Quartiere Libero

a cura di COLLETTIVO SOLSTIZIO D'INVERNO

In primo piano 

 

 

 23 Febbraio 2010, Addio al Fiume Lambro

 

(Fotogramma) 

 

ALMANACCO di PaginaInizio.com

 

Ho messo il mio képi* nella gabbia
e sono uscito con l’uccello in testa
Ah, è Così??
non si fa più il saluto???
domandò l’ufficiale in comando
No.
il saluto non si fa più.
rispose l’uccello
Ah bene!
scusi credevo si facesse il saluto!!
disse l’ufficiale in comando
E’ scusatissimo, tutti facciamo errori.
disse l’uccello
.

(Quartier Libre di Jacques Prevert)

LA TRAGEDIA EUROPEA E' COMINCIATA

 

DI FRANCO BERARDI "BIFO"

La reazione della società greca alla catastrofe e all'umiliazione potrebbe essere l'inizio di una tragedia continentale.

La tragedia europea è iniziata. Tre morti in una banca di Atene sono il primo orribile bilancio di una guerra che il capitalismo finanziario ha scatenato contro la società, e da cui la società non sa come liberarsi. La società greca non può sopportare il diktat delle agenzie finanziarie che l’hanno spinta nel baratro della crisi, e ora pretendono che a pagare il prezzo siano i lavoratori. Spinta contro il muro della miseria, dell’umiliazione e della catastrofe, la società greca potrebbe reagire in maniera folle. Può essere l’inizio di una tragedia che non sarà limitata alla Grecia.

Quello che sta succedendo in Europa è straordinario e terrificante. Straordinario perché per la prima volta la costruzione europea entra in una crisi che minaccia di farsi definitiva, e perché questa potrebbe essere un’opportunità per iniziare una trasformazione in senso democratico e sociale di un’entità che finora non ha avuto i tratti della democrazia, ma piuttosto quelli di una dittatura tecno-finanziaria. Terrificante perché mai come oggi ci rendiamo conto del fatto che l’intelligenza collettiva è dissolta, la voce della critica sociale è muta, la democrazia morta. Di conseguenza, se non accade qualcosa al momento attuale molto difficile da prevedere (il risveglio di una intelligenza collettiva capace di ridiscutere alla radice la ragion d’essere dell’entità europea), l’esito di questa crisi rischia di essere una tragedia destinata a distruggere quel che resta della civiltà sociale moderna nel continente europeo.



Un numero della rivista LOOP del maggio 2009 si intitolava Finis Europae, e si chiedeva se l’Europa poteva sopravvivere al collasso finanziario. La risposta era che no, l’Europa non può sopravvivere al collasso se non si libera dalla dittatura della classe finanziaria che tiene in mano la corda con cui la società europea viene lentamente strangolata. Ma di questo tema ben poco si è occupata finora l’intellettualità europea (ma esiste ancora qualcosa che meriti questo nome?) La discussione che si è svolta fin a questo momento sui giornali e nelle assisi politiche ufficiali è ridicola, vuota, inconsistente. Sembra che nessuno riesca a vedere che la costruzione europea è stata fino a questo momento la causa (una delle cause) del peggioramento sistematico delle condizioni di vita dei lavoratori. Nonostante le bugie e le cazzate raccontate dalla sinistra, la politica fanaticamente monetarista dell’Unione ha prodotto una stretta della spesa pubblica che ha peggiorato la qualità della vita delle popolazioni, e contemporaneamente ha imposto un vero e proprio blocco salariale che si è accompagnato con un aumento sistematico del costo della vita.

Il fanatismo monetarista della BCE (vero organo di comando sulla vita politica europea) ha scelto alcuni bersagli preferiti. Quello delle pensioni è forse il più evidente. Allungare il tempo di lavoro-vita è una delle ossessioni del Neoliberismo, e si fonda su un accumulo di menzogne pure e semplici. Si dice che l’aumento del tempo di vita media mette in pericolo la possibilità di mantenere un equilibrio economico, dimenticando che la produttività media sociale è aumentata di cinque volte negli ultimi quaranta anni, per cui non cambia niente il fatto che il numero dei produttori possa diminuire leggermente. Si dice che i vecchi debbono lavorare più a lungo per solidarietà nei confronti dei giovani, e non c’è menzogna più ripugnante di questa: il prolungamneto del tempo di lavoro degli anziani ha infatti come conseguenza un aumento della disoccupazione giovanile, e una condizione di ricatto sul mercato del lavoro che ha reso possibile un aumento smisurato della precarietà lavorativa.

La politica della BCE è all’origine della miseria europea. Se L’Unione è questo, che muoia.
Ma la morte dell’Unione, che ogni giorno si fa più probabile, sarebbe l’inizio di un inferno inimmaginabile. Lo scatenamento di tutti i demoni che negli ultimi decenni si sono tenuti sotto controllo sarebbe dietro l’angolo. Non solo segnerebbe il riemergere dei nazionalismi, ma anche il precipitare della guerra civile interetnica, nei paesi mediterranei spinti nel baratro di un immiserimento pericoloso.

Solo un movimento del lavoro precario e del lavoro cognitivo, un movimento che ponga al centro della discussione politica il salario unico di cittadinanza può salvare l’Unione europea, modificandone radicalmente la forma e la sostanza. Ma un simile movimento sembra oggi quanto di più improbabile, quanto di più lontano dai comportamenti psicopatici e conformisti di una generazione di disperati il cui futuro sembra segnato senza vie d’uscita. Un futuro di precarietà, di schiavismo, di immiserimento materiale e psichico.
Una generazione cui rimarrà solo Facebook – sfiatatoio dell’impotenza e del narcisismo – per avere la sensazione di poter parlare liberamente.

“British students seem resigned to their fate. But this is a matter not of apathy, nor of cynicism, but of reflexive impotence. They know things are bad, but more than that, they know they can’t do anything about it. But that “knowledge”, that reflexivity, is not a passive observation of an already existing state of affairs. It is a self-fulfilling prophecy." (Mark Fisher: Capitalist Realism) [Gli studenti britannici sembrano rassegnati al loro destino. Ma non è questione di apatia o di cinisimo, quanto piuttosto di impotenza riflessiva. Sanno che le cose vanno male, ma più di questo sanno di non poterci fare nulla. Ma questa ‘conoscenza’, questa riflessione, non è una contemplazione passiva di uno stato di cose esistente. E’ una profezia che si auto-avvera, Mark Fisher, Realismo capitalista]

Franco Berardi "Bifo"
Fonte: www.carta.org
Link: http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/19498
5.05.20010

CERCA NEL SITO  

 

IL PANCIAFICHISMO FRA ETICA ED ESTETICA

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com/

 

“Il compito attuale dell'arte è di introdurre il caos nell'ordine.”
“La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.”
Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno

A volte, si deve meditare sui sostantivi e sugli aggettivi, senza temere di perder troppo tempo. E’ il caso di un articolo comparso su Comedonchisciotte qualche tempo fa – Ma che bella provincia! – a firma di Pasquino Potenza. Pseudonimo o vero nome? Nel secondo caso, quasi un sotterraneo ossimoro, giacché i Pasquini furono sempre le voci dei deboli.
Il termine “panciafichista”, riportato da Pasquino Potenza e che non ascoltavo da tempo, ha subito associato nella mia mente un breve pensiero del defunto Gianni Baget Bozzo, il quale – alla fondazione del Popolo della Libertà – pontificava:

“Il Popolo della Libertà sarà un partito nazional-popolare. Il movimento di Berlusconi è nato con un appello rivolto al popolo. Ma il popolo non colto. La sinistra ha il monopolio della cultura in Italia e il premier ha in mano il popolo povero contro quello grasso.”



Già, il popolo “povero”. Questa sì che è una vera elucubrazione da sacrestia, ma la concediamo, visti gli orizzonti del “profeta” che l’ha espressa. Quel “povero” – per Baget Bozzo – non è da intendere in senso economico – e chi è più ricco degli evasori fiscali che santificano san Silvio? – bensì culturale. D’altro canto, Baget Bozzo precisava: “non colto”.
Potremmo considerare in questa analisi anche l’attuale scontro interno al PdL – non dimentichiamo che il creatore del neologismo fu Mussolini, ma il termine fu coniato, all’epoca, come spregiativo d’inconcludente pacifismo – ma sarebbe limitativo, poiché il linguaggio è per sua essenza intrinseca in divenire: giammai indica – con lo stesso termine – la medesima situazione od emozione, visto che ogni tempo colora con diversi accenti il substrato che i termini stessi tentano d’interpretare. Un rapporto dialettico nel quale è piacevole sguazzare senza, però, correre il rischio di perdersi: potremmo concludere, “un sensato pudding di parole”.
Inoltre – per la pochezza della singolar tenzone, tutta interna ad un sistema politico marcescente – ci sembrerebbe d’usare la teoria dell’analisi infinitesimale per misurare le aree sottese delle Uova di Pasqua: de minimis non curat praetor.

In realtà, l’impeto panciafichista italiano è iniziato ancor prima di Berlusconi – almeno del Berlusconi politico – e nulla o poco ha avuto a che fare con il pacifismo. Una re-interpretazione del termine mussoliniano potrebbe, oggi, partire dalla scissione dei termini che compongono il (quasi) neologismo, ossia pancia e fica, al posto degli originali pancia e fichi.
L’albero di fichi era, almeno fino alla metà del Novecento, considerato gran fonte di piacere, giacché pochi frutti nostrani generano una tale attrazione per la gola: in principio furono pane e fichi poi, col progredire del reddito, fichi e prosciutto.
Oggi, nessuno più stempera la propria esistenza cullandosi nel nirvana della scorpacciata di fichi – alla quale sacrificare onore e morale – mentre sul femminino del gustoso frutto…beh…qui c’è trippa per gatti…

Ci siamo spesso chiesti quale valore sia sopra tutti nell’idilliaco nirvana italiota e, pur munendoci della lanterna di Diogene, soltanto la scorpacciata pantagruelica (La Grande Abbuffata di Ferreri? Eravamo nel 1973…) sembra reggere, mentre il necessario contrappasso altro non può circostanziarsi che nell’adire, con solerzia e fissità d’intenti, alla tumida rosa.
L’overdose di pasta allo scoglio e di crostacei arrostiti sulle braci, oppure il maialetto arrosto impastato di Nero d’Avola richiede, necessariamente, l’apoteosi energetico/riproduttiva da consumarsi tra fresche coltri in un letto, solleticate dalla rovente brezza d’Agosto. E non c’è niente di male.
Sarebbe sin troppo facile stabilire delle consecutio temporali, nelle quali l’epicureismo sfrenato diverrebbe necessario prodromo per nottate da trascorrere, placati gli amorosi sensi, alla tastiera o con la tavolozza in mano. Ristabiliremmo, in qualche modo, un equilibro classicista, da cenacolo settecentesco: invece, così non è.
La commedia si trasforma in dramma quando interviene l’evirazione dell’effetto, ossia quando leggi non scritte e canoni mai ammessi – la morale cristiana qualcosa c’entra, ma non è il perno della metamorfosi – vengono repentinamente negate, rimosse, dimenticate. Evirate, appunto.

Analisi frettolose hanno spesso imputato all’Italia degli ultimi decenni uno sfrenato concedersi all’estetica: molti autori si sono cimentati nella critica allo scivolamento, al concedersi troppo alle sirene estetiche. Solo oggi – quando il processo è giunto ad estremi che ne portano alla luce le evidenze più tragicomiche – possiamo comprendere che d’estetismo s’è trattato, non d’estetica. Poiché l’estetica – pur navigando sulla sua rotta, senza curarsi d’altro – qualche “conto” con l’etica l’ha dovuto fare.
Non tiriamo in ballo il dibattito classico sui rapporti fra etica ed estetica, proprio poiché classici e dunque non appropriati a definire quadri nei quali è il processo stesso di definizione e tratteggio dei fenomeni ad essere carente: torneremmo agli integrali ed alle Uova di Pasqua.
Negheremo dunque scientemente quel rapporto – indagato niente di meno che da Kant (anche se, personalmente, preferiamo l’approccio dialettico illuminista) – poiché trascendente rispetto all’orizzonte del panciafichista. In altre parole, resteremo “bassi”, anche se non potremo adagiarci del tutto nell’alcova dei panciafichisti, maschi e femmine.

Dovremo anzitutto sgombrare l’assurda convinzione – spesso veicolata da pessimo femminismo – che esista un paritetico “panciafallismo”: non ci sentiamo di sostenere questa tesi.
A nostro avviso, è senz’altro più pratico – pur ammettendo, in via puramente teorica, che il ribaltamento speculare del termine sia possibile – considerare il panciafichismo moderno composto da una parte attiva e passiva. In altre parole – pur concedendo una naturale differenza fra colmatore e colmata – sul piano ideale il riferimento al fenomeno è lo stesso.
Di cosa si nutre il panciafichista?

Frettolosamente ri-definito come istinto animalesco – l’avvicinarsi all’albero delle “fiche” per placare l’appetito, questa volta esistenziale – il panciafichismo nega in sé proprio l’aspetto esistenziale: non ne è travolto né fiaccato e neppure corrotto (accoppiando, al termine, le “rotte maledette” dell’esistenzialismo, da Rimbaud a Kerouac). Semplicemente, lo rimuove.
Se, per il panciafichista “classico”, la fase istintuale poteva rappresentare una dedizione, quasi una soluzione esistenziale, per quello post, post, post…moderno, non rappresenta nemmeno più la negazione, bensì una sorta di fanciullesca ed inconsapevole atarassia, raggiunta e coltivata senza un contributo personale, completamente passiva.
La chiave di volta per ricomporre gli attributi del fenomeno passa necessariamente, per prima cosa, nel differire l’estetica dall’estetismo. Il quale ne è, ovviamente, soltanto la diafana ombra che conduce al famoso barattolo con “merda d’artista”.
Sarebbe però già eccessivo codificare nell’estetismo classico il mondo dell’arte che ci circonda, poiché anche il livello dell’arte auto-referenziale è drammaticamente basso. Madonna e Lady Gaga fanno ancora parte dell’estetismo, oppure scadono nel popolare edonismo?

Domandandoci quale fenomeno – fra quelli che ci circondano – sia più facilmente riferibile all’estetismo, ci salta agli occhi quello pubblicitario.
L’uomo medievale non osservava, nell’intera vita, più di un centinaio d’icone: quasi tutte a carattere sacro, e soltanto la nobiltà aveva “accesso” alla raffigurazione mondana, quasi sempre – però – incasellata nel Mito del classicismo.
La pubblicità cartacea, che fino alla metà del ‘900 resse il campo, era poca cosa se raffrontata con la potenza espressiva del nascente mezzo radiofonico e, soprattutto, con le migliaia di personalissime Gestalt della lettura.
Originariamente, il termine “pubblicità” significava “rendere pubblico” un evento, ed era quello che a grandi linee faceva l’ingenua pubblicità della TV in bianco e nero.
In quel panorama, s’inserì un messaggio pubblicitario popolare il quale, invece di differenziarsi dalla morale vigente e dal comunissimo tran tran della vita di tutti i giorni, lo sottolineava con esempi che “legavano” i nuovi consumi all’esistente. Ma, non si teneva in conto l’esigenza inestinguibile all’espansione dei consumi, l’unico vero obiettivo del post, post, post…moderno capitalismo.

Ecco, allora, con l’esaurirsi delle spinte propulsive nate dalla ricostruzione postbellica, ma anche dal crollo del sostanziale equilibrio fra l’incremento di produzione ed i consumi durato fino alla metà degli anni ‘70, che l’esigenza pubblicitaria deve, necessariamente, diventare violenta, poiché deve oltrepassare le naturali difese dello spettatore/consumatore ed obbligarlo a ritenere inconcepibile privarsi dell’oggetto.
La nuova esigenza, smaccatamente violenta, trova nell’estetica un limite verso il quale mostra insofferenza: per colpire e distruggere la soggettività critica. Il canone estetico diventa un gravoso fardello, e lo incenerisce.
Dovremmo, per chiarezza, soffermarci a soppesare con attenzione i tempi del processo: millenni con quasi nulli messaggi iconici, mezzo secolo di radio e giornali, qualche lustro di pacata intromissione pubblicitaria, tre decadi almeno di violento e forzoso scardinamento di tutti i canoni. A fronte, la mente umana che ha ben altri tempi d’adattamento.

Se confrontiamo la tendenza al risparmio fra i Paesi che sono giunti prima a questo scenario (le nazioni degli Angli, soprattutto), con quelli che hanno ritardato il processo di un paio di decadi, scopriremo che l’aumento della pressione pubblicitaria – non il reddito! non la produttività! non la produzione! – è colui che erode il risparmio.
Qui, s’inserisce un aggravio di follia tutto italiano: il gran reggente del processo mediatico/pubblicitario sgomita al punto di salire, ad uno ad uno, gli scalini del potere giungendo alla vetta, dove trova le chiavi dello scrigno delle meraviglie, quello che consente di regolare la velocità del processo!
Non vorrei che qualcuno, poco attento o frettoloso, confondesse questo concetto con il più comune conflitto d’interesse: di ben altro si tratta!

Osserviamo come, in pochi decenni, è avvenuta la completa distruzione della sfera erotica: la produzione pornografica ha appiattito ogni rappresentazione dell’eros ad un processo sempre uguale – tette, bocca, lato A, lato B, conclusioni – nel quale la soggettività dell’uomo e della donna, le loro identità, sono racchiuse e “corrette” all’interno di un copione. La povera Dita Von Teese viene confinata nell’universo del “burlesque”: forse perché si prende burla dello sciacquone erotico confezionato nei garage della periferia di Praga?
Le danzatrici indiane e del Sud-Est asiatico profondono oceani del più schietto erotismo, ma noi abbiamo smarrito il canone – ossia il nostro “apparato ricettore” – per goderne le grazie.
E il calcio?

L’ultimo interprete del grande canone estetico del calcio è stato Diego Armando Maradona: dotato per grazia divina di un estro incomprimibile, nella famosissima discesa e goal contro l’Inghilterra frantumò la prigione nella quale quel bellissimo gioco è oramai imprigionato. Fu un atto glorioso, ma irripetibile per chi non è stato spruzzato con il nettare degli Dei: il canone sportivo odierno prevede un atletismo esasperato, proprio per distruggere al primo mostrarsi quelle capacità divine.
Potremmo dilungarci, ma il senso è chiaro: distruggendo ogni canone estetico, la piatta uniformità che ne deriva consente ai più degenerati piazzisti di paccottiglia umana d’imperversare. Fu un caso che Chirac – uomo appartenente per tradizione alla destra europea – proibì l’etere francese alle TV commerciali del Biscione, definendo il loro padrone un “vendeur de soupe”?

Non si tratta, oramai, d’argomenti o d’espressione artistica, bensì di format e di linguaggio: nella polemica fra Antonio Ricci e Nicola Lagioia, chi scrive si schiera apertamente e senza nessun dubbio dalla parte di Nicola Lagioia. La tristezza, che la vicenda emana, deve tenere soprattutto in conto che Antonio Ricci è persona di grande intelligenza: l’importanza del linguaggio e della scenografia sa benissimo cosa significano, e quanto siano dirompenti per lo spettatore.
Giunti a questo punto, possiamo far rientrare in scena il nostro abulico panciafichista: è dunque colpevole?

Privato, da parte di un efficientissimo sistema di comunicazione, di tutti gli elementi atti a discernere l’oro dall’ottone – giacché l’assenza di canoni estetici non consente critica – naviga a vista premendo tasti del telecomando, ricevendo soltanto un rumore di fondo eterogeneo nei contenuti ma spietatamente omogeneo nella prassi e nei modelli esposti: tempi, linguaggio, musiche…il cosiddetto “format”.
Lentamente, anno dopo anno, quel ritmo lo ipnotizzerà come un malefico mantra: gli orientali se ne intendono più di noi sul potere della parola, del suono e della concentrazione visiva su un oggetto. Difatti, lo yantra è il corrispondente grafico del mantra.
Come può “smontare” un così perfido inganno?

Semplicemente, da solo, non è in grado di farlo: le generazioni “televisionizzate” sono, semplicemente, perdute. Non a caso, l’astensionismo consapevole è soprattutto appannaggio dei giovani, le persone sotto i 35 anni, la generazione di Internet: una timida speranza.
E torniamo all’assioma originario, ossia al rapporto fra etica ed estetica nel nostro panciafichista: potrebbe, dopo un simile bombardamento, leggere le mille interpretazioni dell’etica presenti nella storia della Filosofia? Così, en passant, da Socrate a Sartre? E’ disumano soltanto il proporlo.
Eppure, la cancellazione di ogni fondato canone estetico conduce ad accettare qualsiasi forma od azione soltanto per il piacere che genera: non si tratta soltanto della volgare pornografia, bensì di tutto ciò che attiene alla violenza in diretta.
Filmati su catastrofi e disastri, esecuzioni, violenze, bombardamenti, assassini…se solo sono in “presa diretta”, scatenano milioni di clic. Perché?

