riguarda la catastrofe umanitaria che sta coinvolgendo la popolazione di Gaza, la responsabilità non ricade sulle spalle del regime del Cairo (il quale del resto non avrebbe pietà per nessuno, qualora fosse minacciato), ma sulle spalle di coloro che valutano la situazione politica in maniera avventata e sconsiderata.

Hassan Khader scrive settimanalmente sul quotidiano al-Ayyam dell’Autorità Palestinese, che ha sede a Ramallah, sulle cui pagine è originariamente apparso questo articolo

 

Duemila copertoni per il diritto allo studio

Nel villaggio beduino Jahalin di Al Akmar un progetto con materiale riciclato rischia di essere demolito per far posto alla statale Gerusalemme-Gerico o all’ennesima espansione delle colonie

Barbara Antonelli

Quella dei beduini in Palestina è una storia fatta di espulsioni, demolizioni e confische di terre e proprietà. Forzatamente allontanati dalle loro case tradizionali nell’area del Neghev, tre quarti di loro sono diventati profughi nel 1948, come migliaia di palestinesi, in seguito alla creazione dello Stato di Israele, per poi spostarsi in diverse aree della West Bank. All’inizio degli anni 50 solo 11.000 beduini delle 7 tribù nomadi rimanevano infatti nel Neghev e fino al 1952 Israele non ha mai rilasciato loro alcun tipo di documento identificativo. Circa il 20% dei beduini non è nemmeno registrato nella voce “rifugiato”, di fatto sulla carta è come se non esistessero.
Ai beduini che si sono spostati in West Bank non è andata meglio: hanno subito ripetuti spostamenti e, non essendo concentrati in grandi agglomerati urbani come i palestinesi, gli accordi di Oslo li hanno segregati nella cosidetta Area C (1), quindi sotto il controllo amministrativo e militare di Israele e in aree dove l’espansione delle colonie è andata avanti a ritmi vertiginosi. Da sempre costituiscono un gruppo distinto dalla società palestinese, quasi sempre marginalizzato e privato di diritti.
La comunità beduina Jahalin, diventata principalmente stanziale, vive a sud-est di Gerusalemme, sulla strada che collega la città “santa” e Gerico. Niente luce, né acqua, nessuna infrastruttura, niente servizi di assistenza. Molti di loro lavorano nelle cave di pietra della zona o nelle colonie Israeliane. Vivono in baracche di lamiera, freddissime di inverno e caldissime d’estate, dato che in Area C il governo Israeliano consente la costruzione solo di strutture temporanee, senza fondamenta, e vieta l’uso di cemento o altri materiali da costruzione.
Negli ultimi mesi la comunità Jahalin del villaggio di Al Akmar è finita sotto i riflettori dei grandi media; CNN, Al Jazeera, BBC, diverse testate della stampa israeliana, e anche Rai Tre, hanno parlato del miracolo della scuola fatta di gomme. Quattro aule di 50-60 metri quadri ognuna e una segreteria-ufficio, tutte costruite con pneumatici posizionati a file sfalsate come i mattoni, riempiti di terriccio e argilla e con una copertura sul tetto in lamiera sandwich coibentata. Il progetto è stato gestito e realizzato dalla Onlus milanese Vento di Terra, in collaborazione con il Jerusalem Beduins Cooperative Committee di Anata (Gerusalemme Est). Un giovane gruppo di ingegneri e dottorandi con il supporto dell’Università di Pavia, a partire dall’analisi dei limiti del territorio (clima desertico e impossibilità dell’uso di materiali da costruzione) ha ideato questo progetto innovativo e poco costoso.
Valerio Marazzi, uno degli architetti che a luglio ha coordinato i 10 beduini e i volontari internazionali venuti a dare una mano nella costruzione, racconta “Quando siamo arrivati in questo posto, abbiamo visto che c’era argilla e tanti rifiuti. Abbiamo allora deciso di utilizzare il materiale locale e abbiamo pensato di riciclare uno dei materiali più difficili da riutilizzare, i copertoni appunto. La gomma delle automobili ha infatti una resistenza enorme, mantiene la temperatura interna ed esterna”. Costo totale della scuola, 25.000 euro, grazie alle risorse donate da tre comuni dell’hinterland milanese, dalla CEI (conferenza Episcopale Italiana), dalle suore comboniane e di tanto fundraising.

