Quartiere Libero

a cura di COLLETTIVO SOLSTIZIO D'INVERNO

PAPANDREOU SI PIEGA AGLI USURAI

La Grecia ha chiesto ufficialmente l’attivazione del piano di aiuti coordinato tra i Paesi dell'euro e il Fondo monetario internazionale. I primi hanno stanziato 30 miliardi di euro mentre il Fmi ha messo disposizione dai 10 ai 15 miliardi al modico tasso usuraio del 5%.
Il primo ministro socialista, Georges Papandreou, ha dichiarato che per la Grecia si tratta di una nuova Odissea nella quale evidentemente il ritorno a casa consisterà nel traguardo di sanare il bilancio. Un obiettivo per il quale i prestiti ricevuti non saranno sufficienti non tanto perché con ogni probabilità a medio termine altri prestiti dovranno essere chiesti, quanto perché i suddetti prestiti saranno condizionati da drastici tagli della spesa pubblica e dalla vendita di imprese pubbliche. Due interventi che serviranno per fare cassa e che al tempo stesso permetteranno a finanzieri e speculatori esteri di impadronirsi di aziende operanti in settori strategici come l’energia.
Se queste sono le premesse, Papandreou dovrà andare avanti con una politica economica che è già costata molti sacrifici ai greci che hanno visto tagliate drasticamente retribuzioni e pensioni. Il peggio quindi deve ancora arrivare.
La Commissione europea ha da parte sua garantito che la valutazione della richiesta del prestito avrà un andamento rapido e le risorse saranno rese disponibili entro pochi giorni. Anche il direttore generale del Fmi, il socialista francese Dominique Strauss Kahn, ha confermato di essere pronto a muoversi velocemente e ha ricordato di avere lavorato in stretta collaborazione con il governo greco per alcune settimane fornendo “assistenza tecnica”. Voleva dire il tecnocrate, prossimo candidato all’Eliseo, che Atene ha chinato la testa ed ha accettato di mettere in pratica tutti i “suggerimenti” delle oligarchie finanziarie.
A contribuire poi alle pressioni su Atene perché si pieghi ai diktat c’è anche la speculazione di stampo anglosassone, proveniente da Wall Street e dalla City, che spingono al rialzo i Cds (credit default swap) i premi assicurativi per proteggersi dall'insolvenza sul debito pubblico greco, sia per i titoli di Stato a due anni (arrivati all’11% e poi scesi al 9,38% dopo l’annuncio del via agli aiuti). Sia per quelli a scadenza quinquennale (che hanno toccato l’8,85% per poi scendere a 8,40%).
Una manovra mirata per mettere il governo di Atene nell’impossibilità di pagare gli interessi e di saldare alla scadenza il capitale e per fare fuggire gli investitori che, nonostante tutto, continuano a scommettere sul sostegno finanziario alla Grecia. A girare il coltello nella piaga, dopo Moody’s che aveva abbassato il rating sulla solvibilità del debito pubblico greco, si è aggiunta un’altra società americana, Cma (Credit Market Analisys) del gruppo Bloomberg, che ha sottolineato che le probabilità di insolvenza della Grecia sono pari al 41%. Messe peggio stanno soltanto Venezuela e Argentina.
Molto preoccupato è apparso Axel Weber, il presidente della Bundesbank e membro del direttivo della Banca centrale europea che ha sottolineato che il rischio di contagio dalla Grecia ad altri Paesi della Ue è aumentato perché troppi di loro hanno debiti e deficit pubblici troppo elevati. Con questa atmosfera di disarmo l’euro si è subito trovato sottopressione e il suo cambio è sceso sotto 1,32 dollari rispetto ai quasi 1,5 di inizio dell’anno. Se non è speculazione questa…    di: Andrea Angelini

LE PROSSIME GUERRE EUROPEE DEL DEBITO

 

I Paesi dell’Unione Europea sprofondano nella depressione

Il debito governativo in Grecia è solamente la prima di una serie di bombe del debito europeo pronte ad esplodere. I mutui immobiliari nelle economie post-sovietiche e in Islanda sono ancor più esplosivi. Anche se questi paesi non si trovano nell’Eurozona, la maggior parte dei loro debiti è espressa in euro. All’incirca l’87% dei debiti della Lettonia è in euro o in altre valute straniere, e il paese è indebitato principalmente con banche svedesi, mentre Ungheria e Romania sono indebitate in euro soprattutto con banche austriache. Quindi i prestiti contratti dai membri non appartenenti all’euro sono serviti a sostenere i tassi di cambio per pagare questi debiti del settore privato alle banche straniere, non a finanziare i disavanzi di bilancio interni come in Grecia.
 

Tutti questi debiti sono insostenibilmente elevati perché la maggior parte di questi paesi sta avendo dei profondi disavanzi di bilancio e sta sprofondando nella depressione. Ora che i prezzi reali dell’immobiliare stanno diminuendo, i disavanzi commerciali non sono più finanziati da un flusso interno di prestiti sui mutui immobiliari e da acquisizioni immobiliari in valuta straniera. Non c’è alcun modo tangibile per stabilizzare le valute (ad esempio, economie in buona salute). Nell’ultimo anno questi paesi hanno sostenuto i loro tassi di cambio prendendo a prestito dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale. I termini di questi prestiti sono politicamente insostenibili: forti tagli ai bilanci del settore pubblico, aliquote fiscali più alte per i lavoratori già tassati in modo eccessivo e piani di austerità che mandano a picco le economie e obbligano altri lavoratori ad emigrare.

I banchieri in Svezia, Austria, Germania e in Gran Bretagna scopriranno che l’estensione del credito a nazioni che non possono (o non potranno) pagare potrebbe essere un problema loro, e non dei loro debitori. Nessuno vuole accettare il fatto che i debiti che non possono essere pagati non verranno comunque pagati. Qualcuno si deve accollare i costi perché i debiti diventano insolventi o vengono svalutati, per essere pagati in valute fortemente svalutate, ma molti esperti legali trovano inapplicabili gli accordi sui debiti che debbano venire restituiti in euro. Ogni nazione sovrana ha il diritto di legiferare i propri termini sul debito e i prossimi riallineamenti valutari e le svalutazioni dei debiti saranno molto più che semplici “tosate”.

Non c’è alcun motivo per una svalutazione, a meno che ci si trovi in “eccesso” – vale a dire, quanto basta per cambiare veramente i modelli commerciali e i modelli di produzione. Fu questa la ragione per la quale Franklin Roosevelt svalutò il dollaro americano del 75% nei confronti dell’oro nel 1933, aumentandone il prezzo ufficiale da 20 a 35 dollari l’oncia. E per evitare di far aumentare in modo proporzionale il peso del debito degli Stati Uniti, Roosevelt annullò la “clausola aurifera” indicizzando il pagamento dei prestiti bancari al prezzo dell’oro. Questo è il terreno in cui si svolgerà oggi la battaglia politica – sul pagamento del debito in valute che sono svalutate.

Un altro effetto collaterale della Grande Depressione negli Stati Uniti e in Canada fu di esonerare i debitori di mutui immobiliari dalla responsabilità personale, rendendo possibile la ripresa dalla bancarotta. Le banche pignoratrici possono entrare in possesso di immobiliari collaterali ma non possono avanzare alcuna ulteriore rivendicazione sui mutui. Questa pratica – fondata sulla Common Law – mostra come il Nordamerica si è liberato dal retaggio del potere del creditore in stile feudale e dalla pena della reclusione per i debitori che avevano reso così severe le precedenti leggi europee sul debito.

La domanda è: chi si accollerà le perdite? Mantenere i debiti espressi in euro porterebbe alla rovina la maggior parte delle attività locali e del mercato immobiliare. Al contrario, riesprimere questi debiti in valuta locale svalutata spazzerebbe via il capitale di molte banche con sede in Europa. Ma queste banche sono straniere, dopotutto – e alla fine, i governi devono rappresentare il proprio elettorato interno. Le banche straniere non votano.

