Quartiere Libero

a cura di COLLETTIVO SOLSTIZIO D'INVERNO

 

 

 

 

Cucchi e Uva, quante analogie di Luigi Manconi


Alle ore 11.10 del 14 giugno 2008 Giuseppe Uva, 43 anni, gruista, muore nel reparto psichiatrico dell'ospedale di Circolo di Varese. Attenzione alla data: 14 giugno 2008, quasi due anni orsono. Intorno alle 3 di quella notte Uva e l'amico Alberto Biggiogero erano stati fermati in stato di ebbrezza da una pattuglia dei carabinieri. Portati nella caserma di via Saffi, sempre a Varese, erano stati separati e Biggiogero, dalla sala di aspetto, aveva potuto ascoltare per ore le grida strazianti dell'amico.  Intorno alle 6 di mattina, poi, Uva era stato ricoverato nel pronto soccorso dell'ospedale: da qui, trasferito in psichiatria e sottoposto al trattamento sanitario obbligatorio e alla somministrazione di farmaci incompatibili con il suo stato etilico. Da qui la morte, qualche ora dopo.
Questi i fatti essenziali (tutte le circostanze e le testimonianze si trovano sul sito www.innocentievasioni.net). Per quasi due anni le indagini sono state completamente ferme. Dopo che l'opinione pubblica e i familiari di Uva hanno sollevato con forza il caso, ecco la prima iniziativa della Procura: ieri un giornalista della Prealpina e uno della Provincia di Varese sono stati sentiti da un pm per «sommarie informazioni testimoniali» (evidentemente i loro articoli non sono stati apprezzati in procura). Ma non è stato ancora mai ascoltato il principale testimone, Biggiogero, l'uomo che quella notte era stato fermato con Uva. Si spera che accadrà presto, così come ci si augurano nuove indagini e nuovi rilievi autoptici (la procura starebbe pensando alla riesumazione della salma), per rispondere ai molti quesiti rimasti elusi.
Questi i principali: 1. Esisteva un rapporto pregresso tra Uva e un appartenente alle forze dell'ordine? Testimonianze delle ultimissime ore parlano di una relazione tra Uva e la moglie di un carabiniere, e questo spiegherebbe il risentimento personale che determinò l'accanimento persecutorio di quella tragica notte.
2. Come mai l'autopsia sul corpo di Uva non ha contemplato gli esami radiologici necessari a individuare eventuali fratture?
3. Perché non sono state considerate le dichiarazioni del comandante del posto di polizia presso l'ospedale? Quest'ultimo ha scritto che la morte di Uva non sarebbe «un evento non traumatico»; che è rilevabile «una vistosa ecchimosi rosso-bluastra» sul naso e che «le ecchimosi proseguivano su tutta la parete dorsale»; che il corpo di Uva risultava privo degli slip e che sui suoi pantaloni «si evidenzia tra il cavallo e la zona anale una macchia di liquido rossastro». Fatto confermato dalla testimonianza della sorella, che afferma di aver visto «tracce di sangue dall'ano».
Siamo in presenza, come si vede, di un altro (l'ennesimo?) "caso Cucchi". Balzano agli occhi le analogie. La prima: Uva e Stefano Cucchi (il giovane morto nei mesi scorsi a Roma dopo l'arresto e il ricovero all'ospedale Pertini) subiscono violenze mentre si trovano nella disponibilità di apparati statuali, che hanno come primo dovere istituzionale quello di garantire l'incolumità di chi si trovi sotto il loro controllo (è questo che fonda la legittimità giurido-morale dello Stato). Ancora: Uva e Cucchi, a seguito delle violenze subite, vengono ricoverati in una struttura sanitaria pubblica. Qui trovano la morte a causa di precise responsabilità del personale medico. Infine: nel caso di Cucchi e di Uva (ma anche in quello di Marcello Lonzi, Giovanni Lorusso e di molti altri ancora), a rompere il muro del silenzio è una figura femminile, madre o sorella della vittima che trova in sé la forza, disperata e intelligente, per fare del proprio dolore più intimo un'occasione di denuncia pubblica.
Lunedì scorso il procuratore capo di Varese Maurizio Grigo ha convocato una conferenza stampa per affermare che «il 30 settembre 2009 la dottoressa Sara Arduini ha aperto un nuovo procedimento proprio per verificare le nuove accuse della famiglia e le dichiarazioni rese dal signor Biggiogero».
In altri termini ha ammesso candidamente qualcosa di enorme: la testimonianza, dettagliata e puntualissima, resa da Biggiogero il 15 giugno 2008 ha indotto il magistrato ad aprire un fascicolo contro ignoti il 30 settembre 2009. Ovvero a distanza di oltre 15 mesi dall'evento. E a distanza di quasi 6 mesi dall'apertura di quel fascicolo, come si è detto, quel testimone prezioso ancora non è stato ascoltato. Così come non sono stati ancora interrogati i carabinieri e i poliziotti presenti in caserma quella notte. Come dire: i tempi della giustizia.