Dietro al progetto c’è la passione e l’impegno di una donna palestinese, Inam, coordinatrice educativa del progetto di Vento di Terra nel campo profughi di Shu’fat. Inam ha origini beduine; è stata lei a chiedere alla Onlus italiana di visitare alcune comunità vicino ad Anata, ad ascoltarne i bisogni. Donne anche le quattro insegnanti inviate dal Ministero dell’Educazione dell’Autorità Palestinese, che ad agosto ha ufficialmente riconosciuto la scuola per poi inaugurarla lo scorso 19 settembre.
“La costruzione di una scuola in questa area viene incontro soprattutto alle esigenze di mandare a scuola i bambini della comunità Jahalin, prima costretti ad andare anche a piedi a scuola, a oltre 15 km a piedi da qui. Su una strada dove le automobile sfrecciano”, racconta Inam. “Diversi bambini - prosegue Inam - sono stati investiti e tre di loro sono morti negli ultimi anni, per questo la scuola è stata accolta con grande entusismo dalla comunità locale. Ovviamente i genitori hanno avuto bisogno di tempo per acquisire fiducia nella scuola, avevano paura che qui non si insegnasse bene. All’inizio avevamo 37 bambini, dai 6 ai 9 anni, ma il numero è arrivato a 48”. Anche le insegnanti erano all’inizio reticenti, a conferma appunto della separazione che esiste tra la società palestinese e le comunità beduine. Del resto come pensare di spostare il proprio figlio da una scuola sicura ad Abu Dis, Anata o Gerico - anche se lontana - in una scuola che è sotto ordine di demolizione? Nonostante l’attenzione mediatica infatti, ad agosto è arrivato l’ordine da parte delle autorità israeliane dell’immediato stop ai lavori e di demolizione degli edifici costruiti con le gomme. Solo due mesi dopo che la scuola era già stata costruita si è venuto a sapere che secondo la legge Israeliana nessun edificio deve essere costruito a meno di 75 metri dalla strada statale.
Due diversi procedimenti legali sono stati aperti contro la scuola. Da una parte la richiesta presentata dai coloni della vicina Kfar Adumin (colonia illegale secondo il diritto internazionale e le risoluzioni ONU, nda) all’Alta Corte di Giustizia per la demolizione della scuola, perchè costruita senza permesso. Dall’altra un’ulteriore mozione presentata da un’impresa israeliana, Maat, che chiede la demolizione dell’edificio e il suo spostamento dall’altra parte della statale Gerusalemme-Gerico, di cui è previsto un ampliamento. L’avvocato israeliano Schlomo Leaker che segue la vicenda ha ottenuto l’unificazione dei due procedimenti pendenti e lo scorso 9 novembre la Corte Suprema Israeliana si è riunita per deliberare in merito, decidendo di stabilire un tavolo di trattative per trovare una soluzione entro 45 giorni.
“Sapevamo dall’inizio che secondo la legge israeliana è vietato costruire in Area C - spiega Dario Franchetti di Vento di Terra - ma abbiamo sostenuto il progetto, in accordo con i beduini, anche per dare un segnale politico e riaffermare il diritto allo studio dei bambini della comunità Jahalin. Nessuno di noi si aspetta un riconoscimento ufficiale dell’edificio da parte delle autorità israeliane, ma speriamo di arrivare a una situazione in cui la presenza della scuola sia almeno tollerata”.
Del resto tutte le baracche di lamiera sono sotto ordine di demolizione, dato che l’intento delle autorità, sotto pressione dei coloni, è quello di spostare tutte le comunità Jahalin al di là della vallata. La visibilità ha finora protetto la scuola da un’immediata demolizione. Ma non vi è purtroppo alcuna certezza che i bambini arrivino alla fine dell’anno scolastico.

(1) Gli Accordi di Oslo del 1993 hanno definito l’assetto attuale della West Bank, dividendola in tre aree. Area A (soprattutto città palestinesi e alcune aree rurali) di cui l’Autorità Palestinese è responsabile dal punto di vista amministrativo e della sicurezza. Area B, soprattutto costituita da aree rurali, con controllo suddiviso tra AP e Israele; e l’Area C (pur essendo territorio palestinese, comprende tutte le colonie e le strade a uso esclusivo dei coloni) sotto pieno controllo di Israele. 

 

 

Scuola di gomme del villaggio beduino - Foto di Lazar Simeonov
 

 

Pneumatici riempiti di terriccio e argilla - Foto di Lazar Simeonov

L’odissea di Obama nello Yemen mira alla Cina

di M. K. Bhadrakumar

Fonte: Asia Times Online 11 Gennaio 2010 http://www.mondialisation.ca/PrintArticle.php?articleId=16900

Un anno fa, il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh fece una rivelazione sconvolgente: le forze di sicurezza del suo paese avevano arrestato un gruppo di islamici legato all’intelligence israeliana. “Una cellula terrorista è stata arrestata e sarà deferita alla Corte per i suoi legami con i servizi segreti israeliani“, aveva promesso.

Saleh ha aggiunto: “Sarete informati del procedimento legale.” Non ne abbiamo mai più sentito parlare e la pista è stata cancellata. Benvenuti nella terra magica dello Yemen, dove si svolgono le Mille e una notte nel corso del tempo.

Prendete lo Yemen e aggiungete la mistica dell’Islam, Usama bin Ladin, al-Qaida e ai servizi segreti israeliani, e otterrete una miscela che da alla testa. Il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, il generale David Petraeus, sabato è passato nella capitale dello Yemen, Sanaa e ha promesso a Saleh di aumentare gli aiuti degli Stati Uniti per la lotta contro al-Qaida. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha rapidamente ripreso la promessa di Petraeus, assicurando che gli Stati Uniti avrebbero migliorato la condivisione delle informazioni e l’addestramento delle forze yemenite, e che avrebbe forse condotto attacchi congiunti contro i militanti di al-Qaida nella regione.

Un nuovo Afghanistan?

