Quartiere Libero

a cura di COLLETTIVO SOLSTIZIO D'INVERNO

Speciale Crisi

 

    

QUAL E' IL LEGAME TRA LA CRISI BANCARIA E IL VULCANO?

DI GEORGE MONBIOT
guardian.co.uk

Facciamo affidamento, a livello globale, su sistemi ultra-complessi e sovraccaricati. Dobbiamo agire ora, oppure aspettare una brusca manovra correttiva da parte della natura.


L'uomo propone; la natura dispone. Raramente siamo più vulnerabili di quando ci sentiamo isolati. Il miracolo dei voli moderni ci ha protetto dalla gravità, dall'atmosfera, dalla cultura e dalla geografia. Ha fatto in modo che qualunque luogo sembrasse facilmente raggiungibile, intercambiabile. La natura si intromette, e noi affrontiamo - per molti di noi in maniera tragica - il significato di migliaia di kilometri di distanza. Ci rendiamo conto di non essere riusciti a sfuggire al mondo fisico, dopo tutto.



Le società complesse e interconnesse sono più resistenti di quelle semplici - ma con un limite. Durante le siccità registrate negli anni '90 nell'Africa dell'est, ho visto in anteprima quello che gli antropologi e gli economisti avevano previsto da molto tempo: coloro che avevano il minor numero di partner commerciali furono colpiti più duramente. La connettività aveva fornito una sicurezza: maggiore era l'area geografica coperta, minore è stato l'impatto di una carestia locale.
Ma oltre un certo livello, la connettività diventa un pericolo. Più sono lunghe e complesse le linee di comunicazione e più diventiamo dipendenti dalla produzione e dagli affari che si fanno altrove, e quindi aumenta il potenziale di crisi. Questa è una delle lezioni che abbiamo imparato dalla crisi bancaria. Titolari di mutuo impoveriti negli Stati Uniti - il battito d'ali di farfalla oltre l'oceano Atlantico - ha fatto quasi fallire l'economia globale. Se il vulcano Eyjafjallajökull - certamente non un mostro - continua ad avere i conati di vomito potrebbe produrre, in questi tempi così fragili, più o meno gli stessi effetti.

Abbiamo molte altre vulnerabilità simili. La più catastrofica sarebbe un'inaspettata espulsione di massa coronale - una tempesta solare - che comporterebbe un'ondata di corrente continua lungo la nostra rete di corrente elettrica, distruggendo i trasformatori. Tale fenomeno potrebbe verificarsi in pochi secondi; il danno e il crollo finanziario avrebbero bisogno di anni per la ripresa, sempre che una ripresa fosse possibile. Diventeremmo rapidamente consapevoli della nostra dipendenza dall'elettricità: una risorsa di cui, come capita con l'ossigeno, ci accorgiamo solo quando viene a mancare.

Come viene fatto notare dal New Scientist, un evento del genere distruggerebbe gran parte dei sistemi che ci mantengono in vita. Neutralizzerebbe le reti di irrigazione e le centrali di pompaggio. Paralizzerebbe l'estrazione e la distribuzione del petrolio, cosa che farebbe immediatamente crollare le scorte di cibo. Colpirebbe gli ospedali, i sistemi finanziari e quasi tutti i tipi di imprese - anche i laboratori di candele artigianali e lampade ad olio. I generatori d'emergenza funzionerebbero soltanto fino a che non dovessero esaurire il carburante. I trasformatori distrutti non potrebbero essere riparati; li si dovrebbe sostituire. Nell'ultimo anno ho mandato numerose richieste di informazioni alle autorità che trasmettono e distribuiscono l'elettricità, chiedendo loro quali piani di emergenza avessero programmato, e se avessero fatto scorte di trasformatori per rimpiazzare quelli distrutti da una tempesta solare. Non ho ancora concluso le mie ricerche, ma i primi risultati suggeriscono che nulla di tutto questo sia stato fatto.

C'è un analoga mancanza di pianificazione in caso di calo improvviso delle scorte mondiali di petrolio. Gli scambi di informazione che ho avuto con il governo britannico rivelano che non sono stati programmati piani d'emergenza, sulla base della convinzione che tali eventi non possano accadere. Rimane ad ogni modo la questione dei barbuti mangiatori di lenticchie, come ad esempio il comando delle forze militari statunitensi. Il suo ultimo rapporto sui possibili conflitti futuri afferma che "una grave carenza energetica è inevitabile senza un massiccio aumento della produzione e di capacità di raffinazione".

Suggerisce inoltre che "con il 2012, la capacità di produrre petrolio di scorta potrebbe scomparire del tutto, e non più tardi del 2015 il crollo della produttività potrebbe arrivare a 10mila barili al giorno". Una carenza di produzione e raffinazione non è paragonabile al naturale andamento della produzione del petrolio ["peak oil" nel testo originale, sta per "picco del petrolio", ovvero la teoria che modella l'andamento della produzione di petrolio e che prevede una netta diminuzione nei prossimi anni, ndt], ma il rapporto ammonisce riguardo al fatto che una necessità cronica incombe alle spalle della crisi imminente: anche considerando "lo scenario più ottimistico (...) la produzione di petrolio sarà messa alle strette dall'entità della domanda attesa". Una carenza di petrolio a livello globale smaschererebbe le deboleze dei nostri complessi sistemi economici. Come ha mostrato l'antropologo Joseph Tainter, la dipendenza dal massiccio uso di energia è uno dei fattori che rende le società complesse vulnerabili al collasso.

Il suo lavoro ha permesso di ribaltare la vecchia assunzione che individuava nella complessità sociale la risposta all'eccedenza energetica. Lui, invece, ha proposto che fosse proprio la complessità ad aver portato ad una massiccia produzione di energia. Se da un lato la complessità risolve molto problemi - come il doversi affidare ad una scorta di cibo esclusivamente locale e quindi fragile - dall'altro è soggetta ad un rendimento calante. In casi estremi, il costo di mantenimento di tali sistemi causa il loro stesso collasso.

Tainter fa l'esempio dell'impero romano d'occidente. Nel terzo e quarto secolo A.C. gli imperatori Diocleziano e Costantino hanno tentato di ricostruire i loro territori degradati: "La strategia del tardo impero romano era di rispondere ad una sfida pressoché inevitabile nel terzo secolo, ovvero quella di aumentare le dimensioni, la complessità, il potere e la ricchezza (...) del governo e del suo esercito. (...) Il rapporto benefici/costi del governo imperiale calò. Alla fine l'impero romano d'occidente non poté più gestire il problema della sua stessa esistenza". L'impero fu mandato in rovina dal sistema di tasse imposto alla forza lavoro da Diocleziano e Costantino per sostenere il loro monumentale sistema. Le invasioni e il collasso furono l'inevitabile risultato delle loro scelte.

L'autore contrappone questa soluzione alle strategie adottate dall'impero bizantino dal settimo secolo in poi. Indebolito dalla peste e dalle invasioni, il governo rispose con un programma di semplificazione sistematica. Anziché mantenere e sostenere economicamente il proprio esercito, garantì ai soldati l'assegnazione di terra in cambio di un servizio militare tramandato per via ereditaria: da quel momento in poi avrebbero dovuto provvedere al proprio mantenimento. Questa soluzione ridusse le dimensioni e la complessità dell'amministrazione e lasciò che le persone badassero a loro stesse. L'impero sopravvisse e si espanse.

Un processo simile sta avendo luogo oggi nel Regno Unito: il governo sta rispondendo alla crisi con manovre di semplificazione. Ma mentre il settore pubblico viene gradualmente ridotto, sia il governo che le imprese pubbliche tentano di aumentare le dimensioni e la complessità del resto dell'economia. Se la crisi finanziaria fosse l'unico problema che ci troviamo ad affrontare, questa potrebbe essere una strategia sensata. Ma i costi energetici, l'impatto ambientale e la vulnerabilità nei confronti dello sgretolamento della nostra società super specializzata hanno senza dubbio raggiunto un punto tale da superare in peso i benefici derivanti da un aumento di complessità.

Per la terza volta in due anni ci siamo resi conto che i voli aerei sono uno dei collegamenti più fragili del nostro sistema. Nel 2008 l'aumento del costo del carburante portò al fallimento svariate compagnie aeree. La recessione aggravò il danno; un evento come quello del vulcano potrebbe provocarne altri. Affamata d'energia, dipendente dalle condizioni metereologiche, facilmente danneggiabile, una grande compagnia aerea è uno dei settori più pesanti da sostenere per qualunque società, specialmente una che inizia ad affrontare una serie di crisi. Maggiore diventa la nostra dipendenza dai voli, più avremo possibilità di indebolirci.

Negli ultimi giorni le persone che vivevano lungo le traiettorie aeree hanno visto un'anticipazione del futuro, e gli è piaciuto. La situazione delle scorte mondiali di petrolio, i costi sociali ed ambientali dell'industria e la sua estrema vulnerabilità comportano che la quantità attuale di voli - stando alle stime di crescita anticipate dal governo - non possono essere sostenute per tempi indefiniti. Abbiamo una scelta. Possiamo cominciare a chiudere l'industria ora, mentre siamo ancora in tempo, e trovare altre soluzioni. Oppure possiamo sederci e aspettare che la natura semplifichi il sistema con mezzi ben più brutali.

George Monbiot
Fonte: www.guardian.co.uk
Link: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2010/apr/19/act-wait-nature-simplify-system-brutally

 

761 Euro in più a famiglia nel mese di aprile 2010

ROMA - Dopo i drammatici dati relativi alle ore di cig che hanno superato il miliardo di ore ed il continuo aumento del tasso di disoccupazione all’ 8,5 %, che comporteranno oltre i drammi sociali ed individuali , una caduta del potere di acquisto delle famiglie italiane di 565 euro annui, si aggiunge una vera e propria stangata alle famiglie.