18 / 3 / 2010

 

Tutti e tredici di nuovo sotto processo per rispondere dell’accusa di associazione sovversiva ai danni dello Stato. Sono i “No global”di Cosenza, quelli assolti con la formula piena il 24 aprile del 2008 dal tribunale bruzio (presidente Maria Antonietta Onorati) con la formula “perchè il fatto non sussiste”.

I tredici il prossimo 18 maggio, e a seguito del ricorso presentato dalla Procura di Cosenza, dovranno presentarsi di fronte alla Corte di Appello di Catanzaro. Si tratta di Francesco Cirillo,60 annidi Diamante, Luca Casarini, 42 di Venezia,Francesco Caruso, 36 diBenevento, SalvatoreStasi, 56anni di Taranto, Antonino Campennì, 45 di Barghelia (VV),Anna Curcio, 39 anni di Cosenza,Michele Santagata, 44 anni di Cosenza, Lidia Azzarita, 37 di Napoli, Giuseppe Fonzino, 37 di Taranto, Alfonso De Vito, 39 anni di San Giuseppe Vesuviano (Na), Claudio Dionesalvi, 39 di Cosenza, EmilianoCirillo, 31di Diamante, e Vittoria Oliva, 69anni di Motefiascone (Vt).

In primo grado, come si ricorderà, l’allora pm Domenico Fiordalisi (ora procuratore capo a Lanusei, in Sardegna) aveva chiesto la loro condanna a un totale dimezzo secolo di carcere. In particolare chiese 6 anni di reclusione, più tre di libertà vigilata, per Casarini, Cirillo e Caruso; tre anni e sei mesi di reclusione, più due di libertà vigilata,per Stasi,Azzarita, Fonzino,De Vito, Santagata, Curcio e Campennì; due anni e sei mesi di reclusione ciascuno, più uno di libertà vigilata, furono infine chiesti per Cirillo, Oliva e Dionesalvi. Anche lo Stato, che si era costituito parte civile, avanzò la sua richiesta, chiedendo un risarcimento danni di 5 milioni di euro. I no global (l’operazione è del 15 novembre 2002) furono indagati (e alcuni anche arrestati) con l’accusa di far parte della “Rete meridionale del Sud Ribelle”, fondata a Cosenza, e di aver partecipato anche agli scontri durante il G8 di Genova. Nella loro sentenza i giudici casentini azzerarono le ipotesi del pm Fiordalisi, scrivendo, che “siamo in presenza, nella specie, solo di libera, a volte vivace, a volte fanatica, spesso supponente, manifestazione del pensiero”.

Per quanto riguarda Genova, i giudici scrissero che non vi era alcuna prova della loro partecipazione agli scontri e che comunque gli imputati si erano difesi dagli attacchi della polizia, e non il contrario. Motivazione che non ha trovato d’accordo la Procura di Cosenza che è appunto ricorsa in Appello. Il relativo atto è stato firmato dal procuratore Granieri e dai sostituti Curreli e Tridico. “La corte di Assise - hanno scritto i magistrati cosentini nei loro motivi - ha errato nell'applicazione della legge penale, ritenendo che la resistenza passiva alla polizia non costituisca reato di resistenza a pubblico ufficiale”.