I titolari stranieri di dollari hanno perso i 29/30 del valore in oro del loro patrimonio da quando gli Stati Uniti hanno cessato, nel 1971, di esprimere in oro i disavanzi della bilancia dei pagamenti. Ora essi ricevono meno di un trentesimo di questo valore poiché il prezzo è salito a 1.100 dollari l’oncia. Se il mondo riesce ad adattarsi, perché non dovrebbe adattarsi facilmente all’imminente svalutazione del debito europeo? Ma c’è una crescente accettazione del fatto che le economie post-sovietiche erano strutturate fin dall’inizio per favorire gli interessi stranieri e non le economie locali. Ad esempio, la manodopera lettone è tassata per oltre il 50% (lavoratori, datore di lavoro e tassa sociale) – così elevata da renderla non competitiva mentre le tasse sulla proprietà sono meno dell’1% rendendole un incentivo verso la speculazione più dilagante. Questo filosofia fiscale distorta ha reso le “tigri baltiche” e l’Europa centrale dei mercati di prestito primari per le banche svedesi e austriache, ma i loro lavoratori non riuscivano a trovare un impiego ben pagato in patria. Nessuno di questi aspetti (o le loro pessime leggi di protezione dei luoghi di lavoro) si trova nelle economie di Europa Occidentale, Nordamerica e Asia.

Sembra illogico e irrealistico attendersi che ampi settori della popolazione della Nuova Europa possano essere rese oggetto di trattenute sui salari per tutto il tempo della loro vita, riducendole ad un’esistenza di schiavitù dal debito. I rapporti futuri tra la Vecchia e la Nuova Europa dipenderanno dalla volontà dell’Eurozona di riprogettare le economie post-sovietiche su linee maggiormente solvibili – con un credito più produttivo e un sistema fiscale meno orientato a chi vive di rendita che favorisca l’occupazione piuttosto che l’inflazione sul prezzo dei beni, che porta solamente ad un’emigrazione dei lavoratori. Oltre al riallineamento della valuta per affrontare il debito insostenibile, la linea indicata per questi paesi è un imponente spostamento fiscale dalla manodopera alla terra, rendendoli più simili all’Europa occidentale. Non c’è altra alternativa. Altrimenti l’atavico conflitto di interessi tra creditori e debitori minaccia di separare l’Europa in due fronti politici contrapposti, con l’Islanda che fa da prova generale.

Finché questo problema del debito non verrà risolto – e l’unico modo per risolverlo è quello di negoziare una svalutazione del debito – l’espansione europea (l’assorbimento della Nuova Europa nella Vecchia Europa) sembra conclusa. Ma la transizione verso questa soluzione futura non sarà semplice. Gli interessi finanziari esercitano ancora un potere dominante sull’UE, e resisteranno all’inevitabile. Gordon Brown ha mostrato la sua vera natura nelle sue minacce contro l’Islanda secondo cui utilizzerebbe in modo illegale e scorretto il FMI come un addetto al recupero crediti per i debiti che l’Islanda legalmente non deve restituire, e per bocciare l’adesione islandese all’UE.

Messo di fronte alle prepotenze di Brown – e di quelle dei leccapiedi olandesi – il 97% degli elettori islandesi si è opposto all’accordo sul debito che Gran Bretagna e Olanda avevano cercato di far ingoiare ai membri del parlamento islandese il mese scorso. Un simile plebiscito non si vedeva dai tempi del periodo staliniano.

Questo è solamente un assaggio. La sceltà che l’Europa andrà a fare probabilmente porterà milioni di persone nelle strade. Muteranno le alleanze politiche ed economiche, si sbricioleranno le valute, cadranno i governi. L’Unione Europea e, sicuramente, anche il sistema finanziario internazionale cambieranno in strutture che ancora non abbiamo visto, specialmente se le nazioni adotteranno il modello dell’Argentina e si rifiuteranno di pagare se non verranno elargiti sconti generosi.

Il pagamento in euro – per i flussi immobiliari ed i redditi personali in equity negativo, dove i debiti superano il valore attuale dei flussi di reddito disponibili per pagare mutui o, anche, debiti personali – è impossibile per le nazioni che sperano di mantenere un briciolo di società civile. I “piani di austerità” in stile FMI e UE rappresentano in gergo asettico e tecnocratico la riduzione dell’aspettativa di vita e il micidiale sventramento dei redditi, dei servizi sociali, delle spese sanitarie negli ospedali, dell’istruzione e di altri bisogni primari, e la svendita delle infrastrutture pubbliche ad acquirenti che trasformano le nazioni in “economie a pedaggio” in cui ognuno è obbligato a pagare una quota d’ingresso per strade, istruzione, assistenza sanitaria e altri costi per vivere e avere attività commerciali che da tempo sono sovvenzionate dalla tassazione progressiva in Nordamerica e in Europa occidentale.

Le linee di battaglia sono state tracciate in merito a come debbano essere ripagati i debiti del settore privato e del settore pubblico. Per le nazioni che esitano a pagare in euro, le nazioni creditrici hanno sempre pronto in attesa il loro “protettore”: le agenzie di rating. Al primo segnale di una nazione che tentenna a pagare in valuta forte, o addirittura al primo dubbio sollevato sulla correttezza di un debito verso l’estero, le agenzie si muoveranno per ridurre la valutazione del credito di una nazione. Questo farà aumentare il costo dei prestiti e minaccerà di paralizzare l’economia che avrà un bisogno estremo di credito.

L’ultimo colpo in ordine di tempo è stato sparato il 6 aprile quando Moody’s ha declassato il debito dell’Islanda da stabile a negativo. “Moody’s ha ammesso che l’Islanda potrebbe ancora ricevere un trattamento migliore con un rinnovo dei negoziati ma ha detto che l’attuale incertezza stava danneggiando le prospettive economiche e finanziarie a breve termine del paese.” [1]

La battaglia è in corso. Dovrebbe essere un decennio interessante.


[1] THE ASSOCIATED PRESS, “Moody's Downgrades Iceland Outlook,” The New York Times, 7 Aprile, 2010.


da www.comedonchisciotte.org
traduzione a cura di JJULES

articolo originale su http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=18545

 

 

 

 

 

 

L’Unione Europeo-USraeliana della vergogna di Roberto Antonucci

Da un po’ di tempo mi vergogno di questa Europa, in particolare di come si sta configurando l’Unione Europea da qualche anno a questa parte, in un processo iniziato nella metà degli anni ’90 e continuato in maniera crescente ai giorni nostri.
 
Fermo restando che non sono antieuropeista per principio, che anzi in passato sono stato un forte sostenitore dell’Unione Europea, in quanto la vedevo come un’entità autonoma che avrebbe ridato dignità alle nazioni che la componevano, sottraendole alla morsa delle due superpotenze, e che, pure essendo formata da nazioni che erano parte dell’Occidente Europeo, e che erano parte della NATO (con l’eccezione dell’Irlanda entrata nel 1973, dell’Austria, della Svezia e della Finlandia entrate nel 1995), avevano un’autonomia dalla politica internazionale statunitense. Cosa dimostrata da una Francia molto autonoma dagli Stati Uniti al punto da non avere basi statunitensi nel suo territorio; ma anche dalla politica italiana che, fino agli anni ’90 era molto equilibrata, al punto da godere di stima presso il mondo arabo per la simpatia non nascosta di molti politici per la causa palestinese, come Moro che negò l’uso delle basi statunitensi in Italia in appoggio ai sionisti – e chissà che il Mossad non ne sapesse qualcosa dei brigatisti che rapirono ed uccisero lo statista democristiano, al cui cospetto il giullare che ci governa oggi è un nano (in senso politico, intendo); e l’Italia si comportò in America Latina meglio di Paesi sedicenti socialisti come la Cina, che non ruppe mai con Pinochet, o l’Unione Sovietica, che non ruppe mai con l’Argentina dei carnefici militari.
 
Ma purtroppo la caduta del Muro di Berlino e la permanenza sulla scena di una sola superpotenza, ertasi a “sceriffo del mondo”, ha provocato effetti collaterali nefasti in tutta l’Europa, con la pessima imitazione del thatcherismo e del reaganismo e la demolizione dell’idea di Europa sociale – e difatti Maastricht ha segnato il passaggio all’Europa dei banchieri. Peggio ancora le conseguenze dal punto di vista dell’autonomia in politica estera: con lo scioglimento del Patto di Varsavia non avviene invece lo scioglimento della NATO, che anzi gli Stati Uniti estendono ai Paesi ex-satelliti dell’URSS, a sua volta polverizzata come la Yugoslavia in più Paesi, con gli intrighi yankees e, in Yugoslavia, anche tedeschi con la benedizione del Vaticano, specie agli ustaša croati. Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Bulgaria, Slovenia, Croazia, Estonia, Lettonia e Lituania cambiano padrone, dalla bandiera rossa alle stelle e strisce, e diventano i più fedeli vassalli dell’impero americano, al punto da prestarsi ai suoi lavori sporchi, come fece la Polonia in Irak, che dimenticò di essere stato un Paese che ha lottato sempre per l’indipendenza e divenne entusiasticamente fiancheggiatore degli aguzzini degli irakeni, che invece resistono ancora ad un’occupazione voluta non solo dagli USA, ma anche dal Regno Unito e dalla Spagna, che poi con Zapatero si ritirò (una delle cose buone che fece l’attuale premier spagnolo, per il resto contraddittorio sia in politica sociale che nella gestione dell’immigrazione).
 