Poiché l’unico obiettivo è valicare un ulteriore limite, osservare l’inguardabile, il terrifico, in una corsa sfrenata nella quale la parvenza assume i contorni della conoscenza. L’estremo inganno.
Il piacere di trionfare e (forse) di sopravvivere – in qualche modo – ad altri diventa il solo faro da seguire, la sola nota da ascoltare. Non è forse, questo, la negazione dell’etica? Dov’è la riflessione oltre il clic? Nella maggior parte dei casi, non avviene e tutto termina quando si cambia sito o filmato: proprio con l’incedere “cingolato” del format.
In fin dei conti, questo modello sta bene a destra come a sinistra perché, in definitiva, è la magia che consente ricchezza ed onori: semmai, i distinguo sono personali, dovuti a crisi di coscienza individuali, a percorsi che nulla hanno a che vedere con la sfera della politica.
Lentamente, anche coloro che riteniamo i nostri aguzzini, vengono accalappiati ed ammaliati dal mondo che loro stessi creano: finiscono per credere veramente d’essere coloro che reggono i destini della polis.
Ma la polis, per essere retta, necessita di valori che segnino il limite…e si torna da capo.

Si potrà anche credere che esistano delle “cabine di regia”, burattinai organizzati, società segrete e via discorrendo…esisteranno per certo, ma sono soltanto ulteriori sovrastrutture di un sistema impazzito che è diventato talmente auto-referenziale da santificare se stesso: una sorta di “estetismo politico”.
L’uomo “unto del Signore”, il banchiere che fa “il lavoro di Dio” sono soltanto le comparse di una rappresentazione che non ha più regia: pianificato un sistema che crea denaro dal denaro stesso, non ci possono essere altre vie che sorvegliare la catena di montaggio, tanto è vero che le banche stanno riprendendo le medesime abitudini truffaldine che avevano prima dei subprime.
Qualcuno lo racconta, altri se ne lamentano, ma nessuno ha il potere di fermare l’ingranaggio di “Tempi moderni”: a ben vedere, Chaplin aveva già compreso tutto.

A margine, possiamo soltanto immaginare gli effetti che la nuova abitudine planetaria, l’incedere senza curarsi dei canoni, può e potrà produrre: schiere di visi anonimi dedite solamente alla percezione, personale ma senza strumenti critici, di qualcosa che possa soddisfare il proprio ego. Un apocalittico gioco a mosca cieca, nel quale ciascuno incede travolgendo il vicino: è il corrispettivo della “polverizzazione sociale” spesso rilevata, con i termini ed i canoni della sociologia, dagli istituti di ricerca.

Qualcuno immagina, con un po’ d’ottimismo, che la religione e la politica possano ancora compiere l’azzardo, la virata che potrà salvarci. La Chiesa Cattolica è oramai troppo secolarizzata e divisa al suo interno: un giorno tenta di mostrare i pericoli dell’assoluta mancanza di canoni, ma il giorno dopo fa carte false con gli omuncoli politici per salvare un principio del proprio canone, senza curarsi delle mutazioni sociali, delle diverse percezioni.
E attacca il relativismo come principale colpevole della decadenza: lo fa in modo strumentale, dimenticando che il relativismo è solo una prassi per indagare ed evolvere dei canoni, etici ed estetici, non per distruggerli.
Sulla politica, su questa politica, meglio il silenzio.

Perciò, ci possiamo soltanto dividere fra panciafichisti consapevoli ed inconsapevoli e – ironia della sorte – non sappiamo, sulla scena, a chi sia toccata la parte migliore.
Forse qualcuno, un panciafichista completamente inconsapevole, oppure un panciafichista più consapevole, una sera – quando premerà sul telecomando per spegnere l’apparecchio – fermerà il mondo.
Magari, il giorno dopo mescoleranno le carte e Dio – o chi per lui – taglierà il mazzo. Ma queste sono soltanto storie che potrebbero raccontare Kafka o il barone di Munchausen: gente che è vissuta protetta dai canoni, etici ed estetici.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2010/04/il-panciafichismo-fra-etica-ed-estetica.html
25.04.2010

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

L'essere umano: un'anomalia sul pianeta terra

 
L'uomo con tutta la sua tecnologia è messo in ginocchio dalla natura, accade spesso in maniera violenta con tanto di morti e feriti, questa volta invece l'attacco della natura verso l'essere umano è portato in forma non violenta ma con consequenze sempre disastrose. Voli bloccati in tutto il Nord europa ed anche in Italia a causa di un vulcano inslandese che si è messo a brontolare con grande rumore. L'eruzione oltre a provocare lo scioglimento di ghiacciai con conseguenti inondazioni dei territori circostanti, ha provocato il blocco di tutto il traffico aereo nell'Europa del Nord a causa della notevole emissioni di ceneri fino ad un'altezza di 8.000 metri. E' strano questo pianeta del sistema solare immerso in una delle tante galassie che popolano l'universo. Su questo pianeta infatti per una serie di circostanze anche abbastanza casuali, si sono verificate le condizioni che hanno portato prima alla vita biologica e poi allo sviluppo di un essere intelligente (o presunto tale) quale l'essere umano. Questo essere piano piano ha preso possesso del pianeta terra utilizzandolo come se fosse una sua proprietà esclusiva. E il pianeta ogni tanto si ribella mettendo in ginocchio l'essere umano, la sua tecnologia, la sua organizzazione dimostrando ampiamente che la natura è la vera padrona di questo pianeta. In sostanza sebbene su questo mondo si siano sviluppate le condizioni affinchè nascesse la vita e si sviluppasse un essere intelligente, di fatto questo essere con il modello di sviluppo che si è dato, con l'organizzazione della società che ha messo in piedi basata sullo sfruttamento non solo dei propri simili ma anche della natura stessa, è un corpo estraneo al mondo stesso su quale vive. Probabilmente la natura nel suo programma di sviluppo non aveva previsto che "l'essere intelligente" a cui aveva dato vita, degenerasse e assumesse un modello di sviluppo contro la natura stessa. Questo è il senso di tutti lo sconvolgimenti naturali che avvengono sul pianeta terra (terremoti, inondazioni, eruzioni vulcaniche, ecc.) e che solo l'uomo alla fine considera eventi eccezionali, ma che in realtà sono una dimostrazione della vita del pianeta stesso.

FONTE: La politica ma non solo vista da un comunista qualunque.

 

SABATO 17 - ore 14,30
Appuntamento in piazza Navona ROMA

Sabato 10 aprile militari afgani e della coalizione internazionale hanno attaccato il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah e portato via membri dello staff nazionale e internazionale. Tra questi ci sono tre cittadini italiani: Matteo Dell'Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani.

Emergency è indipendente e neutrale. Dal 1999 a oggi EMERGENCY ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso.

IO STO CON EMERGENCY

 

DOWN BY LAW

ROMA (Reuters) - Si vota sino alle 15 di oggi per il rinnovo di 13 Regioni e di oltre 400 Comuni - tra cui Venezia - nonché per alcune province. E l'affluenza ai seggi aperti oggi alle 7, tra gli oltre 40 milioni di elettori, ha registrato ieri alle 22 una percentuale del 47,08%, il 9% in meno rispetto al 55,96% delle precedenti Regionali, secondo i dati riferiti dal Viminale, che monitora direttamente nove regioni.

 

Nel dettaglio, 47,6% in Piemonte (contro il 55,48% delle precedenti elezioni), in Lombardia 49,31% (58,68%), in Veneto 49,21% (56,28%), in Liguria il 43,5% (52,52%), in Emilia Romagna 51,5% (61,03%), in Umbria 46,32% (56,2%), in Lazio 43,39% (55,82%), in Campania 43,27% (49,85%), in Basilicata 45,28% (50,8%).

 

Tra le regioni che invece gestiscono in proprio la comunicazione di dati elettorali, alle 22 la Toscana ha registrato un 44% di affluenza (54,6%), le Marche il 44,88% (54,9%), la Calabria il 41% (47,9%), la Puglia del 44% (53,3%).

 

OCCHI PUNTATI SUL LAZIO

 

Delle 13 regioni da rinnovare, 11 sono governate oggi dal centrosinistra, due dal centrodestra. Poi però il panorama locale è piuttosto diversificato.

 

Il voto più atteso è quello del Lazio, dove si è registrato alle 22 il più consistente calo di affluenza, meno 12%, dove il centrodestra candida Renata Polverini e il centrosinistra Emma Bonino, soprattutto dopo l'esclusione della lista Pdl dalla circoscrizione di Roma, la più grande della Regione.

 

Per la prima volta in due regioni del Nord, Veneto e Piemonte, ci sono due candidati presidenti della Lega, e qui il partito di Umberto Bossi potrebbe anche superare per consensi il Pdl. Ma anche in Lombardia la sfida nel centrodestra è accesa, dopo che Umberto Bossi ha detto che potrebbe essere lui il prossimo sindaco di Milano dopo Letizia Moratti.

 

In alcune regioni l'Udc di Pierferdinando Casini è alleato del Pdl (come nel Lazio) o del Pd (come in Piemonte), ma mai della Lega Nord. In Toscana e Umbra, o anche in Puglia, corre invece da solo.

 

Secondo alcuni analisti, queste elezioni sono dunque anche un test sul ruolo da ago della bilancia che i centristi potrebbero giocare sulla politica nazionale, che uscirebbe rafforzato se vincessero per esempio le coalizioni appoggiate da Casini in Piemonte e Lazio

Il Piemonte, governato negli ultimi cinque anni dal centrosinistra e prima dal centrodestra, é considerato da molti sondaggisti in bilico: contro la presidente uscente Mercedes Bresso (Pd) il centrodestra ha schierato il capogruppo della Lega Nord alla Camera, Roberto Cota.

 

Si vota sino alle 15 anche per quattro province (tra cui l'Aquila, colpita quasi un anno fa dal terremoto) e in 453 Comuni, il più importante dei quali è Venezia, dove è candidato sindaco del centrodestra il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta.

 

Per le regionali si vota a turno unico, senza ballottaggio (come è invece nel caso di provinciali e comunali). Le modalità di voto cambiano però di regione in regione, secondo quanto previsto dalle rispettive leggi.

Oggi nessuno grida assassini ...

 
Ricordate questa faccia che urla ? E' quella del senatore Quagliarello che urla al Senato assassini alla notizia della morte di Eluana Englaro alla quale fu tolta l'alimentazione forzata. Ma dove è oggi lo stesso senatore ? Perchè lui e tutti i senatori del Pdl non urlano allo stesso modo alla notizia che, proprio lo Stato, ha fatto morire per disadratazione Stefano Cucchi ? Stefano si rifiutava di bere e mangiare per attirare l'attenzione su quanto gli era accaduto nell'indifferenza totale. Il povero ragazzo era stato pestato da alcune guardie carcerarie ma nessuno intendeva ascoltarlo e fargli giustizia ed allora iniziò uno sciopero della fame e della sete. I medici hanno sottovalutato le consequenze di questa sua azione e Stefano è morto disidratato, queste le conclusioni della commissione d'inchiesta del Senato. Quindi lo Stato, che urla e sbraita contro chi, il padre in questo caso, ha lasciato morire Eluana rispettando le volontà della ragazza, oggi ha usato gli stessi metodi per uccidere in questo caso un ragazzo che stava in carcere a scontare una pena. Con una piccola differenza: Eluana voleva morire, Stefano no. Come mai il Senato non si è riunito in seduta straordinaria come fece per Eluana, perchè oggi nessuno grida assassini, E soprattutto perchè ci è voluta addirittura un'inchiesta parlamentare per arrivare alla verità ? Ed ora che cosa accadrà ? Qualcuno organizzerà una fiaccolata davanti al Senato ? Qualcuno si preoccuperà almeno di inquisire le guardie carcerarie ed i medici che hanno causato la morte di Cucchi come fu inquisito il padre di Eluana ? Un'altra pagina buia per un paese che ormai non vede la luce da tempo e soprattutto vede sempre di più allontanarsi la possibilità di tornare alla luce.
 
 

http://senzapelisullatastiera.blogspot.com/

Prostituzione Civile

 

 

 

   Lambros Foundas, 35 anni, militante anarchico è stato ucciso dai poliziotti greci mercoledì mattina, nel sobborgo di Dafni (a sud di Atene).

La polizia sostiene che si trattava di un "terrorista" e che è stato ucciso mentre tentava di rubare una macchina e che stava trasportando armi da fuoco. Fonti di polizia segnalano che ci sarebbe stata una sparatoria, in seguito alla quale Lambros Foundas è morto.
Dalle prime notizie pare che si tratti di almeno un paio di proiettili alla schiena. Lambros era insieme ad un'altra persona, non identificata, ed adesso è in corso la caccia all'uomo.

Foundas è stato uno degli oltre 500 anarchici arrestati durante i disordini del Politecnico di Atene, nel 1995.
Ieri per le strade di Atene invase dai manifestanti in lotta contro il governo è stato distribuito il volantino riprodotto sopra,nel quale si legge: "Onore all'anarchico Lambros Foundas".

Anarchist murdered by the police in Athens

The police claims that he was a “terrorist” and that he was shot while trying to steal a car, and that was carrying firearms. Fountas was one of the over 500 anarchists arrested at the Polytechnic riots of 1995, in Athens.

The flier above reads: “HONOR TO THE ANARCHIST LAMBROS FOUNDAS” more info as it comes

agência de notícias anarquistas-ana

Anarquista  es asesinado por la policía ateniense.  Lambros Foundas, de 35 años, fue asesinado por la policia cerca de las  5 horas de la madrugada de este miércoles (10), en el suburbio de Dafni, al sul de Atenas.
Según la versión de la polícia, Lambros  era um "terrorista" y fue baleado cuando intentaba robar un auto con otra persona, y que estaba transportando armas de fuego.
Vecinos del barrio dijeron que  que él habría  sido atacado por varios policías.
Fountas fue uno de los  500 anarquistas presos en los motines de la Universidad Politécnica en 1995, en Atenas.
Se presentan fotos del lugar donde Foundas fue asesinado. http://athens.indymedia.org/front.php3?lang=el&article_id=1141761 
 

Así daba la noticia Grecia Libertaria:

Antiautoritario muerto en un intercambio de disparos con la policia
La noticia sacada del indymedia de atenas y de http://www.anarchypress.gr/
"Durante un intercambio de disparos en el barrio ateniense de Dáfni, entre dos personas y una patrulla policial, Lábros Fúntas de 35 años cayó muerto por las balas policiales.
Lábros Fúntas había sido detenido en la grande ocupación y rebelión de la Politécnica el 1995. En la rebelión y ocupación participaron miles de personas, y terminó con la invasión de fuerzas de antidisturbios en la Politécnica deteniendo a 504 personas.
Lábros Fúntas "pertenecía" y participaba en los procesos del espacio antiautoritario.
Despues de este incidente, policia ha entrado en 7 casas en Atenas registrandolas, y según fuentes de los Medios de Comunicación la policia seguirá "investigando" a más casas tanto en Atenas como en Tesalónica, Lárisa y Creta".

 

 

Wall Street ha aiutato a mascherare il debito che alimenta la crisi europea

[The New York Times]

Le tattiche di Wall Street, simili a quelle che hanno favorito la crisi dei mutui subprime* in America, hanno peggiorato la crisi colpendo la Grecia e indebolendo l’Euro – avendo consentito ai governi europei di nascondere i loro crescenti debiti.

Mentre le preoccupazioni sulla Grecia scuotono i mercati mondiali, i dati e le interviste mostrano che grazie all’aiuto di Wall Street, questo paese è stato impegnato per un decennio nel tentativo di aggirare i limiti sul debito europei. Un accordo stilato dalla Goldman Sachs ha permesso di nascondere miliardi di debiti dagli ispettori dei conti a Bruxelles.

Anche se la crisi stava giungendo al punto critico, le banche hanno cercato delle vie per aiutare la Grecia a prevenire l’arrivo del giorno della resa dei conti. I primi di novembre – tre mesi prima che Atene diventasse il centro della preoccupazione finanziaria globale – una squadra della Goldman Sachs è approdata nell’antica città con un proposta molto moderna per un governo che faticava a pagare i propri conti, secondo la versione fornita da due persone che sono state informate sull’incontro.

I banchieri, guidati da Gary D. Cohn, presidente della Goldman, hanno offerto uno strumento finanziario che avrebbe prorogato i debiti della sanità greca a molto più in là nel tempo, proprio come i proprietari di case al verde che fanno un secondo mutuo per pagare i debiti derivanti dalle carte di credito.

In passato aveva funzionato. Nel 2001, subito dopo l’ammissione della Grecia all’unione monetaria europea, la Goldman ha aiutato il governo a prendere miliardi in prestito molto discretamente, come hanno dichiarato alcune persone che conoscevano l’operazione. Quell’accordo, nascosto al pubblico perché considerato uno scambio di valuta piuttosto che un prestito, ha aiutato Atene a rispettare i parametri europei per il debito, continuando a spendere al di là dei propri mezzi.

Atene non ha accettato l’ultima proposta della Goldman, ma con la Grecia che geme sotto il peso dei suoi debiti e con i suoi vicini più ricchi che promettono d’aiutarla, gli accordi fatti durante l’ultimo decennio sollevano dubbi sul ruolo di Wall Street nell’ultimo dramma finanziario mondiale.

Così come nella crisi americana dei subprime e nell’implosione dell’AIG, i derivati finanziari hanno avuto un ruolo nel percorso del debito greco. Gli strumenti sviluppati dalla Goldman Sachs, dalla JPMorgan Chase e da un ampio numero di banche diverse hanno permesso ai politici di mascherare prestiti aggiuntivi in Grecia, Italia e forse altrove.

In diversi accordi stilati attraverso il Continente, le banche hanno fornito contanti in anticipo in cambio di pagamenti governativi in futuro, lasciando questo passivo fuori dai registri contabili. La Grecia, ad esempio, ha ceduto i diritti sulle tasse aeroportuali e i ricavi della lotteria degli anni a venire. I critici dicono che questi accordi, ingannano gli investitori e i legislatori riguardo il vero ammontare del passivo di una nazione, poiché non vengono considerati dei prestiti.

Ad alcuni degli accordi venivano dati nomi provenienti dalla mitologia greca. Uno di questi, per esempio, è stato chiamato Aeolos, dal nome del dio greco dei venti. La crisi in Grecia costituisce la sfida più importante mai affrontata dalla moneta unica europea, l’Euro, e gli obiettivi del Continente per l’unità economica.

Il Paese è, secondo il gergo bancario, troppo grande per fallire. La Grecia ha un debito col mondo per 300 miliardi di dollari, e le banche più importanti sono esposte per una buona parte di quel debito. Un’eventuale insolvibilità greca avrebbe conseguenze in tutto il mondo. Un portavoce del ministro greco dell’economia ha dichiarato che il governo s’era riunito con molte banche negli ultimi mesi e che non aveva accettato alcuna offerta da parte loro. Ha dichiarato, inoltre, che tutto il finanziamento del debito “sarà condotto con il massimo sforzo per la trasparenza”.

Goldman e JPMorgan non hanno rilasciato dichiarazioni. Mentre l’opera di Wall Street in Europa ha ricevuto poca attenzione da questa parte dell’Atlantico, è stata invece criticata aspramente in Grecia e da riviste come la tedesca Der Spiegel. “I politici vogliono rimandare il problema e se c’è un banchiere in grado di fare loro vedere come sia possibile farlo, loro ci provano”, ha dichiarato Gikas A. Hardouvelis, economista ed ex funzionario governativo che ha recentemente contribuito a stilare un rapporto sulle politiche di contabilità della Grecia.

Non è stata Wall Street a creare il problema del debito in Europa, ma i banchieri hanno permesso alla Grecia e ad altri di indebitarsi oltre i propri mezzi, con accordi perfettamente legali. Ci sono poche leggi che regolino le richieste di finanziamento da parte delle nazioni per spese necessarie come, ad esempio per esercito e sanità. Il mercato per il debito sovrano – il termine usato a Wall Street per indicare i prestiti ai governi – è tanto irregolamentato quanto è vasto.

“Se un governo vuole barare, lo può fare”, ha dichiarato Garry Schinasi, un veterano dell’unità di sorveglianza dei mercati di capitali presso il Fondo Monetario Internazionale, che ha il compito di monitorare la vulnerabilità dei mercati globali di capitali. Le banche hanno sfruttato avidamente ciò che, per loro, era una simbiosi altamente redditizia coi governi spendaccioni. E se la Grecia non ha accettato la proposta della Goldman di novembre del 2009, ha comunque pagato alla banca 300 milioni di dollari di commissioni per aver preparato le operazioni del 2001, secondo quanto sostengono molti banchieri che conoscono l’accordo.