A darne notizia è la Federconsumatori e l'Adusbef, i cui rispettivi presidenti  Trefiletti e  Lannutti avevamo già pronosticato anticipatamente i drammatici dati e i relativi  rincari come quelli autostradali, il continuo aumento del prezzo della benzina, nonchè l’aumento stimato dal primo di aprile per la bolletta del gas del 3% pari ad un aumento di 34 Euro annui dopo quello avvenuto precedentemente di 28 Euro.

Dall’aggiornamento ad Aprile ogni famiglia subirà quindi maggiori spese per 761 euro annui senza contare i costi indiretti che questi aumenti provocheranno sul tasso di inflazione. Ciò produrrà una ulteriore contrazione dei consumi che influirà negativamente sulle produzioni e sul mercato. Ci era stato promesso l’impegno a bloccare le tariffe. Ma a conti fatti ora abbiamo capito perché questo Governo si è voluto definire “del fare”. E cioè quello di permettere di “fare” aumentare le tariffe e la pressione fiscale.
Di seguito gli aumenti nel dettaglio

AUMENTI IN BASE ANNUA
ASSICURAZIONE AUTO           130 euro
TARIFFE AEROPORTUALI        65 euro      ( 130 milioni di passeggeri-costi diretti ed indiretti)
TARIFE AUTOSTRADALI          60 euro
RICORSO MULTE E CONTENZIOSI   55 euro
 

TARIFFE GAS                               62 euro
TARIFFE ACQUA              18 euro
TARIFFE RIFIUTI            35 euro
SERVIZI BANCARI               30 euro
MUTUI                                 80 euro
CARBURANTI                      171 euro
TARIFFE ELETTRICHE       meno 10 euro
TRENI                                     65 euro


 

Tutti i lividi dell'economia e dell'occupazione

di Pino Di Maula
http://www.terranews.it/


Dalle calze all’alluminio, dai televisori alla ceramica, dalle moto alle autovetture. I numeri della crisi industriale italiana sono drammatici, anche se il governo li occulta. Lo dicono, per esempio, gli operai della Fiat di Piedimonte San Germano e Cassino. «In assenza di un progetto-pianeta condiviso, non si possono escludere passaggi storici implosivi», avverte Giuseppe Vialetti, della Scuola superiore dell’economia e della finanza, a colloquio con Terra.

Un tempo facevano girare il Paese. Oggi fanno solo disperare. Non si contano le ciminiere innalzate, in mezzo secolo, a indicare presunto progresso e un certo benessere collettivo. Erano le fabbriche nate per la soddisfazione dei bisogni. Pur non concedendo mai nulla alle esigenze dei lavoratori, hanno comunque segnato la vita degli italiani, dando una qualche identità (solo) a chi ci lavorava (negandola agli altri, specie se immigrati). Erano gli anni dell’usa e getta che tutti identificavano nella lametta da barba senza immaginare che nel cestino finisse l’intero Paese. Le fabbriche, si diceva, portano sviluppo. Poco importava (anche al sindacato) se, così facendo, si inquinavano sia la cultura politica che il suolo, l’acqua e l’aria. Quegli stabilimenti rappresentavano, in pratica, l’espressione massima, la più evidente, di un’economia che prometteva la felicità, producendo e distruggendo. Tutto. Dalle calze all’alluminio, dai televisori alla ceramica, dalle moto alle autovetture.

Ora di quell’economia non c’è più niente. L’industria si è fermata. Al suo posto, l’angoscia delle persone. Un’angoscia troppo grande per entrare nei container di “finto tutto” provenienti dalla Cina. Per capire cosa è successo nell’Italia del lavoro basta allungare lo sguardo a Faenza. Lì, la Omsa (Gruppo Golden Lady), con 340 dipendenti di cui 320 donne, chiude lo stabilimento per trasferire le macchine in Serbia. Ma così fan tutti. Ormai proprio tutti: Fiat, Merloni, Mariella Burani, Vinylis, Videocon Anagni, Eurallumina, Alcoa, Italtel, Finmeccanica, Fincantieri, Yamaha, Nokia e mille altri. Marchi prestigiosi pronunciabili, ormai, soltanto per declinare la parola crisi. Crisi “epocale” secondo i sindacalisti. Espressione che per chi vive nella provincia di Frosinone si traduce in dramma sociale. E se per tutti «non è ancora finita», con altri 200mila posti di lavoro a rischio nel 2010, a Cassino siamo vicini alla disperazione collettiva.

Clicca qui per iniziare ad inserire testo, immagini, video ecc.

L’UE soffre lo scarto fra i suoi confini economici e quelli politici, di Giulio Tremonti

 

Gli strozzini italiani si nutrono della strage fiscale

IL PIU' GRANDE ATTACCO VALUTARIO DEGLI ULTIMI ANNI

Economia DI PINO BUONGIORNO E MARCO DE MARTINO
panorama.it/

La cena si è tenuta alla Townhouse, una sala privata ed esclusiva creata dal ristorante Park avenue winter al numero 100 sulla 63ª strada di Manhattan, quasi all'incrocio con Park avenue. In questa fascia dell'Upper east side, il quartiere prediletto dai miliardari newyorkesi, la sera si vedono solo domestici che portano a spasso cani che annusano le limousine nere parcheggiate in doppia fila.

Fuori si annuncia una tempesta di neve che, da lì a poche ore, immobilizzerà New York, ma dentro quella palazzina si progetta la tempesta finanziaria che nelle prossime settimane potrebbe sconvolgere ancora una volta l'economia globale.

Neppure Tom Wolfe, che nel Falò delle vanità fu il primo a raccontare i vezzi e la spietatezza dei raider di borsa americani, «i padroni dell'universo», come li chiamava lui, avrebbe mai potuto immaginare una cena come quella dello scorso lunedì 8 febbraio a New York.

Nella foto: La copertina del ”Der Spiegel” in edicola questa settimana

Sulle sedie color cioccolata siedono le migliori menti speculative americane, compresi gli emissari dei tre gestori di hedge fund più ricchi e potenti del mondo: George Soros, John Paulson e Steven Cohen. Ed è della loro prossima scommessa miliardaria che si discute mentre i camerieri fanno circolare lo champagne Krug e lo chef Craig Koketsu prepara il suo menu con pollo al limone e filet mignon.

Stavolta l'obiettivo è più grande del mercato immobiliare distrutto nel 2008. Per colpire la nuova preda nel mirino, l'euro, la moneta unica europea che tanti successi ha ottenuto durante la crisi internazionale contro il biglietto verde americano, ci vuole una strategia più sofisticata che permetta di giocare non solo sulla crisi della Grecia (300 miliardi di euro di debito sovrano e un deficit del 12,7 per cento rispetto al pil), ma anche su paesi di maggiore peso economico che i convitati giudicano vulnerabili. Il Portogallo, sì, ma è piccolo. L'Irlanda, va bene, ma siamo sempre lì.

La Spagna, certo, quella andrebbe bene. Già, sono i Pigs, maiali da mandare al macello, ridacchia qualcuno. E, perché no?, perché non provare ad azzannare addirittura l'Italia? Un paese finanziariamente più solido degli altri, ricorda uno dei commensali, ma politicamente così diviso che sarebbe facile da spolpare grazie a molti appoggi interni. Lì per lì, si inventa un nuovo acronimo Piigs (la doppia I sta per Irlanda e Italia). Già due giorni dopo, se ne approprierà la Cnn nel suo programma dedicato alla finanza.

Ai tavoli, dove, per accompagnare il filet mignon con costolettine brasate e verdure grigliate, è stato scelto un Montrachet d'annata, si approfondiscono strategie finanziarie come l'«Hong Kong double play». Sempre alla ricerca di riferimenti alle proprie imprese passate, i manager degli hedge fund si riferiscono alla doppia scommessa che tentarono durante la crisi delle economie asiatiche a cavallo tra il 1997 e il 1998.

Quella volta i raider fecero due scommesse contemporanee: una contro la borsa e l'altra contro il dollaro di Hong Kong, che sembrava resistere meglio alla crisi mentre, con effetto domino, si svalutavano tutte le monete della regione. Molti però ricordano bene che solo un intervento particolarmente tempestivo delle autorità di Hong Kong aveva sventato il loro tentativo di fare soldi abbattendo anche quella moneta.

Per portare l'euro alla parità col dollaro dalla soglia massima di dicembre di 1,51 euro contro 1 dollaro, in una discesa vertiginosa che potrebbe rappresentare il colpaccio di una vita, ristabilendo il primato finanziario degli Stati Uniti, dovrà essere usata una versione riveduta e aggiornata di quella stretta mortale. I lavori, per la verità, sono già in corso da tempo: a novembre i mercati davano la possibilità di una tale discesa del dollaro a 33 a 1.

Oggi le puntate vengono accettate a 14 a 1. Quello che agli occhi dei comuni mortali potrebbe sembrare un complotto, nel linguaggio dei manager degli hedge fund ha un nome molto più rispettabile: «Idea dinner», una sorta di brain storming della speculazione. Abbattere la moneta unica europea è infatti solo uno di 23 possibili spunti d'investimento messi nel menù della serata: si parla anche di scommettere sul rialzo del dollaro canadese e della Philip Morris, e di trafiggere con «put» al ribasso la Bank of America e la Wells Fargo.

Ma che la distruzione dell'euro non rappresenti un'idea qualunque lo dimostra il fatto che, una settimana dopo la cena, raccontata per la prima volta dal Wall Street Journal, il dipartimento della Giustizia americano ha chiesto ad alcuni dei fondi presenti di non distruggere alcuna transazione delle loro scommesse contro l'euro. Non si tratta ancora dell'apertura di un'indagine formale, ma quasi. A differenza di quel che si pensa, infatti, i raider degli hedge fund adorano scambiarsi informazioni, perlomeno quelle che non violano i segreti più inconfessati li, come gli algoritmi che governano i loro computer.

Il consenso, quasi sempre transatlantico fra Wall Street e la City londinese, può essere persino utile perché porta a un effetto cartello che aumenta in modo esponenziale le possibilità di guadagno. Tutti sanno che la vera bravura non sta nell'identificare il bersaglio, ma nel colpirlo e affondarlo.