Questi Paesi, come vedremo, saranno il cavallo di Troia degli yankees nel seno dell’Unione Europea. Tuttavia è quest’ultima che ha un’involuzione in politica estera, accodandosi man mano a rimorchio degli Stati Uniti già dalla prima Guerra del Golfo, per il petrolio del Kuwait, a beneficio delle compagnie petrolifere statunitensi, ma anche europee; ma anche il Regno Unito ha fatto da agente imperiale, oltre ai nuovi acquisti comunitari.
 
Però è da fare riflettere la regressione di quelle due nazioni fino ad allora relativamente autonome: l’Italia e la Francia. L’Italia, dal 1994 in poi, col primo governo Berlusconi, ma anche coi successivi governi anche di centrosinistra, decide di non fare più politica autonoma, ma di accodarsi con entusiasmo alle guerre imperiali, come dimostrato da D’Alema in Kosovo, da Berlusconi in Irak e in Afghanistan, quest’ultima missione di guerra però rifinanziata da Prodi; e, peggio ancora, decide di abbandonare la politica di equilibrio in Medioriente, schierandosi sempre più con Israele, come dimostrato dal Ministro degli Esteri Israeliano Franco Frattini, degno esponente di quel governo filosionista berlusconiano che si è opposto all’approvazione del Rapporto Goldstone sui crimini nazisionisti a Gaza. Ma anche la Francia di Sarcozzi (così lo chiamano al Ruggito del Coniglio) ha purtroppo abbandonato la politica di autonomia dagli sceriffi, che pure li aveva visti contrapposti a proposito della guerra in Irak; e vale lo stesso per Angela Merkel in Germania, dove la politica di Schröder di amicizia con la Russia e di non eccessivo sbilanciamento verso oltreoceano è stata abbandonata.
 
Cosa aspettarsi di buono da una simile Unione Europea, sempre meno autonoma e sempre più capace di farsi dettare l’agenda dai cowboys d’oltreoceano, con la complicità dei cavalli di Troia fatti entrare in questi anni? Qualcuno vorrebbe anche la Turchia ed Israele dentro l’Unione Europea, e sono i soliti più americani degli americani, sempre al servizio della Casa Bianca, come in Italia i Radicali Marco Cannella ed Emma Sionino, neocandidata alla Presidenza della Regione Lazio per il centrosinistra che non sa più a che santo votarsi. L’eventuale ingresso della Turchia è osteggiato da molti, per via del fatto che la maggior parte della popolazione è musulmana, ed in epoca di pandemia di Al-Qaida sezione speciale CIA-Mossad i nazileghisti alla Borghezio, quelli della Padania Cristiana, che brandiscono lo scudo di Lepanto come se si ritornasse alle Crociate, peraltro volute a suo tempo dall’Occidente macchiatosi di sangue musulmano ed ebraico a Gerusalemme; poco importa che la Turchia sia un Paese laico, dove le donne sono in sostanziale parità con gli uomini. Possibile che, invece, non sia venuto a nessuno in mente il vero motivo per cui preoccuparsi dell’ingresso della Turchia in Europa, ovvero che si tratta di un fedele vassallo yankee, per cui l’UE avrebbe un altro cavallo di Troia di questi cowboys?
 
Ma, visto che siamo sempre bravi a parlare di diritti umani in maniera strumentale, quando si tratta dei nemici degli americani per i quali amiamo tanto scodinzolare, come per la Russia, la Cina, Cuba, l’Iran, la Birmania, perché non ce ne ricordiamo anche per la Colombia, o il Perú, o l’Honduras golpista sulle cui vicende (e sull’atteggiamento tenuto dall’Unione Europea) tornerò tra poco? E perché ce ne fottiamo dei diritti umani in Turchia?
 
Lo stato turco è l’erede dell’ideologia kemalista del padre della patria Atatürk (vero nome Mustafa Kemal), ed è uno stato laico, ma anche uno stato fondato sulla centralizzazione e sull’assimilazione di tutti gli abitanti, anche allogeni, alla cultura turca: ne sanno qualcosa gli armeni, vittima di un genocidio durante la Prima Guerra Mondiale, sul quale si pratica il peggiore negazionismo, ma su cui i custodi della Memoria sionisticamente corretta tacciono (in compenso essi perseguitano tutti coloro che osano criticare la politica sionista marchiandoli di antisemitismo); ma ne sanno ancora di più i Kurdi, che vivono divisi tra gli Stati di Irak, Iran ed, appunto, Turchia. Nell’Irak governato dal Baath i kurdi avevano visto riconosciuto l’uso della lingua, eppure i mercenari dell’UPK di Jalal Talabani, sono stati complici dei gendarmi planetari nella distruzione all’uranio impoverito dell’Irak e loro kapò nell’occupazione di tale Paese, felicissimo di ricevere la democrazia retta da baionette a stelle e strisce con persecuzione dei cristiani lamentata dal Pastore Tedesco, al quale qualcuno dovrebbe spiegare che sono gli effetti collaterali della guerra voluta da cristianisti teocons come il da lui battezzato Magdi Allam, visto che nell’Irak laico baathista i cristiani caldei avevano un loro uomo ai vertici, Tarek Aziz: questi kurdi sono combattenti per la libertà. Invece nella Turchia i kurdi subiscono feroci persecuzioni volte al loro annientamento culturale, essendogli negata persino la lingua, non solo l’insegnamento, ma persino l’uso, ed essendo chiamati a tale scopo “Turchi delle montagne”; si è creato un movimento di guerriglia, il PKK di Abdullah Oçalan, che ha messo in difficoltà il governo turco, il quale non ha trovato di meglio che scatenare gli F-16 contro la popolazione civile, “covo di terroristi”, distruggendo oltre 4500 villaggi e deportando quasi 5 milioni di profughi interni negli ultimi 25 anni. Inoltre sono stati chiusi più volte organi di stampa e partiti espressione della minoranza kurda, l’ultimo (il DTP, partito della società democratica) nel dicembre dell’anno scorso. E l’Unione Europea dove guarda? Guarda evidentemente da un’altra parte, anzi fa di peggio, avendo accettato il pensiero turco che li considera terroristi, ed essendosi comportata vergognosamente con i kurdi, membri o non del PKK, che lottano per la sopravvivenza e il rispetto della loro identità.
 
L’Italia si è distinta in negativo, basti ricordare la vicenda di Oçalan, nella quale sarebbe stato saggio concedergli asilo politico, o comunque trattarlo più umanamente di come hanno fatto Berlusconi e D’Alema, uniti qualche mese dopo nell’aggressione alla Serbia; invece lo hanno considerato persona non gradita e lo hanno espulso di fatto, costringendolo a fuggire in Kenya, dove fu poi arrestato con la complicità del governo keniota. Attualmente Oçalan è rinchiuso nella prigione di massima sicurezza di Imrali, e non mi pare che l’Unione Europea si sia mossa per un trattamento più umano nei suoi confronti. Anzi, l’Europa e l’Italia sono complici nella criminalizzazione del PKK, tanto è vero che in Italia sono stati condannati due militanti kurdi colpevoli di “associazione terroristica”, perché i giudici hanno preso per oro colato le posizioni della Turchia. Peggio ancora, l’azione di polizia promossa a Bruxelles contro esponenti kurdi alla ricerca di legami col terrorismo, che ha coinvolto anche l’Italia con degli arresti, lo scorso 26 febbraio, nel nordest, nei confronti di cittadini kurdi in occasione di un’operazione antiterrorismo per smantellare una rete di reclutamento del PKK. Inoltre, a Bruxelles sono state fermate più di 20 persone tra cui politici, membri del KNK (Congresso Nazionale Kurdo) e giornalisti kurdi. Inoltre è stata chiusa anche RojTV, l’unica emittente satellitare kurda della diaspora a cui si collegano milioni di kurdi del mondo. Sì, perché, mentre l’UPK di Jalal Talabani è da premiare per il suo collaborazionismo con gli occupanti cowboys dell’Irak, invece il PKK è da punire perché osa opporsi ad un fedele vassallo dello stivale imperialista di Washington. Ciò nonostante anche la Corte di Giustizia Europea nel 2008 abbia tolto il PKK dalle organizzazioni terroristiche internazionali. L’Unione Europea è impegnatissima a scodinzolare al padrone americano e perciò dimentica i diritti umani di cui si riempie la bocca.
 