Alla corte bruzia viene poi contestato di non aver ammesso, tra i mezzi di prova documentali prodotti dal pm, il video di sintesi su unico Dvd che avrebbe permesso ai giudici di visionare i passi salienti di quanto accaduto a Genova e Napoli “e di quanto avevano commesso singoli imputati come Francesco Cirillo, Lidia Azzarita, Michele Santagata, Luca Canarini e Francesco Caruso”. I magistrati hanno prodotto anche delle intercettazioni telefoniche, a loro dire “assolutamente necessarie per dimostrare il vero contenuto del programma del sodalizio criminoso”. Il collegio difensivo sarà formato, tra gli altri, dagli avvocati Maurizio Nucci, Luigi Bonofiglio, Natalia Branda, Giuseppe Belvedere e Carlo Petitto. “No global”, si riparte.

Salerno 16 Marzo 2010
 

La seconda sezione penale (presidente Siani, a latere Polli e Trivelli) ha accolto le richieste di costituzione di parte civile nell’ambito del processo a carico di Guido D’Amore 26 anni, Vito Mercurio 25 anni, Raffaele Marino 23 anni, Luca Lezzi 21 anni. Secondo il pm Rocco Alfano, tra il 2007 e il 2008, hanno partecipato ad una organizzazione che aveva tra i suoi scopi quello di incitare al razzismo.

Lezzi e Marino devono poi rispondere di un furto e un atto vandalico, commesso nel giugno del 2007, ai danni del Centro Sociale Asilo Politico di Salerno, sede dell’Associazione Culturale Andrea Proto, che si è costituita parte civile tramite l’Avv. Luciano Pepe. Accolta anche la costituzione di parte civile dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani sez. provinciale.

La data della prossima udienza è fissata al 5 ottobre 2010.
 

 