Simili derivati, che non vengono documentati né resi pubblici, si aggiungono alle incertezze sulla reale portata dei problemi in Grecia e su quali altri governi abbiano usato una simile contabilità fuori dai bilanci d’esercizio. L’ondata di paura si sta scagliando contro gli altri Paesi economicamente in difficoltà nella periferia d’Europa, rendendo più costosi i prestiti per Italia, Spagna e Portogallo.

Pur riconoscendo gli innumerevoli benefici dell’unificazione della moneta europea, la nascita dell’Euro ha avuto un peccato originale: paesi come l’Italia e la Grecia sono entrati nell’unione monetaria con un deficit più elevato di quello permesso dal trattato che creò la moneta. Tuttavia, piuttosto che aumentare le tasse o ridurre la spesa, questi governi hanno ridotto artificialmente i loro deficit usando i derivati.

I derivati non sono per forza sinistri. L’operazione del 2001 ha implicato l’uso di un tipo di derivato conosciuto come swap. Questa tipologia di strumento finanziario, chiamato swap di interessi, può aiutare aziende e nazioni ad affrontare i cambiamenti nei costi dei prestiti scambiando pagamenti a tassi fissi per pagamenti a tassi variabili, o viceversa. Un altro tipo, lo swap di valute, può ridurre l’impatto dei tassi di cambio esteri volatili.

Ma con l’aiuto di JPMorgan, l’Italia è stata in grado di fare molto altro. Malgrado i disavanzi continuamente elevati, un derivato pattuito nel 1996 ha aiutato a riportare ad allineare il bilancio italiano grazie a uno scambio di valuta con JPMorgan a tassi molto favorevoli, mettendo a disposizione efficacemente più denaro nelle mani del governo. Come contropartita, l’Italia si è impegnata a fare dei pagamenti in futuro che non sono stati calcolati come disavanzo. “I derivati sono uno strumento molto utile”, ha dichiarato Gustavo Piga, un professore di economia che ha scritto un rapporto per il Council on Foreign Relations sull’operazione italiana. “Diventano negativi se vengono usati per truccare i conti”.

In Grecia, le magie finanziarie sono andate anche oltre. In quella che è parsa come una vendita dell’usato su scala nazionale, i funzionari greci hanno fondamentalmente ipotecato gli aeroporti e le autostrade del Paese per riuscire a reperire i soldi di cui avevano bisogno. Aeolos, un’entità legale creata nel 2001, ha aiutato la Grecia quell’anno a ridurre il debito dal suo bilancio patrimoniale. L’accordo prevedeva che la Grecia avrebbe ricevuto dei contanti in cambio delle tasse aeroportuali ricavate dagli aeroporti del Paese. Un accordo simile del 2000 chiamato Ariadne si è mangiato i ricavi che il governo aveva raccolto con la lotteria nazionale. La Grecia, tuttavia, ha classificato quelle transazioni come vendite, non come prestiti, malgrado i dubbi sollevati da molti critici. Accordi di questo tipo hanno generato controversie all’interno dei circoli governativi per anni.

Già nel 2000, i ministri dell’economia europei hanno discusso aspramente se si dovessero rendere pubblici i derivati utilizzati per la finanza creativa. La risposta è stata negativa. Ma nel 2002, è stato richiesto che le entrate di bilancio per entità come Aeolos ed Ariadne che non comparivano sullo stato patrimoniale fossero rese pubbliche, e ciò ha portato i governi a rinominare quegli accordi come prestiti e non più come vendite.

Ancora nel 2008, l’Eurostat, l’agenzia per la statistica dell’UE, ha riportato che “in diverse occasioni, le operazioni di cartolarizzazione sono state concepite di proposito per ottenere un determinato risultato contabile, a prescindere dal merito economico dell’operazione”.

Per quanto tali trucchi contabili possano essere vantaggiosi a breve termine, nel lungo andare possono avere conseguenze disastrose. George Alogoskoufis, diventato il ministro dell’economia greco dopo un cambiamento di partito politico in seguito all’accordo con la Goldman, ha criticato l’operazione in Parlamento nel 2005. L’accordo, afferma Mr. Alogoskoufis, avrebbe gravato sul governo il peso di ingenti pagamenti alla Goldman fino al 2019. Alogoskoufis, che ha lasciato il ministero un anno fa, ha scritto in un messaggio di posta elettronica la scorsa settimana che la Goldman in seguito ha accettato di cambiare l’accordo “per ripristinare i buoni intenti nei confronti della repubblica”. Ha dichiarato che il nuovo piano era migliore per la Grecia rispetto all’ultimo.

Nel 2005, la Goldman ha venduto lo swap d’interessi alla Banca Nazionale della Grecia, la banca più grande del Paese, secondo due persone che hanno partecipato all’operazione. Nel 2008, la Goldman ha aiutato la banca a ricondurre lo swap all’interno di un’entità legale chiamata Titlos. Ma secondo Dealogic, un’azienda per le ricerche finanziarie, la banca ha trattenuto i titoli emessi dalla Titlos per usarli come garanzia collaterale per richiedere ulteriori prestiti alla Banca Centrale Europea.

Edward Manchester, vicepresidente capo presso l’agenzia di rating del credito Moody’s, ha dichiarato che, alla fine, l’accordo risulterebbe economicamente dannoso per la Grecia per via delle obbligazioni di spesa a lungo termine. Riferendosi allo swap Titlos con il governo greco, egli ha dichiarato: “Questo swap non sarà mai redditizio per il governo greco”.

* NdT: i subprime, o “B-Paper”, “near-prime” o “second chance” sono quei prestiti che vengono concessi ad un soggetto che non può accedere ai tassi di interesse di mercato, in quanto ha avuto problemi pregressi nella sua storia di debitore. [Wikipedia]

28 e 29 marzo Ci aspettano (ai seggi)
giovedì 4 marzo 2010
di Doriana Goracci

SIAMO.ATTESI ai seggi

La salvezza attraverso la sofferenza? Bombardamenti Mediatici e Aree di Protezione crescono febbrilmente in queste giornate,dell’Urna.La parola dovrebbe essere chiara, nel suo significato funebre. Lasciateci lavorare: fino dai tempi dei garibaldini, hanno lavorato per loro, tutte e tutti. In una società basata sulla delega, ci scaricano addosso responsabilità e malcostume, corruzione e violenza.Vogliamo crescere, anche se l’età è raggiunta, fosse la prima dei 18 anni o la terza, prenderci tutta la responsabilità. Vogliamo emanciparci liberamente, vogliamo farlo senza ricatti e scambi di favori. Non ci saremo in quelle giornate del seggio: sono due giornate qualunque, senza maiuscola. Non abbiamo perso la memoria e viviamo nel presente: la nostra storia vede la Liberazione come un esercizio quotidiano. Non votiamo, non ci rechiamo all’Urna, non ci rendiamo complici con il nostro voto di nessun potere e partito. Giornate comuni, dove la storia la facciamo noi. NON VOTO, non votiamo, ieri oggi e dopodomani. Siamo attesi ai seggi? Anticipiamo l’Evento. Il voto è bandito.Non saremo mai complici.
Carriolate di Cordiali Saluti

“Da quando le persone corrotte si uniscono fra loro per costituire una forza poi le persone oneste devono fare lo stesso “ Lev Nikolaevič Tolstoj

Nota bene

il video NON VOTO è originale e autoprodotto

il testo di questo articolo collettivo è in copyleft

il disegno è di Lapisanplus

IL VIDEO NON VOTO FOTO E RIFERIMENTI sono su

http://www.reset-italia.net/2010/03/04/28-e-29-marzo-ci-aspettano-ai-seggi/

Addio a 50 lingue europee

di Giuseppe Zaccagni - 02/03/2010
Fonte: Altrenotizie

Per molte lingue minori è un funerale annunciato. La notizia viene da un gruppo di studio dell’Unesco che in questi anni ha monitorato le diversità linguistiche e culturali del mondo giungendo alla realizzazione di un “Atlante” di quelle lingue sulle quali incombe la minaccia di scomparsa. Ed anche la vecchia Europa segna punti in negativo con circa cinquanta idiomi in via di estinzione.

Ma non c’è solo l’Unesco ad occuparsi di questa situazione etno-culturale. Da Mosca arriva la notizia che l’Istituto di linguistica sta gestendo un progetto per la creazione di una base informativa unica relativa al maggiore numero possibile di lingue. E il filologo Andrej Kibrik - capo del Gruppo di studio russo denominato “Le lingue del mondo” - annuncia che solo negli ultimi decenni la scienza linguistica ha preso coscienza di quanto sia grave il problema delle lingue dei piccoli popoli. Esistono - dice lo studioso - previsioni pessimistiche secondo cui alla fine del XXI secolo il numero delle lingue potrà dimezzarsi. E morendo una lingua significa che ne muoiono i “portatori”.

Kibrik, di conseguenza, lancia l’allarme facendo notare che il problema della scomparsa di lingue non è ancora compreso al livello dovuto dall’umanità e, quindi, non viene risolto a livello statale. Ed anche  la Russia - che registra un altissimo numero di lingue minori - non può vantare successi nel campo della preservazione di antichi idiomi. E’ comunque chiaro che è impossibile costringere in maniera artificiale la gente a parlare una lingua che si vuole dimenticare. Occorre che ci sia la comprensione naturale che una lingua - come pure altri aspetti della cultura - possiede un valore assoluto. Andrei Kibrik sostiene che se i piccoli popoli sono preoccupati per il problema della sopravvivenza momentanea, non è il caso di pensare ad un lusso come la conservazione delle lingue. Solo la crescita del benessere e la propria volontà - dice - sono in grado di fare un miracolo. E una lingua che stava morendo può rianimarsi.

Ma il funerale collettivo di tante altre lingue è un fatto ormai scontato. Prendiamo le tante realtà europee segnate dall’aumento  del numero degli stati membri dell'UE. Con i  recenti allargamenti che hanno portato a 23 le lingue ufficiali, senza contare poi le oltre 60 lingue parlate in alcune regioni e da gruppi specifici. Se a questo si aggiungono i fenomeni di globalizzazione e di migrazione che sempre più frequentemente interessano l'Europa è evidente che la diversità linguistica rappresenta uno dei caratteri distintivi dell'UE.

Gli studiosi del vecchio continente annunciano i funerali di una cinquantina di lingue “europee”. Si parla così della estinzione del “Faroese”, lingua germanica settentrionale parlata da circa 80.000 persone (di cui 48.000 nelle isola Faer Oer, 25.000 in Danimarca e 5.000 in Islanda). In lista d’attesa c’è poi il “Frisian”. E cioè il  “frisone settentrionale” parlato in Germania in alcune parti della Frisia Settentrionale e nelle isole di Sylt, Amrum e Fohr e in alcune isolette vicine, in pochi circondari della terraferma ed anche nell’isola di Helgoland. E qui risulta che su 164.000 abitanti delle zone della Frisia Settentrionale, 10.000 parlano ancora frisone. Esistono nove dialetti del “Frisone” settentrionale, ed alcuni di essi sono a rischio d’estinzione. Nella porzione danese della Frisia settentrionale la lingua è ormai praticamente estinta.

Brutte notizie anche dal fronte del Belgio dove entra in agonia la lingua romanza “Vallone” che oltre ad essere ancora parlata in Vallonia trova spazio in Francia, nella zona denominata «botte de Givet» (nel nord delle Ardenne), oltre a qualche piccolo centro del dipartimento del Nord (Cousolre) e negli Stati Uniti in una piccola regione del Wisconsin. C’è poi il “Romansh”, lingua neolatina, parlata in Svizzera e che ha grandi affinità col ladino e con il friulano. Secondo i dati del censimento svizzero nel 1990 vi erano ancora 66.356 persone che parlavano regolarmente “Romansh”, di cui 39.632 come lingua madre. E nel  2000  soltanto 35.095. E sempre in Svizzera stanno morendo il “Sursilvan”, parlato nella valle del Reno anteriore; il “Sutsilvan”, parlato nei territori del Reno posteriore;  il “Surmiran” nella valle dell'Albula; il “Putér” nell’Alta Engadina e il “Vallader”, parlato nella Val Mustair.

Ora se le previsioni per le lingue minori europee sono tutte in nero anche quelle che riguardano la lontana Russia mostrano zone di turbolenza. E’ il caso - lo segnala il filologo russo Kibrik - della regione siberiana “Khanty-Mansiskij”. Qui, nella tundra,  sta morendo la lingua locale. Era stata “inventata” dai sovietici nel 1930 e sino al 1950 imposta alle popolazioni locali. Funerali collettivi, quindi, in nome di una mondializzazione selvaggia che umilia sempre più particolarità e culture profondamente nazionali.

 

Omar: "Qui siamo tutti come schiavi sai quando entri, non quando uscirai"

Racconta le sue giornate da 17 ore di lavoro ininterrotto, il viaggio mezzo morto verso casa, poi tre ore di sono prima di un'altra giornata infinita a caricare cassette di frutta. Omar Hammoudi ha 34 anni ed e' algerino. ha vissuto in francia, poi in italia, dal 2005 e' stato per quasi 5 anni all'ortomercato. Ha sperato di far parte di un'impresa e ci ha lasciato dentro i suoi pochi soldi. Si e' accorto che i suoi soci erano i suoi sfruttatori e ha avuto il coraggio di denunciarli fino a vincere in tribunale. All'ortomercato sei solo uno schiavo. Entri che non e' ancora giorno e non sai quando uscirai. Inizi a lavorare alle 2 di notte e vai avanti fino a mezzogiorno, fino alle 5 del pomeriggio, fino alle 7 la sera. Fai 300 ore al mese, poi in busta paga ne trovi 30, 40, al massimo 50. Il resto e' in nero. Omar ha iniziato a lavorare in via Lombroso con la Ncm, una cooperativa che ora non esiste piu' perche', diventata simbolo del lavoro nero, e' stata sciolta. C'erano persone senza contratto, clandestini, gente senza nemmeno le scarpe anti-infortunio. Io ero uno dei soci. Mi dicevano che dovevamo fare sacrifici. Che bisognava comprare i muletti. Intanto con i soldi della societa' loro si compravano le Mercedes 320 da 48mila euro. in due anni, sono spariti quasi due miglioni di euro. A fine 2008 la Ncm viene messa in liquidazione e poco dopo, ad aprile 2009, Omar fa causa: nessuno gli ha versato contributi, straordinari, ferie, festivita', periodo di malattia. Vince. e il tribunale gli riconosce 11mila euro di risarcimento. La Ncm pero' e' ormai una scatola vuota. All'ortomercato funziona cosi': le cooperative finiscono in liquidazione, si scindono, cambiano nome: quando lo stato chiede conto dell'evasione, trova solo scatole senza patrimonio su cui rivalersi, mentre chi muove i fili del racket delle assunzioni non va mai via. "Io ho perso il lavoro. Loro sono sempre li". La vecchia Ncm e' diventata la Liberty, una delle due cooperative del consorzio City che ha bloccato la gara indetta dalla Sogemi. Gli uomini sono gli stessi. Il liquidatore della Ncm e' Gianfranco Teodorio Recchia, 49 anni, ora rappresentante del consorzio City nel ricorso al Tar. Amministratore unico della Liberty e' Stefano Tornaghi, 41 anni, ex facchino e dipendente della Ncm. "Nessuno dei vecchi amministratori e' sparito dagli stand. E i veri padroni nemmeno compaiono perche' hanno avuto condanne". Dopo il periodo alla Ncm, qualche mese di malattia non pagato per un muletto salito sul piede, Omar ha lavorato nel 2009 alla Nuova Frutta, ora anche questa in liquidazione. Un contratto di 3 mesi con 45 giorni di prova, per 24 ore settimanali."Invece iniziavo alle 3 del mattino e finivo alle 7 di sera. In 17 giorni ho fatto 237 ore. Ti dicono che c'e' la crisi, che non c'e' lavoro. Il lavoro c'e' ma fa quello di due persone. Altrimenti ti licenziano. Io per mesi ho dormito tre ore a notte. E sul camion, mentre trasportavo la frutta, mi sono addormentato due volte. I caporali ci dicevano di far risultare la sosta, che dobbiamo fare x legge e che deve risultare sulla carta tachigrafica, mentre scarichiamo la merce. Nessuno protesta. Tutti hanno paura, non possono restare senza lavoro".     "Sandro De Rccardis"

                                                                                     

Disastro sul Lambro: il petrolio è nel Po e spunta la pista appalti

di Andrea Degl'Innocenti - 26/02/2010

Fonte: Terranauta

La chiazza di petrolio che martedì notte è fuoriuscita dagli stabilimenti di Monza e si è riversata nel fiume Lambro è ormai giunta nel Po, rischiando di compromettere il suo delicato ecosistema. Intanto gli inquirenti indagano sulla pista degli appalti.

 

Po
La macchia di petrolio ha ormai raggiunto il Po.

Tutto è iniziato alle 3 e mezza di notte di martedì scorso. Qualcuno si è introdotto furtivamente nell'ex-raffineria della Lombarda Petroli di Villasanta, a Monza ed ha aperto i rubinetti delle cisterne. Il petrolio si è riversato abbondante nel piazzale del deposito ed è penetrato nei tombini percorrendo chilometri e chilometri di fognature.

 

Alle 8,30 con uno strano – a detta degli inquirenti – ritardo di 5 ore è arrivata la prima chiamata della società all'Agenzia regionale per l'ambiente (Arpa) ed è scattato l'allarme.

Troppo tardi. Il petrolio ha raggiunto e intasato il depuratore ed ha iniziato a riversarsi nel Lambro. Quando infine, intorno a mezzogiorno, l'Arpa è riuscita a fermare la fuga il disastro era più che compiuto. A nulla sono valsi gli estremi tentativi di fermare la macchia oleosa: la convocazione dell'unità di crisi, l'allestimento di barriere galleggianti l'organizzazione di un Centro operativo per la gestione del depuratore. Tutto inutile.

Sono trascorsi tre giorni e l'onda nera ha ormai raggiunto il Po, di cui il Lambro è un importante affluente. L'ennesimo sbarramento, allestito nei pressi dell'Isola Serafini è stato superato in nottata e in questo momento chiazze e veli oleosi sono segnalati nel tratto tra Cremona e il mantovano, fino ad oltre 150 chilometri dalla ex-raffineria brianzola.

La velocità della corrente spinge il deposito di petrolio sulle sponde. I danni sono già elevatissimi e rischiano di aggravarsi quando il petrolio raggiungerà il Delta.

"Questa emergenza è stata gestita con incredibili ritardi sia da parte del Governo che delle tre regioni coinvolte con sottovalutazioni e insufficienza di persone e mezzi."

Aironi
La chiazza oleosa minaccia i preziosi ecosistemi del Delta del Po, un complesso sistema di specchi d'acqua tra loro comunicanti, con tutte le specie che vi risiedono."Manca soprattutto una cabina di regia unitaria ed efficace, ma è ancora possibile intervenire per limitare i danni prima che il petrolio raggiunga il Delta e l'Adriatico
dichiara Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente.

"E’ necessario che il Governo nomini un commissario capace di gestire l'emergenza, mettendo in campo le competenze della Protezione Civile nazionale e delle aziende che operano nel settore con i mezzi per intervenire tempestivamente".

La chiazza oleosa minaccia infatti i preziosi ecosistemi del Delta del Po, un complesso sistema di specchi d'acqua tra loro comunicanti, con tutte le specie che vi risiedono. Il rischio riguarda le attività di pesca, gli allevamenti ittici e di mitili e l'approvvigionamento idropotabile, visto che l'acquedotto di Ferrara pesca da una falda alimentata direttamente dal fiume Po.

Sul fatto che si tratti di un disastro doloso sembrano non esserci dubbi: per aprire le cisterne è necessaria una serie complessa di operazioni non ascrivibile alla fatalità (sbloccare le valvole, attivare nella giusta sequenza tre comandi, attendere che gli idrocarburi vengano aspirati dal fondo e pompati in apposite tubature, infine aprire le ultime paratie).

Resta da attribuire la responsabilità dei fatti. Gli inquirenti indagano sulla pista degli appalti. Sui terreni dell'ex-raffineria infatti dovrebbe sorgere la nuova Ecocity della società di Nova Milanese “Addamiano Engineering”. In realtà più che di una città ecologica si tratta di un progetto faraonico che prevede la costruzione di appartamenti, negozi, capannoni industriali, un grande centro direzionale.

Il sospetto degli inquirenti nasce dalle difficoltà economiche in cui versano i fratelli Addamiano, proprietari della holding. Se la pista della speculazione edilizia dovesse trovare riscontri si tratterebbe di un fatto gravissimo e, a detta del Presidente della Provincia di Milano Guido Podestàsarebbe necessario porre un vincolo urbanistico su tutte le aree attorno al Lambro”. 