E che dire dell’altro candidato, lo stato bandito di Israele, unico stato razzista, fondato su un etnocentrismo religioso tribale di cui la Legge del Ritorno è l’espressione più genuina? Negli anni ’80, l’Europa si batteva contro l’apartheid in Sudafrica, ovvero contro la segregazione razziale dei neri, e non penso proprio che nessun mentecatto avrebbe mai proposto di fare entrare il Sudafrica di allora nella CEE. Cos’è cambiato da allora? Cosa c’è di diverso tra Israele e il Sudafrica di allora? Che differenza c’è tra i massacri di Sharpeville, Soweto, e quelli di Deir Yassin, Sabra e Chatila, e quello fresco di Gaza, che l’Unione Europea non solo non ha condannato (a parte Sarkozy che parlò di reazione sproporzionata), ma ha anche vergognosamente giustificato, nella persona di Topolanek, allora Presidente dell’Unione? Perché la politica dell’Unione Europea ha perso ogni neutralità rispetto al conflitto israelo-palestinese, e si è schierato unilateralmente nelle file sioniste? E, soprattutto, perché l’Italia, tradizionalmente amica dei Paesi arabi, si è incamminata su questa strada che non le porterà alcun vantaggio, non farà i suoi interessi, ma li danneggerà, al punto di votare contro il Rapporto Goldstone, che accusa Israele di crimini di guerra per quel regalo di Natale alla popolazione di Gaza chiamato Piombo Fuso, dopo averla affamata con l’embargo perché colpevole di avere votato male?
 
Solo il servilismo verso gli Stati Uniti spiegano tutto ciò, visto che da questa politica suicida di autoidentificazione con gli USA, con i suoi petrolieri, e con le sue lobbies, l’Unione Europea, ed in particolare un Paese Mediterraneo come l’Italia non ha nulla da guadagnare (a parte le pacche sulle spalle dei cowboys), ma solo da perdere. Enrico Mattei non è stato ucciso dagli arabi, ma il suo “incidente” è stato pianificato dalle stesse Sette Sorelle che depredavano l’Iran dello Shah, agente locale USA, le quali hanno deposto il generale Mossadeq, colpevole di volere recuperare la sovranità dell’Iran sulle risorse petrolifere. Lo stesso Iran che oggi è sotto attacco da parte degli Stati Uniti poiché le mire egemoniche di questi sono entrate in collisione con quelle iraniane, dopo la proficua collaborazione degli ayatollah nel desertificare l’Irak; ed il pretesto è il fatto che l’Iran stia producendo energia nucleare, e si sospetti lo faccia per avere armi atomiche. Ma, ricordate come cominciò con l’Irak, con le presunte armi di distruzione di massa? E come sia ridotto adesso l’Irak, protettorato USA senza dignità? Vogliamo fare lo stesso all’Iran? E domani forse al Venezuela? E dopodomani a Cuba? Io credo, e l’ho già detto in un altro articolo, che l’Iran abbia tutto il diritto agli armamenti nucleari, per non fare la fine dell’Irak, per resistere agli attacchi criminali di Washington; con quale diritto si vuole negare all’Iran quanto invece si permette impunemente allo stato fuorilegge degli Eletti-di-Dio che non rispetta le Risoluzioni ONU? L’Iran ha sempre accettato le ispezioni dell’AIEA, cosa che Israele non ha mai fatto, eppure loro le armi atomiche le hanno eccome, ed il sito nucleare di Dimona serve a questo.
 
E l’Unione Europea? Si appiattisce sulle posizioni USraeliane, e parla di minaccia nucleare, e partecipa alla crociata statunitense per un futuro bombardamento all’Iran: in testa, come per l’Irak, il cane Fido britannico, l’erede del non pentito guerrafondaio Bliar; ma anche la Francia di Sarcozzi e la Germania della Merkel sono su questa linea poiché hanno virato verso l’atlantismo cieco. È la stessa Unione Europea che si è spesa per i fantomatici brogli delle elezioni iraniane, ma invece ha invitato a riconoscere come regolari le elezioni messicane, quelle sì sospette di brogli, perché aveva vinto Calderón, il pupillo di Bush; la stessa Unione Europea che ha riconosciuto, con i suoi padroni, le elezioni fraudolente in Honduras; la stessa Unione Europea che demonizza Chávez e si è affrettata a riconoscere i golpisti (durati poco) della Confindustria venezolana, di RCTV e di Goebbelsvisión per i quali aveva tifato; la stessa Unione Europea che sostiene il Plan Colombia di fabbricazione gringa per appoggiare il narcopresidente e serial killer Uribe contro il suo popolo, guarda caso includendo le FARC e l’ELN tra le “organizzazioni terroristiche”; invece gli anticastristi di Miami che hanno ucciso in un attentato Fabio Di Celmo, ricordato da Cuba e dimenticato dall’Italia, loro non risultano e non risulteranno mai in questa lista.
 
L’Italia non è stata da meno, come dimostrato dalle frasi del Presidente (Israeliano) Napolitano, del Presidente della Knesset Fini e del Senato (perdonatemi se non so come si chiama in ebraico) Schifani, che hanno vergognosamente trasformato la Giornata della Memoria nella Giornata di Israele; ma il peggio lo ha fatto il Premier sionista Berlusconi, che nella sua visita in Casa Sion ha difeso la Marzabotto operata dall’esercito-più-etico-del-Mondo a Gaza, ed ha parlato di fare entrare lo stato razzista del Mediterraneo nell’Unione Europea; dopodichè ha affondato sul pericolo nucleare dell’Iran (bum!) facendo giustamente irritare la diplomazia iraniana e provocando le manifestazioni giustissime contro la nostra ambasciata a Teheran.
 
Già questo denota ancora una volta come l’Italia è diventata la numero uno, in spregio alla sua storia ed all’articolo 11 della sua Costituzione “sovietica” (così l’ha chiamata il giullare), a partecipare alla nuova crociata americana. Cosa dimostrata nei giorni scorsi dall’arresto di un giornalista iraniano dell’IRIB TV, la televisione iraniana, che vive e lavora da 17 anni in Italia. Forse perché la IRIB TV ha osato rispondere alle gravi affermazioni di Berlusconi e del suo Ministro degli Esteri Israeliano Frattini, denunciando il servilismo della politica italiana verso gli USA ed Israele, nazioni Elette-di-Dio con diritto di evangelizzare con le bombe i miscredenti (del Dio dollaro) di tutto il mondo? Possibile che non facciamo nulla per sottrarci a questa vocazione suicida?
 
Non era questa l’Unione Europea che volevo. Questa è un’Unione Europeo-USraeliana, della quale mi vergogno assai. Altro che la ridicola Eurabia partorita dalla mente della Fallace Oriana!

La BCE vede speculazioni in arrivo

     