  CIE = Lager Una questione non solo semantica


Le parole sono importanti. Anche se è una banalità, è fondamentale chiamare le cose con il loro nome e attribuire ai concetti i giusti termini. In particolare quando si usano degli slogan è necessario essere chiari e non ambigui. Non è raro, nelle manifestazioni antirazziste e nei presidi davanti ai centri di espulsione, trovare striscioni e cartelli con la scritta “CIE = Lager”. Un po’ di tempo fa, quando i CIE si chiamavano CPT ed erano stati da poco istituiti dalla legge Turco-Napolitano, ho riflettuto sulla validità o meno di quella frase. Naturalmente la prima cosa che mi veniva in mente leggendo la parola lager erano i campi di sterminio nazisti e quell’accostamento lo vedevo forzato. Troppo forzato. Avendo in testa “Se questo è un uomo” e altri libri di testimonianza diretta della Shoah mi era difficile accostare la condizione dei prigionieri nei campi nazisti a quella dei migranti nei centri di permanenza temporanea. Chiaramente non è quello il punto: il segno di uguale non accomuna due tipi, troppo diversi, di condizioni fisiche, di sofferenze, di dolore, ma i meccanismi che vi sono dietro. L’ho capito un po’ più tardi. Marco Rovelli lo ha scritto in modo chiaro nel libro “Lager italiani”.
Nel suo blog (
http://lageritaliani.splinder.com) lo ripete in modo altrettanto chiaro: Auschwitz e via Corelli sono due forme di campo, due momenti di una storia lunga e articolata, e dunque occorre comprenderli insieme. In ambedue i casi sono gli stessi meccanismi ad entrare in funzione, gli stessi dispositivi che appartengono strutturalmente alle nostre società occidentali. Il termine lager in tedesco significa semplicemente “campo” ma è entrato nel vocabolario internazionale per definire campo di concentramento (o di sterminio).
Chiaramente, vista l’origine della parola, il primo riferimento è ai campi di concentramento nazisti, che in realtà erano suddivisi terminologicamente in maniera molto precisa: per esempio, Arbeitzuchtlager era il campo di lavoro, Vernichtungslager il campo di sterminio. In qualche caso, però, anche i gulag sovietici vengono definiti lager. Quindi in realtà sarebbe più corretto dare al termine lager una valenza generale, e rispetto al concetto universale di campo di concentramento cercare eventuali analogie e somiglianze con gli attuali centri di identificazione ed espulsione. Il punto in comune è soprattutto uno, assolutamente non secondario: la depersonalizzazione che un luogo come il CIE provoca in coloro che vi sono rinchiusi. È un non luogo per non persone, per citare un altro libro molto stimolante (“Non Persone” di Alessandro Dal Lago). Nei CIE viene sospeso qualsiasi diritto, qualsiasi status, qualsiasi codice penitenziario. Tutto è a completa discrezione degli operatori che vi lavorano e dei poliziotti. Nei CIE esiste solo un eterno presente. Il passato è dietro alle spalle, inutile, mentre futuro significa o essere caricato su un aereo e deportato o essere per sempre un clandestino, una non persona appunto.
E poi ci sono le violenze, fisiche e psicologiche, da parte di coloro che nel campo comandano. Possono essere operatori della Croce Rossa, di una piccola cooperativa oppure poliziotti, ha poca importanza. Ciò che conta è il messaggio: a tutto questo non ci si può ribellare, perché chi si ribella finisce ancora peggio.
Emblematico è il caso di Joy, Hellen, Florence, Debby e Priscilla (vedi UN n. 6), cinque donne che insieme ad altre donne ed altri uomini hanno partecipato, quest’estate, ad una rivolta scoppiata nel cie di via Corelli a Milano, e per questo sono state arrestate e rinchiuse nel carcere di Como. Joy ed Hellen hanno poi denunciato un tentativo di stupro da parte del vicequestore di Milano, Vittorio Addesso. Dopo 6 mesi di carcere, scaduti i tempi della custodia cautelare, nella notte tutte le ragazze vengono prelevate dal carcere e portate di nuovo in diversi centri sparsi per l’Italia. CIE-carcere-CIE: un meccanismo infernale e sempre uguale a se stesso.
Quando uscì, “Lager italiani” scatenò diverse polemiche, tutte strumentali e tutte fatte da chi aveva letto solo il titolo e non si era nemmeno sforzato di leggere il libro. Ma naturalmente è facile, molto facile per chi è al governo adesso o lo era fino a pochi anni fa, presenziare il 27 gennaio a una manifestazione di ex deportati e spendere belle parole su come impegnarsi affinché il nazismo non ritorni e resti una pagina chiusa nel passato. E poi andare tranquillamente in parlamento e votare una legge che triplica i tempi di prigionia nei CIE e sancisce per legge che il solo fatto di essere uno straniero senza documenti è reato penale (L. 94/2009). Come nel 1938 viene sanzionata una condizione e non un atto. Una condizione, quella di “clandestino”, immutabile e eterna. Anche se sono passati 72 anni dalla promulgazione delle leggi razziali, l’impressione è che riguardo a certi fenomeni e a certi ingranaggi, sia cambiato ben poco.

Raffaele Viezzi

PONZIO PILATO E LA FINE DELL'ART.18
 


Le acque sono state mosse dal Senatore Treu, giuslavorista, già ministro del Lavoro, ispiratore del famigerato "pacchetto treu" che iniziò la demolizione alla grande del diritto del lavoro in Italia dopo gli anni d'oro dello Statuto dei diritti che aveva garantito pace sociale, dignità ai lavoratori, sicurezza alle loro famiglie, prosperità al Paese. Il suo nome è legato all'ingresso nella legislazione italiana del lavoro interinale, una legalizzazione di quanto era previsto come reato da una legge dello Stato, che ha creato la categoria degli Invisibili, di coloro che lavorano nelle fabbriche, nelle aziende, negli ospedali fianco a fianco dei loro colleghi senza poterne condividere i diritti.

Una condizione di umiliazione copiata da quanto c'è di più malvagio nella esperienza estera.

Con il lavoro interinale la prestazione lavorativa diventa fonte di guadagni per le grandi compagnie multinazionali che lo gestiscono ed il salario del lavoratore viene decurtato della parte che incassa l'agenzia. Una sorta di caporalato gestito non da un mafioso armato di bastone, ma da un signore in giacca e cravatta che parla correntemente almeno due lingue.

Dal pacchetto Treu si è quindi passati alla legge Biagi che aumenta a dismisura la possibilità di intermediazione parassitaria sul lavoratore ed accentua, fino all'inverosimile dell'assunzione settimanale senza festivi, la precarietà della prestazione diventata merce da vendere e rivendere.