Nelle parole di molti, Obama, che è generalmente considerato un politico di talento e intelligente, commette un errore catastrofico nell’iniziare un’altra guerra, che potrebbe essere sanguinosa, disordinata e impossibile come in Iraq e in Afghanistan. Eppure, a prima vista, Obama sembra molto imprevedibile. I paralleli con l’Afghanistan sono sorprendenti. Uno studente nigeriano, che dice di essere stato addestrato nello Yemen, ha cercato di far esplodere un aereo americano e l’America vuole andare in guerra.

Anche lo Yemen è un paese meraviglioso con belle e impervie montagne, che potrebbero essere un rifugio per i guerriglieri. Come i membri delle tribù afgane, gli yemeniti sono ospitali. Ma, come il giornalista irlandese Patrick Cockburn ha puntualizzato, mentre sono generosi con gli stranieri di passaggio, che “credono alle leggi dell’ospitalità fin quando lo straniero lascia il loro territorio tribale, quando questo diventa ‘un buon obiettivo per una pallottola nella schiena’.” C’è sicuramente un lato romantico in tutto questo – quasi come nell’Hindu Kush. Estremamente nazionalisti, quasi tutti gli yemeniti hanno un’arma da fuoco. Come l’Afghanistan, lo Yemen è un paese in cui le autorità sono in conflitto e dove una piccola guerra civile non attende che l’intervento straniero per esplodere.

Obama ha incredibilmente anche dimenticato il suo discorso del 1° dicembre, in cui ha delineato i contorni della sua strategia afgana, violando i criteri da egli stesso emanati? Certainement pas. Certo che no. Obama est un homme habile. Obama è un uomo intelligente. Ricorderemo l’intervento nello Yemen come il colpo più magistrale che si sia mai fatto per perpetuare l’egemonia globale degli Stati Uniti. E’ la risposta americana alla crescita della Cina.

Un rapido sguardo alla cartina della regione dimostra che lo Yemen è uno dei luoghi più strategici vicini al Golfo Persico e alla Penisola arabica. Confina con l’Arabia Saudita e l’Oman, che sono dei protettorati fondamentali per gli Stati Uniti. In effetti, lo zio Sam “marca il territorio” – come un cane su un lampione.. La Russia ha accarezzato l’idea di riaprire la base sovietica di Aden. Bene! Gli Stati Uniti soffiano il posto a Mosca.

Gli Stati Uniti hanno fatto sapere che questa odissea non finisce nello Yemen. Si estende fino alla Somalia e al Kenya. In questo modo, le forze armate Usa stabiliscono  la loro presenza su una striscia continua di terre, lungo la costa occidentale dell’Oceano Indiano. I funzionari cinesi hanno, recentemente, parlato della loro necessità di stabilire una base navale nella regione. Gli Stati Uniti hanno ora messo alle corde l’opzione cinese. L’unico paese nella regione con una costa marittima, disponibile ad installare una base navale della Cina, è l’Iran. Tutti gli altri paesi hanno una presenza militare occidentale.

L’intervento statunitense nello Yemen non seguirà il modello dell’Iraq e dell’Afghanistan. Obama farà in modo che le truppe Usa, in servizio nello Yemen, non tornino nei sacchi per i cadaveri. Questo è ciò che l’opinione pubblica statunitense si aspetta da lui. Secondo le forze armate Usa, ci sarà il dispiegamento di droni e forze speciali, e “ci si concentrerà sulla fornitura di informazioni e di addestramento per aiutare lo Yemen nella lotta contro i militanti di al-Qaida“. L’obiettivo primario e generale di Obama sarà stabilire una presenza militare permanente nello Yemen. Ciò serve a diversi scopi.

Inizia un nuovo grande gioco

In primo luogo, la manovra degli Stati Uniti deve essere considerata diretta contro il risveglio sciita, che fa da sfondo in questa regione. Gli Sciiti (soprattutto gli Zaiditi) sono sempre stati repressi nello Yemen. Le rivolte sciite sono state un tema ricorrente nella storia dello Yemen. Ci fu un tentativo deliberato di ridurre al minimo la percentuale di sciiti nello Yemen, ma potrebbero rappresentare fino al 45% della popolazione.

Ancora più importante, essi costituiscono la maggioranza nella parte settentrionale del paese. Ciò che disturba gli Stati Uniti e i paesi arabi moderati – e Israele – è che i fedeli della Youth Organization, guidato da Hussein Badr al-Houthi, che è radicata nello Yemen del Nord, segue il modello di Hezbollah in Libano, in ogni aspetto – politicamente, economicamente, socialmente e culturalmente.

Gli yemeniti sono un popolo intelligente e sono famosi, nella penisola arabica, per il loro temperamento democratico. Il crescente potere degli sciiti nello Yemen, sul modello di Hezbollah, avrebbe notevoli implicazioni regionali. Il più vicino Oman, che è una base chiave degli Stati Uniti, è in gran parte sciita. Soggetto ancor più sensibile: l’idea pericolosa della probabile ascesa al potere degli sciiti, che si estenderebbe alle regioni sciite fortemente irrequiete dell’Arabia Saudita, originari dello Yemen che, del resto, si ritrovano ad essere il serbatoio della favolosa ricchezza petrolifera del paese.