di: Filippo Ghira
La Banca centrale europea cerca di diffondere fiducia su una ripresa economica in corso. Secondo le previsioni degli analisti di Trichet non c’è però niente di sicuro. Una ripresa è certamente in corso, almeno si spera, ma è destinata a procedere in modo discontinuo. Sarà contrassegnata da “un ritmo di crescita complessivamente moderato” nell'area dell’euro, e “in un contesto caratterizzato da perdurante incertezza”. Parole che in buona sostanza significano che la Bce non sa cosa dire e cosa prevedere.
La crescita prevista, o auspicata, del Pil dei Paesi dell’euro dovrebbe attestarsi tra lo 0,4% e l’1,2% nel 2010  e tra lo 0,5% e il 2,5% nel 2011. Il tutto a fronte di un’inflazione stimata tra lo 0,8% e l'1,6% nel 2010 e tra lo 0,9% e il  2,1% nel 2011. La Bce ha spiegato di aver visto al ribasso le previsioni per questo anno e di aver rialzato quelle per l’anno prossimo in considerazione dell’atteso rafforzamento dell'interscambio commerciale su scala mondiale. Ad aiutare tale svolta potrebbero essere anche gli aiuti pubblici per stimolare l’economia (in realtà i finanziamenti alle banche degli speculatori) e gli altri interventi di politica economica che potrebbero generare effetti più consistenti di quelli stimati.
La Bce, bontà sua, manifesta timori per quelle che chiama “interazioni negative” più intense o prolungate del previsto fra l'economia reale e il settore finanziario. Ci potrebbero essere anche nuovi rincari del prezzo del petrolio e delle altre materie prime, accompagnate, e questo la Bce non può sopportarlo, da un intensificarsi delle spinte protezionistiche. La Bce, tanto per restare ancorata agli eufemismi e al non chiamare le cose col proprio nome, parla della possibilità di “rinnovate tensioni in  alcuni segmenti dei mercati finanziari” e della possibilità di “una correzione disordinata degli squilibri internazionali”. Fuori del linguaggio tecnico, tali affermazioni significano che la Bce teme, anzi è certa, che sia in atto, proveniente dagli Stati Uniti, e in misura minore dalla Gran Bretagna, una massiccia speculazione che si propone di abbattere l’euro e la sua affidabilità come moneta di scambio sui mercati internazionali. E quindi la stessa Unione europea. La speculazione contro la Grecia che aveva affidato alla Goldman Sachs la gestione del proprio debito pubblico rappresenta infatti un tentativo di aprire una crepa nel sistema dell’euro, considerato che Atene è considerata l’anello debole. Una speculazione realizzata cercando di fare apparire non più affidabili, sui mercati finanziari, i titoli di Stato greci dal punto di vista della loro solvibilità. Poi seguiranno gli attacchi alla Spagna e al Portogallo, gli altri due Paesi più a rischio. E’ comunque interessante prendere atto che la Bce è ben cosciente di quale sia la posta in gioco ma che non sia poi conseguente con gli allarmi che ha lanciato e che non arrivi ad indicare con nome i vari speculatori di oltre Atlantico (i noti criminali George Soros, John Paulson e Steven Cohen) che, a causa dell’accondiscendenza di Barack Obama possono continuare indisturbati nella loro attività.
Con l’occhio rivolto alle nuove tempeste in arrivo, la Bce non può che appellarsi ai singoli Stati perché difendano la stabilità dei conti pubblici impedendo ulteriori aumenti del disavanzo che potrebbero fare innalzare i tassi di interesse reali a medio e lungo termine, per poi propagarsi ad altri Paesi dell'euro con effetti negativi sulla domanda privata e su un’auspicata ripresa. Una ripresa che le banche dovranno favorire, tornando a finanziare le imprese, dopo essersi ricapitalizzate grazie anche a strumenti pubblici come i Tremonti bond.
 
 

una cosa e' assolutamente certa e impriscindibile. alla fine di questo anno la curva del mercato che ossessivamente e non e' spiegato bene il perche' si rialzera'! Le linee sono ben definite e i padroni sono loro..., i soldi sono i loro! per quanto li riguarda noi non contiamo nulla e siamo solo un numero di conto da poter investire e per vedere come vanno le cose se rischiando di piu' o di meno gli intrallazzi arrivano con maggore entita', con questo sistema di speculazione o se bisogna ricalcolare e imbrogliarci in un'altra maniera. un sistema matematico di speculazione che non ha nessun precedente, se prima erano le guerre e le materie prime che decidevano questo o quel cambiamento, oramai e soprattutto dopo quello che e' successo dopo l'ultima grande falciata americana, dove sembrava che erano loro i grandi appestati. Ormai siamo arrivati al punto che  il sistema di questo sciempio ripartira' dai grandi padri americani del nord e noi europei o ci adeguiamo o rimarremo indietro.., perche' e' questo quello che vogliono! siamo schiavi siamo messi peggio di quando siamo stati (liberati) dal fascismo siamo e saremo schiavi del capitalismo.

Islanda:sonora sconfitta referendaria

di: A.P.

Sonora sconfitta in Islanda al referendum per il rimborso di oltre 300.000 creditori olandesi e britannici, frutto del fallimento della banca online Icesave.
Il 93,5 per cento degli elettori ha votato “no” ai piani di rimborso. Londra ha dichiarato comunque che è aperta a nuovi colloqui sulla questione, mentre l’Aja ha avvertito esplicitamente che il voto minaccia le speranze d’ingresso nell’Ue di Reykjavik. “I colloqui fra i tre governi per una risoluzione alternativa del problema Icesave, tuttavia, sono già iniziati”, ha detto il ministro degli Esteri islandese Össur Skarphethinsson, riferendosi alle discussioni che sono stati sospesi il Venerdì alla vigilia del voto. “I negoziatori sono riuniti a Londra nelle ultime tre settimane a questo scopo - ha proseguito il ministro - questi colloqui sono stati costruttivi e positivi e il governo d’Islanda è fiducioso che una soluzione accettabile per tutte le parti può essere raggiunto”. Un gruppo di negoziatori islandesi è rimasto infatti a Londra per incontri e contatti telefonici con le controparti dell’accordo su Icesave. In base alla legge attuale, che il presidente islandese Olafur Ragnar Grimsson (nell foto) si è rifiutato di firmare chiedendo la consultazione popolare, l’Islanda dovrebbe pagare circa 3,9 miliardi di euro alla Gran Bretagna e all’Olanda. Per ora, Londra e Amsterdam di fronte al mancato pagamento sono riusciti a impedire l’erogazione della seconda metà dei 2,1 miliardi di dollari stanziati a favore dell’Islanda dal Fondo monetario internazionale.
Dal canto suo il cancelliere dello Scacchiere, Alistair Darling, ha ammesso che il suo governo è aperto a ulteriori negoziati. Mentre il ministro degli Esteri olandese Maxime Verheugen ha tuonato, all’indirizzo dell’Islanda, affermando che il risultato ha indebolito la possibilità di aderire all’Unione europea. Era stata la Commissione europea, il mese scorso, a raccomandare i negoziati di adesione, ma la decisione finale spetta comunque agli Stati membri dell’Ue. La vittoria alla consultazione referendaria era scontata visto che numerosi comitati cittadini avevano raccolto le firme e gli islandesi erano furiosi per essere obbligati ad onorare il debito finanziario di una crisi provocata dai banchieri. Dopo il voto vittorioso del “no”, tuttavia il governo ha precisato di voler proseguire i colloqui con Londra e L’Aja per un nuovo accordo, infiascandosene così del verdetto popolare.
 

Missili Patriot in Polonia per le guerre stellari dell'era Obama

A partire dalla prima settimana di aprile il Pentagono installerà nel nord della Polonia una batteria missilistica terra-aria Patriot, attualmente in dotazione al personale dell’US Army di stanza nella base tedesca di Kaiserslautern. Si tratterebbe in particolare di otto lanciatori per missili MIM-104 e della relativa stazione di comando e controllo gestita da un centinaio di uomini del 5° Battaglione del 7° Artiglieria difesa aerea dell’US Army. Secondo quanto riportato dalla stampa polacca, l’installazione dei Patriot avverrà nella città di Morag, a 60 km dal confine orientale con l’enclave russa nel Baltico di Kaliningrad.

La volontà di Washington d’installare i Patriot nel paese dell’est Europa fu resa pubblica nell’agosto del 2008, quando scoppiò il conflitto armato tra Georgia e Russia.

Allora, però, il Sottosegretario di stato per il controllo delle armi e la sicurezza internazionale, John C. Rood, aveva dichiarato che il trasferimento del sistema missilistico sarebbe avvenuto solo nel 2012.
L’autorizzazione per lo schieramento dei Patriot fu successivamente rilasciata dalle autorità polacche l’11 dicembre 2009, in occasione della firma di un trattato di mutua cooperazione militare con gli Stati Uniti d’America. Secondo il portavoce del Dipartimento di Stato, il trattato ha pure definito “lo status giuridico del personale USA operante in Polonia” e la “realizzazione di una serie di attività addestrative congiunte”, facilitando altresì “l’invio in Polonia di personale militare statunitense e l’installazione, in prospettiva, del sistema di difesa dai missili balistici”. I Patriot, infatti, costituiscono uno degli elementi cardine della nuova “architettura” anti-missile disegnata dall’amministrazione Obama. Dopo il congelamento per motivi di bilancio del cosiddetto “scudo stellare” di George Bush che prevedeva l’installazione di radar e intercettori anti-missile nella Repubblica Ceca e Polonia, il Dipartimento della difesa ha preferito ripiegare su un modello “più snello” ma “assai più flessibile”, con “costi inferiori e facilmente integrabile con i sistemi oggi esistenti nei paesi alleati, composto da missili anti-missile a corto e medio raggio supportati da piattaforme radar rapidamente trasportabili”.

L’implementazione del Piano spaziale Obama avverrà in due fasi: nella prima (l’odierna), si utilizzerà la rete esistente fondata sui missili Patriot; poi, a partire del 2015, entreranno in funzione gli intercettori superficie-aria “Standard Missile SM-3”, con testata cinetica ad autoguida, una gittata di 500 km e una velocità di 9.600 Km/h, che “assicureranno la difesa di aree maggiori dai missili balistici a medio e lungo raggio”. E una batteria dei nuovi SM-3 sarà installata proprio in territorio polacco.