Una task force per il Lambro, ma il fiume nero continua la sua corsa

di Andrea Boretti - 26/02/2010

 

Fonte: Terranauta

Sono passati tre giorni dal disastro ambientale sul fiume Lambro e finalmente si muovono anche le istituzioni. Bertolaso ed il ministro Prestigiacomo hanno costituito una task force per arrestare l'ondata di gasolio. Il rischio è che ormai sia troppo tardi.
 

Confluenza Lambro-Po
Confluenza fra il Lambro ed il Po

A tre giorni dal disastro, finalmente le istituzioni si sono mosse. Bertolaso è corso a Piacenza a sorridere alle telecamere e prendere per mano la task force presieduta anche dal ministro dell'ambiente Prestigiacomo. Qui i tecnici di Enel Green Power provano a limitare i danni fermando la centrale di Isola Serfini e facendo defluire l’acqua dal basso per trattenere la massa oleosa e fermare l'ondata nera.

Peccato che forse sarà troppo tardi. Mentre i nostri dirigenti parlano, infatti, parte del petrolio e del gasolio ha già superato Piacenza e corre veloce verso l'Adriatico. L’ARPA, pur rassicurando sulla potabilità dell’acqua di rubinetto, dirama un comunicato in cui dice di non usare o bere l'acqua del fiume, ma il suggerimento sembra quanto meno superfluo.

In questa tragedia ecologica con tratti da pantomima italiana tanto è lenta e maccheronica la sua gestione, una sola è la certezza: il disastro questa volta non è imputabile a nessun evento naturale, la sua origine è dolosa.

Spiegano gli inquirenti che per svuotare le cisterne è, infatti, necessario sbloccare le valvole, attivare nella giusta sequenza tre comandi e attendere che il petrolio venga aspirato dal fondo e pompato nelle tubature.

Un'operazione non semplice che avrebbe richiesto almeno tre persone, un'operazione che non può essere il risultato della svista di un tecnico o dell'errore umano di un operaio, ma che può essere solo un gesto doloso volontario.

Al momento le motivazioni alla base dell'insano gesto sono tutte da chiarire anche se pare che sull'area ci fosse un forte interesse relativamente ad un progetto edilizio da mezzo miliardo di euro e 187mila metri quadri di terreno.

Guido
Bertolaso
Bertolaso è corso a Piacenza a prendere per mano la task force presieduta anche dal ministro dell'ambiente Prestigiacomo.

Il progetto denominato Ecocity dalla Addamiano Engineering, al momento fermo a causa di difficoltà economiche, avrebbe dovuto bonificare l'area e costruire, appunto, una città ecologica. Su questa pista e sui subappalti conseguenti stanno indagando gli investigatori.

Così mentre la macchia nera si muove verso il mare e sembra inarrestabile, un altro conto alla rovescia è iniziato, quello per salvare gli animali travolti dagli idrocarburi. Enpa e il WWF di Vanzago si stanno infatti mobilitando per recuperare e pulire i germani e le gallinelle imbrattate di petrolio, ma la situazione non è per niente di facile soluzione.

Acqua inquinata, animali imbrattati, soldi che se ne vanno, quale che sia il movente che si nasconde dietro tanta scellerataggine di sicuro l'uomo e l'Italia in questa vicenda fanno l'ennesimo passo indietro in ambito di civiltà e di ecologia.

Fa rabbia in questo senso sentire ora le parole del Presidente Nazionale dei Verdi Angelo Bonelli: “Denunciamo con profondo sdegno che il Parlamento, il 2 febbraio 2010, ha approvato una legge che depenalizza il reato di scarico industriale nelle acque. In pratica chi scaricherà inquinanti oltre i limiti consentiti dalla legge se la caverà semplicemente con una multa che va da 3mila a 30mila euro”. Senza parole.

 

 

Disinnescare la bomba immigrazione puntando sulle diversità

                      di Movimento Zero - 22/02/2010

 

I recenti scontri di strada fra differenti etnie di immigrati avvenuti a Milano in seguito all'uccisione di un 19nne egiziano da parte di sudamericani pongono ancora una volta il problema epocale del rapporto fra culture e identità rispetto all'immigrazione. Oltre la visione di sinistra (integrazione nel tessuto sociale attraverso l'assimilazione, con riduzione dell'identità originaria a folclore) e di destra (concezione dell'immigrato come forza-lavoro, con rifiuto dell'identità altrui), va anzitutto detto che la causa prima da ripensare e combattere, è il dogma della globalizzazione. Trasformando gli uomini in consumatori uniformi tutti uguali di fronte al mercato unico mondiale, la diversità deve piegarsi all'omologazione, che fa tabula rasa di appartenenze, tradizioni, memorie. In questo senso, l'emersione, sebbene violenta anzi a maggior ragione perchè violenta, di vincoli etnici nei fatti di Milano indica un segnale positivo: gli immigrati non ancora assorbiti dal blob consumista e individualista sentono forte il richiamo delle radici, e vi si attaccano nei momenti di pericolo.
La prospettiva verso cui muoversi, secondo noi, è salvaguardare il pluralismo delle culture d'origine garantendo agli immigrati la possibilità di continuare a vivere secondo i loro costumi e le loro tradizioni, anche se distanti dalla nostra visione delle cose. Un pluralismo quindi che parta dalla libera scelta per i figli degli immigrati di frequentare scuole dove si insegni la loro cultura e la loro lingua, passando per la possibilità di osservare i loro istituti familiari, civili e penali -anche se differenti dal nostro modello- fino alla libertà di organizzare il proprio culto religioso secondo i canoni e le modalità conformi alle loro tradizioni. Per far questo andrebbe superato l'universalismo giuridico tipico della visione moderna, per affermare un modello di Stato che si limiti a tutelare senza invadenza l’organizzazione di ciascuna comunità da parte dei cittadini in essa insediati, attraverso un sistema di statuti locali e di franchigie che possano garantire il rispetto delle particolarità culturali, etniche e religiose dei suoi appartenenti.

Ogm - Perché dico dieci volte no

di Carlo Petrini - 19/02/2010

Fonte: slowfood

Sintetizzare e schematizzare su un argomento complesso come tutti quelli che riguardano il cibo e l'agricoltura non è mai facile né necessariamente un bene. Tuttavia credo che possa servire un elenco delle ragioni di chi, come noi, agli Ogm dice “no”, non per posizioni ideologiche o preconcette, come amano dire coloro che pensano di essere gli unici depositari del sapere, ma per ragioni serie e motivate, peraltro condivise anche da molti ricercatori e scienziati:

1. Contaminazione. Coltivare Ogm in sicurezza, in Italia, è impossibile; le aziende sono di piccole dimensioni e non ci sono barriere naturali sufficienti a proteggere le coltivazioni biologiche e convenzionali. L'agricoltura fa parte di un sistema vivente che comprende la fauna selvatica, il ciclo dell'acqua, il vento e le reazioni dei microrganismi del terreno: una produzione Gm non potrà restare confinata nella superficie del campo in cui viene coltivata.

2. Sovranità' Alimentare. Come potrebbero gli agricoltori biologici, biodinamici e convenzionali essere sicuri che i loro prodotti non siano contaminati? Una diffusione, anche limitata, delle coltivazioni Ogm in campo aperto, cambierebbe per sempre la qualità e la situazione attuale della nostra agricoltura, annullando la nostra libertà di scegliere quel che mangiamo.

3. Salute. Ci possono essere problemi di salute per animali alimentati a Ogm.

4. Libertà. Le coltivazioni Gm snaturano il ruolo dell'agricoltore che da sempre migliora e seleziona le proprie sementi. Con le sementi Gm, invece, la multinazionale è la titolare del seme: ad essa l'agricoltore deve rivolgersi ad ogni nuova semina (poiché, come tutti gli ibridi, in seconda generazione gli Ogm non danno buoni risultati) ed è proibito tentare miglioramenti se non si pagano costose royalties.

5. Economia e Cultura. I prodotti Gm non hanno legami storici o culturali con un territorio. L'Italia basa buona parte della sua economia agroalimentare sull'identità e sulla varietà dei prodotti locali: introdurre prodotti senza storia indebolirebbe un sistema che ha anche un importante indotto turistico.

 

 

6. Biodiversità'. Le colture Gm impoveriscono la biodiversità perché hanno bisogno di grandi superfici e di un sistema monocolturale intensivo. Se si coltiva un solo tipo di mais, si avrà una riduzione anche dei sapori e dei saperi.

7. Ecocompatibilità. Le ricerche su Ogm indicano due “vantaggi”: la resistenza ad un parassita del mais (la piralide) e a un diserbante (il glifosate). Quindi, essi consentirebbero un minore impiego di chimica di sintesi; ma la piralide del mais può essere combattuta seriamente solo con la rotazione colturale, e la resistenza a un diserbante porta ad un uso più disinvolto del medesimo nei campi, dato che non danneggia le piante coltivate ma solo le erbe indesiderate.

8. Precauzione. A circa trent'anni dall'inizio dello studio sugli Ogm, i risultati in ambito agroalimentare riguardano solo tre prodotti (mais, colza e soia). Le piante infatti mal sopportano le modificazioni genetiche e questa scienza è ancora rudimentale e in parte affidata al caso. Vorremmo ci si attenesse ad atteggiamenti di cautela e precauzione, come hanno fatto Germania e Francia, che hanno vietato alcune coltivazioni di Ogm.

9. Progresso. Gli Ogm sono figli di un modo miope e superficiale di intendere il progresso. E' sempre più chiaro per consumatori, governi e ricercatori, il ruolo dell'agricoltura di piccola scala nella protezione dei territori, nella difesa del paesaggio e nel contrasto al riscaldamento globale. Invece di seguire le sirene dei mercati, la ricerca dovrebbe affiancare l'agricoltura sostenibile e mettersi a disposizione delle sue esigenze.

10. Fame. I relatori ONU dicono che l'agricoltura familiare difende le fasce di popolazione a rischio di malnutrizione. Le multinazionali invece promettono che gli Ogm salveranno il mondo dalla fame: eppure da quando è iniziata la commercializzazione (circa 15 anni fa) il numero degli affamati non ha fatto che crescere, proprio come i fatturati delle aziende che li producono. In paesi come l'Argentina o il Brasile la soia Gm ha spazzato via produzioni come patate, mais, grano e miglio su cui si basa l'alimentazione.

 

A Lezione dal Mossad di Giulietto Chiesa

Quante volte, discutendo dell'11 settembre, mi sono sentito rivolgere domande sul funzionamento dei servizi segreti e sulla loro possibile connessione con attentati terroristici. Ogni volta è difficile spiegare a pubblici inesperti come funzionano le cose. Non ne capiscono un acca nemmeno molti giornalisti. I quali, infatti, da anni corrono dietro ad Al Qaeda, che è la sigla, il logo, che non ha dietro un bel niente se non le capacità inventive della CIA, del Mossad e dell'MI-5.
Non ne capisce molto nemmeno quel degno e ammirevole intellettuale critico che si chiama Noam Chomsky, figuriamoci.

Per questo scrivo questa postilla alle istruttive rivelazioni che emergono dallo scandalo dell'assassinio, in Dubai, di Mahmoud Al-Mabhouh, uno dei principali dirigenti dell'ala militare di Hamas.

In scena, ovviamente, il Mossad, ma la firma non la si troverà mai. Gl'imbecilli che continuano a pensare che i complotti non esistono, non possono ovviamente capire un mondo dove il complotto è diventato la regola generale, inclusa la finanza e l'economia. Ma basta dare un'occhiata nel mucchio delle cose che si vedono, per capire come funzionano queste operazioni. Lasciamo stare i passaporti veri, rubati, con le foto false. A parte il fatto che il trucco ricorda da vicino quello che venne usato per rivelare le identità dei 19 terroristi presunti dell'11 settembre: questo è l'abc delle spie. Ma guarda invece chi ha partecipato all'operazione in Dubai.

Nota 1 – Il Mossad è imbottito di agenti arabi. Così come di ogni altra nazionalità immaginabile, in ogni scenario. Ma questo è solo il primo strato. Ce ne sono molti altri. Per esempio nelle indagini in Dubai sono incappati due ex funzionari della polizia politica palestinese (Ahmad Hasnain e Awar Shekhaiber). Nota l'”ex”. Lo erano. Adesso sono businessmen in Giordania. Si fa sempre così. E' la forma di outsourcing dei servizi segreti. Comunque sappiamo che il Mossad ha suoi uomini direttamente nei gangli vitali dell'Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen. La quale è interamente al soldo della CIA. Si chiama infiltrazione. E poi andate a chiede ad Hamas di fare pace con Al Fatah: se vi ridono in faccia è perché sono gentili.

Nota 2 - Ma non penserete mica che il Mossad abbia le sue mani così corte da fermarsi agli amici degli amici! Infatti ha infiltrati anche dentro Hamas. E' finito in carcere, in Siria, uno dei più vicini consiglieri di Khaled Mashaal, il capo di Hamas. L'accusa è di essere stato la talpa per liquidare Mahmoud Al Mabhouh.

Nota 3 (storica) – A parte lo stranissimo “anarchico” Gianfranco Bertoli, che tirò la bomba contro la folla che stazionava attorno alla Questura di Milano dopo il passaggio dell'allora premier mariano Rumor (“anarchico” proveniente da un kibbuz israeliano, ex agente - per ammissione esplicita di Niccolò Pollari – prima del SIFAR e poi del SID), torna alla mente la rivelazione che Giovanni Galloni, stretto collaboratore di Aldo Moro, fece dopo l'assassinio dello statista democristiano. Sono le parole pronunciate da Aldo Moro in persona prima di essere rapito e ucciso: “La mia preoccupazione è questa: che io so per certa la notizia che i servizi segreti, sia americani che israeliani, hanno infiltrati nelle Brigate Rosse, ma noi non siamo stati avvertiti di questo, sennò i covi li avremmo trovati”.

Lo ricordo perché tutti (in particolare i più giovani) si guardino dalle sciocchezze che circolano e non mi chiedano più se io penso che CIA e Mossad avessero infiltrati nei gruppi terroristici che parteciparono all'11 settembre. Certo che li avevano! E che li hanno! Dunque ogni volta che un attentato produce morte e paura ricordatevelo sempre: loro come minimo sapevano, come massimo hanno partecipato. La percentuale azionaria varia da caso a caso.
 

 

A Sud del cervello

di Massimo Gramellini - 17/02/2010

Fonte: La Stampa

Ieri sera ero a cena con Eduardo e Pirandello, e si chiacchierava dell’ultima ricerca di Richard Lynn, docente emerito e razzista ad honorem dell’università dell’Ulster, secondo cui il Sud Italia è arretrato perché i meridionali sono meno intelligenti dei settentrionali. «Per quale motivo saremmo più stupidi di lui?» ha domandato Pirandello, senza smettere di guardare Calderoli che mangiava al tavolo accanto. «Secondo l’Emerito, dipende dalla mescolanza genetica con le popolazioni del Medio Oriente». «Mo’ pure i mediorientali sarebbero stupidi?» ha chiesto Eduardo. «Sì. La tesi di Lynn è che più si scende, più si è fessi. Il friulano è più intelligente del romano, il romano del napoletano e il napoletano del siciliano, il più fesso di tutti». Eduardo ha guardato Pirandello e gli ha fatto una smorfia. «E cos’altro ha detto, ‘sto intelligentone?». «Che dal Quattrocento il Sud non partorisce figure di spicco nelle arti e nella politica». «Sulla politica non mi pronuncio» ha risposto Pirandello, «per quanto Nitti, Crispi, Moro...

Ma le arti! Ha conosciuto un intellettuale più arguto del lucano Beniamino Placido?». «No». «E il Nobel per la medicina vinto dal catanzarese Dulbecco?». «Se è per questo, signor Pirandello, il Nobel lo vinse anche lei...» «Forse ‘sto Lynn ti avrà preso per uno svedese» ha detto Eduardo al suo commensale. «A noi meridionali manca tutto, tranne l'intelligenza. Il guaio nostro è che ne abbiamo così tanta che pensiamo di poter campare solo con quella. Sarebbe meglio darne via un po’». Detto fatto, ha preso un etto della sua intelligenza e l'ha spedita in Ulster.

 

 

A L'Aquila i "tecnici" del partito dei soldi    
              
Sara' certamente vero che gli speculatori non hanno mai messo piede a L'Aquila nei lavori avviati dopo il sisma del 6 aprile 2009. E' pero' altrettanto vero che intorno alla ricostruzione post terremoto sono riemersi nomi che, dopo le inchieste nate dalle indagini della procura di Pescara sulla sanita' abruzzese, sarebbe stato difficile immaginare tra i cervelli messi al lavoro nella grande opera che dovra' ridare alla citta' lo splendore di un tempo. Per esempio Giancarlo Masciarelli. E' considerato dagli inquirenti pescaresi la mente dello scandalo sulla cartolarizzazione del debito  sanitario che nel 2008 porto' addirittura all'arresto dell'allora presidente della regione Ottaviano Del Turco, ma che riguardo' anche la passata gestione di centro destra. Nei suoi confronti proprio di recente la procura della Corte dei conti ha chiesto un risarcimento di oltre duecentomila euro per una vicenda legata alla sua presidenza dellla agenzia finanziaria regionale nel periodo che va dal 2002 al 2004. Cosi' come, secondo quanto piu' volte dichiarato dall'avvocato Carlo Taormina che lo ha assistito durante la lunga detenzione preventiva cui e' stato sottoposto nell'ottobre 2006, sarebbe sempre Masciarelli ad aver redatto un lungo memoriale (lui smentisce ma il noto penalista dice di averne una copia) nel quale avrebbe raccontato tutto il sistema della tangentopoli abruzzese. Un personaggio che nelle telefonate intercettate e pubblicate quattro anni fa, si defini ne' di destra ne di sinistra "ma del partito dei soldi". tutto ampiamente noto, anche a chi aveva il compito di assicurare che la partita della ricostruzione vedesse in campo solo attori di specchiata reputazione. E' invece, ferme restando le garanzie dovute a chi, pur avendo cumulato una serie di iniziative giudiziarie a proprio carico, non ha ancora conosciuto l'onta della condanna in sede processuale, cosi' non e' stato. Si perche' proprio quel Masciarelli e' stato nominato non piu' di quatrro mesi fa consulente di una delle piu' grandi aziende del paese impegnate nel processo di ricostruzione a L'Aquila. E' un ingegnere, ma non ha fornito prestazioni legate alla progettazione tecnica dei fabbricati. E' giusto che ha nessuno venga negata la possibilita' di collaborare alla rinascita dell'Aquila. ma e' altrettanto giusto chiedere maggior attenzione nella selezione del personale coinvolto, per evitare che poi sfugga qualcosa. (L'unita' 13/02/2010)

 

 
Partito Socialista dei Lavoratori Croato
 
Revisionismi e invenzioni degni del peggior oscurantismo medioevale

Ogni anno il 10 febbraio si celebra in Italia l'esodo e il massacro (!) degli italiani dell'Istria, del Quarnero e della Dalmazia da parte delle truppe partigiane della Lotta di Liberazione Popolare Yugoslava, negli anni immediatamenti successivi alla fine della guerra. Si parla di sradicamento nazionale degli italiani, centinaia di migliaia di espulsi, e decine di migliaia di infoibati.

Sfondo storico I popoli slavi, sotto il dominio fascista, erano privati di ogni diritto, furono vietate le lingue slave nelle scuole, i cognomi vennero italianizzati, gli impieghi pubblici affidati quasi esclusivamente ad italiani. Fu messo in atto un barbaro tentativo di sradicamento nazionale (questo si reale!) da parte del violento regime fascista.

I fatti Dopo l'8 settembre, in Istria ci fu una sollevazione, un’insurrezione di contadini (croati, sloveni e italiani) che assalirono i Municipi, le case dei fascisti, di coloro che facevano parte della milizia volontaria della sicurezza nazionale, degli agenti dell’OVRA (la polizia segreta fascista) ammazzandone parecchi nelle loro case, e alcuni gettandoli nelle foibe. L’insurrezione istriana durò per circa un mese, finché non arrivarono i Tedeschi che misero a ferro e fuoco l’Istria. Le vittime dell’insurrezione furono per la maggior parte gerarchi fascisti, ma ci sono state anche vendette personali fra gente che aveva dei conti da regolare. Molti morti ci furono tra gli stessi abitanti slavi, quindi non si può dire in alcun modo che ci sia stato un odio generalizzato verso gli italiani.

Dalle foibe furono estratte 203 salme da parte autorità nazifasciste. Nel dopoguerra, gli storici più obiettivi hanno stimato in 500 le persone infoibate dai partigiani. Oggi il termine di infoibati viene erroneamente esteso a tutti, quindi anche alle persone che furono catturate in combattimento negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, per esempio i repubblichini della Repubblica di Salò che operavano in Istria al servizio della Gestapo e dei nazisti, o in generale i caduti italiani negli scontri con i partigiani nei territori dell'Istria e del Quarnero. Inoltre gli “storici” di estrema destra, per gonfiare le cifre, inseriscono negli elenchi nominativi degli infoibati anche vari caduti in battaglia, deportati, partigiani inclusi!