Si fa presto a determinare che scommettendo sul ribasso dell'euro si può fare l'affare della propria vita, ma l'importante è come costruire la propria puntata e quando metterla sul tavolo. Che la finanza ad alto rischio sia un grande casinò nessuno lo sa meglio dei presenti, a partire da Andy Monness, fondatore della boutique della finanza Monness, Crespi, Hardt and Co., che ha organizzato la cena

Lui che negli anni Settanta è stato addirittura costretto a dichiarare bancarotta dopo un azzardo clamorosamente sbagliato sulla Levitz, un gruppo produttore di mobili, ora è resuscitato tanto da chiamare a raccolta i titani delle borse. Ci sono gli emergenti come Donald Morgan di Brigade capital e David Einhorn, il quarantenne presidente di Greenlight capital: fu lui che, a fine 2008, intuì che la Lehman Brothers aveva scarse possibilità di sopravvivere e quindi scommise sulla discesa del titolo, accelerandone il fallimento.

A un tavolo, dove la scelta è caduta soprattutto sul pollo arrosto al profumo di limone, troneggiano gli uomini della Sac capital di Steven Cohen, 52 anni, l'eccentrico finanziere che tiene il suo trading floor alla temperatura costante di 21 gradi per impedire che qualcuno dei suoi 180 broker possa appisolarsi. Tra i maggiori collezionisti d'arte moderna, Cohen è famoso per avere comprato lo squalo in formaldeide di Damien Hirst, che ora ha prestato al Metropolitan Museum di New York. Tutt'altro stile è quello di John Paulson, il minuto ed enigmatico fondatore del Paulson and Co.

Dopo avere creato il suo fondo con 2 milioni di dollari nel 1994, Paulson lo ha portato a 12,5 miliardi all'inizio del 2007, che si sono trasformati in 32 miliardi ora: non c'è altro finanziere al mondo che abbia saputo approfittare meglio della recente grande crisi, anche grazie ai consigli del finanziere italiano Paolo Pellegrini, che fu il primo a prevedere l'imminente crollo del mercato immobiliare. Ora Paulson ha un patrimonio personale stimato attorno a 7 miliardi di dollari.

Ma gli occhi degli invitati sono tutti puntati sul manager che rappresenta George Soros, il quale ha sicuramente più dimestichezza di tutti nelle scommesse sulle valute: l'attacco del finanziere di origine ungherese alla sterlina nel 1992 gli portò in tasca 1 miliardo di dollari e costrinse la Gran Bretagna a ritirarsi temporaneamente dallo Sme, il sistema monetario europeo. Nessuno crede realisticamente che Soros possa ripetere l'impresa con l'euro, la cui forza sul mercato è ben maggiore rispetto a quella della sterlina: circa 1.200 miliardi vengono scambiati ogni giorno nella moneta comune europea. Ma nella Banca centrale europea di Francoforte preoccupa, e non poco, la campagna di stampa che il vecchio finanziere sta conducendo contro l'euro (nello schema qui sopra i possibili effetti sui cittadini). In mancanza di una riforma politica, ha scritto Soros di recente sul Financial Times, ovvero se non si crea un Tesoro unico capace di agire sul piano fiscale a fianco della Bce, il dissolvimento della moneta unica europea è quasi certo.

Cosa che non significa necessariamente che lui punti per forza sul dollaro. Mentre a Davos, al World economic forum, parlava pubblicamente a fine gennaio dell'imminente bolla speculativa dell'oro, si è scoperto che nell'ultimo trimestre Soros ha raddoppiato le sue posizioni sul metallo giallo. Andy Cowen, il manager della Sac, è il primo a intervenire durante la cena dicendo che, secondo i suoi analisti, in qualsiasi modo finisca la crisi greca, l'euro è destinato comunque a uscirne indebolito.



Molti dei presenti hanno già fatto centinaia di milioni di dollari di guadagno sulla crisi di Atene comprando cds, i credit default swap, che rappresentano un'assicurazione sulla possibilità di bancarotta della Grecia. Ora quasi tutti hanno chiuso la loro esposizione sotto il Partenone e sono passati alla fase successiva della campagna di distruzione dell'economia europea, concentrandosi sulle incursioni contro l'euro.

«Voglio capire... voglio sapere chi ha fatto che cosa» ha detto al Financial Times il commissario Ue Michel Barnier. Pochi giorni dopo la cena alla Townhouse i future contro l'euro raggiungevano la cifra di 60 mila, la più alta mai toccata dal 1999. Ma nell'ultima settimana di febbraio anche quel record era già infranto. I future sono già più di 70 mila.

È guerra aperta: i fondi speculativi contro i governi dell'Eurozona. Più si fortificano le difese dell'Ue, più sfrontata diventa la sfida degli squali di Wall Street e della City londinese. Come nei conflitti armati vengono messi in azione per la prima vol- ta anche i servizi segreti.

Prima, l'Eyp greco, che svela la manovra congiunta degli hedge fund Brevan Howard, con sede a Londra, e di quelli americani Moore capital, Fidelity international, Pimco e soprattutto Paulson & Co. Anche a Madrid il governo socialista di José Luis Zapatero incarica il Cni di scoprire e neutralizzare chi punta a destabilizzare la Spagna. Suona l'allarme pure in largo Santa Susanna, a Roma, negli uffici romani del Dis, il dipartimento delle informazioni per la sicurezza.

Proprio nell'ultima relazione al Parlamento sulle attività dell'intelligence italiana, resa nota a fine febbraio, il prefetto Gianni De Gennaro, direttore generale del Dis, ha messo nero su bianco a pagina 99: «Il dispositivo di intelligence sul versante economico-finanziario è stato significativamente potenziato, traducendosi in un volume di produzione informativa e di analisi secondo solo a quello sul terrorismo internazionale».

E mentre a Parigi il ministro del Tesoro Christine Lagarde afferma che «i derivati dovrebbero essere vigorosamente regolati o addirittura vietati», e in Lussemburgo il primo ministro Jean-Claude Junker, responsabile anche dell'Eurogruppo, minaccia di usare «strumenti di tortura» contro gli speculatori, a Berlino Angela Merkel ( che ha promesso di non dare neppure un euro alla Grecia) è fuori di sé dalla rabbia perché è convinta che anche le fughe di notizie sui progetti franco-tedesco- olandesi per salvare la Grecia (da 30 a 40 miliardi di euro) siano state pilotate dalle centrali speculative per mettere sotto pressione il governo tedesco portando nuovi soldi ai soliti noti.

A Roma, nei maestosi corridoi del ministero del Tesoro, nessuno sottovaluta le intenzioni degli speculatori tanto più che proprio Giulio Tremonti è stato il primo a sollevare già nel G8 di Osaka del 2008 la questione dei contratti speculativi richiedendo meccanismi obbligatori di controllo e di riequilibrio temporale delle posizioni di perdite e di guadagno così da limitare la formazione di bolle.

Ma a confortare il governo sono i più recenti rapporti delle grandi banche di affari e delle agenzie di rating che esprimono giudizi positivi sulla tenuta dei conti italiani. Non solo: contro coloro che agiscono per affossare l'euro Tremonti fa valere quello che ripete spesso in questi giorni: «Sulla base delle mie informazioni non esiste affatto una strategia imperiale del dollaro contro l'euro. Semmai una precisa strategia di Barack Obama contro le banche». Come dire che quella cena prima o poi potrebbe risultare più che indigesta.
 

come sta messo davvero il paese che ha fatto da apripista al capitalismo?

I veri Pigs stanno a Londra

Molti si ostinano a non crederci quando affermiamo che siamo dentro ad una crisi storico-sistemica destinata a sconvolgere gli equilibri sociali gli assetti politici e istituzionali, che entriamo in un periodo che sarà contraddistinto da profondissime turbolenze e conflitti. Sarà quindi utile metterli al corrente delle recentissime dichiarazioni “catastrofiste” fatte dal numero uno dei pescecani della finanza globale, nonché guru, George Soros (che i media italiani hanno censurato).

Venerdì 20 febbraio egli era a New York ad un conferenza organizzata dalla Columbia University. Al cospetto di noti economisti americani, Soros ha affermato che il fallimento di Lehman Brothers ha segnato una svolta storica nel funzionamento del sistema finanziario mondiale, col risultato che questo si è praticamente disintegrato, proprio come accadde all’URSS dopo l’89. Ha poi aggiunto che egli non intravede alcuna prospettiva di uscita a breve termine dalla crisi, che per lui è più grave che la Grande Depressione.
Presente alla conferenza, gli ha fatto eco Paul Volcker, ex presidente della Federal Reserve, attualmente alto consulente del presidente Barack Obama.

Volcker ha dichiarato che la produzione industriale in tutto il mondo declina ancor più rapidamente che negli Stati Uniti, a sua volta a dura prova. "Non mi ricordo di nessun altro momento, neanche durante la Grande depressione, una caduta dei mercati così veloce e così uniforme in tutto il mondo”. (uk.reuters.com, 21 febbraio).

Uno dei più eclatanti risultati di quella che Soros definisce “la disintegrazione del sistema finanziario mondiale” è l’allarmante crisi del capitalismo britannico, su cui grandi think tank deliberatamente tacciono, preferendo esorcizzarla deviando l’attenzione sui cosiddetti “PIIGS”. Gli analisti anglosassoni sanno bene che il capitalismo inglese non sta messo molto meglio della Spagna o dell’Italia. Basta analizzare i dati appena diffusi dal “Office for National Statistics” (http://www.statistics.gov.uk/). Tutti i cosiddetti “fondamentali” traballano.