L’Arabia Saudita sta entrando in una fase molto delicata della transizione politica, mentre una nuova generazione dovrebbe prendere il potere a Riyadh, e intrighi di palazzo e faglie all’interne della famiglia reale sono suscettibili d’essere aggravati. Per usare un eufemismo, date le dimensioni della persecuzione istituzionalizzata degli sciiti in Arabia Saudita da parte dell’establishment wahhabita, l’ascesa degli sciiti è un vero e proprio campo minato che ha letteralmente pietrificato Riyadh, in questo momento. I limiti della sua pazienza diminuiscono, come dimostra il recente insolito uso della forza militare contro la comunità sciita nello Yemen del Nord, al confine con l’Arabia Saudita.

Gli Stati Uniti si trovano di fronte a un dilemma classico. È un bene che Obama sottolinei la necessità di una riforma nelle società musulmane – come ha fatto in modo eloquente nel suo discorso al Cairo, lo scorso giugno. Ma la democratizzazione nel contesto yemenita – ironia della sorte, nel contesto arabo – vorrebbe dire dare il potere agli sciiti. Dopo la dolorosa esperienza in Iraq, Washington è letteralmente appollaiato come un gatto su un tetto che scotta. Il governo statunitense avrebbe preferito allinearsi ulteriormente con il governo repressivo e autocratico di Saleh, piuttosto che lasciare uscire dalla lampada il genio della riforma, in questa ricca regione petrolifera, dove i suoi interessi sono enormi.

Obama ha uno spirito erudito ed è consapevole che lo Yemen ha un disperato bisogno di riforme. Ma semplicemente non vuole pensarci. Il paradosso è che egli affronta è che, con tutte le sue imperfezioni, l’Iran è l’unico sistema “democratico” operante in tutta la regione.

L’ombra dell’Iran, che incombe sulla coscienza sciita yemenita, è un’infinita preoccupazione per gli Stati Uniti. Per dirla semplicemente, nella lotta ideologica in corso in questa regione, Obama si trova sul lato delle oligarchie autocratiche ultra-conservatrici e brutali, che costituiscono la classe dirigente. Si può capire che questo non è facile per lui. Se dobbiamo credere alle sue memorie, ci possono essere momenti in cui i vaghi ricordi della sua infanzia in Indonesia, e la preziosa memoria di sua madre che, a detta di tutti, era un’umanista e una intellettuale pura, devono perseguitarlo lungo i corridoi della Casa Bianca.

 

Israele entra in gioco

Ma Obama è, soprattutto, realista. Ignora i suoi sentimenti e le sue convinzioni personali, e sono le considerazioni strategiche che hanno il maggior peso, quando si lavora nello Studio Ovale. Con la presenza militare nello Yemen, gli Stati Uniti hanno rafforzato il cordone intorno all’Iran. Nel caso di un attacco militare contro l’Iran, lo Yemen potrebbe essere utilizzato come trampolino di lancio da parte degli israeliani. Queste considerazioni hanno un grande peso per Obama.

Il fatto è che nessuna autorità controlla davvero lo Yemen. E l’occasione d’oro per la formidabile intelligence israeliana, di farne una base – proprio come hanno fatto nel nord dell’Iraq, in condizioni quasi analoghe.

L’islamismo non è un deterrente per Israele. Saleh non era certo lontano dal rendersene conto affermando, l’anno scorso, che l’intelligence israeliana aveva apparentemente mantenuto legami con gli islamisti yemeniti. Il problema è che gli islamisti yemeniti sono estremamente frammentati e non si è sicuri a chi giurano fedeltà e di che tipo di fedeltà sia in questione. I servizi segreti israeliani funzionano perfettamente in queste zone grigie, dove l’orizzonte è lacerato dal sangue del sole in tramonto.

Israele troverà che entrare nello Yemen è, finora, un dono di Dio, mentre riconosce ufficialmente la sua presenza nella penisola arabica. E’ un sogno che si avvera per Israele, la cui efficacia come una potenza regionale è stata gravemente ostacolata dalla mancanza di un accesso alla regione del Golfo Persico. La dominante presenza militare degli Stati Uniti aiuta Israele, politicamente, a consolidare il suo capitolo yemenita. Indubbiamente, Petraeus si installa nello Yemen in tandem con Israele (e Gran Bretagna). Ma per gli stati arabi “filo-occidentali“, con la loro mentalità da rentiers, non hanno altra scelta che rimanere ai margini, muti spettatori.

Alcuni di loro non potrebbero davvero opporsi alla presenza delle forze di sicurezza israeliane nella regione, considerando che si tratta di una scelta migliore che la diffusione di idee pericolose del potere sciita trasmesse dall’Iran, dall’Iraq e da Hezbollah. Primo o poi, i servizi segreti israeliani inizieranno anche a infiltrarsi nei gruppi estremisti sunniti in Yemen, che sono comunemente noti come affiliati ad al-Qaida. Ciò detto, se Israele non l’ha già fatto. Legami di questo tipo, fanno di Israele un alleato prezioso per gli Stati Uniti nella lotta contro al-Qaida. In sintesi, infinite possibilità esistenti in questo paradigma stanno prendendo forma nel mondo musulmano, e sfociano sul strategico Golfo Persico.