In vista di una proiezione ancora più offensiva ad est del dispositivo militare USA e NATO, a Washington è pure in discussione la possibilità di trasferire permanentemente in Polonia uno o più gruppi di volo con cacciabombardieri a capacità nucleare F-16, attualmente ospitati nella base aerea di Aviano (Pordenone). L’ipotesi è stata lanciata ufficialmente lo scorso anno dal colonnello Chris Sage (membro dello staff esecutivo del Comando centrale dell’US Air Force) ed è fortemente caldeggiata dalle autorità governative polacche. Per il trasferimento degli F-16 è stata però stimata una spesa per oltre un miliardo di dollari, cifra improponibile con l’odierna congiuntura economica, a meno che il progetto USA non venga assunto collegialmente dai membri dell’Alleanza Atlantica.

Intanto, grazie ad un protocollo sottoscritto nel febbraio 2009, le massime autorità militari polacche sono state autorizzate a partecipare operativamente alle strutture di comando USA in ambito alleato, in partnership con Gran Bretagna, Canada, Australia e Giordania. L’accordo ha pure previsto l’addestramento da parte statunitense delle forze aeree polacche per lo svolgimento di operazioni di trasporto truppe e mezzi NATO e il sostegno al programma che prevede di portare entro il 2012 da 1.500 a  3.500 i militari polacchi assegnati alle “operazioni speciali” delle forze alleate. Il miglioramento delle capacità interoperative delle forze armate della Polonia è stato inoltre assicurato dalla cessione da parte dell’US Air Force di sette velivoli C-130 “Hercules”, in grado di trasportare sino a 17 tonnellate di equipaggiamenti o 90 militari alla volta. I C-130 sono oggi ospitati nella base aerea di Powidz, nel distretto di Slupca. In occasione del vertice NATO di Strasburgo della primavera 2009, la Polonia si è offerta inoltre ad ospitare un Battaglione alleato d’intelligence per “rafforzare le capacità di riconoscimento aereo”, congiuntamente ad una flotta di velivoli per il rifornimento in volo dei caccia  NATO. Attualmente l’Alleanza atlantica sta finanziando la ristrutturazione e il potenziamento di sette basi aeree e delle due maggiori stazioni navali polacche nel mar Baltico, quelle di Gdynia e Swinoujscie. A Bydgoszcz (Pomerania) è inoltre operativo dall’aprile 2005 uno dei due principali centri di addestramento in Europa dei reparti entrati a far parte della Forza di reazione rapida della NATO (l’altro è quello di Stavanger, in Norvegia).

Come era prevedibile, l’arrivo dei missili Patriot e di nuovi reparti USA in Polonia (a cui si è aggiunto pure il finanziamento di nuove infrastrutture militari in Bulgaria e Romania per un valore di 100 milioni di dollari che ospiteranno sino a 4.100 militari statunitensi), ha provocato le ire del governo russo. Mosca ha già annunciato le prime contromosse: verranno rafforzate subito le componenti navali di stanza nelle basi aeronavali di Kaliningrad e Kronstadt, mentre sempre a Kaliningrad verrà trasferita a breve una batteria di missili tattici “Iskander” (SS-26). E il Baltico torna ad essere uno dei mari più militarizzati e nuclearizzati del pianeta. (Antonio Mazzeo)
 

 

LA POVERTA' NELL'UNIONE EUROPEA

di Hedelberto López Blanch

Europa, il vecchio continente che ha colonizzato estesi territori in Africa, America Latina e Asia, dai quali ha estratto ricchezze che le hanno permesso lo sviluppo dei suoi paesi e società, appare nei censimenti di questo XXI secolo con più di 80 milioni di abitanti poveri.

Come alcuni analisti segnalano su un nuovo progetto che sembra più propaganda che realtà, l’Unione Europea, ha informato che il 2010 sarà l’anno della lotta contro la povertà e l’esclusione sociale che si izierà a Madrid con una cerimonia il 21 gennaio.


Esiste una grande similitudine tra i non riusciti Scopi del Millennio
concordati dall’Organizzazione delle Nazione Unite nel 2000 che chiedeva ai suoi membri di diminuire la povertà, tra le altre cose, simili alle proposte di 10 anni dell' UE che si è impegnata a fermare questo flagello nel 2010. La realtà è che il 17% della popolazione dell’Unione vive senza le risorse primarie, inclusi 19 milioni di bambini.

L’UE è composta da 27 nazioni con una popolazione di circa 500 milioni di persone ed uno su sei soffre la povertà.


Per Jacques Diouf, direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Agricoltura e la Alimentazione (FAO), le politiche neoliberali e di esclusione sociale hanno causato in quelle ricche nazioni,
che un vasto numero di persone fossero senza tetto e protezione.

Diouf dà altri dati che sono molto più preoccupanti di quelli ufficiali emessi dall’ufficio dei sondaggi dell' UE, Eurostat, indicando che la povertà nei 27 paesi, povertà che si misura avendo come metro l’entrata economica inferiore ai due euro giornalieri, colpisce il 21% della popolazione, mentre il 5%
soffre di insicurezza alimentare.

Tra
i fattori che hanno contribuito all’aumento della povertà negli ultimi 15 anni, appaiono l’eliminazione dei sistemi di pianificazione centralizzata e il passaggio all’economia neoliberale, la diminuzione dei programmi sociali a beneficio delle privatizzazioni, la diminuzione della produzione agroalimentare e la disoccupazione.

La stessa Eurostat ha segnalato in un documento recente che quella percentuale di popolazione europea vive male o sopravvive all’ombra dell’immagine “idilliaca” che le autorità comunitarie mostrano all’estero.


In vari paesi si concentra il maggior numero di persone che sopravvivono con quantità di denaro irrisorio. Audrey Gueudet, della Rete Anti Povertà (EAPN), ha spiegato che in Romania buona parte della popolazione sopravvive con meno di due euro al giorno, mentre che in Bulgaria, Lituania, Lettonia lo fanno con meno di 4 euro,
non è sufficiente per pagare gli alti costi delle abitazioni, o dei servizi idrici, riscaldamento e alimentazione.

Dati del 2008, gli ultimi forniti dall' UE e che non includono gli effetti nocivi della ormai prolungata crisi economica mondiale, mostrano che in Spagna la percentuale saliva al 2%, in Grecia al 21% ed in Lettonia un 23%.


Sono anche abissali le differenze tra i paesi per misurare quel indice dato che la soglia di povertà si colloca in Romania nei 558 euro, mentre cin Lussemburgo è di 17.887 euro.


Ovviamente, la povertà nell’UE non equivale a quella esistente in altri paesi in via di sviluppo che durante secoli sono stati saccheggiati, prima, da regimi coloniali e da misure neoliberali e di privatizzazioni imposte dalle nazioni ricche e gli organismi finanziari internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.


Ma quelle popolazioni emarginate dall’Europa non partecipano alla vita economica, sociale e culturale della società e pensano solo a come ottenere il sostegno giornaliero per alimentare le loro famiglie.


I gruppi sociali più minacciati dalla povertà sono i disoccupati, i genitori single (specialmente le donne), le persone in età avanzata, gli immigrati e le minoranze etniche.


Gli immigrati, la cui mano d’opera è fondamentale in quei paesi per le attività agricole ed i servizi, devono affrontare numerose barriere all’ora di integrarsi in un paese, principalmente in cinque aree: casa, salute, educazione e partecipazione alla vita pubblica.


Soffrono ogni tipo di discriminazione: non possono accedere a numerosi posti di lavoro in aziende, lo stipendio è inferiore rispetto a chi appartiene a quella nazione, non hanno diritti, assicurazione sociale, devono vivere in case e zone determinate, tra le tante limitazioni.


L’Organizzazione Non Governativa Caritas Europa ha pubblicato a fine del 2009 uno studio su questa situazione e come esempio propone la Spagna e le pratiche crudeli, come quella di affittare “case e divani per otto ore, tre volte al giorno, a immigrati provenienti dal Sud America e Centro America”. Aggiunge che nel Belgio molte case che sono state dichiarate inagibili si fittano ai clandestini con i conseguenti rischi che può portare tale azione.


Un altro problema che incide sulla povertà sono gli alti indici di disoccupazione che sta colpendo circa il 20% della popolazione economicamente attiva in tutta l’Unione, della quale sono riusciti a sfuggire solo alcuni paesi come l’Olanda e il Lussemburgo.


Quando in questo XXI secolo si parla di povertà e iniquità non si guarderà più soltanto verso le regioni del Sud ma anche a quelle del Nord, come succede nel vecchio continente europeo.