Per quanto riguarda il commercio con l’estero il Regno Unito è deficitario sia verso i paesi dell’Unione europea che, soprattutto, verso il resto del mondo. Ma la cosa che preoccupa Downing Street è la tendenza alla sua veloce crescita: a novembre era di 6,8 miliardi di sterline, a dicembre, in un solo mese, è passato a 7,3 miliardi. Il tasso di investimenti (un metro di misura decisivo per misurare la profondità della recessione e quanto fondate siano le speranze di inversione del ciclo) registrato nel quarto trimestre del 2009 è crollato del 24,1% rispetto allo stesso periodo del 2008. Il settore dei servizi (che data la deindustrializzazione che il Regno Unito ha conosciuto negli ultimi trent’anni è quello trainante) è continuato a scendere per tutto il 2009. Particolarmente accentuata la decrescita del comparto finanziario (la City). Durissima la discesa del settore turistico (Hotel e ristoranti), e dei trasporti. Per quanto riguarda il Pil, che era crollato al -6% a metà del 2009, la sua ripresa, nel quarto trimestre del 2009, è stata del modesto 0,3%. Indicativo il dato riguardante il Capitale fisso (macchinari ecc) che il mercato continua a rottamare: -14,2% rispetto al 2008.
Opachi sono i dati sui profitti, ma si può intuire il calo se si considera che il surplus lordo delle aziende è sceso del 5,9% rispetto ad un anno fa, che fu già nefasto. Abbiamo così la disoccupazione al 7,8% e la produttività complessiva che non sta solo al di sotto di quella americana o francese, ma pure di quella italiana.

Ad aggravare il contesto c’è infine il deficit di bilancio, che veleggia alla cifra del 10% (livello greco) e che secondo stime attendibili (Istituto degli Studi Fiscali, Ifs, un centro di ricerca e consulenza che fra i sui clienti annovera il Ministero del Tesoro britannico e la Banca d'Inghilterra) potrebbe toccare 150 miliardi di sterline nei prossimi tre anni.
Il solo fiore all’occhiello di Sua Maestà sarebbe il debito pubblico, il 43,60% del Pil, fatto che collocherebbe appunto il Regno Unito tra i paesi virtuosi. Bugia! Gli inglesi, come si sa, sono isolani, e calcolano a modo loro. O per dirla altrimenti non si devono certo far insegnare dai greci come manipolare e truccare i parametri e i dati. E’ infatti risaputo (come è stato fatto notare da diversi analisti, vedi il Corriere della Sera del 9 dicembre), che il debito pubblico del Regno Unito supererebbe il 170%, bel oltre quello greco e prossimo a quello giapponese, se il Tesoro di Sua Maestà contasse, come dovrebbe in base al Trattato di Maastricht e ancora non fa, anche il costo dei salvataggi bancari e i passivi delle banche nazionalizzate dopo il crollo del settembre 2008.

I “maiali” mediterranei e gli irlandesi sono quindi in buona, si fa per dire, compagnia. Si capisce dunque il dibattito sul futuro del paese che imperversa sui giornali britannici. Non deve ingannare l’aplomb e i toni compassati. Nemmeno i più ottimisti tra i gentlemen inglesi si sentono di escludere la catastrofe. Ecco quindi gli amari ripensamenti sugli “anni gloriosi” del thatcherismo e del neoliberismo blairiano, oggi considerati disastrosi, non fosse che per lo smantellamento dell’industria manifatturiera, la cui rinascita è invocata a destra come a sinistra come sola possibile exit strategy alla depressione. Che comunque, anche senza un crollo improvviso, è destinata a durare a lungo.

 Moreno Pasquinelli

CRESPIATICA - Il tribunale ha sentenziato il crack dell'azienda specializzata nella realizzazione di impianti per conto terzi

FALLITE LE OBC, A CASA VENTISEI LAVORATORI

Un milione di debiti certificati INPS e 160 creditori alle porte

CRESPIATICA. Con oltre un milione di debiti certificati Inps e 160 creditori commerciali alle porte, le Officine di Bagnolo Cremasco a Crespiatica issano bandiera bianca: il tribunale di Lodi ne ha sentenziato lo scorso 27 Gennaio il fallimento e tutti i ventisei dipendenti dell'azienda specializzata nella lavorazione di macchine e impianti per conto terzi si trovano adesso irrimediabilmente a casa. Come il fiore all'occhiello dell'ingegnere lodigiano Ernesto Berto - amministratore unico della società negli ultimi cinque anni - abbia potuto finire in questa situazione ha tuttavia dell'inspiegabile: appena un anno fa lo stesso Berto dichiarava un giro di affari di "Officine" <<pari a 4,6 milioni di fatturato annuo>> combinati a <<previsioni di crescita e nuove assunzioni>>, meno di dodici mesi più tardi i libri dell'azienda già varcavano le soglie del tribunale. Una prima frenata alle OBC si era avvertita a dire il vero già a Giugno, quando gli operai si erano prestati a <<verniciare e mettere a posto i capannoni - riferisce uno dei ventisei preferendo restare anonimo - in attesa di nuove commesse>>. E una grossa, da parte  di un committente tedesco, era in effetti arrivata: a fine Agosto, tanto da costringere i lavoratori a turni anche di dieci ore, il sabato e la domenica compresi, <<spremuti con la promessa che ottemperata quella, altre ne sarebbero presto arrivate>>. Peccato di ordinativi gli operai non abbiano da quel momento più visto l'ombra, per assistere invece sbigottiti ad andirivieni, questi sì, all'ordine del giorno e di una natuira e frequenza a dir poco sospetti. <<Gli ufficiali giudiziari hanno iniziato a circolare tra gli stabilimenti - spiega il segretario della Fim-Cisl Aniello D'Errico - poi sono iniziati il prelievo di alcuni macchinari fino alle aste pubbliche in sede per la vendita dei beni>>. La formula collaudata era più o meno sempre la stessa: prima convocazione a prezzo pieno deserta, seconda ribassata del 25% idem e infine terza a offerta libera con una frotta di compratori in pole position per accaparrarsi al minor prezzo questo o quel pezzo svenduto. Roba a dire il vero "stagionata", non più all'altezza delle sfide del mercato e che bene rappresenta l'incongruenza fra dimensione reale e immaginaria della creatura coltivata dall'ingegnere Berto: a fronte dell'esorbitante superficie pari a 60.000 MQ di terreno con poggiati sopra cinque capannoni ordinati in fila e all'interno venti carriponte, i macchinari dell'azienda erano infatti desueti e la governance, ovvero quella "cabina di comando" fatta di professionisti esperti che garantisce il buon funzionamento di una società, ridicola, limitata a un commerciale e un ragioniere appena. La percezione dell'assurdo si fa persino più netta se a parlare sono poi i numeri. Li riferisce il curatore fallimentare Mariano Allegro: <<Tolta dal patrimonio di 2 milioni e 722 mila euro di OBC la controllata Fabril che ha nella pancia gli immobili, il patrimonio netto ammonta all'incirca a 33 mila euro>>. Un'inezia, considerati i 50 mila euro che "Officine" dovrebbe soltanto di stipendi ogni mese agli operai. "Dovrebbe", perchè da Dicembre invece di buste paga neanche l'ombra, passaggio nevralgico della seconda spinosa questione inserita nella vicenda. <<A Dicembre l'azienda ci ha convocati per chiedere l'attivazione della cassa integrazione ordinaria - prosegue D'Errico - e in sede di accordo a Lodi l'ingegner Berto rispondendo alle nostre domande aveva escluso il rischio di fallimento. Un comportamento irresponsabile che ha giocato sulla pelle dei lavoratori, vista la dichiarazione del tribunale solo un mese più tardi>>. E proprio al fine di "soccorrere" gli operai, giovedì in Regione sindacato e curatore hanno presentato richiesta di cassa straordinaria: la risposta del ministero arriverà tra quattro mesi,  ma nel frattempo un accordo siglato con le banche lodigiane assicurerà loro un anticipo. Unico dato certo che fa il pari ad un <<portafoglio ordini di oltre un milione di euro da evadere ammesso dalla soicietà>> secondo quanto appreso dal direttore di Assolodi Maurizio Galli. 

                                Laura Gozzini

 

 

 

             Grecia: La commissione UE chiede altri sacrifici

Il commissario europeo Olli Rehn pretende nuovi sforzi da parte del governo ellenico per risanare il debito pubblico a scapito dei cittadini

Andrea Perrone

La Commissione Ue chiede più rigore alla Grecia, nonostante gli sforzi annunciati dal governo ellenico per ridurre il debito pubblico.
A pronunciarsi a favore di maggiori sacrifici per il Paese è stato ieri il commissario europeo agli Affari economici e monetari Olli Rehn (nella foto) che si è recato ad Atene per una serie di incontri con le autorità greche per fare il punto sull’evoluzione della situazione economica e del risanamento dei conti pubblici.“Ho chiesto al governo greco di annunciare nei prossimi giorni nuove misure”, ha sottolineato Rehn, che ha incontrato nella capitale greca il premier Georgios Papandreou per discutere “l’attuale  situazione economica greca e lo stato delle finanze pubbliche”. Rehn ha ribadito, in un colloquio con il ministro delle Finanze greco George Papaconstantinou, che Atene deve impegnarsi di più per ridurre il debito e per uscire dalla crisi che attanaglia il Paese. Fra gli incontri di Rehn anche quello con il ministro del Lavoro Andreas Loverdos e con quello dell’Economia Louka Katseli che ha assicurato che “il governo farà tutto il possibile per tagliare il deficit: se necessario, prenderà misure addizionali”. A metà giornata sono in netto rialzo (fra il 2 e il 3 per cento) tutti gli indici della Borsa di Atene testimoniando la fiducia degli investitori per i risultati della visita di Rehn. Fra le misure più urgenti, emerse dopo la missione compiuta la scorsa settimana da esperti della Bce e del Fondo monetario internazionale, l’aumento dell’età pensionistica a 67, il   congelamento degli stipendi pubblici fino al 2012, l’aumento delle tasse e il taglio della quattordicesima mensilità. Una strategia che provocherà enormi disagi a lavoratori e pensionati, proprio quelli che non hanno alcuna colpa per il deficit accumulato in questi anni dai governi precedenti, ma in particolare dalle speculazioni messe in atto dalla Goldmann&Sachs attraverso cui la banca d’affari guadagnò 250 milioni di euro lucrando con prestiti in derivati.
Ad rendere più fosca la situazione sono giunte le dichiarazioni, rilasciate nel corso di un’intervista al quotidiano tedesco Handelsblatt, del presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, che ha precisato come la dissoluzione dell’area euro non è un’ipotesi da considerare irrealistica o ridicola, poiché i problemi della Grecia potrebbero pregiudicare l’esistenza stessa dell’Eurozona. Juncker ha detto di “non credere che le differenze di competitività nell’area euro conducano automaticamente a una debolezza dell’euro. Anche nell’area del dollaro ci sono tali differenze. Il problema è che le divergenze stanno tendendo ad ampliarsi”. Meno preoccupate le affermazioni dell’ex presidente della Commissione Ue Romano Prodi che ha escluso l’ipotesi di Juncker precisando di non ritenere che la crisi greca possa coinvolgere gli altri Paesi del Sud Europa e ha invitato gli altri Stati Ue “che si ritengono virtuosi a guardare in casa propria prima che in casa d’altri”. Quanto alla possibilità, ventilata qualche tempo fa e che ormai pare tramontata, di un intervento dell’Fmi, Prodi ha precisato che “un problema europeo vada gestito a livello europeo. Tuttavia, non sarebbe stato nulla di scandaloso se fosse intervenuto anche il Fondo monetario internazionale”. Un’idea questa che ha un solo scopo quello di far intervenire veramente l’Fmi, senza alcun indugio o rinvio.