Tutto ciò a causa della Cina

Tuttavia, la cosa più importante per le strategie globali degli Stati Uniti è ottenere il controllo decisivo del porto di Aden, nello Yemen. La Gran Bretagna è in grado di garantire che Aden sia la porta verso l’Asia. Il controllo di Aden e dello Stretto di Malacca porrà gli Stati Uniti in una posizione invulnerabile, in questa “grande partita” che si svolge nell’Oceano Indiano. Le rotte marittime dell’Oceano Indiano sono letteralmente le vene giugulari dell’economia cinese. Controllandole, Washington ha inviato un forte messaggio a Pechino che, se i cinesi accarezzato l’idea che gli Stati Uniti sono una potenza in declino, in Asia, essi gli infileranno un dito nell’occhio.

Nella regione dell’Oceano Indiano, la Cina è sempre più sotto pressione. L’India è un alleato naturale degli Stati Uniti. Entrambi i paesi vedono di malocchio una qualsiasi significativa presenza navale della Cina. India serve da mediatore per un riavvicinamento tra Washington e Colombo, che contribuirebbe a ridurre l’influenza della Cina nello Sri Lanka. Gli Stati Uniti hanno compiuto una svolta di 180 gradi nella loro politica birmana e ne coinvolgono il regime militare, con l’intento di indebolire l’influenza della Cina sulla leadership militare. La strategia cinese è di rafforzare la sua influenza nello Sri Lanka e in Myanmar, per aprire una nuova via di trasporto dal Medio Oriente, Golfo Persico e Africa, dove la Cina ha iniziato a competere con il tradizionale predominio economico occidentale.

La Cina è ansiosa di ridurre la sua dipendenza dallo Stretto di Malacca per i suoi scambi commerciali con l’Europa e l’Asia occidentale. Gli Stati Uniti, al contrario, sono determinati a che la Cina rimanga vulnerabile allo strangolamento, tra l’Indonesia e la Malesia.

Una lotta affascinante sta emergendo. Gli Stati Uniti sono scontenti per gli sforzi della Cina di raggiungere le acque calde del Golfo Persico, passando per la regione dell’Asia Centrale e il Pakistan. Lentamente ma inesorabilmente, Washington ha stretto un cappio attorno al collo dell’élite pakistana – civili e militari – e li costringe a fare una scelta strategica tra Cina e Stati Uniti. Questo metterà l’elite in un dilemma non invidiabile. Come le loro controparti indiane, sono naturalmente “pro-occidentali” (anche quando sono “anti-americani“) e se i legami con la Cina sono importanti per Islamabad, è soprattutto perché quest’ultima è il contrappeso a ciò che i pakistani vedono come un’egemonia indiana.

Le domande esistenziali, con cui si dibattono le élite pakistane, sono visibili. Esse cercano della risposte da Obama. Obama è in grado di mantenere un equilibrato rapporto verso il Pakistan e l’India? O Obama ritornerà alla strategia dell’era di George W. Bush, consistente nel fare dell’India una grande potenza nell’Oceano Indiano, obbligando il Pakistan a imparare a vivere nella sua ombra?

L’asse Us-indo-israeliano

D’altra parte, le élite indiane non sono nello stato d’animo per un avere compromesso qualsiasi. Ai tempi di Bush, Delhi era un periodo di prosperità. Oggi, dopo i timori iniziali sulla filosofia politica di Obama, Delhi ha concluso che egli non è altro che un clone del suo illustre predecessore, per quanto riguarda i contorni generali della strategia mondiale degli USA – in cui l’isolamento della Cina è il nucleo centrale.

Il livello di comfort aumenta in modo palpabile a Delhi, per la presidenza Obama. Delhi vede l’avanzata della lobby israeliana a Washington come un test per la presidenza Obama. Questa avanzata dovrebbe essere conveniente per Delhi, poiché la lobby ebraica è sempre stato un alleato d’obbligo per coltivare la loro influenza al Congresso, i media e membri dei think tank statunitensi che incitano alla violenza, e anche nelle successive amministrazioni. E tutto questo avviene in un momento in cui, le relazioni indo-israeliane riguardo la sicurezza, stanno guadagnando slancio.

Il segretario della Difesa, Robert Gates, sarà in visita Delhi nei prossimi giorni. L’amministrazione Obama adotterebbe un atteggiamento più accomodante nei confronti della assai lunga ricerca dell’India della tecnologia statunitense “dual use”. Se è così, un’ampia cooperazione militare sta per iniziare tra i due paesi, il che renderà l’India uno sfidante serio alla crescente potenza militare della Cina. E un gioco a somma zero, mentre il grande bazar indiano delle armi costituisce un business molto redditizio per le aziende degli Stati Uniti.

E’ chiaro che una stretta alleanza US-Indo-israeliana è il fondamento di tutte le manovre che si svolgono. Questo sarà importante per la sicurezza dell’Oceano Indiano, del Golfo Persico e della Penisola arabica. L’anno scorso l’India ha formalizzato la propria presenza navale nell’Oman.

Dopo tutto, gli esperti di terrorismo si perdono nei dettagli, quando analizzano l’incursione degli Stati Uniti nello Yemen, limitandosi alla caccia ad al-Qaida. La dura realtà è che Obama, il cui argomento principale è stato “il cambiamento“, ha girato la boa, e mantiene sempre meno le sue promesse, puntando verso le strategie globali dell’era Bush. La freschezza della magia di Obama si dissipa. Tracce di “revisionismo” nella direzione della sua politica estera stanno cominciando ad emergere. Lo si può già percepire in relazione a Iran, Afghanistan, Medio Oriente e il problema israelo-palestinese, così come dell’Asia centrale e nei confronti della Cina e della Russia.