Fonte:

http://www.rebelion.org/noticia.php?id=98964



Traduzione per Voci Dalla Strada a cura di
Vanesa

 

Nuove limitazioni alla sovranita’europea 

di Jean-Claude Paye*

Ancora una volta l’UE cede alle richieste di Washington senza contropartita: gli Stati Uniti avranno legalmente accesso alle informazioni bancarie degli Europei, quando il trattato di Lisbona entretà in vigore e il Parlamento europeo avrà approvato il nuovo accordo. Inoltre, anche prima della votazione parlamentare, tali disposizioni sono in atto.

Jean-Claude Paye analizza questa nuova concessione.

 

Negli ultimi anni, l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno firmato un pacchetto di accordi sulla consegna dei dati personali: dati PNR dei passeggeri aerei [1], dati finanziari, nel quadro del caso Swift [2]. Un trasferimento generale è in preparazione. Si tratta di rimettere, in modo permanente alle autorità degli Stati Uniti, una serie di informazioni private, come ad esempio il numero di carte di credito, dettagli di conti bancari, investimenti, connessioni internet, la razza, opinioni politiche, morale, la religione [3].

Gradualmente, l’UE si trasforma la propria legislazione, per consentire alle leggi degli Stati Uniti di essete applicate direttamente sul suo territorio. Ogni nuovo accordo rappresenta un ulteriore abbandono della sovranità dei paesi membri dell’Unione europea. Il testo appena firmato dall’UE e gli Stati Uniti, in materia di sequestro di dati finanziari, è un esempio illuminante.

Il caso Swift

Questo 30 novembre 2009, il Consiglio dei ministri dell’Interno dell’Unione europea ha approvato il progetto di accordo elaborato dalla Commissione, che consente alle autorità statunitensi di sequestrare, sui server della società Swift collocato sul territorio europeo, i dati personali dei cittadini dei paesi membri dell’Unione. Questa ratifica da parte del Consiglio è la fase finale del processo volto a porre fine allo scandalo del caso SWIFT e a tutte le contestazioni della legge che ha concesso agli Stati Uniti di raccogliere le informazioni finanziarie dei cittadini europei.

Il caso Swift è scoppiato quando, nel 2006, la stampa statunitense rivelò che questa società aveva, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, trasmesso clandestinamente al Dipartimento del tesoro degli USA alcune dozzine di milioni di dati confidenziali relativi alle operazioni dei suoi clienti.

Nonostante la palese violazione delle leggi, europee e belga, sulla protezione dei dati personali, questo trasferimento non è stato mai messo in causa. Al contrario, l’UE e gli USA hanno firmato molteplici accordi per legittimare l’acquisizione dei dati riservati.

Tutti gli accordi sono stati giustificati nell’ambito della lotta al terrorismo. Il sequestro dei dati operato dalle autorità statunitensi è stato reso possibile grazie alla particolarità del sistema Swift. In pratica, tutti i dati riservati allocati nel server europeo erano parimente presenti in un secondo server di stanza negli USA. Ciò ha consentito alla dogana statunitense di prenderne possesso, giacché la legge americana consente questo tipo di sequestri.

Un nuovo accordo UE-USA

Tuttavia, da giugno 2007, è stato previsto che i dati Swift inter-europei non fossero più trasferiti negli Stati Uniti, ma su un secondo server europeo. Questa nuova procedura si avvicinava di più alle norme europee ed eliminava la possibilità delle autorità statunitensi di acquisire le informazioni. Il nuovo server, piazzato a Zurigo, dovrebbe diventare operativo a partire dal mese di novembre 2009.

A seguito di questa riorganizzazione e contrariamente a quanto affermato negli accordi precedenti, il commissario europeo alla Giustizia Jacques Barrot ha spiegato che i 27 desideravano fornire agli investigatori del tesoro degli USA l’accesso ai centri operativi europei amministrati dalla società Swift. Egli ha detto che «sarebbe estremamente pericoloso in questa fase, fermare la sorveglianza e il controllo del flusso delle informazioni» [4] e ha detto che le operazioni sul server statunitense Swift si sono rivelate «uno strumento importante ed efficace». Ha semplicemente ripetuto le dichiarazioni del giudice Brugiere, la «personalità eminente» [5], designata dalla Commissione per «controllare» l’uso americano delle dozzine di milioni di dati trasferiti ogni anno. Quest’ultimo aveva sostenuto che il sequestro aveva "permesso di evitare un certo numero di attentati". Non era stato prodotto o citato alcun esempio che permettesse di verificare tali asserzioni. La dichiarazione del carattere indispensabile della cattura dei dati finanziari si rivelerà il successo di questa politica nella lotta contro il terrorismo. Veniva stabilita un’identità tra la parola e la cosa.

Giustificazioni apparenti

L’enunciazione della lotta contro il terrorismo è sufficiente a giustificare la cattura dei dati finanziari. La ragione invocata acquista un carattere surreale quando si sa che la commissione ufficiale d’inchiesta sugli attentati dell’11 settembre 2001 non ha voluto indagare sui movimenti di capitali sospetti, registrati i giorni precedenti gli attentati stessi. Tuttavia, proprio prima degli attacchi dell’11 settembre, il 6, 7 e 8, hanno avuto luogo opzioni di vendita eccezionali sulle azioni delle due compagnie aeree (American e United Ailines) i cui velivoli furono sequestrati dai pirati, come anche sulle azioni di Merril Lynch, uno dei più grandi affittuari del World Trade Center. Queste informazioni sono state rivelate precisamente da Ernst Welteke, all’epoca presidente della Deutsche Bank, il quale ha anche dichiarato che c’erano molti più fatti attestanti che le persone implicate negli attentati avevano approfittato di informazioni confidenziali al fine di realizzare operazioni sospette [6]. Tutti questi fattori, il fatto che un attentato terrorista non ha bisogno di importanti trasferimenti di fondi e la volontà politica di non investigare sui trasferimenti finanziari sospetti, ci mostrano che l’acquisizione dei dati finanziari dei cittadini è un obiettivo in sé.

Sovranità statunitense sul suolo europeo

La Commissione ha voluto prima firmare un accordo di transizione, che avrebbe effetto con la messa in marcia del server di Zurigo. Questo obiettivo è stato confidato alla presidenza svedese, rigettando così ogni possibilità di decisione condivisa con il Parlamento. Ciò ha la sua importanza, poiché il Consiglio segue praticamente ogni giorno le posizioni dei funzionari permanenti e costoro si rivelano essere, spesso, dei semplici canali dei negoziatori americani. Il commissario Barrot afferma di realizzare un accordo equilibrato, ma ha dovuto riconoscere che il testo attuale non include l’accesso delle autorità europee alle transazioni bancarie americane [7].

A questo accordo transitorio deve succedere un testo definitivo, anch’esso unilaterale. Si tratterebbe. Dopo un anno, di “rinegoziare” ciò che è stato accettato d’urgenza. Tale accordo dovrebbe essere validato dal Parlamento europeo, quando il Trattato di Lisbona, che dà a questa assemblea più poteri in materia di polizia e di giustizia, verrà applicato. La volontà proclamata di attendere la ratificazione del Trattato mostra che si tratta di far riconoscere, dal Parlamento, un diritto permanente delle autorità americane di sequestrare, sul suolo europeo, dati personali di cittadini dell’Unione. I nuovi “poteri” accordati al Parlamento trovano la loro ragione d’essere nella legittimazione dei trasferimenti di sovranità dell’UE agli USA.

Questa posizione ha il merito di essere trasparente, di presentare il Trattato, non come un testo costituzionale interno all’Unione, ma come un atto d’integrazione dell’UE in un’entità sovranazionale sotto la sovranità statunitense.

Questo nuovo accordo che permette alle dogane statunitensi di catturare, sul suolo europeo e senza alcuna reciprocità, dati personali dei cittadini dell’Unione, rappresenta un nuovo passo nell’esercizio della sovranità diretta delle istituzioni statunitensi sulle popolazioni europee.