Ebbene, il senatore Treu oggi ha reso noto, dopo anni di lavoro sottotraccia e spesso bipartisan svolto in Parlamento da squadre di guastatori del diritto capeggiati da Cazzola e Ichino, il disegno di legge quasi pronto per l'approvazione definitiva che, all'art.31 sottrae al lavoratore la possibilità di farsi scudo dell'art.18 in caso di licenziamento senza giusta causa. Inoltre per rendere la norma valevole non solo per i futuri contratti, ma anche per i lavoratori attualmente occupati, (vero obiettivo della riforma), ammette la possibilità di accordi sull'arbitrato "durante" il rapporto di lavoro . Non è difficile pensare che con un modulo preconfezionato le aziende chiederanno ai lavoratori, che difficilmente avranno la forza di negare il loro consenso, di accordarsi sulla introduzione dell'arbitro. Il lavoratore in quanto tale avrà meno diritti. Non potrà difendersi ricorrendo ad un Giudice ma ad un "paciere" forse pagato dalla stessa azienda che lo vuole licenziare. Non avrà come il famoso mugnaio di Dresda il suo giudice a Berlino.

Non è paranoico pensare che questo lavoro parlamentare di aggiramento dell'art.18 con un sotterfugio leguleio ed un intrigo di palazzo bipartisan ghigliottinerà la manodopera a tempo indeterminato, specialmente quella che i padroni ritengono "pesante" per dieci, venti anni di anzianità e che si vorrebbe sostituire con carne fresca e senza tante pretese e diritti acquisiti. Ciò è frutto anche della "consulenza" delle Confederazioni Sindacali, da tempo oramai collegate strettamente all'ufficio "risorse umane" delle aziende e collaborazioniste della Confindustria e del Governo.

Cisl ed Uil, accogliendo la linea della complicità coi padroni suggerita da Sacconi, sono già d'accordo mentre la CGIL che non può negare sè stessa e la sua storia e mettere nel dimenticatoio la grande manifestazione di milioni di lavoratori convenuti a Roma su invito di Cofferati appunto a difesa dell'art.18, non firma ma assiste come Ponzio Pilato. Il ruolo di Ponzio Pilato sembra essere diventato la sua vocazione. In occasione degli accordi separati sulla riforma dei contratti ha preteso appunto di presenziare senza firmare.
 

Le dichiarazioni rese oggi da Epifani sono stupefacenti e quasi provocatorie. Sostanzialmente dice che se la legge sarà fatta la CGIL la impugnerà davanti la Corte Costituzionale ("faremo ricorso se ci sono le condizioni di legittimità costituzionale"). Ma per fare questo non c'è bisogno di una Confederazione di sei milioni di iscritti. Questa non è opposizione ma accettazione di un cambiamento radicale a danni dei lavoratori. Sulla stessa linea si muovono Cisl e Uil. Insomma le tre Confederazioni hanno lasciato via libera a questa mostruosa modifica.

Se non fosse così, almeno per la CGIL, la difesa dell'articolo 18 sarebbe al centro dello sciopero generale del 12 Marzo. Ma il 12 Marzo si sciopererà soltanto per chiedere l'elemosina di una tantum di 500 euro di sgravio fiscale che se fosse concessa, varrebbe la revoca della manifestazione.

E' per me sempre motivo di stupore l'acquiescenza della CGIL alle richieste del governo e del padronato anche le più inique. Se lo stesso Epifani ritiene che nell'art.31 del ddl governativo ci siano gli estremi per ricorrere alla Corte Costituzionale ammette che c'è una lesione dei diritti e della dignità dei lavoratori.

E' terribile che i lavoratori italiani siano governati da tre Confederazioni Sindacali che da venti anni a questa parte campano sulle loro spalle riducendo i loro diritti ed accrescendo la loro fetta di gestione di percentuali consistenti di salario con gli enti bilaterali. Bastava vedere in TV il parterre del Congresso dell'UIL per respirare aria di ministerialismo e di collaborazionismo subalterno.

La signora Marcegaglia troneggiava in prima fila ad ascoltare la relazione di Angeletti che tirava la volata alle sue richieste al Governo e condivideva la stessa visione per la spesa pubblica senza dire una sola parola sulla condizione del lavoro in Italia.
 