Senza dubbio, questa sorta di “ritorno alle origini” di Obama è inevitabile. In primo luogo, è la creatura della sua situazione. Come qualcuno ha brillantemente formulato, la presidenza di Obama è come guidare un treno piuttosto che un’auto, con  il treno non si può “scegliere il percorso, il conducente può adattarsi al meglio la sua velocità, ma dopotutto, deve rimanere sui binari”.

D’altra parte, la storia non fornisce esempi di una potenza in declino che accetta umilmente il suo destino e cammina verso il tramonto. Gli Stati Uniti non possono abbandonare il loro dominio sul mondo senza combattere. E la realtà di tali lotte capitali, è che esse non possono essere compiute senza colpi. On ne peut pas combattre la Chine sans occuper le Yémen. Non si può combattere la Cina senza occupare lo Yemen.

* L’Ambasciatore MK Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nel servizio estero indiano per più di 29 anni. Tra i suoi incarichi: Unione Sovetica, Corea del Sud, Sri Lanka, Germania, Afghanistan, Pakistan, Uzbekistan, Kuwait e Turchia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio
(link originale)

 

Lo dobbiamo da ebrei

www.nkusa.org/index.cfm

Discorso del Rabbino Mordechi Weberman per la manifestazione della Coalizione Palestinese per il Dritto di Ritrono (Al-Awda NY/NJ)
tenutasi il 26 luglio 2002 davanti al Consolato Israeliano

http://www.nkusa.org/activities/Conferences/20090429davis.cfm

 

"Ci sono che ci chiedono il perché della nostra partecipazione al corteo dei palestinesi. Perché manifestiamo con la bandiera palestinese in mano ? Perché sosteniamo la causa palestinese ?

“Siete ebrei !” ci dicono, cosa state facendo ?

E la nostra risposta, che vorrei condividere con Voi oggi pomeriggio, è molto semplice.

E' PRECISAMENTE PERCHE' SIAMO EBREI CHE STIAMO MANIFESTANDO CON I PALESTINESI, ALZANDO IN MANO LA BANDIERA PALESTINESE.
E' PROPRIO PERCHE' SIAMO EBREI CHE STIAMO CHIEDENDO IL RITORNO DEI PALESTINESI ALLE LORO CASE E LA RESTITUZIONE DELLE LORO PROPRIETA!


Sì, la nostra Torah ci obbliga ad essere giusti. Siamo obbligati a perseguire la giustizia. E cosa c'è di più ingiusto del programma del movimento sionista, in atto da un secolo, di invadere le terre di un altro popolo, di espellere la gente ed espropriarla dei suoi beni ?

I primi sionisti hanno dichiarato di essere un popolo senza terra, diretto verso una terra senza popolo. A parole, un'impresa innocente. Ma le parole erano totalmente e profondamente false.

La Palestina era una paese appartenente ad un popolo. Un popolo che stava sviluppando una consapevolezza nazionale.

Per noi non vi è alcun dubbio che se i profughi ebrei fossero arrivati in Palestina non con l'intenzione di dominare, non con l'intenzione di crearvi uno Stato degli Ebrei, non con l'intenzione di espropriare, non con l'intenzione di spogliare i palestinesi dai loro diritti fondamentali, essi sarebbero stati i benvenuti dei palestinesi, godendo della stessa ospitalità che popoli musulmani avevano offerto agli ebrei durante il corso della storia. E in tale caso, saremmo vissuti insieme come ebrei e musulmani sino vissuti insieme in precedenza, in pace ed armonia.

Amici musulmani e palestinesi nel mondo, Vi prego di ascoltare il nostro messaggio:

Ci sono ebrei in questo mondo che sostengono la Vostra causa. E quando diciamo di sostenere la Vostra causa, non ci riferiamo ad alcun piano di spartizione come quello proposto nel 1947 dall'ONU che non aveva alcun diritto di farlo.

Quando diciamo di sostenere la Vostra causa non intendiamo i progetti di spartire la Cisgiordania e di tagliarla in pezzi, come fu proposto da Barak a Camp David e non ci riferiamo alle proposte di offrire giustizia per meno del 10% dei profughi.

Noi intendiamo niente meno che la restituzione della Palestina intera, Gerusalemme inclusa, alla sovranità dei palestinesi !

A questo punto, principi di equità richiedono che saranno i palestinesi a decidere se gli ebrei e quanti di loro rimarranno nel Paese.

Questa è l'unica strada che potrà condurre ad una vera riconciliazione.
Ma noi andiamo oltre. NOI riteniamo che non sarà sufficiente riconsegnare le terre ai loro proprietari legittimi. Non ce la caveremo con questo.

Occorre chiedere scusa al popolo palestinese, in modo chiaro e preciso. Il sionismo Vi ha fatto un torto. Il sionismo Vi ha rubato le Vostre case. Il sionismo Vi ha rubato la Vostra terra.