Gli italiani furono la maggioranza dei giustiziati perché in stragrande maggioranza erano stati italiani i podestà, i segretari del Fascio, i detentori del potere politico ed economico, i grandi proprietari terrieri ed altri esponenti del regime. Ma non mancarono, come già detto, esecuzioni di collaborazionisti slavi.

Riassumendo, l'Istria ha subito in totale 17.000 morti tra vittime della repressione nazifascista, morti nei lager e caduti nella Resistenza armata, contro non più di 500 fascisti e collaborazionisti giustiziati dai partigiani.

Esodo Anche qui le cifre sono distorte. Se fosse vero che 350 mila persone se ne andarono dai territori in questione, non sarebbe rimasto che il 10% della popolazione locale. Gli emigrati furono in realtà 240 mila, di cui 20 mila slavi, e 40 mila funzionari venuti dall'Italia durante il fascismo. Tra gli italiani che optarono per la cittadinanza italiana (non furono “cacciati con la forza” come si vuol far credere) ci furono principalmente funzionari delle istituzioni dell'Italia fascista con le loro famiglie, che non si opposero minimamente ai crimini spietati dei seguaci del Duce. Ancora oggi in Istria c'è una forte minoranza italiana (di cui chi scrive fa parte), che conta circa 35 mila persone, e può vantare tra i suoi iscritti deputati, sindaci, assessori, vicegovernatori... Insomma non c'è stato un odio anti-italiano, semmai una forte avversione antifascista, a dimostrazione di ciò rimane il fatto che diversi italiani lasciarono l'Italia occupata dagli alleati occidentali, per trasferirsi nella Jugoslavia socialista, nella quale i diritti civili e del lavoro furono imparagonabilmente migliori, e dalla quale furono accolti a braccia aperte. Sono stati eretti inoltre molti monumenti dedicati ad eroi partigiani di nazionalità italiana.

Per approfondire:

http://www.cnj.it/PARTIGIANI/foibeistriane.htm (dello storico Giacomo Scotti)

http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3884/1/67/ (intervista a Giacomo Scotti)

Analizzando questi dati, ci troviamo chiaramente di fronte ad un tentativo di revisione e falsificazione della storia, perpetuata dal governo nazionalista delle destre, che in un colpo solo vuole rafforzare le campagne anticomunista, presente in tutta Europa, antislava, e di riabilitazione del fascismo.

Socijalisticka Radnicka Partija

Partito Socialista dei Lavoratori Croato

 

      L'ospedale e' nuovo? facciamone uno nuovissimo!

                                                                        Claudio Ferrara

 
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Foto tratta da "San Gerardo Oggi"

Per Formigoni il San Gerardo va rifatto da zero. Come Vimercate e Niguarda. Strutture che servono o megalomania?

Lo chiamano tutti ospedale nuovo. Ma per Formigoni il San Gerardo sarebbe già vecchio. Anzi vecchissimo. Al punto che sarebbe preferibile costruirne un altro ex novo piuttosto che ristrutturare quello esistente. È quello che il Governatorissimo ha dichiarato ai microfoni del tg regionale di Raitre un paio di giorni fa, prontamente ripreso dall’agenzia stampa della Regione Lombardia Notizie.
Secondo il lancio dell’agenzia, la proposta di un ospedale completamente nuovo a Monza avrebbe ricevuto una “accoglienza molto positiva” dagli enti locali, facendo confidare alla Regione in “tempi molto brevi”.
Sono molto lieto – ha detto Formigoni – che il metodo della sussidiarietà, che sempre applico nel governo della Regione, abbia dato buoni esiti anche in questa importante questione: il coinvolgimento dei vertici istituzionali del territorio, che ho voluto, ci consente ora di lavorare insieme sulla proposta che ho avanzato”.
L’idea di costruire da zero gli ospedali anche in presenza di strutture non particolarmente obsolete non è del resto nuova per la giunta regionale di centrodestra: l’ha già applicata a Vimercate, dove l’ospedale nuovo-nuovo firmato dall’archistar Mario Botta (chiamiamolo così per distinguerlo da quello, anch’esso nuovo, che una trentina d’anni fa ha affiancato l’originale struttura ultrasecolare), iniziato nel 2006, è quasi pronto e nel legnanese dove l’impresa aveva a suo tempo attirato l’attenzione critica di Report, la trasmissione d’inchiesta più audace di Raitre.
A Niguarda, invece, per ovvie ragioni logistiche la nuova struttura sorge sempre all’interno del vecchio perimetro ospedaliero e recupera in parte edifici esistenti. Ma anche qui la logica è quella di costruire il più possibile ex novo. E, con il project financing, coinvolgere i privati. Che poi sono sempre i soliti noti.
 Ai più maliziosi non è sfuggita la duplice mossa: l’annuncio di una nuova infrastruttura, di quelle che hanno particolare impatto sugli elettori come gli ospedali, a poco più di 60 giorni dalle regionali; e l’accento sulla sussidiarietà e il metodo condiviso proprio nel momento in cui la polemica sullo strapotere di Cl in Lombardia si riaccende con il clamore suscitato dal caso del direttore sanitario sospeso dalla Regione per avere ‘osato’ parlarne in un libro.
Tanto nel caso di Niguarda quanto dell’ipotetico, futuro San Gerardo, Formigoni ha posto l’accento sul fatto che non si tratterebbe semplicemente di edifici nuovi, ma piuttosto di una nuova concezione di ospedale, “che ruota intorno al paziente, anziché essere il paziente che si sposta su e giù per l’ospedale”. Come questo accada in concreto non è dato sapere: il nume ciellino non l’ha spiegato.
Da qui il sospetto che la ratio del progetto punti a soddisfare più il desiderio di Formigoni di ‘passare alla storia’, in un modo o nell’altro, piuttosto che le esigenze di efficienza del sistema sanitario. È del resto la stessa filosofia che ha guidato la realizzazione della nuova sede della Regione Lombardia, in via Melchiorre Gioia a Milano, ormai pressoché finita (martelli pneumatici 24 ore su 24, 7 giorni su 7 per due anni e mezzo, per la gioia dei residenti…). Giusto in tempo per un’inaugurazione all’italiana, a lavori ‘quasi’ ultimati. Filosofia che si riassume in architetti di grido (quindi costosissimi), ambizioni faraoniche e vantaggi dubbi. Formigoni sostiene che concentrando qui gran parte degli uffici la Regione risparmierà centinaia di migliaia di euro in affitti delle numerose sedi oggi sparse per la città. A investimento ammortizzato, forse. Di certo, invece, è sparita un’area verde (il Bosco di Gioia) in una zona che ne aveva davvero bisogno. E nonostante la vedova del proprietario dell'area avesse donato il terreno alla Regione a condizione che fosse destinato esclusivamente a verde pubblico. Per Cl, si sa, la ‘vita’ deve essere assecondata sempre e comunque. Dei morti, invece, a quanto pare ce ne si può infischiare.
La carta di Montebelluna: una moratoria sugli OGM


Fonte: agernova

 

 

“CARTA DI MONTEBELLUNA”

PROPOSTE OPERATIVE GIURIDICHE ED ISTITUZIONALI DI BIOSICUREZZA PER UNA MORATORIA ATTA AD EVITARE L’INTRODUZIONE DEGLI OGM IN ITALIA ED IN EUROPA
 
OGM:  Una minaccia irreversibile per l’agricoltura convenzionale e biologica per l’ambiente e per la salute umana ed animale

Premessa

Sono ormai numerose le evidenze scientifiche che testimoniano l'impossibilità della coesistenza tra coltivazioni OGM e non OGM, senza che le prime inquinino, irreversibilmente, le seconde.
Risulta, pertanto, inutile discutere sulla libertà di coltivazione degli OGM, dal momento che, una volta introdotti gli OGM nell’ambiente, non sarebbe più possibile coltivare nel medio e lungo periodo i vegetali naturali (convenzionali e biologici), nè si potrebbe proporre ancora il miglioramento genetico dei medesimi, non potendosi più utilizzare aree agricole non inquinate dagli OGM.
Dato, quindi, per certo l’inquinamento irreversibile del territorio, una volta introdotti gli OGM nell’ambiente, si tratta di stabilire quali dei due diritti debba prevalere: quello di chi vorrebbe continuare a coltivare il prodotto naturale (convenzionale e biologico) o quello di chi vorrebbe coltivare i vegetali GM.
Ogni altro problema in merito avrebbe un valore relativo e secondario rispetto a quello principale di stabilire quale delle due coltivazioni debba essere permessa e se una tale decisione, vista la gravità delle implicazioni che ne derivano, possa essere riservata esclusivamente al legislatore, comunitario e nazionale, ovvero non sia il caso di promuovere consultazioni della popolazione prima di scegliere il da farsi, tanto più che è la stessa Direttiva 2001/18/CE a prevedere queste consultazioni con il 10° “considerando” e gli artt. 9 e 32 (di recepimento, quest’ultimo, del Protocollo di Cartagena). Pertanto,
- considerate le continue pressioni, operate a tutti i livelli dalle multinazionali, che pretendono l’introduzione di soglie di “tolleranza” generalizzate da OGM, quale "Cavillo di Troia", per ottenere autorizzazioni alle coltivazioni transgeniche (OGM), con la certezza di una conseguente “naturale”, inevitabile ed irreversibile contaminazione di tutte le aree agricole e delle  filiere agroalimentari;
- considerata l’esperienza pluriennale dei maggiori paesi produttori di OGM (Canada, USA, Argentina, Brasile, Messico, India, Australia) che conferma l’inquinamento irreversibile del territorio e la impossibilità di far coesistere le coltivazioni OGM con le coltivazioni OGM free;
- considerata la natura non vincolante della Raccomandazione della Commissione 2003/556/CE (punto 1.5);
CARTA DI MONTEBELLUNA

- considerato il venir meno della libertà di iniziativa economica, in quanto essa non appartiene solo a chi intende coltivare OGM, ma anche a coloro che vogliono continuare a coltivare prodotti convenzionali e biologici non contaminati da OGM;

- considerata l'entrata in vigore del nuovo regolamento comunitario sull'agricoltura biologica, che consente la tolleranza di contaminazioni “accidentali” da OGM (senza etichettatura) anche nei prodotti biologici, come di quelli convenzionali, violando in tal modo la libertà dei consumatori di non alimentarsi con OGM;
- considerato il diritto consolidato e preminente di chi esercita l’agricoltura tradizionale (convenzionale e biologica) a continuare tale attività millenaria;
- considerati il rischio di erosione genetica, l’irreversibilità dell’inquinamento territoriale generalizzato e, dunque, l’inutilità, di fatto, di creare e mantenere le banche del seme, sia nazionali che regionali;
- considerata la nocività per la salute umana ed animale e per l’integrità dell’ambiente, più volte accertata in campo internazionale, con il conseguente rischio di perdere quella parte di sovranità nazionale, relativa alla tutela della salute e dell’ambiente,  alla quale l’Italia, con il Trattato di Roma, non ha rinunciato (artt. 9 e 32 Cost.);
- considerato il rischio, introdotti gli OGM, di azzerare la presenza ed il ruolo degli operatori agricoli e del mondo rurale, trasferendo, di fatto, il controllo di tutta la produzione agricola nazionale nelle mani dei pochi possessori dei brevetti OGM;
- considerato il rischio di perdere la memoria genetica di tutti gli esseri viventi (vegetali ed animali), la qualità e la varietà di ogni prodotto agricolo;
- considerata l’opposizione alla coltivazione degli OGM e alla alimentazione con gli stessi della stragrande maggioranza della popolazione italiana ed europea;
- considerato il divieto di coltivare gli OGM statuito da molti paesi europei, tra cui Grecia, Austria, Germania, Ungheria, Lussemburgo e Francia, ratificato da recenti decisioni del Consiglio dei Ministri UE;
- considerata la Politica Europea di Sviluppo Rurale 2007-2013 (sostenuta con circa 200 miliardi di €), di promozione di una agricoltura di qualità e della agricoltura biologica (ivi compreso l’allevamento animale) di protezione dell’ambiente e del ruolo multifunzionale del mondo rurale;
- considerato che, introdotti gli OGM, risulterebbe impossibile perseguire il razionale sfruttamento del suolo e la bonifica del territorio, così come imposto dall’articolo 44 della Costituzione.
Tutto ciò premesso e considerato, per scongiurare danni irreparabili alle persone, agli animali, all’agricoltura e all’ambiente, nazionali, comunitari e mondiali, derivanti dagli OGM, chiediamo al Parlamento e al Governo italiani, ai Ministri competenti, alle Regioni, alla Comunità (Parlamento,  Commissione e Consiglio dei Ministri UE), al Consiglio d’Europa e all’ONU:
“CARTA DI MONTEBELLUNA”
1. Il bando in Italia e negli Stati comunitari di ogni forma di rilascio nell’ambiente e in agricoltura degli OGM, anche a livello sperimentale, impedendo impossibili piani di “coesistenza” (commistione), sulla base del principio di precauzione, ed in applicazione  della clausola di salvaguardia (Dir. 2001/18/CE) e di sussidiarietà (art. 176 del Trattato UE).
2. La protezione del Germoplasma Autoctono e la conservazione della biodiversità, quale patrimonio comune della collettività e base fondamentale per il miglioramento genetico, generalizzando l’esclusione degli OGM (secondo quanto previsto dall’art. 4 del D.M. 18/04/2008, sul Registro Nazionale delle Varietà di Conservazione), da tutte le coltivazioni.
3. Il mantenimento della tolleranza zero, ovvero dell’assenza di OGM nelle sementi, di qualsiasi natura, prodotte, importate e commercializzate in Italia e nella Comunità.
4. L’integrazione e la modifica del D.Lgs. n. 224 del 2003 (All. VIII) di recepimento della Direttiva 2001/18/CE, che prevede la consultazione pubblica sugli OGM solo tramite sito web (internet), per rendere possibile tale consultazione pubblica sugli OGM, anche tramite l’indizione di un referendum nazionale.
5. Una moratoria, con sospensione sine die delle importazioni e del commercio di prodotti OGM e/o loro derivati, sulla base delle recenti risultanze della ricerca che hanno evidenziato pericoli per la salute umana ed animale, per l’agricoltura e per l’ambiente, in attesa di ulteriori verifiche "indipendenti" sui rischi sanitari ed ambientali. Evitando conseguentemente sperimentazioni a cielo aperto di coltivazioni OGM, che andrebbero a contaminare irreversibilmente il territorio nazionale e comunitario.
6. La revisione delle procedure per i pareri scientifici dell'EFSA, che devono basarsi su ricerche “indipendenti” e non sui dati forniti dalle stesse ditte produttrici di OGM, in palese conflitto di interesse.
7. Di stabilire l’assenza di OGM nei prodotti agricoli biologici e convenzionali, proibendo l’indicazione di limiti di rilevabilità arbitrari, che possono nascondere soglie di tolleranza.
8. L'istituzione di test di presenza/assenza “qualitativi“ per il rilevamento di qualsiasi livello di presenza accidentale di OGM nei prodotti agricoli e negli alimenti, per rispettare il diritto alla integrità delle aree agricole e dell’ambiente e alla sicurezza ed informazione dei consumatori, a garanzia dei marchi privati o nazionali che certificano la qualità dei prodotti e l’assenza di OGM (previsti dal Reg. 834/2007/CE) e per prevenire contaminazioni ed inquinamenti dei citati prodotti e del medesimo ambiente.
9. L’introduzione di sanzioni penali e civili per chi introduce gli OGM in agricoltura, nell’ambiente e negli alimenti.
10. L’introduzione di corrette e chiare procedure sulla  biosicurezza, atte ad evitare le contaminazioni accidentali da OGM nei prodotti agricoli convenzionali e biologici sulla base del diritto comunitario e della Direttiva
“CARTA DI MONTEBELLUNA”
2001/18/CE, la quale prevede che “gli  Stati membri possono adottare tutte le misure opportune per evitare la presenza involontaria di OGM “.
11. Il divieto di importare OGM per qualsiasi uso o destinazione sotto forma di semi vivi, ad esclusione di quelli devitalizzati, per evitare rischi di contaminazione ambientale.
12. Di sostenere azioni legali collettive (Class Action) promosse da produttori e consumatori e da associazioni di categoria per la tutela della salute, della integrità delle aree agricole e dell’ambiente, relative ai danni che gli OGM arrecano agli stessi.
13. Di promuovere azioni presso la Corte Costituzionale per tutelare i diritti dei cittadini relativi alla salute e alla integrità dell’ambiente (artt. 9 e 32 della Cost.), limitati, danneggiati e violati dalla introduzione degli OGM nei prodotti agricoli, nell’ambiente e negli alimenti.
14. Di tutelare l’integrità della Memoria Genetica di tutti gli esseri viventi (DNA), vegetali ed animali, regolata da leggi fisiche naturali perfette e sancita dalla dichiarazione dei diritti dell’uomo, adoperandosi per un bando mondiale degli OGM, eventualmente ricorrendo al Tribunale Internazionale per i Diritti Umani. 
15. Di promuovere lo sviluppo di alternative Agroecologiche praticabili (agricoltura biologica) in linea con i recenti Programmi Europei di Sviluppo Rurale Agroambientale e gli impegni del protocollo di Kyoto, contrastando recepimenti regionali non conformi con gli obiettivi di sostituzione degli inputs chimici in agricoltura (Relazione 3/2005 del Corte dei Conti UE).
16. La presentazione di DDL e di proposte di legge per l’introduzione di norme che statuiscano l’indizione di referendum consultivi nazionali sugli OGM prima della loro introduzione nel territorio.
17. Di promuovere una indagine interparlamentare approfondita su quanto evidenziato da Marie-Monique Robin nel libro “Il mondo secondo Monsanto” che riferisce fatti sugli OGM di inaudita gravità.
18. Di ricorrere alla magistratura competente nazionale o internazionale per il disconoscimento dei diritti di brevetto sul DNA, dal momento che i cosiddetti geni (frammenti di DNA) non sono invenzioni ma scoperte e rappresentano, pertanto, un patrimonio inalienabile dell’intera umanità, tenendo anche conto della instabilità sia degli OGM, sia del DNA, nei più volte richiamati prodotti al contrario di quanto dichiarato e previsto nei citati brevetti e anche al fine di scongiurare il pericolo che pochi soggetti si impadroniscono a livello nazionale e mondiale della intera catena agro-alimentare.
19. Di rendere noto alla collettività che il DNA transgenico inquina, irreversibilmente, anche altre specie appartenenti a tutta la Biosfera, superando ogni barriera naturale, attraverso il trasferimento genico orizzontale (TGO), che per il DNA transgenico (assai instabile) è molto più frequente di quello relativo al DNA naturale. In particolare, il TGO del DNA transgenico, a causa della sua alta instabilità e capacità di ricombinazione, è 1000 volte più frequente rispetto al TGO del DNA naturale. Ciò provoca, tra l’altro, la creazione di nuove specie o razze di patogeni e quindi nuove
“CARTA DI MONTEBELLUNA”
malattie. In concreto, la contaminazione dalle colture OGM a quelle non OGM non avviene solo attraverso l’inquinamento meccanico e l’impollinazione, ma anche, in modo ancora più subdolo, attraverso il TGO. Aspetto, questo, ignorato proprio perché invisibile e non conosciuto, non solo dagli agricoltori ma anche dai cd “esperti”. Ciò conferma che la coesistenza di colture convenzionali e/o biologiche con colture geneticamente modificate è praticamente impossibile.
Firmatari:
Giuseppe Altieri,  Agroecologo - AGERNOVA
Enrico Lucconi, Direttore ASSEME
Michele Trimarchi, Presidente ISN, Candidato Premio Nobel per la Pace 1986
Pietro Perrino, Direttore di Ricerca CNR – Ex. Istituto del Germoplasma di Bari
Dario Fo, attore, premio Nobel per la Letteratura 1997
Miguel  A. Altieri, Agroecologo – Università di Berkeley (California)
Peter Rosset, Ricercatore – Globalalternatives - ONG
Clara Nicholls, Ricercatrice – Università di Davis (California)
Giorgio Celli, Entomologo – Università Bologna
Franca Rame, attrice
Federico Fazzuoli, Giornalista Televisivo
Giuseppe Nacci, Medico
Manuela Malatesta, Ricercatrice – Università di Verona
Morando Soffritti, Ricercatore - Istituto Oncologico Ramazzini Bologna
Mimmo Tringale, Direttore AAM Terra Nuova
Marina Mariani, Docente Politecnico per il Commercio - Milano
Franco Libero Manco, Ass. Vegetariana AVA
Maria Teresa Maresca, Medico Naturopata
Stefano Maini, Entomologo - Università di Bologna
Giovanni Burgio, Entomologo - Università di Bologna
Claudio Porrini, Gruppo protezione dell’Ape - Università di Bologna
Paolo Radeghieri, Ricercatore - Università di Bologna
Luigi Paoletti, Docente - Università di Padova
Costantino Vischetti, Chimico - Università di Ancona
Tiziano Gomiero, Ricercatore – Università di Padova
Antonella Gasparetti, Biologa - Agernova
Graziella Picchi, Autrice dell’Atlante dei Prodotti Tipici Italiani
Daniela Commendulli, Presidente Associazione SUM (Stati Uniti del Mondo)
Roberto Zanoni e Fabio Brescacin, ECOR – NATURA SI
Maurizio Gambini, Presidente Consorzio Terra Bio - Urbino
Gianfranco Campana, Presidente AIAB Toscana
Sasha Lucibello, Presidente CTPB (Coordinamento Toscano Produttori Biologici)
Franco Pedrini, Presidente Associazione Italiana per l’Agricoltura Biodinamica
ASCI (Ass. Di Solidarietà per la Campagna Italiana)
Loris Asoli e Bruno Sebastianelli, Coop. La Terra e il Cielo
COOP. AGRILATINA
Massimo Fioroni, PROMETEO
Antimo Zazzaroni, Presidente Istituto di Medicina Naturale di Urbino
Vittorio Marinelli, Presidente e Marco Tiberti, Ass. European Consumers - Roma
Patrizia Gentilini, Oncologa
 “CARTA DI MONTEBELLUNA
Bruno Fedi, Medico
Giovanni Malatesta, Fisico ed Agricoltore
Gaspare Buscemi, Enologo Artigiano
Valdo Vaccaio, Nutrizionista
Sonia Toni, Giornalista
Valeria Rossi, Editrice e Giornalista
PANTA REI, Centro di Educazione Ambientale
Maria Giovanna Notarianni, Giornalista Presidente Ass. Tensegrita
ISTITUTO  MARENOSTRUM – Austria
Roberto Romizi, Presidente Associazione Medici per l'Ambiente - ISDE Italia”
ARIANNA EDITRICE - Bologna
EDILIBRI – Milano
RADIO GAMMA  5 – Padova
Valdo Vaccaio, Naturopata
Carmen Somaschi, Presidente AVI (Associazione Vegetariana Italiana)
Nerina Negrello, Pres. Lega Naz. Contro Predazione d’Organi Morte a Cuore
Battente
Le DONNE dell'AED, Associazione Educazione Demografica
Associazione Malattie da Intossicazione Cronica e/o Ambientale (A.M.I.C.A.)
Anna Maria Fritz, Federazione Diritto Libertà di Cura-Onlus
Giancarlo Ugazio, Ordinario di Patologia Generale Torino dal 1976 al 2007.
Antonio Gagliardi, Presidente Associazione Elettrosmog - Volturino (FG)
Ciro Aurigemma, Psicologo ISN, Resp. AVI Ecologia, Co.to Ecologia Mandor Pace
Filippo Lolli, Architetto Presidente Ass. Uomambiente
Antonio Avano, Architetto – Napoli
Antonio Mercogliano, Avvocato – Napoli
Stefania De Toma, Avvocato – Matera
Massimo Pumilia, Economista politico – Contursi Terme (Salerno)
Carlo Sechi, Presidente BIOZOO - Sassari
Stefano Montanari, Ricercatore sulle nanoparticelle
Nadia Simonini, Naturalista – Lucca
Oreste Magni, Ecoistituto della Valle del Ticino
Gian Luca Garetti, Medico - Vicepresidente ISDE Firenze
Roberto Topino, Medico specialista in Medicina del Lavoro - INAIL, Torino
Rosanna Novara, Biologa Dottore di Ricerca in Oncologia, Torino
David Fiacchino, GAS Valli Misa e Nevola (Ancona)
Cesare Ferzi, Documentarista – Potenza
Roberto Paolillo, Architetto – Paestum (Salerno)
Carlo Faiello, Musicista della Tradizione
Elena Ledda, Musicista della Tradizione
Sandro Lazzeri, Musicista Classico e della Tradizione
Riccardo Esposito Abate e le Donne della Tammorra, Musicisti
Girogio Donati, Attore
Mario Pirovano, Attore
Gelsomino Casula, Maestro Scultore – Salerno
 