02 Marzo 2010 12:00:00 - http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=901

                                                                                   

 

 

 

abbonati a Umanità Nova

Per copia saggio gratuita invia un e-mail a: unamministrazione@virgilio.it
oppure una lettera a:
 Federico Denitto, Casella Postale 812. Trieste Centro.. 34132 Trieste
Chi volesse diffondere UN, anche poche copie, ci contatti via mail

Anche quest'anno Umanità Nova rinnova la sua sfida!
Un altro anno per dare voce a chi non ce l'ha, per mettere a nudo le miserie e le violenze degli stati e dei padroni, per fornire un punto di vista anarchico su ciò che accade intorno a noi. Senza giornalisti di professione, senza pubblicità, senza finanziamenti statali, ma solo con la passione di chi cura UN settimana dopo settimana e la solidarietà di tutti e tutte coloro che lo sostengono. Una rete sempre più solida di abbonati e diffusori è la migliore garanzia perchè un giornale autogestito come il nostro possa andare avanti.

Abbonati, sostieni e diffondi Umanità Nova!

CAMPAGNA ABBONAMENTI 2010

Abbonamento
45 € annuale
25 € semestrale
55 € abb.+ gadget
80 € estero o sostenitore

Capitalismo in affanno, ma sempre vorace

Si è chiuso da poco il vertice (informale) di Davos. Non avendo di meglio da fare i commentatori economici giocano su acronimi e sillogismi. Nei commenti è tutto un giro di BRIC'S e PIG'S.
BRIC è la sigla per l'area economica così detta "emergente" rappresentata da Brasile, Russia, India e Cina; un'area tutt'altro che omogenea dove India e Cina rappresentano dei "veri" paesi capitalistici con un'altra intensità di produzione mentre Brasile e Russia si caratterizzano per i vasti giacimenti; PIG è la sigla dell'area economica della sponda sud dell'Europa, rappresenta Portogallo, Italia e Grecia; paesi con alto deficit ed enorme debito che hanno la caratteristica di "stare a galla" con inflazione, svalutazione e taglio dei redditi sociali. Le allusioni si evidenziano dalle traduzioni di questi acronimi: BRICS starebbe per mattoncini, esprimendo un senso positivo di costruzione mentre PIGS starebbe per maialini mettendo in evidenza la riprovazione della finanza internazionale per queste realtà.
La situazione dell'economia mondiale è ancora in stato di affanno nonostante ogni governo si spertichi per mettere in luce i propri "provvedimenti".
Provvedimenti il più delle volte assolutamente virtuali. Al centro del dibattito c'era, ancora una volta, il tema dei regolamenti e delle agenzie di regolazione; una serie di regole, cioè per rendere più sicuro ed etico il sistema.
Ci avreste scommesso? Non se ne è fatto nulla.
Il senso che se ne ricava è che i grandi manager e i grandi azionisti si siamo già intascati i 750 miliardi di dollari della manovra mondiale degli inizi del 2009 e che non abbiano nessuna intenzione di restituirli considerando questa ingente cifra come la remunerazione delle loro funzioni a sostegno del sistema. Quindi ricominciano i balletti e le ricette di FMI e BM che tanti guai hanno prodotto per tutti gli anni '90 del secolo scorso e di questo primo decennio. Non è affatto casuale che la parole "default" (fallimento) torni a segnare le fortune delle monete "non-internazionali" e delle banche centrali dei paesi "non grandi".
Dalla disastrata Argentina all'emergente Venezuela (di cui si parla in un approfondimento che pubblichiamo su questo numero) le manovre monetarie anticipano la ridislocazione delle ricchezze secondo una mappa che non rappresenta tanto le capacità produttive (sia di materie prime che di manufatti) quanto le capacità militari dei vari stati.
Anche all'interno dei singoli stati le linee di distribuzione delle ricchezze si possono leggere in funzione delle capacità militari dei rispettivi governi.
É il caso della Grecia che dopo aver represso brutalmente anche le recenti rivolte si appresta ad una manovra modello Amato-Visco-Tremonti: tagli a salari e pensioni per poter pagare gli interessi sul debito ai grandi banchieri; gli stessi banchieri che si sono intascati la grande parte delle risorse anticrisi messe in campo negli scorsi mesi. In Portogallo come segnalato anche dalla repressione degli anarcosindacalisti di cui abbiamo parlato nel numero scorso, le linee di intervento sono analoghe.
Anche le linee del governo italiano andrebbero in questa direzione ma pare che, per quanto carsica, un'opposizione sociale diffusa ponga un qualche freno agli ulteriori tagli.
Il "popolo dei tetti", le centinaia di operaie e operai che hanno occupato le fabbriche si stanno indirizzando, come dimostra la vicenda Alcoa, non solo a manifestazioni tanto eclatanti quanto simboliche, ma a far pagare a padroni e governo il maggiore prezzo possibile bloccando non solo la propria produzione, ma anche quella degli altri stabilimenti e delle infrastrutture.
Sarà dura come dicono i NoTav oppure sarà lunga come dicono i NoDalMolin?
A noi piace ricordare l'incipit dell'Internazionale: l'emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi o non sarà!

Umanità Nova

CRISI FINANZIARIA O BUSINESS DELLA POVERTÀ?

di Comidad

Le difficoltà finanziarie che hanno coinvolto dapprima la Grecia e poi la Spagna ed il Portogallo, hanno provocato in alcuni commentatori di opposizione la consueta aspettativa di un Armageddon del cosiddetto capitalismo. Questo tipo di commenti è dovuto al fatto che, anche fra i sinceri oppositori del dominio, tende spesso a prevalere un’immagine idealizzata ed edulcorata del sistema degli affari, un'immagine secondo la quale il sedicente capitalismo dovrebbe temere dagli stessi disastri sociali che determina.
In realtà la chiave per comprendere gli effettivi termini della presunta “crisi finanziaria” che ha investito i tre Paesi della cosiddetta Eurozona sta proprio nelle "terapie" che vengono imposte ai "malati" dalla Banca Centrale Europea, cioè il “rigore nei conti pubblici”. Ai Paesi del Sud-Europa che avrebbero sperperato, la propaganda ufficiale propone l’esempio luminoso della virtuosa e luterana Germania o della virtuosa e calvinista Olanda, che avrebbero invece saputo amministrarsi con oculata parsimonia. In questa campagna propagandistica risultano scontate le vanterie trionfalistiche del governo italiano, che ha millantato addirittura di aver salvato i conti pubblici grazie alla decisione di non stanziare nulla a favore dei disoccupati.
Risulta quindi chiaro che, per poter rimanere nella zona dell’Euro, la Grecia, la Spagna ed il Portogallo dovranno imporsi drastici tagli alla spesa sociale, che andranno ad inasprire le condizioni della popolazione, aumentando disoccupazione e povertà. D’altra parte la BCE sa benissimo che nei conti pubblici la spesa sociale incide in parte minima, al massimo per il 4 o 5%, per cui da questi tagli, e dal conseguente aumento della povertà, non c’è da attendersi alcun effetto di risanamento dei bilanci degli Stati.
In realtà, la virtù dei luterani, dei calvinisti, ed anche degli anglicani, non consiste nel risparmiare, ma nel poter brandire il coltello del colonialismo dalla parte del manico. Dato che l’euro non è altro che il marco dietro pseudonimo, il suo valore corrisponde alla forza effettiva dell’economia tedesca. Dal canto suo, la Gran Bretagna, pur possedendo un 14% della BCE, e quindi dell’euro, non ha mai rinunciato alla sterlina.
Sono stati invece i Paesi ad economia strutturalmente debole - come Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, ecc. - a dover deprimere le proprie esportazioni ed il proprio turismo a causa di una moneta sopravvalutata. L’edificio dell'Unione Europea ha costituito una cosciente operazione colonialistica di impoverimento di gran parte dei Paesi europei, in modo da favorire il principale business della povertà: la finanziarizzazione dei consumi, ovvero il costringere le persone a piegarsi allo schiavismo dei debiti.