Avere reso pubblica la questione dell'art.31 soltanto ora, dopo anni di silenzio complice, è averla già accettata.
Quanto si potrà fare da ora in avanti sarà soltanto tardivo e fuori tempo massimo. Soltanto un grande e convinto sciopero generale potrebbe bloccarne l'approvazione. Ma questo Epifani si guarda bene financo dal pensarlo.

Pietro Ancona
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Negazione dei Diritti e Coercizioni

Non credevo proprio che la giornata di ieri, aperta dalla dichiarazione del Sen.Treu di denunzia dell'attacco all'art.18 dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori, si sarebbe chiusa con l'approvazione della legge voluta da Sacconi e dalla destra che controlla il Parlamento. Lo stesso Senato che ieri ha saluto con un applauso commosso il senatore Di Girolamo eletto fraudolentemente dalla 'ndrangheta all'estero ha congedato una legge che segna il passaggio dai diritti e dalle tutele al proibizionismo. Ai lavoratori viene proibito di adire al Giudice in caso di licenziamento senza giusta causa e dovranno accettare il verdetto inappellabile di un arbitro. Noto con sconcerto che la parola "obbligatorio" ricorre sempre più frequentemente nella legislazione voluta da questa generazione di giuslavoristi che da D'Antona a Biagi agli attuali Ichino e altri nel corso di quasi due decenni hanno disarticolato il sistema giuridico italiano, lo hanno americanizzato nei suoi aspetti peggiori e ributtanti.

Il modello americano figlio della sconfitta del sindacato ottenuta con l'uccisione dei suoi dirigenti dai killers della Pinkerton (la famosa agenzia ora diventata la Blackwater che flagella l'Iraq e l'Afghanistan e che fornisce gli squadroni della morte alle multinazionali Usa) viene importato in Italia. Campagne di falsificazione e di manipolazione della opinione pubblica si sono svolte per l'affermazione della deregulation. Insigni personaggi come Monti hanno contrapposto i diritti dei genitori alla condizione precaria dei figli (da loro creata) in nome della "modernità" e della "flessibilità".

Autorevoli esponenti dell'ex PCI come D'Alema hanno avvertito i ragazzi di non aspettarsi il posto fisso e di confrontarsi con il mercato. Ieri il Ministro del Lavoro
si è spinto fino a dichiarare che i lavoratori non sono "minus habent". Sono alla pari con l'azienda!! Un'affermazione che vorrebbe ribaltare la radice del diritto del lavoro basata appunto sulla constatazione della disparità tra imprenditore e lavoratore e quindi sulla tutela della parte debole. Mettere sullo stesso piano lavoratore e datore di lavoro significa chiudere la storia del movimento sindacale e tornare ai rapporti esistenti prima della sua nascita. Torniamo indietro di due secoli.
Anche se "Repubblica" parla di "rivolta "dei sindacati e dell'opposizione alla legge approvata ieri dal Senato si ha l'impressione che la legge sia già stata metabolizzata e di fatto subita o accettata. Non c'è nessuna rivolta! L'opposizione in Parlamento anche se ha votato contro è stata sostanzialmente consenziente. Non ha votato a favore perchè non era necessario ma nel corso di questi due anni ha partecipato a tutto il lavorio di incubazione, limatura, elaborazione della normativa. Una normativa studiata da chi conosce a fondo il diritto e trova l'escamotage leguleio per "aggirare" alle spalle quanto vuole predare .

L'articolo 18 dello Statuto resterà ma sarà una maceria inerte, pronta a rovinare ed unirsi alle tante altre macerie dei diritti perduti o ceduti in questi anni.
I sindacati non hanno reagito. Hanno reso interviste di malavoglia fatte sopratutto su iniziativa dei giornali. Epifani, dopo aver descritto tutti i mali della riforma, si è spinto fino a preannunziare ricorso alla Corte Costituzionale ( "se ce ne saranno le condizioni"). Da qui all'eventuale pronunziamento della Corte potrebbero passare anche tre anni o quattro anni ed intanto la nuova normativa si farà le ossa e diventerà parte della realtà dei rapporti sociali. La CGIl avrebbe potuto annunziare una riunione della sua segreteria, proclamare una qualche mobilitazione nei posti di lavoro. Niente! si è limitata a constatare quanto è amara e piena di fiele la medicina fabbricata in Senato. Cisl ed Uil hanno rivendicato la loro esclusiva nella materia forse temendo prese di posizione della sinistra politica.