"La diplomazia sporca di Frattini ed i bambini della Palestina".

http://www.infopal.it/leggi.php?id=13474

Di Giancarlo Chetoni.

http://byebyeunclesam.wordpress.com/2010/02/02/la-diplomazia-sporca-di-frattini-ed-i-bambini-della-palestina/.
 

Sappiamo per certo che nella sesta tappa della trasferta africana il ministro degli Esteri Frattini ha promesso al Cairo al suo omologo Abul Gheit un ragguardevole ma non ancora precisato contributo dell’Italia per allungare l’estensione del muro d’acciaio che Mubarak sta facendo costruire sul confine della Striscia di Gaza, con l’assistenza finanziaria del Dipartimento di Stato e di ingegneri USA.
Un progetto che prevede la messa in opera di una condotta d’acqua parallela con prelievo dal mare prospiciente la costa mediterranea per allagare, con conseguenti frane, eventuali gallerie che dovessero essere scavate a profondità superiori allo sbarramento in putrelle di acciaio (spessorato), destinate ad essere inserite nel terreno fino a una profondità di 30 metri. Con l’espressione da parte italiana di un particolare ringraziamento per “l’azione intrapresa dal governo egiziano contro l’organizzazione terrorista di Hamas“, accusata per l’occasione da Frattini di usare gli attraversamenti sotterranei per contrabbandare armi leggere e pesanti dal Sinai con la complicità di Sudan, Eritrea ed Iran.
Un contrabbando – avrebbe sottolineato il titolare della Farnesina – suscettibile di incrinare i rapporti del Cairo con Gerusalemme sulla frontiera tra i due Stati ed attentare alla sicurezza di Israele.
Frattini avrebbe parlato con Abul Gheit anche della minaccia del governo Netanyahu, fatta trapelare dai quotidiani israeliani, di occupare militarmente un fascia di 1 km di territorio egiziano in corrispondenza del valico di Rafah per “stroncare l’approvvigionamento illegale di armi offensive, in particolare di razzi con una gittata superiore ai 30 km“.
Nell’agenda di Frattini anche l’invito al ministro degli Esteri Abul Gheit ad incrementare le pressioni su Hamas per la liberazione del soldato Shalit, uno scambio di opinioni sulla possibilità di rafforzare la presenza navale del Cairo in prossimità del Golfo di Aqaba e nello Stretto di Bab el Manded, la possibile partecipazione di un contingente militare egiziano all’AMISOM (ormai asserragliata a Villa Italia) a Mogadiscio.
Altro argomento dei colloqui è stata la stabilità interna del regime egiziano minacciato, si è sostenuto concordemente, dall’insediamento nel Paese del Nilo di nuclei terroristi di Al Qaeda che potrebbero agire in collaborazione con i Fratelli Musulmani per avversare il passaggio della consegna dei poteri tra l’attuale presidente Mubarak ed il figlio Gamal, un ricchissimo uomo d’affari con le mani in pasta in banche, appalti e concessioni di Stato, al momento di un grave impedimento o della morte della “vacca che ride“.
Un azzeccatissimo nomignolo affibbiato dagli egiziani al Rais, che la dice lunga sulla popolarità del padre-padrone dell’ Egitto con le mani lorde di sangue.
Il 4 maggio 2009, Hosni Mubarak ha festeggiato il suo 80° compleanno in una clinica di cura negli Stati Uniti e nel 2011, quando ci saranno le nuove “elezioni presidenziali“, ne avrà 83 dopo aver “acquisito“ con un’altra elezione farsa il 5° mandato nel settembre 2005 ed essere ininterrottamente al potere dal 1981, reduce da una guarigione causata da ferite multiple da arma da fuoco il 6 ottobre 1981, per essere stato a fianco come capo di Stato maggiore dell’aeronautica al pagliaccio Sadat, colpito a morte dalle raffiche di AK-47 di Khalid al-Islambuli.
Tre in meno dell’invadente ed ormai schieratissimo (con le guerre di USA, Israele e NATO) presidente della Repubblica delle Banane Giorgio Napolitano, meglio conosciuto come “O’ Sicco“.
Anche se le agenzie di stampa, i quotidiani e le tv glissano sul “problemino”, Mubarak tiene in galera da 29 anni un numero variabile ma enorme di avversari politici appartenenti per lo più alla Lega dei Fratelli Musulmani, che godono di un larghissimo consenso politico e sociale in un Paese ormai ridotto alla fame e dilaniato da una ciclopica corruzione.
Un Paese scosso da ricorrenti manifestazioni popolari e sindacali represse, ogni volta nel sangue dalle forze speciali antisommossa.
La sola “rivolta del pane” del 21 marzo 2008 ha lasciato sul terreno nell’intero Egitto centinaia e centinaia di morti e migliaia di feriti. Sui promotori delle manifestazioni si è scatenata una brutale e protratta repressione giudiziaria, anche con condanne all’ergastolo od alla pena di morte.
Eppure… quando arriva in Italia Mubarak è sempre un ospite graditissimo sia a Palazzo Chigi che al Quirinale.
Le istituzioni dell’Italietta sanno fare fuoco e fiamme per i “domiciliari“ di San Suu Kyi in Myanmar ma non muovono foglia per
Abu Omar sottoposto a carcere duro e torture in Egitto.

Anzi fanno di più e di ben peggio per coprire la faccenduola.
Ricorrono al segreto di Stato prima con l’Ulivo-PD di Prodi e poi con il PdL di Berlusconi.
Per la “vacca che ride“ tappeti rossi e guanti bianchi. Per la sofferenza che si legge negli occhi od il dolore che esce dalle labbra di un solo bambino palestinese denutrito, malato od amputato da sostenere, curare o riabilitare al Mayer di Firenze od al Gaslini di Genova, c’è ormai da anni una gelida, raccapricciante indifferenza sia della “politica” che delle “istituzioni”.
Un’Italia alla bancarotta etica, sociale ed economica, sempre più vicina al baratro dell’irrilevanza, della marginalità.
Una rimozione suggerita dalla vigliaccheria che un gesto di solidarietà, di genuina umanità, possa essere interpretato da “Israele“ come “iniziativa non gradita“? O cos’altro di inconfessabile?
I bambini di Haiti, e ne siamo felici, avranno un piano di vasta tutela della Protezione Civile di Bertolaso; quelli di Gaza terremotati, travolti dalle bombe degli F-15 e degli F-16 non potranno usufruire, in eguale stato di urgente necessità, di una sola ospedalizzazione disposta da Palazzo Grazioli.
Pur destinando 2.800 milioni di dollari all’anno al Cairo in aiuti finanziari ed economici e 1.400 in un assistenza militare “drogata“ finalizzata a mantenere inalterata la schiacciante superiorità di Gerusalemme sul Cairo (stampare carta moneta costa poco o nulla), gli Stati Uniti non riescono a ridurre il rischio di un passaggio traumatico dell’Egitto nel fronte delle Nazioni autenticamente Libere.
Sia Washington che Bruxelles considerano Mubarak un alleato indispensabile in Medio Oriente per mantenere intatta la sicurezza di “Israele“ sul fronte del Sinai e Frattini fa quello che può per tenere in piedi la precarissima stabilità della baracca del Rais.
Stando a quanto esce dalla Farnesina, il (nostro) ministro degli Esteri avrebbe assicurato che in caso di disordini su ampia scala in Egitto, fomentati da organizzazioni interne ostili al governo del Cairo, l’Italia si attiverà anche a livello mediatico, europeo ed ONU per contribuire al ristabilimento della “sicurezza internazionale“.
Egitto ed Italia sono inoltre completamente d’accordo nel valutare preoccupante il “change“ avvenuto nella struttura di comando dei Fratelli Musulmani, che è passata il 25 gennaio dall’“attendista“ Muhammed Mahdi Akef all’“estremista“ Muhammed Badee.
Un nuovo Capo Supremo totalmente sganciato da qualsiasi condizionamento politico sul piano interno egiziano ed in aperta rotta di collisione con l’Occidente.
A quanto pare, Frattini avrebbe promesso ad Abul Gheit di adoperarsi a Bruxelles per diminuire l’importo dei finanziamenti che l’Unione Europea destina alla popolazione della Striscia di Gaza con finalità “umanitarie“, a facilitare in ogni modo possibile un canale diplomatico per il rilascio del soldato Shalit integrando, se necessario, la trattativa portata avanti dalla Germania e dall’Egitto, chiudendo naturalmente un occhio sui 18.500 detenuti palestinesi, dai 14 ai 75 anni, reclusi in condizioni di carcere duro nelle galere dell’“unica democrazia realizzata del Medio Oriente”, come ci ha anticipato e fatto sapere Berlusconi prima di volare a Gerusalemme per una “visita storica“.
Il blocco delle forniture di gasolio per la centrale di Gaza che fornisce elettricità al 70% di 1.5 milioni di abitanti è ormai esecutivo e, a quanto sembra, irreversibile. Un nuovo embargo dopo quello alimentare, di materiale sanitario ed edile finalizzato a scatenare il malcontento tra la popolazione e l’implosione organizzativa, politica e militare di Hamas legittimata al governo da elezioni apparse agli osservatori internazionali libere e del tutto trasparenti.
Intesa di Frattini con Gheit anche per la continuazione della gestione dei fondi dell’Unione Europea ad “Israele“ che li taglieggia senza controllo e impone arbitrariamente tempi biblici per convogliarli a destinazione attraverso i valichi di frontiera, stabilendo arbitrariamente cosa del necessario e dell’indispensabile debba essere trasferito o no al martoriato lembo di terra di Gaza.
Libri, quaderni, cd, materiale da cancelleria e didattico per gli alunni di scuole elementari e medie palestinesi sono soggetti ad embargo totale dalle autorità sioniste con la motivazione, accettata dall’Unione Europea, che possa servire ad Hamas per… costruire campagne di odio contro Gerusalemme.
Per capire la portata dei crimini contro l’umanità attuati da “Israele“ contro la popolazione della Striscia di Gaza e nella Cisgiordania Occupata è sufficiente consultare, giorno per giorno, ora per ora
infopal.

Giancarlo Chetoni

 

Il sequestro di Haiti di JOHN PILGER
johnpilger.com/

Il sequestro di Haiti è stato rapido e grossolano. Il 22 gennaio gli Stati Uniti hanno ottenuto il “formale beneplacito” delle Nazioni Unite di impossessarsi dei porti ed aeroporti di Haiti, e di “mettere in sicurezza” le strade. Nessun Haitiano ha firmato questo accordo, che non ha niente di legale. Regna l'egemonia, col blocco navale americano e l'arrivo di 13.000 marines, forze speciali, spie e mercenari, nessuno di questi addestrati ai soccorsi umanitari.
L'aeroporto della capitale Port-au-Prince è adesso una base militare americana e i voli di soccorso sono stati dirottati sulla Repubblica Dominicana. Per tre ore, tutti i voli sono stati sospesi all'arrivo di Hillary Clinton. I feriti gravi haitiani hanno dovuto aspettare mentre 800 residenti americani di Haiti venivano sfamati ed evacuati. Sei giorni sono trascorsi prima che l'aviazione statunitense paracadutasse bottiglie d'acqua alla gente assetata e disidratata.
Le prime notizie televisive sono state fondamentali nel dare l'impressione che ci fosse un diffuso caos criminale. Matt Frei, l'inviato della BBC da Washington, sembrava sul punto di soffocare mentre sbraitava circa la “violenza” e il bisogno di “sicurezza”. Nonostante la manifesta dignità delle vittime del terremoto e il visibile sforzo di gruppi di persone che da sole cercavano di soccorrere la gente, e persino nonostante l'opinione di un generale americano secondo cui gli episodi di violenza ad Haiti erano notevolmente diminuiti dopo il terremoto, Frei affermava che “il saccheggio è la sola attività” e che “la passata dignità di Haiti è ormai dimenticata”. In questo modo la provata storia di aggressione e sfruttamento degli USA ad Haiti è passata alle vittime. “Non c'è dubbio”, asseriva Frei dopo l'invasione americana dell'Iraq nel 2003, “che il desiderio di portare il benessere, di portare i valori americani al resto del mondo, e in questo particolare momento in Medio Oriente... è ora sempre più legato al potere militare”.
In qualche modo aveva ragione. Non era mai successo che durante un periodo di cosiddetta pace, le relazioni umane fossero militarizzate da un potere così rapace. Mai prima d'ora un presidente americano e il suo governo erano stati così subordinati all'establishment militare dei suoi screditati predecessori com'è successo a Barack Obama. Nel proseguire la linea politica di guerra e dominio di George W. Bush, Obama ha ottenuto dal Congresso un budget militare senza precedenti, superiore ai 700 miliardi di dollari. Di fatto Obama è diventato il portavoce per un golpe di tipo militare.
Per il popolo di Haiti i risvolti sono chiari, benché grotteschi. Con i militari USA che controllano il loro Paese, Obama ha designato George W. Bush come “coordinatore dei soccorsi”; una facezia certamente presa dal libro “The Comedians” di Graham Greene, ambientato nell'Haiti di “Papa Doc” Duvalier. Quand'era presidente, i soccorsi che Bush predispose dopo l'uragano Katrina del 2005 si sono trasformati in una sorta di pulizia etnica di molti abitanti neri di New Orleans. Nel 2004 Bush ordinò il sequestro di Jean-Bertrand Aristide, il primo ministro di Haiti, eletto democraticamente, e lo esiliò in Africa. Aristide aveva avuto la temerità di promulgare modeste riforme, come il salario minimo per i lavoratori sfruttati nei laboratori di Haiti.
L'ultima volta che mi trovai ad Haiti, vidi giovanissime ragazze prone davanti a sibilanti e ronzanti macchinari dello stabilimento Superior Baseball di Port-au-Prince. Molte avevano occhi gonfi e braccia lacere. Estrassi la macchina fotografica e venni buttato fuori. Haiti è dove l'America produce l'occorrente per il suo sacro sport nazionale, a costi irrisori. Haiti è dove la Disney fabbrica i suoi Mickey Mouse pigiama, a costi irrisori. Ad Haiti gli USA controllano lo zucchero, la bauxite e la sisal. Alla coltivazione del riso è subentrato riso americano d'importazione, così la gente dei campi ha dovuto traslocare nelle città in case fatiscenti. Anno dopo anno Haiti è stata invasa da marines con l'infame nomea di specialisti in atrocità dalle Filippine all'Afghanistan.

 

Un altro comico è Bill Clinton, dopo aver ottenuto di rappresentare le Nazioni Unite ad Haiti. Un tempo il preferito della BBC, “Mr Nice Guy... portatore di democrazia ad una triste e tribolata terra”, Clinton è il più famoso filibustiere di Haiti; impose la deregolamentazione dell'economia a beneficio dei baroni dello sfruttamento. Di recente ha promosso un accordo di 55 milioni di dollari per trasformare il nord di Haiti in un parco-giochi per turisti americani.
Ma la costruzione dell'edificio della quinta più grande ambasciata statunitense a Port-au-Prince non è per turisti. Decine di anni fa, nelle acque di Haiti è stato trovato il petrolio, e gli USA lo stanno tenendo di scorta per quando i pozzi del Medio Oriente cominceranno ad esaurirsi. Ma nell'immediato un'Haiti occupata ha un'importanza strategica per i progetti di Washington in America Latina. Lo scopo è di rovesciare le democrazie popolari di Venezuela, Bolivia ed Ecuador, controllare le abbondanti riserve di petrolio del Venezuela e sabotare il crescente consenso e la cooperazione che in quelle zone ha dato a milioni di persone il loro primo assaggio di una giustizia economica e sociale a lungo negata dai regimi sponsorizzati dall'USA.
Il primo vantaggioso successo arrivò lo scorso anno con il golpe ai danni del presidente dell'Honduras, Jose Manuel Zelaya, che aveva “osato” introdurre il salario minimo e la tassazione dei ricchi. Il sostegno segreto di Obama per il regime illegale è un chiaro monito per i governi vulnerabili dell'America centrale. Lo scorso ottobre il regime colombiano, da tempo sul libro paga di Washington e protetto da squadoni della morte, ha consegnato agli USA sette basi militari che, secondo documentazioni dell'aviazione americana, servirebbero per “combattere i governi anti-USA sul territorio”.
La propaganda dei mezzi di comunicazione ha già preparato il terreno per quella che potrebbe benissimo essere la prossima guerra di Obama. Il 14 dicembre 2009, alcuni ricercatori della UWE di Bristol hanno pubblicato per la prima volta uno studio sui documentari della BBC sul Venezuela. Su 304 servizi della BBC, soltanto tre indicavano le riforme storiche introdotte dal governo Chavez, mentre la maggior parte screditava lo straordinario record democratico di Chavez, al punto da paragonarlo ad Hitler.
Queste falsificazioni e una servile attitudine nei confronti del potere occidentale abbondano tra le corporazioni mediatiche anglo-americane. La gente che lotta per una vita migliore, o per la vita stessa, dal Venezuela all'Honduras, ad Haiti, merita il nostro sostegno.