Una struttura imperiale asimmetrica

La raccolta da parte degli Stati Uniti di informazioni sui cittadini europei, in particolare quelle relative alla loro transazioni finanziarie devono essere considerati nel contesto della formazione del futuro mercato transatlantico entro il 2015. [8] Gli accordi, che permettono il trasferimento verso gli Usa, costituiscono solo una fase preparatoria, un prerequisito per l’instaurazione di un grande mercato transatlantico [9], e la creazione di un sistema politico comune. Avendo come base la legge statunitense, questo progetto si rivelerà un grande mercato di dati personali, attraverso il quale tali informazioni saranno consegnate al settore privato. La trasformazione della vita privata in una merce è accompagnata dalla sorveglianza della polizia, quest’ultima è la condizione dell’ esistenza della prima. La cattura dei dati da parte delle autorità dei governi degli Stati Uniti è una nuova accumulazione capitalistica primitiva volta all’installazione di nuovi rapporti di proprietà basati sul fine della proprietà stessa

La natura asimmetrica della cattura dei dati personali: le autorità statunitensi hanno accesso ai dati europei, senza alcuna questione di reciprocità, abbiamo scoperto che nel futuro mercato transatlantico, tutte le società sono uguali, ma alcune, le imprese degli Stati Uniti, lo saranno più di altre.

L’utilizzo da parte delle autorità statunitensi dei dati finanziari raccolti durante «la lotta contro il terrorismo» è già iniziata come parte della «lotta contro la frode fiscale», compresi gli attacchi contro la banca svizzera UBS [10] strumentalizzazione G20 e 1 aprile 2, 2009 [11] sono stati gli episodi più pubblicizzati.

Jean-Claude Paye

Sociologo. Ha pubblicato: La Fin de l’État de droit, La Dispute 2004 ; Global War on Liberty, Telos Press 2007


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Traduzione : Alba Canelli (Voici Dalla Strada).

 

 


 

 

[1] « L’espace aèrien sous contrôle impérial », di Jean-Claude Paye,Réseau Voltaire, 13 octobre 2007.

[2] «Le transazioni finanziarie internazionali sotto controllo degli USA», Réseau Voltaire, 28.04.2008.

[3] Consiglio dell’Unione Europea, «Nota del Presidency to Coreper, Relazione Finale di UE-USA Hight Level Contact Group sulla condivisione di informazioni e la privacy e la protezione personale» 9831/08, Bruxelles 28.05.2008.

[4] «Partage de données bancaire : nouvelles négociations entre les 27 et les États-Unis», Le Soir, 28.07. 2009.

[5] «Jean-Louis Bruguière, un juge d’exception», di Paul Labarique,Réseau Voltaire, 29.04.2004.

[6] «Insider trading’ by terrorists is suspected in Europe», di William Droziac, Washington Post, 22.11.2001.

[7] «EU wants to share more bank details with the US authorities», Edri.org, 29.07.2009

[8] «Il futuro grande mercato trans-atlantico», di Jean-Claude Paye,Réseau Voltaire, 04.02.2009. «Résolution du Parlement européen sur l’état des relations transatlantiques après les élections qui ont eu lieu aux États-Unis», Réseau Voltaire, 23.03.2009.

[9] «Un mercato transatlantico imperiale», par Jean-Claude Paye,Critica Marxista, 2009 n° 1

[10] «Gli Stati Uniti Hanno l’accesso elettronico alle Transazioni bancarie svizzere interno», Réseau Voltaire, 03.032009.

[11] «Il G20 e il riassetto della finanza internazionale», Réseau Voltaire, 09.04.2009.

 

 

 

 

Si chiude in Italia l’anno peggiore degli ultimi quindici.
L’anno delle catastrofi naturali con complicità umane. L’anno con la disoccupazione più alta e la produzione più bassa. L’anno di operai, insegnanti e ricercatori asserragliati sui tetti. L’anno in cui ci si è accorti di essere coinvolti in Afghanistan in una guerra sanguinosa.
L’anno dello scatenamento della violenza contro i gay.
Le poche cose da salvare sono gravate da ipoteche: la Fiat è un successo nel mondo ma abbandona il Mezzogiorno; esiste ancora un’Alitalia ma è tra le compagnie meno affidabili; la ricostruzione abruzzese è rapida a prezzo di deportazioni famigliari e abbandoni di centri storici. Il sistema finanziario regge al crack planetario lasciando però a secco centinaia di migliaia di artigiani, commercianti, piccoli imprenditori.
Soprattutto, è l’anno del degrado della lotta politica, mai così in basso neanche ai tempi di Tangentopoli, quando almeno il paese era scosso da una confusa velleità di riscatto.
Nessuna scossa, nessuna velleità. Solo rassegnazione fra la gente, solo calcolo di sopravvivenza in un mondo politico che declama grandi ambizioni riformatrici solo per conseguire mediocri obiettivi nel brevissimo termine.
Nessuno esce bene dal disgraziato 2009.
Colui che tiene il centro della scena, è lesionato sul volto e ancor di più nell’animo dopo un anno quasi tragico. L’uomo Berlusconi avrà molte colpe, ma ha cominciato a scontarle lungo mesi segnati dalla fine del suo matrimonio, dall’esibizione pubblica dei suoi vizi privati, da ulteriori contestazioni della sua già opinata onestà, infine da un’aggressione fisica proditoria.

Né politicamente gli va meglio.
 Le due settimane successive all’attentato non possono sanare i guasti di un semestre di crisi politica della legislatura e di sgretolamento della creatura che doveva essere il lascito                                     berlusconiano: il partito unico del centrodestra non esiste praticamente più, diviso non in                                     due ma in molte fazioni più o meno dichiarate.
La Sicilia è il fenomeno macroscopico, Fini è l’uomo-simbolo della crisi, il sub-governo 
Letta-Tremonti è già in carica ed è una prima ipotesi per il dopo.
Certo, la destra continua non a governare, bensì a dominare che è cosa diversa. E si avvia a vincere le elezioni regionali, fra tre mesi, anche più facilmente del previsto perché l’opposizione continua a essere vittima del peggiore dei mali che possono affliggere una comunità: la totale assenza di solidarietà interna.

Cambiano le sigle, cambiano i nomi, cambiano i leader, ma dai tempi del primo Prodi a oggi  non cambia l’istinto killer che induce ad assassinare alleanze e partiti. La destra risponde a un     principio di autorità, per quanto a-democratico: il centrosinistra non risponde ad alcun principio di autorità. Evocandone uno, di stampo antico, Bersani ha vinto la gara nel Pd. S’è trattato di una promessa che non è in grado di mantenere. Le primarie, che furono tratto fondativo del Pd veltroniano, si riducono a eccezione, extrema ratio per quando non ci si mette d’accordo.
 E non è neanche l’affollarsi di candidati, il problema principale del centrosinistra. Il caso più inquietante è il contrario, come avviene nel Lazio: non si trovano leader spendibili, si disertano le battaglie difficili. Roma, la culla del Pd, è un buco nero. C’è qualcosa di vitale, per quanto magari perdente, nella rabbia pugliese. C’è qualcosa di mortale, nell’abulia e nella rassegnazione romana.
Il quadro come si vede non è confortante, da qualsiasi lato lo si guardi.
Basterebbe questo a ridimensionare le aspettative di stagioni costituenti o riformatrici. Il massimo che si può chiedere a questa politica è che, per istinto di autoconservazione, la smetta di divorare se stessa con il linguaggio della guerra civile. A destra non hanno certo abbassato le armi, ma è facile prevedere che la possibile sconfitta elettorale non aiuterà nel centrosinistra chi vuole far prevalere razionalità e bene nazionale.
In equilibrio fra acuta preoccupazione e speranza molto moderata si muoverà anche il discorso di fine anno del presidente Napolitano. Mai come in questi giorni siamo stati convinti della linea assunta da Europa, anche nei momenti in cui nel centrosinistra qualcuno attaccava frontalmente il Quirinale e altri mugugnavano: sarà una anomalia, ma è un bene ora che da Napolitano venga anche una linea politica erga omnes oltre che una garanzia istituzionale.
I giornali meritano un discorso a parte.
La stampa politica, fin dai tempi più remoti, ha sempre avuto una parte importante nella definizione del clima pubblico, vicina com’è ai Palazzi. Il 2009 segna però uno spartiacque. I talkshow televisivi e poi Giornale e Repubblica, Libero e Fatto, grandi quotidiani d’opinione e piccoli giornali d’assalto, si sono sovrapposti nei ruoli e si sono assegnati obiettivi di leadership politica e di docenza morale. Impegnati come sono ad attaccare gli avversari, non si sono resi conto dei limiti che andavano superando (non tutti allo stesso modo: il Feltri che demolisce Dino Boffo rimarrà, si spera, inarrivabile). Ognuno attribuisce all’altro il primo atto d’offesa – e l’avvento di Berlusconi rimane l’offesa originaria – mentre sarebbe necessaria l’assunzione di piene responsabilità, professionali e personali.
Non per “migliorare il clima politico”, che non è compito dei giornali. Ma per cercare di migliorare il paese tenendolo informato con correttezza, equilibrio e soprattutto rispetto degli individui.