L'Italia vanta Sindacati con oltre diecimilioni di iscritti. Una potenza! Ebbene, con il concorso attivo o soltanto passivo di questa potenza siamo diventati un paese in crisi per i bassi, bassissimi salari, un paese di precari e di lavoratori senza diritti. Abbiamo lavoratori sempre più poveri ed infelici !
La legge approvata non si è limitata a liquidare l'art.18. Ha ridotto la scuola dell'obbligo di un anno che potrà essere speso per apprendistato. Naturalmente questo riguarderà soltanto le famiglie povere.
 

Ha reintrodotto il discusso istituto della staff leasing una infame possibilità di affittare interi gruppi di lavoratori anche a tempo indeterminato, una arma in più nel vantaglio delle possibilità offerta alle imprese. Il lavoro umano viene totalmente disarticolato in un numero infinito di opzioni padronali!
 

Anche su questa questione, il silenzio dei Sindacati di Regime è assordante. Per chi non avesse capito da oggi in poi la politica sociale è fatta soltanto dalla Confindustria. Il sindacato deve soltanto concorrere alla sua esecuzione magari estendendo la pratica degli enti bilaterali fino a farla diventare sostitutiva del welfare. Deve tacere ed ubbidire. Prepararsi alle prossime cessioni. Perchè non privatizzare l'INPS e l'INAIL? Perchè non passare ai contratti individuali?
 

Oggi i giornali parlano quasi esclusivamente del tormentone delle liste elettorali di Roma e Milano. Le anime belle bipartisan si dedicano alla patata ecologica. Nessuno sembra notare che la moviola ci rimanda all'indietro, agli anni cinquanta. Domani dell'art.18 non ne parlerà più nessuno.
 

Pietro Ancona
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Per Francesco Mastrogiovanni e per tutti

Documento finale  del dibattito pubblico “Contro le morti strane e preannunciate nelle istituzioni totali (carceri e manicomi)” tenutosi il 22 Febbraio 2010 presso il Centro Sociale di Pastena – (SA)

Video integrale del Dibattito del 22.02.2010

Spezzare il silenzio  sulle richieste di verità e giustizia di quei familiari che hanno subito la morte dei propri cari!

 

Rompere  i muri di gomma  delle Istituzioni  di fronte al dolore ed alla rabbia di quella umanità che reclama  la difesa ed il rispetto della dignità umana nei luoghi di sofferenza (carcere –manicomi)!

Questo è quello che ha reclamato la rappresentante del Comitato Fausto e Iaio, due giovani militanti del Centro Sociale Leoncavallo di Milano uccisi  ed i responsabili ed i mandanti di tale omicidio sono ancora impuniti .

Sono 30 anni che i familiari attendono giustizia.

Così come, grazie alla testimonianza di Giuseppe Tarallo (presidente del comitato “verità e giustizia per Franco Mastrogiovanni”), si è denunciato e si è controinformato la platea sulla vicenda che ha visto protagonista Franco Mastrogiovanni, morto in seguito ai maltrattamenti ed alle violenze subite nel reparto psichiatrico di Vallo della Lucania.

Raccapricciante  inoltre  la testimonianza della  signora Bianco Mariella che ha denunciato la triste vicenda di mala sanità che ha causato la scomparsa del fratello Giuseppe (il 18 aprile 2008).

Queste tre esperienze umane sono accomunate da un unico filo conduttore:  “Reclamare  Verità e ricevere Giustizia per i propri cari“.

Si è discusso del problema carcere e delle condizioni dei detenuti con l’accorato e professionale  contributo dell’Avv.to Valentina Restaino.

Si è parlato di Sanità, in particolar modo del diritto all’assistenza in una Sanità Pubblica  ed in particolare dell’assistenza psichiatrica e delle condizioni in cui si trovano le lavoratrici ed i lavoratori dello SPDC di Salerno.