Facendo queste dichiarazioni, noi dichiariamo davanti al mondo che siamo il popolo della Torah, che la nostra religione ci obbliga ad essere onesti e a comportarci con equità, ad essere giusti, fare del bene ed essere gentili.
Abbiamo partecipato a centinaia di manifestazioni a favore dei palestinesi durante gli anni passati ed ovunque andiamo, gli organizzatori ed i partecipanti ci salutano con il consueto calore dell'ospitalità orientale. Che atroce bugia dire che i palestinesi in particolare ed i musulmani in generale avrebbero in odio gli ebrei ! Voi odiate l'ingiustizia, non gli ebrei.
Non abbiate paura, amici miei. Il male non potrà trionfare per molto tempo. L'incubo sionista si sta per finire. Si è consumato. Le sue recenti brutalità sono il rantolo del malato terminale.

Noi e Voi vivremo ancora quando arriverà il giorno che ebrei e palestinesi si abbracceranno, per celebrare la pace, sotto la bandiera palestinese a Gerusalemme.

Ed infine, quando il Redentore dell'umanità sarà arrivato, le sofferenze di oggi saranno dimenticate da molto tempo, rimosse dalle benedizioni del presente."

Questa mattina i pullman messi a disposizione dalle autorità egiziane sono stati “disertati” dagli attivisti della Gaza Freedom March che hanno scelto di tenere il punto politico sull’obiettivo della marcia: rompere l’assedio di Gaza e creare le condizioni affinchè il valico di Rafah non venga sigillato seppellendo un milione e mezzo di palestinesi dentro una prigione a cielo aperto.
Oggi è in corso una assemblea plenaria delle delegazioni al presidio in corso da giorni sotto l’ambasciata francese per discutere e decidere le iniziative nelle prossime ore e nei prossimi giorni.
I nostri compagni in queste ore sono stati costretti a discussioni e decisioni difficili ma che ci sentiamo di condividere pienamente. La battaglia sulla fine dell’assedio di Gaza è una battaglia di enorme valore politico e morale.
Invitiamo tutti ad accentuare le pressioni sul governo egiziano ormai pienamente corresponsabile dell’assedio di Gaza e contemporaneamente a dare vita ovunque sia possibile ad iniziative che ricordino i crimini di guerra commessi dalle truppe israeliane a Gaza un anno fa.
A Gaza è in gioco la libertà e la dignità di tutti.

Mappa Israele-Palestina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Auguri Urgenti d'Egitto per Gaza di Doriana Goracci

 

Vorrei dire auguri a tutte e tutti quelli che ne hanno bisogno e sono tanti…cosa dovrei fare e cosa dire se arriva un messaggio telefonico così: URGENTISSIMO: DAL CAIRO, AGGRESSIONE ALLA GAZA FREEDOM MARCH!!!!!! 31 dicembre 2009 ore 10,33,26 messaggio telefonico da Mari Alberto, componente del gruppo italiano partecipante alla Gaza Freedom March organizzato dal Forumpalestina: < Facciamo pressione perchè intervengano le autorità diplomatiche internazionali a frenare la repressione violenta del governo egiziano.Diffondete con rapidità la notizia mariano a cui è seguito un Comunicato Stampa che vi allego con punti esclamativi, data l’urgenza ? E l’approfondimento steso nella notte dalla Rete degli Ebrei contro l’Occupazione che scrivo di seguito al comunicato? E ancora “La manifestazione indetta dalla Gaza Freedom March stava cercardo di muovere i primi passi dal museo egizio del Cairo quando è stata brutalmente aggredita dagli apparati di sicurezza egiziani. “i poliziotti egiziani si sono scagliati contro di noi con bastoni e picchiando alla cieca” ci ha riferito una manifestante con la voce rotta dall’emozione. Intanto arrivano sms dai manifestanti “siamo circondati dalla polizia egiziana al museo egizio temiamo nuove cariche.Fate sentire la nostra voce telefonate a tv, giornali, politici e mobilitatevi noi vogliamo raggiungere Gaza.”. Oggi pomeriggio a Roma, alle 16.00 manifestazione all’ambasciata egiziana (via Salaria 267, villa Ada).

A questo link

 

http://www.flickr.com/groups/gazafreedommarch/pool/sho... che lascio in chiaro foto e video.

Vi chiedo dunque di far girare a tutti i vostri contatti quanto succede al Cairo, il silenzio dei Media è vergognoso e dilagante. Scusate la forma, poco curata, ma di sostanza credo ce ne sia e abbondante. Gli auguri ce li faremo poi…

Doriana Goracci
l'articolo in COPY LEFT è pubblicato su
http://www.reset-italia.net/2009/12/31/auguri-urgenti-d-egitto-per-gaza/

INTERNAZIONALI AL CAIRO MARCIANO VERSO GAZA PER PROTESTARE CONTRO L’ASSEDIO
(Cairo) A seguito del rifiuto Egiziano di consentire ai partecipanti alla Gaza Freedom March di entrare a Gaza, gli oltre 1.300 attivisti per la pace e la giustizia sono partiti a piedi. Nonostante i blocchi della polizia predisposti al Cairo con lo scopo di recintare i dimostranti e impedire loro di manifestare solidarietà con il popolo Palestinese, gli internazionali stanno spiegando i loro stendardi e invitano tutti i pacifisti del mondo di sostenerli e chiedere la fine dell’assedio di Gaza.