La tanto decantata eccezione spagnola arriva ora al suo rendiconto, che non è dovuto alle presunte leggi di un inesistente “mercato", ma alle forche finanziarie imposte dalla BCE. La realtà è che Grecia, Spagna e Portogallo sono prima finiti nel mirino della BCE, e poi i “mercati” finanziari si sono adeguati, non viceversa.
Il bersaglio principale della BCE è proprio Zapatero, con la sua politica del piede in due scarpe: sostegno finanziario alle multinazionali spagnole nella loro criminale conquista dell’America Latina e, nel contempo, anche un po' di incentivo ai consumi interni, sia attraverso la spesa sociale, sia non imponendo tetti salariali. In tal modo la sinistra spagnola ha potuto fare una politica di destra all’estero, mantenendo però un alone socialdemocratico all’interno. Per sostenere questa finzione, il quotidiano"El Pais", mentre conduceva astiose e martellanti campagne propagandistiche contro Chavez, poi si riverniciava ogni tanto il fondo tinta progressista pubblicando qualche articolo contro Berlusconi.
Agli occhi della BCE anche un falso socialista come Zapatero risulta comunque colpevole di aver frenato il business della finanziarizzazione dei consumi, dato che oggi gli Spagnoli non sono abbastanza poveri da doversi indebitare sino al collo per poter acquistare merci, o solo per pagare bollette e spese sanitarie. La colpa imperdonabile della spesa sociale non è infatti quella di aggravare la spesa pubblica - la cui quota maggiore va sempre alle banche ed alle multinazionali -, ma di ostacolare l’indebitamento dei consumatori.
Le agenzie finanziarie e le agenzie di recupero crediti trovano il loro spazio vitale solo se i salari sono bassi e la spesa sociale è compressa al minimo. Reperire per le finanziarie questo spazio vitale, costituisce oggi la sacra missione di cui la BCE è stata investita dai suoi veri padroni, i Rothschild e i Goldman Sachs, da cui dipendono, direttamente o indirettamente, tutte le micro-agenzie finanziarie e di recupero crediti. In una sorta di catena di Sant’Antonio dell’indebitamento, anche queste agenzie dipendono infatti dal credito delle grandi cosche finanziarie storiche.
Mentre le sinistre cercavano freneticamente di adeguarsi alle mitiche “nuove sfide” del nuovo millennio, nel frattempo l’affarismo riproponeva disinvoltamente i business della povertà di due secoli fa; e non è neppure da escludere che di qui a poco venga reintrodotto persino il carcere per debiti, già reso tristemente famoso dai romanzi di Charles Dickens.

L’insostenibile logica della globalizzazione e delle multinazionali

                di Paolo De Gregorio - 01/02/2010



Fonte



Lavoro, precariato, salari, multinazionali e globalizzazione. Pubblichiamo la lettera di un nostro lettore che riflette sulle attuali logiche di mercato e propone l’istituzione di “un sindacato unico dei lavoratori” che possa farsi portavoce della legittima richiesta degli individui di vivere dignitosamente.

 

globalizzazione
Il potere economico risulta il principe dei poteri
Attualmente in Italia abbiamo, tra le altre, due grosse emergenze occupazionali, quella di Termini Imerese, e quella della Alcoa in Sardegna, e si parla di stabilimenti da chiudere per sempre.

 

Entrambe sono entità multinazionali che rispondono a logiche di profitto in cui non si tiene in alcun conto il lato umano dei problemi, e quando decidono una ristrutturazione, una delocalizzazione, una chiusura, è proprio inutile fare qualunque trattativa.

 

E’ profondamente sbagliato da parte del movimento dei lavoratori invocare mediazioni governative o mobilitazioni sul territorio per decisioni che sono già state prese e con una probabilità del 99% sono irrevocabili.

 

L’Alcoa (multinazionale americana dell’alluminio) sta già costruendo un enorme impianto in Arabia Saudita, dove ha energia a basso costo e lavoro di immigrati a buon mercato e niente e nessuno può imporle di rinunciare ai vantaggi della globalizzazione.

La Fiat, pur avendo avuto sovvenzioni statali per decenni, ha spostato il baricentro produttivo negli USA, lì farà le macchine elettriche del futuro.

 

Anche in questo caso è il potere economico che risulta il principe dei poteri e la politica non conta nulla di fronte alla logica e alle decisioni del mercato.

Qui bisogna fare chiarezza: la globalizzazione, accettata e condivisa quasi da tutti, arricchisce le imprese che hanno mano libera nelle proprie scelte di portare all’estero la propria produzione, rincorrendo le eterne e vecchie cose che interessano ai padroni: manodopera a basso costo e sottomessa, materie prime a prezzi bassi.

 

 

no
soldi
Chi ha fatto e fa le spese della dittatura del mercato sono i salariati, diventati tutti precari ed insicuri
Chi ha fatto e fa le spese della dittatura del mercato sono i salariati, diventati tutti precari ed insicuri ricattati da un mercato di riserva di immigrati pronti a prendere il loro posto, che danno il voto ai padroni della Lega cercando in tal modo di ottenere un occhio di riguardo per il futuro del loro lavoro.

 

 

Di fronte a questa situazione e alla assenza di un sindacato e di una sinistra, credo che l’unica strada percorribile sia quella di arrivare ad un sindacato unico dei lavoratori, autogestito da loro stessi, che chieda quella sicurezza di vivere dignitosamente, che deve essere data a tutti, superando l’istituto della cassa integrazione a scadenza, nella forma di un salario sociale per tutti i licenziati e i disoccupati, della entità del 50% di un salario medio.

 

In uno stato capitalista e con la economia globalizzata non si può parlare di lavoro come diritto in un mercato instabile ed evanescente e, per non essere condannati alla totale precarietà ed insicurezza, bisogna pretendere un contrappeso da ottenere con l’autogestione e la lotta dura.

In parole povere, se tu Stato non hai alcun potere sull’economia, che può fare quello che vuole, che rende i rapporti di lavoro instabili e precari, tu Stato devi prevedere un contrappeso finanziato dalla fiscalità generale che diventi salario sociale per tutti i disoccupati.

Deve diventare un diritto come la pensione sociale e nessuno in un paese democratico deve essere lasciato nella disperazione e nell’abbandono.

Economia Mondiale: venti che annunciano tempeste

di Yonie Moreno

Fonte:

http://www.vocidallastrada.com/2010/01/economia-mondiale-venti-che-annunciano.html

 

In recenti dichiarazioni del Presidente della Federal Reserve, Bernanke, ha sottolineato che l'economia americana è “di fronte a turbolenze formidabili”. Sembra che i 700.000 milioni di dollari in aiuti per evitare il collasso del sistema finanziario globale in seguito al fallimento di Lehman Brothers nel settembre 2008, che ha coperto il buco enorme lasciato dal crollo della bolla immobiliare, il più grande nella storia del capitalismo non sono stati sufficienti a scongiurare il pericolo della crisi. Al contrario, la crisi si è risolta temporaneamente, a costo di trasferire l’enorme debito non pagato del settore privato a quello pubblico. L’indebitamento pubblico è arrivato a livelli sconosciuti e rappresenta un problema per la borghesia in tutti i paesi del mondo.

Paul Kurgman, in un recente articolo intitolato
La missione inconclusa di Bernanke” segnalava la necessità di continuare con l’aiuto statale. Questo dicembre, il pacchetto di 700.000 milioni di aiuti, tocca la sua fine. Si rinnoverà? La pressione dei repubblicani e buona parte del banco democratico, non è a favore. Krugman nel suo articolo argomentava che era ancora necessario un nuovo piano per stabilizzare il sistema bancario che è stato colpito. Era anche necessario per porre fine alla grave disoccupazione e la sofferenza di milioni di persone non riescono a trovare lavoro. Di fronte alla visione filantropica di Krugman sembra che una buona parte della borghesia si accostava all’idea di ritagliare l’enorme debito contratto dallo stato e che se non ridotto potrebbe portare al mancato pagamento a medio e lungo termine di obbligazioni e una ripresa dell'inflazione.

Cosa farà Obama? In un’intervista a Fox News, Obama ha indicato che “è importante riconoscere che, se continuiamo ad aggiungere debito pubblico, nel mezzo del recupero, la gente può perdere la fiducia nell’economia degli USA, che può portare ad una doppia recessione”.
Attualmente il paese ha un debito pubblico di 12,03 miliardi di dollari (8,8 miliardi di euro), secondo i dati ufficiali del Dipartimento del Tesoro. Questa cifra, la più alta del mondo, e rappresenta l'83% del PIL (dati del 2008). Expansion.18-11-00


Intrappolati in un mare di contraddizioni...e di debito


Così la borghesia della principale potenza imperialista è intrappolata tra l’iniettare più denaro per stimolare l’economia mantenendo debole la crescita economica e tagliare la disoccupazione o tagliare l’enorme debito che minaccia il futuro.

La stabilità economica dopo la recessione più importante dagli anni '30 è piena di incertezze.
Come segnalava l' Economist nel suo ultimo numero nell’articolo intitolato “
La grande stabilizzazione”, “la cattiva notizia è che la stabilità di oggi, è preoccupatamente fragile, perché la domanda mondiale continua a dipendere dal sostegno del governo e dalla generosità pubblica che ha coperto vecchi problemi, mentre ha creato nuovi fonti di instabilità. I prezzi delle proprietà continuano a scendere più di quanto stiano crescendo, e come mostra la nazionalizzazione del gruppo Hypo dell’Austria questa settimana, l’instabilità bancaria ancora persiste. I segni apparenti del successo, come il ritorno del capitale pubblico prestato dalle megabanche nordamericane, rendono facile da dimenticare che il recupero ancora dipende dall’appoggio governativo. Allontanando gli effetti temporanei della ricapitalizzazione delle aziende, e che gran parte della ripresa della domanda globale è stata attraverso il denaro pubblico, conseguente all'aumento indotto gli investimenti da parte del governo cinese di aumentare la spesa negli Stati Uniti. Questo vuol dire riattivare il recupero nelle grandi economie emergenti, mentre si sta solo rinviando una ricaduta nella recessione nella maggior parte del mondo ricco”.

L’indebitamento,
il fattore chiave per la crescita degli ultimi 20 anni è diventato il cappio che rischia di strangolare l'economia capitalista. L’imperialismo nordamericano ha combattuto questo lasciando cadere il dollaro del 20% da dicembre 2008. Adesso la borghesia nordamericana cerca l’uscita dalla crisi nel mercato mondiale attraverso questo deprezzamento del dollaro che porta nel resto del mondo prodotti nordamericani a bassi prezzi. Questo nella pratica significa che la borghesia nordamericana esporta disoccupazione.