John Pilger
Fonte: www.johnpilger.com/
Link:: http://www.johnpilger.com/page.asp?partid=564
28.01.2010

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da GIANNI ELLENA

Cooperative sociali di tipo B: quando sul tetto non ci si immagina neanche di poter salire

Una lettera-denuncia sulla situazione nelle cooperative inviata e messa in circolazione da www.resistenze.org

Le cooperative sociali sono una trappola. Con la legge 381 del 1991, reinserimento lavorativo di persone svantaggiate, sia per l’operatore “normale” che per il “reinserito”, si sono raggiunti limiti inimmaginabili: orari pazzeschi, salari da fame, contratti inesistenti, ricattabilità a 360°.

E tutto ciò non per effetto della crisi, no. Tutto ciò dura da vent’anni sotto gli occhi di tutti voi. E con la vostra approvazione. La legge avrebbe dovuto essere, a mio parere, temporanea. In realtà si è rivelata la “gallina dalle uova d’oro” .

Le cooperative sociali di tipo B hanno impiegato per anni ed attualmente impiegano, soggetti così detti svantaggiati a un costo più basso, notevolmente più basso, di qualsiasi altro dipendente, con sgravi fiscali unici nel genere e con il nobile intento della riabilitazione, della restituzione della cittadinanza, della solidarietà.

Nulla di più falso: una volta per tutte basti pensare che tra i soggetti svantaggiati vi sono le donne sole con figli, impiegate per l’80% nelle pulizie delle scuole che, notoriamente, si fanno dopo le 16.30 del pomeriggio, orario in cui anche i loro figli escono dalla scuola. Così essendo sole, svantaggiatamene sole, risolvono il problema di un reddito minimo, estremamente minimo, per crearsene un altro, che non possono risolvere pagando una baby sitter......

Da anni, ormai, nelle scuole, non si trova una bidella dipendente statale. Costa troppo. Gli handicappati, gli ex detenuti, le nigeriane della tratta con figli, i matti, costano MOLTO meno.

E non sanno che possono avere dei diritti anche loro, perché per loro un lavoro, magari part time spezzato 2 ore al mattino 3 alla sera, è già un traguardo inimmaginabile.

La cooperazione sociale nasce con e per quelli che ora si chiamano “utenti” a cui viene concessa l’occasione rara e l’opportunità di vivere un processo di cambiamento personale e di protagonismo collettivo in modo che possano scoprire di possedere una forza grossa e dirompente nelle proprie mani: la collettività, il bene comune, la mutualità, la progettualità collettiva.

Insomma , scoprire di avere una chance come essere umano. Peccato che questa chance non sia mai stata gratuita, ma pagata a caro prezzo. Peccato che siano solo belle parole.

La flessibilità stile elastico e la disponibilità tipiche della formula cooperativistica, sono state esaltate con l’argomento dell’alta finalità sociale dei servizi gestiti e di una presunta migliore qualità intrinseca, rispetto ai servizi gestiti direttamente dall’amministrazione pubblica; tutto ciò ne ha fatto una risorsa più che appetibile in questi ultimi venti anni. Una risorsa da sfruttare.

Ora il sistema di governo attuale, sicuramente più spietato, ma anche più coerente con le proprie finalità, scavalca la cooperazione sociale in tutti i modi ormai da tempo.

Prima con l’equiparazione della cooperazione sociale alla comune impresa, legge 118/2005 con grande scandalo, ma nessuna reazione concreta, da parte della sinistra , ma neanche della cooperazione sociale, poi cercandone l’annientamento in tutti i modi, come quello della circolare del 14 dicembre 2009 del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca scientifica, arrivata nelle scuole di tutta Italia il 21 dicembre 09, a vacanze iniziate, contenente le “Indicazioni riepilogative per il Programma annuale delle istituzioni scolastiche per l'anno 2010”.

Tale circolare prevede per i servizi di pulizia ed altre attività ausiliarie nelle scuole (in particolare dell'infanzia e della primaria) la conferma dei contratti “nella misura massima del 75% del corrispettivo pattuito” con un taglio effettivo del budget del 25% a partire dal 1 gennaio 2010, giustificando la drastica riduzione di fondi con la necessità di coprire le spese per le supplenze.

Banchi ed aule più sporche in cambio di supplenze garantite. A Torino si parla di circa 300 esuberi, 3000 in tutta Italia. Sono tutti appalti “in essere” cioè in atto ed in capo alla cooperazione sociale di tipo B. “Si tratta di fasce deboli, donne monoreddito, spesso con figli a carico, oltre a persone con difficoltà d´inserimento. Anche il paracadute della cassa in deroga è uno strumento che garantisce il 60 per cento di quanto si guadagna e gli stipendi del settore sono bassi” dicono i giornali.

Gli stipendi bassi sono di circa 700 euro a tempo pieno, ma nessuno lavora a tempo pieno in cooperativa sociale! Si guadagna circa 500 euro al massimo!

In tutto ciò pagheranno come sempre i più deboli dei deboli. Pagheranno, come sempre hanno pagato e come da sempre accade nella cooperazione sociale dalla sua nascita ed in tutte le vicissitudini burocratiche e governative che ha passato in questi 20 anni.

Come in ogni impresa anche nelle cooperative i lavoratori pagano le logiche del capitale e come sempre le centrali cooperative (LegaCoop e ConfCooperative) lanciano l’allarme. Ma un allarme che, come sempre, non riguarda mai le poltrone di capi, capetti, presidenti, istruttori, capi cantiere, che la logica cooperativistica non hanno mai saputo cosa realmente fosse. E’ un allarme che riguarda i “miserabili”.

Quelli che la cooperazione sociale in primis sfrutta ed utilizza in nome della solidarietà e del bieco pietismo. Per loro, quindi, nulla in realtà cambia.

Forse però, di fronte ai licenziamenti previsti, paradossalmente possiamo affermare che questo governo con la sua intenzione di annientare la cooperazione sociale, si comporta in modo “pedagogicamente riabilitativo” più di quanto non abbia mai fatto la stessa cooperazione: impareranno a salire sui tetti coloro che non sanno e non hanno mai saputo, di esserne capaci?

M.L.

Materiali sull’argomento:

Comunicato LegaCoop

www.legacoop.it/visualizza_news.aspx?id_news=5018

Indicazioni riepilogative per il Programma annuale delle istituzioni scolastiche per l’anno 2010
www.info-scuole.it/doc/contabilita/mpi_nota_9537_2009-1.pdf

Appalti storici: sciopero 21 gennaio
www.cgilsiena.org/index.php/2010/01/15/appalti-storici-pulizia-scuole-giovedi-21-gennaio-sciopero-regionale/

 

I re magi non sono arrivati in Italia [Terra Magazine]
Se i Re Magi si presentassero oggi in Italia sarebbero bloccati alla frontiera. Melchiorre veniva dalla Mesopotamia, l’attuale Iraq; Gaspare era russo; Baldassarre era nero e veniva dallo Yemen. Per dare maggior forza alla metafora, l’arcivescovo di Agrigento ha fatto affiggere un cartello sul presepe allestito all’interno della cattedrale cittadina: “Avvisiamo che quest’anno il bambino Gesù non riceverà alcun regalo: i Re Magi non arriveranno perché sono stati bloccati alla frontiera insieme ad altri migranti”.
In Italia si è parlato molto di emigrazione durante queste feste natalizie. Se ne sono occupati il Papa, il presidente Napolitano e i vescovi. Il principale quotidiano del paese, Il Corriere della Sera di Milano, ha allegato un libro sull’emigrazione clandestina italiana all’inizio del secolo scorso. Gente che è emigrata negli Stati Uniti, in Canada, in Brasile, senza documenti.
E’ un libro interessante, che raccoglie i reportage di un giornalista del Corriere, Eugenio Balzan, che nel 1901 viaggiò insieme ai migranti italiani che andavano in Canada per descrivere le loro esperienze e le durissime condizioni in cui vivevano. Reportage che dimostrano la falsità delle teorie di molti xenofobi italiani, che sostengono che l’emigrazione italiana è sempre stata legale e cristallina.
Nel 1987, la Fondazione Giovanni Agnelli pubblicò una grande inchiesta sull’immigrazione italiana in Brasile: ancora oggi, 23 anni dopo, rimane la miglior fonte di notizie sui poveracci che sbarcarono a Santos, a Porto Alegre, a Vitória, con la pancia e le tasche vuote. Senza documenti e pieni di speranza. Proprio come gli africani, gli asiatici, i latinoamericani che oggi tentano di entrare in Italia nelle stesse condizioni.
Ma nella ricca Italia di questi anni ‘10 la memoria è corta. Come sanno bene i 1.500 africani che abitano e lavorano in condizioni disumane a Rosarno, in Calabria. Proprio in Calabria, terra di origine di molte famiglie che emigrarono. Nel giorno dei Re Magi – che in Italia è festa nazionale – un gruppo di italiani ha organizzato un tiro al bersaglio contro gli immigrati per le strade della città. Ne sono stati feriti alcuni, come già era successo nel dicembre 2008. Lo scorso maggio invece, tre imprenditori agricoli di Rosarno vennero arrestati per aver trattato gli africani come schiavi.
Questa volta, centinaia di braccianti accampati in condizioni disumane in una vecchia fabbrica abbandonata hanno deciso di reagire. E ieri hanno trasformato Rosarno in un inferno, con un pomeriggio di guerriglia urbana. Probabilmente tra di loro c’erano alcuni discendenti di Baldassarre.
DI CARL LINDSKOOG
commondreams.org


Nelle ore seguenti il devastante terremoto di Haiti la CNN, il New York Times ed altri media importanti hanno adottato un'interpretazione comune circa le cause di una distruzione così grave: il terremoto di magnitudo 7.0 è stato tanto devastante perché ha colpito una zona urbana estremamente sovrappopolata ed estremamente povera. Case "costruite una sull'altra", edificate dagli stessi poveri abitanti, ne hanno fatta una città fragile. Ed i molti anni di sottosviluppo e di sconvolgimenti politici avrebbero reso il governo haitiano impreparato ad un tale disastro.

Questo è piuttosto vero. Ma la storia non è tutta qui. Quello che manca è una spiegazione del perché così tanti haitiani vivono a Port Au Prince e nei suoi sobborghi e perché tanti di loro sono costretti a sopravvivere con così poche risorse. Infatti, anche se una qualche spiegazione è stata azzardata, si tratta spesso di spiegazioni false in maniera vergognosa, come la testimonianza di un ex diplomatico statunitense alla CNN secondo la quale la sovrappopolazione di Port Au Prince sarebbe dovuta al fatto che gli haitiani, come la maggior parte dei popoli del Terzo Mondo, non sanno nulla di controllo delle nascite.

A seguito, "L'inferno di Disney ad Haiti" (Haiti Progres, "This Week in Haiti")

Gli americani avidi di notizie potrebbero anche spaventarsi apprendendo che le condizioni cui i media americani attribuiscono l'amplificazione dell'impatto di questo tremendo disastro sono state in gran parte il prodotto di politiche americane e di un modello di sviluppo a guida americana.

Dal 1957 al 1971 gli haitiani hanno vissuto sotto l'ombra oscura di "Papa Doc" Duvalier, un dittatore brutale che ha goduto del sostegno degli Stati Uniti, perché è stato considerato dagli americani come un affidabile anticomunista. Dopo la sua morte il figlio di Duvalier, Jean-Claude soprannominato "Baby Doc", è diventato presidente a vita all'età di diciannove anni ed ha regnato su Haiti fino a quando non è stato rovesciato nel 1986. E' stato nel corso degli anni '70 ed '80 che Baby Doc, il governo degli Stati Uniti e la comunità degli uomini d'affari hanno lavorato di concerto per mettere Haiti e la sua capitale sulla buona strada per diventare quello che erano il 12 gennaio 2010.

Dopo l'incoronazione di Baby Doc, pianificatori americani dentro e fuori il governo statunitense hanno avviato un loro piano per trasformare Haiti in una "Taiwan dei Caraibi". Questo piccolo e povero paese situato convenientemente vicino agli Stati Uniti è stato messo in condizioni di abbandonare il suo passato agricolo e di sviluppare un robusto settore manifatturiero esclusivamente orientato all'esportazione. A Duvalier e ai suoi alleati fu detto che questo era il modo di modernizzare e di sviluppare economicamente il paese.

Dal punto di vista della Banca mondiale e dell'Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) Haiti ha rappresentato il candidato ideale per questo lifting neoliberista. La povertà radicata delle masse haitiane poteva essere utilizzata per costringerle ad accettare lavori a bassa remunerazione, come il cucire palle da baseball o l'assemblare altri prodotti di consumo.

USAID però aveva piani precisi anche per l'agricoltura. Non soltanto le città haitiane dovevano diventare punti di produzione di articoli da esportare: anche la campagna doveva seguirne le sorti, e l'agricoltura haitiana fu riorganizzata per servire alla produzione di articoli da esportare e sulla base di una produzione orientata al mercato estero. Per raggiungere questo scopo USAID, insieme con gli industriali cittadini e con i latifondisti, si è data da fare per impiantare industrie di trasformazione dei prodotti agricoli, al tempo stesso incoraggiando la pratica, già in uso, di rovesciare molte eccedenze agricole di produzione statunitense sul popolo haitiano.

Era prevedibile che questi "aiuti" da parte degli americani, innescando cambiamenti strutturali nell'agricoltura, avrebbero costretto i contadini di Haiti che non erano più in grado di sopravvivere a migrare verso le città, soprattutto verso Port Au Prince, dove si pensava si sarebbro concentrate le maggiori opportunità di occupazione nel nuovo settore manifatturiero. Tuttavia, quanti arrivarono in città scoprirono che i posti a disposizione nel settore manifatturiero non erano neppure lontanamente abbastanza. La città divenne sempre più affollata e si svilupparono grandi insediamenti fatti di baracche. Per rispondere alle necessità abitative dei contadini sfollati si mise all'opera un modo di costruire economico e rapido, a volte edificando le abitazioni letteralmente "l'una sull'altra".

Prima che passasse molto tempo, tuttavia, i pianificatori americani e le élite haitiane hanno deciso che forse il loro modello di sviluppo non aveva funzionato così bene ad Haiti, e l'hanno abbandonato. Le conseguenze degli stravolgimenti introdotti dagli americani, ovviamente, sono rimaste.

Quando il pomeriggio e la sera del 12 gennaio 2010 Haiti ha subìto quel terrificante terremoto, e via via tutte le scosse di assestamento, le distruzioni sono state, senza dubbio, notevolmente peggiorate dal concreto sovraffollamento e dalla povertà di Port-au-Prince e delle aree circostanti. Ma gli americani, pur scioccati, possono fare di più che scuotere la testa ed elargire qualche caritatevole donazione. Essi possono mettersi davanti alle responsabilità che il loro paese ha per quelle condizioni che hanno contribuito ad amplificare l'effetto del terrremoto sulla città di Port Au Prince, e possono prendere cognizione del ruolo che l'America ha avuto nell'impedire ad Haiti il raggiungimento di un grado di sviluppo significativo.

Accettare la storia monca di Haiti offerta dalla CNN e dal New York Times significa addossare agli haitiani la colpa di essere stati le vittime di una situazione che non era frutto del loro operato. Come scrisse John Milton, "coloro che accusano gli altri di essere ciechi, sono gli stessi che hanno cavato loro gli occhi."

Versione originale:

Carl Lindskoog
Fonte: www.commondreams.org
Link: http://www.commondreams.org/view/2010/01/14-2
14.01.2010


Versione italiana:
Fonte: http://iononstoconoriana.blogspot.com/
Link: http://iononstoconoriana.blogspot.com/2010/01/la-marmaglia-occidentalista-ed-il.html
16.01.2010

 
Un reporter della Flotta Russa del Nord dichiara che il terremoto che ha devastato Haiti è "un chiaro risultato" di una prova militare realizzata dalla Marina Statunitense per mezzo di un "arma da terremoto".
 
La Flotta del Nord stava monitorando i movimenti e le attività navali statunitensi nei Caraibi dal 2008 quando gli Stati Uniti hano annunciato l intenzione di ristabilire la Quarta Flotta che avevano disintallato nel 1950, dopo che la Russia aveva risposto un anno dopo con il posizionamento dell'incrociatore nucleare "Pietro il Grande" nella regione, sul finire della Guerra Fredda.
Dalla fine degli anni 70, gli Stati Uniti hanno fatto "enormi progressi" con le armi da terremoto e, secondo quanto affermano questi informatori, oggi sono disponibili dispositivi che usano una tecnologia a Pulsione, Plasma e Onde Elettromagnetiche Tesla insiema a "bombe dei onde meccaniche"
L'informatore confronta la sperimentazione effettuata dalla Marina Statunitense di due di equeste armi da terremoto nelle scorse settimane, quando è stata effettuata una prova nel Pacifico, causando un terremoto di magnitudine 6.5 nell'area della città di Eureka, in California, senza causare vittime, con la prova effettuata nei Caraibi che hanno causato la morte di almeno 140 innocenti.
Secondo quanto dichiara il reporter, è "più che probabile" che la Marina Statunitense abbia avuto  "piena conoscenza" del catastrofico danno che questa prova di terremoto poteva potenzialmente arrecare a Haiti e aveva dunque pre-posizionato il suo Comandante Delegato del Comando del Sud, il Generale P. K. Kleen, sull isola per superivisionare l 'intervento di soccorso nel caso fosse stato necessario.
In quanto al risultato finale delle prove di queste armi da parte degli Stati Uniti, avvisa il reporter, questo è il piano degli Stati Uniti per la distruzione dell'Iraq attraverso una serie di terremoti ideati per mettere in ginocchio l'attuale regime islamico.
Secondo l'informatore, il sistsena sperimentato dagli Stati Uniti (progetto HAARP) permetterebbe di creare anomalia clinatiche, provocare inondazioni, uragani e terremoti.
D accordo con altre informazioni occidentali, sono stati raccolti dati per stabilire che il terremoto in Sichuan, Cina, del 12 maggio 2008, di magnitudine 7.8 richter, è stato causato dalla Radiofrequenza indotta da Hipocampi, la firma dell'HAARp. Si conclude dunque che
1. I terremoti la cui profondità è linealmente identica alla stessa faglia, si producono per proiezione lineare di frequenza indotte.
2. la configurazione dei satelliti permette di generare proiezioni concentrate di frequenza in punti determinati (Hipocampi). 
3. E stato elaborat un diagramma di successione lineare rispetto ai terremoti denunciati che casualmente di producono alla stessa profondità.
Venezuela, 8 Gennaio 2010. Profondità 10 kms.
Honduras, 11 Gennaio 2010. Profondità 10 kms.
Haití, 12 Gennaio 2010. Profondità10 kms.

Il resto delle repliche delle prove hanno tutte la stessa profondità di 10 km. Sul terermoto, il Pentagono ha dichiarato di aver messo a disposizione l'Ospedale USNS per Haiti e che gli abitantipotranno trascorrere diversi giorni lì. Un ammiragli dell'Armata, Mike Mullen, dello Stato Maggiore, ha dichiarato che l'esercito degli Stati Uniti ha operato per preparare la risposta d'emergenza al disastro atteso.
Fraser, del Comando del Sud (SOUTHCOM) ha affermato che le navi della Guardia Costiera degli Stati Uniti e dell'esercito nella regione sono li per offrire aiuto anche attraverso aiuti aerei. Il Super portavoce USS Carl VInson sarà inviato presso la base navale di Norfolk, Virginia, con una dotazione completa di aerei e elicotteri su Haiti alle prime ore del 14 gennaio. Altri gruppi di soccorso aggiuntivi sono stati equipaggiati agl ordini di Vinson.
L'AGenzia degli Stati Uniti per il Soccorso Internazionale (USAID) era già operativa a Haiti prima del sisma.
Il presidente Obama è stato informato del terremoto alle 5e52 della sera del 12 Gennaio e ha sollecitato il suo personale di seguire le operazioni di succorso e di preparare tutti gli aiuti umanitari necessari.
Come afferma il reporter russo, il Dipartiemnto di Stato USAID e il Comando del Sud degl Stati Uniti hanno cominciato l'opera di 'invasione umanitaria' avendo giùà pronte truppe composte da almeno 10mila soldati e contrattisti, per controllare, sotto l'egida dell'ONU, il territorio haitiano dopo averlo devastato con un 'terremoto sperimentale"
articolo originale in spagnolo
ttp://www.rnv.gov.ve/noticias/index.php?act=ST&f=29&t=117498

        

         

11 gennaio 2010

Le parole pacate degli uomini di chiesa
Monsignor Giacomo Babini, Vescovo emerito di Grosseto

    L' Islam é una giusta punizione del Signore davanti alla nostra ignavia di cristiani.