L’offerta Egiziana di lasciar entrare a Gaza solo 100 dei 1.400 partecipanti alla Marcia, è stata ritenuta dagli organizzatori della Marcia insufficiente e deliberatamente intenzionata a dividere. Nel frattempo, il Ministro degli Esteri Egiziano ha cercato di far passare questa offerta last-minute come espressione di buona intenzione nei confronti dei Palestinesi per isolare i “provocatori”. La Gaza Freedom March ha rifiutato categoricamente queste affermazioni. Gli attivisti sono al Cairo perché il governo Egiziano ha impedito loro di raggiungere Gaza. “Noi non vogliamo rimanere qui, Gaza è sempre stata la nostra destinazione finale”, afferma Max Ajl , partecipante alla Marcia.

Alcune persone hanno cercato di superare i blocchi della polizia e iniziare a marciare verso il punto di incontro a Tahreer Square al centro del Cairo. A loro si sono uniti Egiziani che volevano denunciare il ruolo del proprio governo nel sostenere l’assedio di Gaza. Le autorità hanno cercato di tenere separati gli internazionali dai locali. La polizia sta attaccando brutalmente i partecipanti , non violenti, alla Marcia. Molti poliziotti in borghese si sono infiltrati tra la folla e assaltano I partecipanti violentemente. “Sono stata sollevata dalla polizia Egiziana e sbattuta letteralmente contro le transenne” afferma Desiree Fairooz, una dimostrante. I partecipanti alla Marcia stanno cantando slogan di protesta e resistono ai tentativi di disperderli e giurano di rimanere nella piazza fino a quando non saranno autorizzati ad andare a Gaza. Lo striscione GFM è appeso ad un albero della piazza. Alcuni partecipanti alla Marcia stanno sanguinando e i celerini hanno distrutto le loro videocamere.

La Gaza Freedom March rappresenta persone da 43 nazioni con background diversi. Tra loro ci sono persone di ogni fede, leader di comunità, attivisti per la pace, dottori, artisti, studenti, politici, scrittori e molti altri. In comune hanno l’impegno alla nonviolenza e la determinazione a interrompere l’assedio di Gaza.

“L’Egitto ha provato in tutti i modi possibili ad isolarci e ad abbattere il nostro spirito” dicono gli organizzatori della Marcia. “Ma noi restiamo fedeli più che mai al nostro obiettivo di manifestare contro la tirannia e la repressione. Marceremo il più vicino possibile a Gaza, e se saremo fermati con la forza, chiederemo ai nostri sostenitori di protestare. Chiediamo a coloro che credono nella giustizia e nella pace ovunque siano nel mondo di sostenere le nostre iniziative per la libertà dei Palestinesi.”

Tra i partecipanti c’è anche Alice Walker, scrittrice e vincitrice del Premio Pulitzer, Walden Bello , membro del Parlamento Filippino, Luisa Morgantini, ex membro del Palamento Europeo per l’Italia. Più di 20 partecipanti alla marcia, tra cui l’ 85enne sopravvissuta all’Olocausto, Hedy Epstein, hanno intrapreso uno sciopero della fame contro il pesante ostruzionismo Egiziano, oggi entrano nel quarto giorno.
Gaza Freedom March: 100 delegati non possono sostituire la Marcia

E’ stata una notte di passione quella tra la terza e la quarta giornata della Gaza Freedom March: nel pomeriggio di ieri l’associazione americana Code Pink, una della capofila del comitato organizzatore, aveva infatti ottenuto un compromesso con la mediazione della first lady egiziana, stamattina sarebbero dovuti partire per Gaza 100 attivisti in rappresentanza della marcia. Nella notte la stragrande maggioranza delle altre organizzazioni coinvolte ha deciso di rifiutare l’offerta del governo egiziano e c’è stato anche il dietro front di Code Pink. Tuttavia i due pulman questa mattina sono partiti ugualmente con a bordo una settantina di persone, molti palestinesi con passaporto occidentale che cercavano di tornare a casa e qualche pacifista in dissenso con il comitato organizzatore. Al momento i pulman sono nel Sinai e a quanto pare gli attivisti potranno davvero entrare a Gaza. Domani 31 dicembre è la giornata chiave della marcia, quella in cui gli attivisti da Gaza avrebbero dovuto marciare verso il valico di Erez, quello con Israele, per ricongiunersi con decine di migliaia di altri in marcia dalla Cisgiordania e da Israele, invece ci sarà una grande manifestazione al Cairo. Gli organizzatori della GFM tengono a precisare che non era nelle loro intenzioni fare manifestazioni su territorio egiziano, il paese delle piramidi avrebbe dovuto essere di passaggio sulla strada per Gaza, tuttavia è prevedibile che domani anche il governo egiziano sia duramente contestato dai manifestanti per la sua complicità nella chiusura della Striscia di Gaza e per aver impedito la GFM. Nel frattempo le organizzazioni di Gaza che partecipano alla GFM hanno espresso la preoccupazione che l’assenza di un rilevante numero di attivisti internazionali alla marcia del 31 possa lasciar campo libero ad Hamas perchè possa trasformarla in una manifestazione “governativa”, cosa ritenuta ovviamente inaccettabile. Solo in serata si avrà un quadro chiaro delle iniziative di domani.