A tutto questo si aggiunge il fatto che i tassi d’interesse, sono a zero. Considerando l’inflazione, i tassi di interesse reali sono negativi. Eppure le banche continuano a non prestare denaro. L’idea che regolando i tassi d’interesse si possa regolare l’economia capitalista si è mostrata come una cortina fumogena per gonfiare la bolla speculativa degli ultimi 20 anni sulla base di credito a basso costo. I tassi d’interesse sono bassi, la caduta del commercio mondiale del 2009 è di circa il 10%, la più grande dalla grande depressione, e le banche continuano a non prestare soldi. Dove investirà capitale la borghesia? Non nelle apparecchiature installate con sovraccapacità nel settore.

Dominio del capitale finanziario e anarchia

Come una piaga biblica il capitale finanziario sta nuovamente gonfiando il prezzo delle materie prime e dell’oro. Questa è la spiegazione del perché il petrolio non è sceso nonostante la caduta del consumo mondiale, spiega anche come i paesi arretrati che dipendono dalle esportazioni di materie prime siano riusciti ad uscire dalla crisi. Così una nuova bolla, sulla base dei bassi tassi d’interesse, la saturazione dei mercati mondiali frutto della sovracapacità e la caduta del consumo delle masse, sta nascendo. Come i Borboni, la borghesia nella sua senilità, nè impara nè dimentica la recente crisi. Quella bolla cadrà spingendo di nuovo l’economia mondiale verso il basso.

Avrà nuovamente classe media la capacità di tamponare il sanguinamento delle risorse dell’anarchia speculativa? Vedremo, il fatto è che la dimensione della perdita della nave dell'economia capitalista è molto grande. Sono state messe delle "tavole" perché non entri molta acqua, anche se ci sono meno travi in una barca traballante che rischia di crollare in qualsiasi momento. Anche così i capitani delle navi, che non sono nè Obama, nè Bernanke, nè i governi capitalisti, ma gli speculatori internazionali, accelerano l’andamento della nave e la portano verso un’altra tempesta spinti dalla ricerca di profitti.

Quell' equilibrio instabile con il quale si conduce la catena dell’economia mondiale si può rompere da qualsiasi parte come si è visto negli ultimi mesi, ci sono molti anelli deboli: la possibilità di fallimento di Dubai ha fatto traballare i mercati mondiali, il debito totale di Dubai si calcola in circa 80.000 milioni di dollari; Dubai World, il conglomerato controllato dal settore pubblico ha congelato i suoi impegni di pagamento, quasi 60.000 milioni sono impegnati con la banca europea. O il timore del fallimento in Grecia a causa dell’elevato debito pubblico.


Nell’epoca del declino capitalista, come segnalava Lenin, è schiacciante il dominio del capitale finanziario che segna il ritmo dell’economia capitalista, un ritmo anarchico che approfondisce invece di attenuare gli squilibri e lancia dalla finestra l’illusione fittizia della regolamentazione del mercato.
La concentrazione del capitale nelle mani di pochi, paradossalmente, approfondisce l'anarchia economica.

La rinascita della lotta di classe


I tremori nella struttura economica, se manifestano come forti scosse nella superstruttura della società capitalista. Le ripercussioni nella lotta di classe sono evidenti: la politica di taglio del deficit si fa alle spalle della classe operaia in tutto il mondo. La Grecia è lo specchio in cui si possono guardare il resto dei paesi capitalisti avanzati. Si sta preparando uno sciopero generale contro le misure fiscali del governo di Papandreou che pretende di tagliare il deficit pubblico del 12,7% del PIL stimato per il 2009 a meno del 3% del PIL nel 2013, ad un ritmo annuale del -2% a partire dal 2011. Tra le misure per ottenere questa riduzione delle spese, Papandreou ha proposto di tagliare di un 10% le spese pubbliche, congelare gli stipendi superiori ai 2000 euro e frenare i contratti fino a tutto il 2010. Senza uscire dalla crisi, l’Europa ed il resto del mondo sono di fronte a una recrudescenza della lotta di classe e del movimento dello sciopero contro i piani della borghesia per far pagare la crisi ai lavoratori.
Sì, soffiano formidabili venti a sfavore, venti che sono il preludio della nuova tempesta che si avvicina.


Fonte:
http://www.aporrea.org/internacionales/a92769.html

Tradotto per Voci Dalla Strada da
Vanesa

Il simbolo anti-crisi è un “sommo sacerdote” della crisi
di Maurizio d'Orlando - 29/12/2009
Fonte: AsiaNews 
Il settimanale statunitense “TIME” ha incoronato «Uomo dell’anno» Ben Shlomo Bernanke, il governatore della Federal Reserve americana (FED). Bernanke era il banchiere centrale nel momento in cui la crisi è esplosa, dunque le responsabilità di questo «grand’uomo» non sono certo piccole. Ma, con la scelta di Bernanke, il settimanale “TIME” indica in lui l’uomo che ha fatto di più contro la crisi americana e globale… Del resto pochi mesi fa anche il Presidente Obama nel riconfermare Bernanke nel suo incarico lo aveva salutato come colui che ha risolto la crisi, evitando una nuova Grande Depressione. Negli ultimi mesi invece sono uscite molte notizie che dimostrano come la vicinanza di Bernanke con gli ambienti bancari responsabili della crisi ha superato spesso i limiti della decenza. Fu lui ad accettare la falsificazione delle norme bancarie, lui a non opporsi alla frettolosa restituzione degli aiuti statali da parte delle grandi banche per sottrarsi ai limiti sui bonus, lui a minimizzare la necessità di una riforma in profondità del sistema e ancora lui ad opporsi strenuamente alla richiesta di diffondere l’elenco delle banche che sono state soccorse negli ultimi mesi, con le annesse motivazioni. 
Ci si chiede se siamo giunti a livello di manicomio, oppure se si stanno giocando le mosse decisive di un piano globalista che vuole instaurare un impero mondiale? 
La crisi economica attuale non è solo una crisi peggiore di quella del 1929-1933. Infatti, l’iperinflazione, quando la si lascia scatenare, azzera il debito pubblico ed il risparmio privato, ma soprattutto sradica ogni precedente struttura istituzionale. Forse è questo lo scopo segreto dei vari governatori della Federal Riserve - tra cui Bernanke -, che nel corso degli ultimi 20 anni hanno posto le premesse dell’iperinflazione. Il loro vero intento, nel porre le premesse dell’iperinflazione, era far in modo che si imponesse la costituzione di una banca centrale mondiale e di conseguenza pervenire ad un Governo Mondiale. Con più di sei miliardi di abitanti nel mondo, l’instaurazione di un impero mondiale significa che potremo ben presto dire addio ad ogni residua parvenza di democrazia e libertà… 

Leggi di seguito l’interessante articolo di Maurizio d'Orlando scritto per AsiaNews.
Ben Bernanke “uomo dell’anno”, mentre si attende l’iperinflazione  e un governo mondiale 
La decisione del settimanale Time è troppo precoce: la ripresa non c’è o è solo frutto di contrazioni di spese e drastici tagli di personale. La galoppante disoccupazione negli Usa e in Cina. Il debito pubblico americano rischia di essere “sanato” solo con l’iperinflazione che metterà in crisi il sistema mondiale. 