      • Siamo in tempo ancora a fermare la pericolosa espansione islamica che difficilmente si arresta. Vedo un pericolo grave di islamizzazione.
      • Sull'omosessualità la chiesa chiede delicatezza e misericordia e sono in sintonia. Ma rimango dell'idea, tolte rare eccezioni, che sia figlia del vizio e della depravazione.

Come si dice: quando i tempi si fanno difficili, qualche parolina di distensione dalla Santa Sede è proprio quello che ci vuole.

Il Cairo: Nono giorno di sciopero della fame per il tenore Fallisi.

Riceviamo questa lettera dal tenore italiano Joe Fallisi, che si trova al Cairo, in attesa, vana per ora, di entrare nella Striscia di Gaza.

Joe ha fatto parte del "Gaza Freedom March", l'imponente carovana che nei giorni scorsi ha cercato di entrare nella Striscia di Gaza, ma è stata bloccata dal governo egiziano.

Il tenore è in sciopero della fame da nove giorni, in segno di protesta contro il divieto di ingresso nella Striscia assediata. E' infatti ancora in attesa di autorizzazione al transito verso Gaza da parte delle autorità cairote. Negli anni passati ha visitato la Striscia sotto assedio, tenendo concerti in solidarietà con la popolazione palestinese.

Carissimi,

oggi è il nono giorno di sciopero della fame. Quel che sto facendo, per la libertà di movimento mia, ma soprattutto dei martiri palestinesi di Gaza, non è NIENTE rispetto a quel che subiscono loro. Circondati ormai da due muri, tra poco non potranno più scegliere di non mangiare... saranno costretti a farlo... come lo furono i contadini in Ucraina e nel Kuban nel 1932-33 da altri tiranni maledetti. E' una situazione, quella che vive la Striscia, che grida vendetta al mondo intero. E ora non si può più dire che non si sapeva. Nella società dello spettacolo-degli spettri tutto è sotto gli occhi di tutti. Ma le pupille sono vuote. 

W GAZA! PALESTINA LIBERA E FELICE! SVEGLIAMOCI DALL'INCUBO SIONISTA, E' ORA! 
Con affetto e stima.
Joe Fallisi

Fonte: http://www.infopal.it/leggi.php?id=13239

 

INTERVISTA A JOE FALLISI IN SCIOPERO DELLA FAME 

Sara Venturini Infopal Cairo, 08/01/2010


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Siamo nella stanza del ‘Sun Hotel’ del Cairo dove Joe Fallisi, tenore italiano e attivista per i diritti umani, sta facendo lo sciopero della fame oramai da 12 giorni in attesa di un lasciapassare delle autorità egiziane per recarsi nella Striscia Di Gaza.

Joe, so che sei stato in ospedale questa mattina per dei controlli, come sono le tue condizioni fisiche?
Sono un po’ stanco, però va bene. M’avevano proposto di trattenermi fino a domani sera in osservazione, ma ho preferito rientrare in albergo e sentirmi più libero.

Vuoi raccontarmi come è nata l’iniziativa dello sciopero della fame?
Lo sciopero è iniziato subito il 28 dicembre, il giorno in cui ci siamo recati al piazzale dove dovevano esserci i bus per Rafah e lo abbiamo trovato vuoto per ordine e intimidazione del governo egiziano. Alla proposta dell’ottantacinquenne Hedy Epstein di iniziare uno sciopero della fame come azione di protesta verso chi finora ci ha negato la possibilità di entrare a Gaza ed è anche responsabile di tre anni di assedio della Striscia, vale a dire Egitto e Israele, ho aderito subito.

Ad oggi sei rimasto l’unico a continuare lo sciopero. Cosa ti spinge ancora a farlo?
Durante uno degli ultimi incontri della Gaza Freedom March ho annunciato pubblicamente in piazza la mia volontà di terminare lo sciopero solo nel momento in cui avessi toccato il suolo di Gaza o, se questo non fosse avvenuto, sull’aereo di ritorno. È una promessa che manterrò
.

Quali sono le motivazioni alla base di questa tua coraggiosa  scelta?  Scioperi per chi e per cosa?
Protestare per  Gaza credo sia particolarmente importante perché la situazione che vive da troppo tempo la Palestina Occupata e in particolare la popolazione lungo la Striscia è il punto focale di tutte le ingiustizie del mondo. E attorno ad essa ruota il destino del mondo. Quel che ha subito Gaza nei 22 giorni di attacchi unilaterali  e assassini dell’entità sionista (durante i quali, lo ricordo, è stato massacrato un millesimo della popolazione complessiva – l’equivalente, in Italia: 60.000 individui) e quel che subirà a causa della decisione egiziana di costruire il muro di ferro per impedire il passaggio di merci, beni e persone sono gli ultimi atti di un’infamia che oggi non ha eguali.
Dietro ciò che accade a Gaza ci sono la menzogna, l’iniquità e l’orrore umani. Menzogna radicale, perché il mondo finge che si tratti di una situazione di quasi normalità mentre invece non lo è nel modo più assoluto. Da una parte c’è un esercito che con mezzi militari ultramoderni e micidiali opera la decimazione progressiva degli assediati, dall’altra una popolazione che cerca solo di sopravvivere e di difendersi, senza averne mezzi.
Tale situazione assomiglia sempre più a quel che i tiranni bolscevico-stalinisti e nazisti hanno inflitto gli uni all’Ucraina e al Kuban, quando furono sterminati per fame coatta milioni di contadini, o quando venne assediata Varsavia dagli altri. In entrambi i casi ci fu  uno strangolamento che impedì qualunque possibilità di fuga, anche allo scopo di affamare a morte e sfinire la popolazione. Così come avviene oggi a Gaza, con l’aggravante di attacchi militari bio-ecocidi del tipo di quello dell’anno scorso e dei prossimi in preparazione. L'assedio di Gaza si fa ogni giorno più terribile. Gli abitanti della Striscia non possono neppure coltivare né pescare perché ogni giorno vengono attaccati.
E c’è persino qualcosa di molto peggio degli esempi storici prima citati. Qui l’esercito dell’occupante sionista utilizza, come ormai è divenuto usuale, armi che vanno a compromettere le fonti stesse della vita (la terra, l’aria, l’acqua), in particolare, ma non solo, attraverso l’uso criminale dell’uranio impoverito. Così che iniziano a nascere bambini deformi. Inquinano alla radice e per centinaia e centinaia di anni, se non per sempre, l’intero ciclo vitale e riproduttivo. Questo è il più grande crimine di guerra: da Hiroshima e Nagasaki, al Vietnam, ai Balcani, al Libano, alla Palestina, all’Iraq, all’Afghanistan, al Pakistan. Mai prima l’umanità aveva subito atti tirannici di questa portata.
Quando calarono i Mongoli fin dentro all’Europa fecero tabula rasa. Ma quando se ne andarono la vita ritornò. Oggi i nuovi barbari “progressisti” lasciano dietro di sé la morte radioattiva.

Oltre al bisogno di giustizia per palestinesi, ci sono altre ragioni, personali, che ti legano ai destini del popolo di Gaza?
Ho raggiunto Gaza due volte, unico cantante lirico al mondo ad aver avuto la possibilità, il piacere e l’onore di cantare al Teatro Shawa di Gaza city. Di questo potete trovare testimonianza nei video su youtube dei miei due concerti. La prima visita risale all’ottobre 2008. Arrivai a Gaza via mare su ‘Dignity’, col secondo viaggio, vittorioso, di Free Gaza. La volta successiva fu lo scorso marzo quando entrai dal valico di Rafah con il convoglio Lifeline promosso da George Galloway. Sono stato accolto in maniera meravigliosa, come un fratello, e ora i Gazawi sono i miei fratelli. Farò tutto quel che mi è possibile per aiutarli.

Alla luce della dura repressione del governo egiziano contro gli attivisti della Gaza Freedom March ai quali non è stato permesso di entrare a Gaza, cosa pensi di tale governo?
L’asse del potere dell’Occidente e del Nord del mondo predone consiste nella triade USA, Gran Bretagna ed entità-Lobby sionista. Sono loro che decidono gli assetti mondiali. Decidono chi e cosa è ‘politically correct’ oppure no, chi può rimanere (al potere) e chi se ne deve andare. Mubarak è solo un servo di questo potere più ampio. Le sue azioni sono finalizzate ad ottenere la garanzia della propria sopravvivenza. La decisione di costruire un muro, sopra e sotto terra, al confine di Rafah, distruggendo i tunnel che consentono agli abitanti di Gaza di sopravvivere,  è in vista delle prossime elezioni presidenziali.
Con la visita di Netanayahu al Cairo proprio il giorno seguente alla nostra ipotetica partenza, e in contemporanea con una marcia di pacifisti israeliani contro l’occupazione, consentire l’accesso a Gaza dei 1.300 internazionali avrebbe significato una svolta, di cui non esiste nessuna premessa, all’interno del regime egiziano. Nutrivamo false speranze.

Quando hai deciso di partecipare alla marcia credevi che questa iniziativa di solidarietà internazionale avrebbe apportato un qualche cambiamento alla situazione in cui sono costretti gli abitanti di Gaza?
Gaza ha bisogno di riaprirsi da tutti i lati al mondo esterno, come è stato per secoli. Noi internazionali possiamo rappresentare uno stimolo affinché questo assedio venga rotto.
Sono partito augurandomi di poter rientrare nella Striscia, portare degli aiuti e tenere un terzo concerto. Più i giorni passavano, più mi rendevo conto che la nostra speranza era un’illusione.
Faccio appello alle donne e agli uomini di buona volontà. Si deve insorgere dal basso. Il Free Gaza Movement, così come Viva Palestina, sono l’esempio di iniziative giuste, coraggiose e fantasiose che vengono dalla base della società civile. Bisogna attivarsi in prima persona per la causa universale dell’equità, unire le proprie forze e organizzare iniziative di solidarietà vera al di fuori di ogni imbrigliamento istituzionale. È il  buon vecchio metodo anarchico che deve tornare attivo. Non occorrono ‘leaders’, servono uomini e donne con senso della giustizia e della dignità.

So che hai tentato la via per Al Arish, la città egiziana più vicina al confine con Gaza. Cos’è successo quel giorno?
Ho cercato, assieme ad altri tre italiani, di raggiungere il confine di Rafah, passando per Al Arish. Siamo stati respinti al primo posto di blocco a 100 km dal Cairo. Lì abbiamo visto quello che definisco la società civile all’opera: vecchiette americane magnifiche che, appena fatte scendere dal pullman, hanno sventolato in faccia alla polizia striscioni con su scritto ‘Free Gaza, Free Palestine’. Queste signore hanno deciso di vivere l’ultima parte della loro vita in modo dignitoso. Sono mie compagne.

Qual è la tua posizione in merito alla delegazione dei 100 organizzata dai Codepink con l’autorizzazione del governo egiziano entrata a Gaza per portare gli aiuti umanitari?
Gli organizzatori hanno accettato, poi pentendosene, un compromesso con il governo egiziano mandando  nella Striscia un piccolo drappello di attivisti, scelti dall’alto con criteri arbitrari. In realtà la delegazione dei 100, che alla fine erano 40 perché la maggior parte si è rifiutata di partire, è stata solo un contentino che Mubarak ha usato per cercare di farsi bello. Ma le frontiere sono rimaste e rimangono sostanzialmente chiuse. È stato un nostro errore. Hedy Epstein ha scritto un comunicato puntuale e preciso a questo proposito.

Stai per lasciare il Cairo senza essere entrato a Gaza. Cosa ti porti con te in Italia dopo questa esperienza?
L’unica cosa veramente positiva è che nel mondo si è parlato del vergognoso regime di polizia egiziano e della tragica situazione in cui versa la Striscia di Gaza. E forse in questi giorni di incontri e di scambi si sono poste anche le basi di un movimento che sappia agire meglio in futuro.
Tanto di cappello a George Galloway e i suoi valorosi compagni del convoglio di Viva Palestina: fino all’ultimo hanno lottato per entrare, subendo scontri, manganellate e arresti, dopo un incredibile viaggio via terra, via mare e via cielo attraverso l’Europa e il Medio Oriente. E ci sono riusciti.
Ho visto in questi giorni all’opera, all’interno della Marcia, tanti meccanismi tipici dei gruppuscoli. Gente che si parla e rimira allo specchio. Autoreferenziale.  La vecchia politica è morta e non serve alla causa della giustizia. Me ne tornerò in Italia rinforzato nella mia convinzione che bisogna voltare definitivamente pagina.
Ho scritto finora cinque canzoni per Gaza e per la Palestina , una, ‘Verrà’, è già incisa. Appena torno registrerò anche le altre: ‘Gaza vivrà’, ‘Lifeline’, ‘Oh Madre Palestina’, ‘Fino all’ultimo giorno-respiro’.
Il ritornello di quest’ultima dice: son pochi gli anni da vivere che noi abbiam. Difenderò i miei fratelli fino all’ultimo giorno-respiro che il ciel mi darà”.

 

 

www.duffysblog.com/

La CIA: da Gladio al narcotraffico all'Afghanistan.

La CIA è responsabile di numerose brutali dittature e sanguinose operazioni segrete in tutto il mondo - dal colpo di stato contro il leader democraticamente eletto dell'Iran (per approfondire, Operazione Ajax) alla sponsorizzazione e al rovesciamento di Jacobo Arbenz in Guatemala e tanto altro ancora. La CIA ha sponsorizzato colpi di stato e campagne di omicidi di massa nella Repubblica Dominicana, Indonesia, Cile, Cambogia, El Salvador, e in molti altri Paesi.
Sotto la direzione del futuro direttore della CIA e avvocato di Wall Street Allen Dulles, l'OSS (
Office of Strategic Services, il servizio segreto statunitense formato durante la seconda guerra mondiale, successivamente rinominato in CIA) ha lavorato a stretto contatto con il generale nazista Reinhard Gehlen e la sua organizzazione di intelligence dopo la seconda guerra mondiale. "Gehlen era tutt'altro che l'unico criminale di guerra nazista al servizio della CIA. La lista include infatti Klaus Barbie ( "il macellaio di Lione"), Otto von Bolschwing (l'ideatore dell'Olocausto che ha lavorato a stretto contatto con Eichmann) e il colonnello delle SS Otto Skorzeny (un grande favorito di Hitler). Ci sono anche prove del fatto che Martin Bormann, secondo in comando di Hitler alla fine della guerra, avesse inscenato la propria morte e fosse fuggito in America Latina, dove avrebbe lavorato con gruppi legati alla CIA", scrive Mark Zepezauer nel suo noto libro, “The CIAs Greatest Hits”.
La CIA in Italia ha lavorato con la loggia massonica P2 di Licio Gelli, il quale aveva contatti sia con Kissinger sia con il comandante supremo della NATO dell'epoca, Alexander Haig, e organizzato un esercito paramilitare segreto. Chiamata
Operazione Gladio (approfondimento in inglese), lo scopo di questa operazione era quello di impedire che il comunismo avanzasse in Europa (vale a dire, sovvertire il risultato delle elezioni democratiche). Organizzazioni di sinistra come le Brigate Rosse erano infiltrate, finanziate o  forse addirittura create, e i conseguenti atti di terrorismo, come l'assassinio del primo ministro Aldo Moro nel 1978 e il bombardamento della stazione ferroviaria di Bologna nel 1980. L'esistenza di Gladio è stata confermata niente meno che dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti
il 24 ottobre 1990, che la definì una "struttura di informazione, risposta e salvaguardia". (consigliatissimo l'articolo di Solange Manfredi linkato alla fine)

L'Italia non era la sola nazione ad avere unità segrete in azione: l'operazione si svolgeva in tutta l'Europa occidentale. In Francia, l'unità è stata chiamata "Glaive" - ancora una volta il nome di una spada dei gladiatori; in Austria è stata chiamata "Schwert", spada; Turchia "Red Montone" e in Grecia "Montone". L'unità di Svezia è stata chiamata "Sveaborg". In Svizzera “P26”. Altre unità in Olanda, Belgio, Spagna, Portogallo, Germania, Norvegia, Lussemburgo, Danimarca e Olanda hanno mantenuto l'anonimato. Infine, l'unità del Regno Unito è stata semplicemente chiamata "Stay Behind".



La CIA è il più grande cartello della droga mondiale. A partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha lavorato a stretto contatto con la mafia Corsa, al tempo uno dei più grandi trafficanti di eroina nel mondo. Il coinvolgimento della CIA nel business globale della droga - condotta in nome dei banchieri e di Wall Street (la CIA nasce dall'idea di un avvocato di Wall Street, Frank Wisner) - è un fatto ben documentato. Un legame diretto tra il traffico di cocaina e l'esercito di mercenari della CIA “Contras” è stato dimostrato dalla Commissione del senatore John Kerry nel 1989. "Nei miei 30 anni di storia nella Drug Enforcement Administration e nelle agenzie collegate, l'obiettivo principale delle mie ricerche, si è rivelato quasi sempre collegato alla CIA," ha dichiarato Dennis Dayle, ex capo di una unità di azione d'élite DEA. La CIA trafficò droga nel Sudest asiatico e in Afghanistan.

Non solo la CIA gestisce il traffico di droga, ma ha anche creato banche per riciclare i suoi profitti, in particolare la Banca di Credito e Commercio Internazionale. "Nel corso della sua intera storia, la CIA ha creato un elaborato schema di società di facciata, operazioni di riciclaggio e progetti così complessi che nessun estraneo - e pochi addetti ai lavori - potrebbe mai tenere traccia del loro operato. La BCCI non è stata né la prima né l'ultima di queste società",
spiega Zepezauer. La BCCI non solo era coinvolta nel riciclaggio del denaro proveniente dal narcotraffico, ma anche nel  finanziamento di esecuzioni e omicidi, nella corruzione di funzionari di governo e nell'influenzare le politiche di tutto il mondo, ha rivelato il lavoro di una commissione del Senato statunitense
nell'ottobre del 1991. 

Il vice direttore Frank Wisner definì con grande orgoglio la macchina di propaganda della CIA in tutto il mondo come "Il potente Wurlitzer" (il nome deriva dai famosi organi e juke-box prodotti dall'omonima azienda tedesco-americana). La CIA possiede innumerevoli giornali e riviste in tutto il mondo. Il giornalista dello scandalo Watergate Carl Bernstein ha rivelato che oltre 400 giornalisti degli Stati Uniti erano sul libro paga dalla CIA. Tra questi ci sono sia liberi professionisti che sono stati pagati per resoconti regolari, sia veri e propri agenti della CIA che hanno lavorato sotto copertura come giornalisti. Quasi tutte le organizzazioni nel settore dell'informazione degli Stati Uniti hanno avuto agenti della CIA tra i loro dipendenti, di solito con la collaborazione dei top manager, nell'ambito dell'operazione CIA “Mockingbird”. Wisner assunse Philip Graham, editore del Washington Post, per seguire questo progetto, per questo si dice che il Washington Post sia il quotidiano preferito dalla CIA.

Striscia di Gaza, la protesta anti-sionista degli ebrei ultra-ortodossi.

Gaza. Il 31 dicembre, membri del gruppo ebraico ultraortodosso Neturei Karta sono entrati nella Striscia di Gaza, insieme all'organizzazione Codepink (parte della Gaza Freedom March) per protestare contro l'assedio e commemorare il primo anniversario della Piombo Fuso. Neturei Karta è un movimento ebraico che ritiene la creazione dello stato di Israele sulla terra palestinese, nel 1948, va contro la legge santa ebraica.  La delegazione, guidata da Rabbi Yisroel Dovid Weiss, di New York, ha raccontato ai giornalisti che è fondamentale che i palestinesi di Gaza capiscano che "la loro terribile tragedia" (l'Operazione Piombo Fuso, ndr) non è in nome del giudaismo
Si sono dati appuntamento per il 31 dicembre a Gaza 1400 attivisti (il numero dei palestinesi uccisi nell'operazione Piombo fuso) provenienti da tutto il mondo, fra cui  140  italiani (di Action for Peace e Forum Palestina). Dovevano partire dal Cairo il 27 ma il governo egiziano li ha bloccati.
Action for peace ha chiesto di bombardare di mail l'ambasciata egiziana.
Proteste in tutto il mondo mentre Hedy Epstein, l’85enne scampata ai campi di concentramento nazisti, che partecipa alla marcia, fa lo sciopero della fame (e QUI) contro il rifiuto del governo egiziano di far passare i pacifisti.
Ieri sembrava che una volta partito Netanyahu  forse avrebbero permesso a 2 rappresentanti per paese (in tutto circa cento) di andare a Gaza, così si
poteva leggere
sul twitter di Amisnet, ma è di oggi la notizia che il Gaza Freedom March ha rifiutato: Cento delegati non possono sostituire la marcia. Intanto i Palestinesi stanno preparando, dall'interno, la manifestazione del 31 per recarsi al confine per chiedere la fine del blocco.