Il settimanale statunitense Time ha eletto “Uomo dell’anno” Ben Shlomo Bernanke, il governatore della Federal Reserve americana. A prima vista la scelta può avere diversi livelli di lettura. Si potrebbe infatti attribuire la scelta al ritorno dei mercati azionari ed obbligazionari mondiali verso livelli di quasi normalità: fenomenale in particolare è stato il rimbalzo della borsa americana, risalita quasi del 60 % negli ultimi nove mesi. 
In tale ottica, dedicando la propria copertina a Bernanke, il Time avrebbe una motivazione ben chiara, proprio quella in effetti dichiarata. Sarebbe cioè un riconoscimento all’uomo che, dopo il quasi fallimento di Bear Stearns, il salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac, GMAC e di AIG[1], e dopo l’isolato, ma traumatico fallimento della banca d’affari Lehman Brothers, ha salvato – con fondi pubblici [2] – il grosso del sistema bancario americano (Citibank, Bank of America, ecc.) e mondiale dal rischio di un’imminente sbriciolamento (o meglio dalla certezza di un’inarrestabile evaporazione). Non vi potrebbe essere impresa e risultato maggiore nel curriculum – non punteggiato da altri specifici e notevoli contributi teorici e pubblicazioni – di un comune professore di Princeton diventato il governatore della maggiore banca centrale del mondo. Bernanke, dunque, sarebbe, come Ettore o Achille in tempi epici, un eroe della finanza, un eroe della nostra epoca, che epica certo non è, dato che tutto basa sul calcolo economico e sul predominio della pecunia. 
La ripresa economica è stentata, forse inesistente 
Se questa è l’ipotesi corretta, si può dire come minimo che il riconoscimento da parte del Time è un po’ troppo precoce. La ripresa della borsa americana non ha molto senso perché, tranne pochissime eccezioni, la ripresa economica delle imprese è a dir poco stentata, se non inesistente, negli Usa come nel resto del mondo. Non sono ancora disponibili i bilanci delle imprese, ma di certo non saranno a tal punto brillanti da giustificare un così deciso rimbalzo borsistico. 
In particolare, nei paesi più sviluppati, quei settori industriali che non hanno beneficiato di sussidi statali hanno registrato forti cali di fatturato, in media anche del 20 - 30 % – ed in certi casi anche del 50 % [3]. Pur con ogni possibile acrobazia contabile, è difficile supporre perciò che nell’economia reale vi siano grossi utili, tali da giustificare le attuali quotazioni dei mercati finanziari. Laddove le imprese, in casi specifici, avranno pur potuto contenere in qualche modo i danni, nella maggior parte dei casi il risultato è stato ottenuto non grazie ad un aumento delle vendite, ma comprimendo i costi. Infatti la domanda aggregata – cioè delle famiglie, delle imprese e della pubblica amministrazione – è diminuita e negli Usa si stima un calo del 20 % dei consumi per le classi di reddito medio ed inferiore [4]. 
Disoccupazione negli Usa e in Cina 
Ridurre i costi significa che le imprese hanno potuto contenere le perdite riducendo gli investimenti per la ricerca e l’innovazione di prodotto e di processo, ma non solo. Spesso il contenimento delle “spese” è stato ottenuto soprattutto con riduzioni del personale. Di fatti, nonostante il pacchetto di stimolo senza precedenti storici, voluto con tanta enfasi da Obama, la disoccupazione americana è ancora in forte crescita: è oltre il 9 % secondo i dati ufficiali, oltre il 20 % se si adottano i più realistici criteri econometrici in vigore prima dell’era Clinton. 
Non diversa è la situazione in molti altri Paesi. In Cina, ad esempio, i lavoratori migranti, che più di chiunque altro nel Paese hanno subito il peso della crisi, non ne hanno tratto beneficio nemmeno in termini di livelli di occupazione. Il loro impiego era e resta legato all’esportazione drogata dal tasso di cambio dello yuan renminbi – la valuta cinese – fortemente sottovalutato rispetto al dollaro ed alle altre valute convertibili[5]. 
Si può dire che i due maggiori pacchetti di stimolo economici del 2009, quello americano e quello cinese, non hanno sortito alcun effetto reale, per lo meno in termini di occupazione, che era l’obbiettivo preannunciato. 
Era logico che così fosse perché i due Paesi vivono di una simbiosi speculare: uno produce, è la “fabbrica del mondo” grazie al cambio arbitrariamente fissato dal Partito Comunista Cinese; l’altro consuma: il 70 % del Pil Usa è dato dai consumi in deficit da vari decenni, fra cui deficit del commercio estero, del bilancio pubblico, del risparmio delle famiglie e del debito estero delle imprese americane. 
Era logico che così fosse perché, al di là delle apparenze superficiali – il colore della pelle del nuovo presidente americano o i grattacieli e la “modernizzazione” del regime cinese – e delle speranze, o meglio delle illusioni generate dalle rispettive propagande, nessuno aveva ed ha intenzione di cambiare le distorsioni di fondo del sistema. 
Era logico che così fosse perché la globalizzazione non poteva che produrre un sistema di interdipendenze squilibrate: è la sintesi hegeliana di due “moderne” contrapposizioni del secolo scorso, eredità ancora dell’ottocento, di due opposti, ma in pari misura strutturalmente squilibrati materialismi. 
Lo spettro dell’iperinflazione 
Se la ripresa della borsa americana da un lato non ha molto senso, dall’altro lato un senso ce l’ha. Purtroppo però è un senso davvero sinistro perché ci indica che i mercati finanziari si attendono e scontano il sopraggiungere dell’iperinflazione. Per chiarirci, il valore di un’azienda non è dato solo dalla sua capacità di produrre utili futuri, ma anche da quello intrinseco del suo patrimonio tangibile, ad esempio terreni, capannoni industriali e simili. Allo stesso modo la quotazione in borsa di un titolo non esprime solo gli utili attesi, ma i mezzi propri, i suoi averi. Se è difficile ipotizzare un incremento medio del 60 % dei profitti aziendali nel prossimo futuro è evidente che il rimbalzo di borsa può aver senso solo se si pensa che aumenti il valore dei beni delle aziende per effetto dell’inflazione. In tal caso, se le ipotesi sono corrette e le quotazioni di borsa adeguate, l’inflazione attesa è piuttosto forte, ben superiore al 60 % perché si devono scontare le perdite di esercizio di questo e dei prossimi anni. Dal punto di vista più generale dell’economia, se ne deduce che agli effetti di una fase - quella attuale - di grande depressione si andrebbero perciò a cumulare quelli di un inflazione a due o tre, anche quattro cifre. Gli economisti la chiamano iperinflazione, uno dei fenomeni più socialmente distruttivi. Dagli archivi della storia rispuntano quindi gli spettri della Repubblica di Weimar, che in Germania spianò la strada ad Hitler; da quelli della cronaca si riaffacciano i disastri dello Zimbabwe. Non è, non vuole essere, gratuito catastrofismo, ma solo un modo leggere in maniera razionale un rimbalzo borsistico che difficilmente è spiegabile in termini di andamento degli utili netti aziendali. 
Si può certo ipotizzare che gli attuali valori di borsa negli Usa sono soltanto troppo gonfiati rispetto al probabile livello degli utili e di conseguenza dedurne un prossimo nuovo forte crollo. 
L’abisso del debito pubblico americano 
Anche se AsiaNews non ha pretese di essere un bollettino di previsioni finanziarie, questa seconda ipotesi non appare però convincente, pur ammettendo come probabile un forte saliscendi di borsa. La ragione sta nel livello davvero abnorme dell’indebitamento del sistema americano, includendo in tale definizione sia il debito formalmente emesso che gli impegni debitori. Nel settembre 2008 ad AsiaNews dopo i salvataggi finanziari effettuati fino ad allora da Bernanke - includendo nell’indebitamento pubblico anche quello delle amministrazioni locali e l’esposizione debitoria di enti a capitale pubblico - avevamo calcolato “debito pubblico americano” pari a “59.300 miliardi di dollari, e cioè 200.060 dollari pro capite di debito pubblico, inclusi vecchi, malati e bambini: il 429,37 % del Pil” [6]. Secondo altri economisti – John Williams – la cifra oggi è ben maggiore, circa 75:000 miliardi di dollari[7] ,ben oltre cinque volte il Pil americano. 
Se consideriamo che il debito delle famiglie americane è uno dei più alti al mondo, circa il 99 % del Pil; che il debito delle aziende Usa è anch’esso il maggiore del mondo, più del 300 % del Pil; che oltre il 95 % del debito estero statunitense è detenuto da residenti esteri, di cui circa il 50 % è detenuto da Giappone e Cina, l’ipotesi che il Tesoro americano non possa far fronte ai propri impegni mediante le imposte e che debba perciò ricorrere ad emettere sempre più moneta non è fantascientifica, ma probabile. In tali condizioni ci sono tutte le premesse dell’iperinflazione. Un qualsiasi evento politico, anche minimo, basterebbe come innesco[8]. È dunque difficile che ci si possa sottrarre a tale esito, e le conseguenze politiche saranno a dir poco epocali non solo negli Usa, ma anche in Europa, in Asia e nel resto del mondo. 
La “salvezza” di un governo bancario mondiale 
Quella attuale non è perciò solo una crisi peggiore di quella del ’29 - ’33. L’iperinflazione, quando la si lasci scatenare, azzera il debito pubblico ed il risparmio privato, ma soprattutto sradica ogni precedente struttura istituzionale. Forse è questo il segreto scopo dei vari governatori della Federal Riserve - tra cui Bernanke - che nel corso degli ultimi 20 anni[9] hanno posto le premesse dell’iperinflazione: da un mondo prima bipolare, all’epoca dell’Unione Sovietica, e poi unilaterale, il segreto proposito, il loro vero intento nel porre le premesse dell’iperinflazione, era far in modo che si imponesse la costituzione di una banca centrale mondiale e di conseguenza pervenire ad un governo mondiale. Con più di sei miliardi di abitanti nel mondo, l’instaurazione di un impero mondiale significa che potremo ben presto dire addio ad ogni residua parvenza di democrazia e libertà. Il sogno di Serse di ordine, tolleranza e concordia mondiale si potrebbe forse concretizzare ai nostri giorni, a meno di nuove, forse improbabili, Termopili. 
Questa – è però improbabile – potrebbe forse essere una seconda lettura della decisione del Time di dedicare la copertina a Bernanke. In altri termini l’onore tributatogli è così palesemente paradossale da far ipotizzare che sia un modo per lanciare un avvertimento in un mondo caduto sotto il dominio della falsità. 
NOTE 
[1] Sono le società a capitale privato ma di interesse nazionale che dall’epoca del presidente Roosevelt, settant’anni fa, hanno garantito i mutui immobiliari USA, oltre che la società (la AIG) che assicurava i rischi sui prestiti dei mercati finanziari, mentre la AIG assicura i rischi sui prestiti dei mercati finanziari. 
[2] Secondo Neil Barofsky, ispettore generale cui è stato affidato il compito di supervisione sui molti programmi di salvataggio finanziario, il relativo costo sarà in totale pari a 23.700 miliardi di dollari, un po’ meno del 165 % del Pil Usa. 
[3] La logica conseguenza è che se delle singole aziende possono aver registrato un calo di fatturato del 30 % altre possono aver avuto una diminuzione del 70 %. Un calo di fatturato di tale genere a equivale ad un livello di perdite che rende nella maggior parte dei casi inevitabile la chiusura o il fallimento di un’azienda. 
[4] Vedi : l’ultimo rapporto Gallup sull’andamento dei consumi: al roseo titolo: "Upper-Income Spending Reverts to New Normal" – Ritorna di nuovo normale la spesa nel segmento di reddito superiore – corrisponde nel testo un ben più sobrio contenuto (Still, consumer spending by both income groups – middle and lower-income – continues to trail year-ago levels by 20 per cent) – Ciononostante, la spesa di entrambe le classi di reddito, medio ed inferiore, continua a rimanere indietro del 20 % rispetto ad un anno fa. 
[5] In termini di parità del potere d’acquisto interno cinese, vedi AsiaNews.it, 07/07/2009, “I titoli tossici e le tossicodipendenze di Usa e Cina”. 
[6] Vedi AsiaNews.it, 30/09/2008, “Quanto è profondo l’abisso del caos economico, sociale e politico” 
[7] Vedi l’intervista a John Williams su Fairfield County Weekly del 31/12/2009 “We're Screwed!” 
[8] Nel caso della Repubblica di Weimar, il detonatore fu l’occupazione della Ruhr nel marzo del 1921 da parte della Francia e del Belgio, motivata dalla mancato pagamento delle riparazioni stabilite con il trattato di pace di Versailles dopo la 1a Guerra mondiale. 
[9] Vedi AsiaNews.it, 07/08/2006, “Il collasso del sistema finanziario mondiale”.