L’assemblea è stato un momento di discussione e di riflessione politica, a Sinistra, circa la necessità ed il dovere di confrontarsi e di comprendere come nei decenni passati, superando le peggiori emergenze, con sforzi immani, si era determinato di fatto in Campania un vero e proprio laboratorio politico frutto di esperienze di conquiste, di acquisizione di obbiettivi reali ed in piena autonomia, si può dire a 360 gradi, dal diritto al lavoro , alla casa, alla salute pubblica, all’applicazione della legge n.180 (legge Basaglia) all’istruzione e alle carceri.

Su come il Laboratorio Campania riuscì  ad abbinare il miglioramento delle condizioni di vita della povera gente, incidendo su percentuali consistenti della stessa, all’impedimento dell’ imbarbarimento sociale, divenendo allo stesso tempo  di riferimento di tutti gli strati sociali.

Questo è quello che una sinistra, allora definitasi rivoluzionaria, ora antagonista, riuscì a determinare nella regione Campania, che rappresenta da sempre un confine politico per gli equilibri tra i conflitti non solo nel Meridione, ma nell’intero territorio nazionale.

Di tutto ciò, oggi, se ne sono perse le tracce, lasciando spazio ad un silenzio che oggi si è voluto SPEZZARE, iniziando a dare un contributo a partire  da questo dibattito.

Spezzare il silenzio in quanto  strumentale al potere di pochi, che si rende compartecipe dello sfacelo della politica campana, in cui svolge il ruolo di protagonista la compravendita degli assessorati e tralascia quelle che sono le esigenze reali della gente.

Nel corso del dibattito si sono alternati interventi molto sentiti, forti, di denuncia ma soprattutto molto costruttivi volti proprio a rompere questo silenzio.

Dai vari interventi si evince la necessità di creare una rete tra realtà, individui, che sia propositiva, incidendo sulle problematiche sociali quali sono: la questione sanitaria e quindi dei reparti psichiatrici, la questione delle carceri e di conseguenza lavoro e reinserimento sociale, il problema della garanzia dei diritti della persona e dei diritti democratici.

Nel corso dell’assemblea  si è posto il bisogno di inserire all’ordine del giorno del dibattito politico Campano alcune proposte, che vorremmo fossero oggetto di riflessione seria da parte delle istituzioni e che diventassero centrali nel programma della Nuova Regione Campania :

  • Tutela dei diritti inviolabili della  persona sanciti dalla Costituzione, troppo spesso violati nell’ambito delle istituzioni totali, quali carceri e strutture psichiatriche;
  • Apertura degli istituti psichiatrici e delle carceri verso l’esterno, attraverso la possibilità di visite periodiche che consentano di accertarsi delle reali condizioni di pazienti e detenuti;
  • Centralità dei servizi alle persone attraverso l’uso di risorse, che si rendono necessarie per garantire la qualità e quantità dell’assistenza sanitaria, a partire dai pazienti privi di tutela (specialmente per chi soffre di patologie psichiatriche);
  • Garanzia del carattere pubblico di tutta la Sanità, al fine di assicurarne qualità e trasparenza;
  • Favorire il reinserimento sociale di detenuti ed ex detenuti, attraverso corsi di formazione specializzati dentro e fuori dal carcere, convenzioni con aziende, in modo da contemplare lo sconto della pena con lo svolgimento di attività che abbiano un utilità sociale, che rendano reale un futuro fuori dall’illegalità (un esempio potrebbe essere il loro impiego per la messa in sicurezza degli edifici, ricordando sempre che ci troviamo in una zona ad alto rischio idrogeologico);
  • Destinare maggiori fondi all’assistenza psichiatrica nelle carceri, ristabilendo il giusto numero di psicologi per detenuti.

Psichiatria: chiuso per torture

Si era appena conclusa, a Vallo della Lucania, la conferenza stampa dei legali della famiglia di Francesco Mastrogiovanni, l'insegnante anarchico cinquantottenne ricoverato con un TSO illegale, il 31 luglio del 2009, e deceduto dopo 80 ore di contenzione in totale stato di abbandono, quando è giunta la notizia che il GIP che conduce le indagini ha chiuso il reparto di psichiatria dell'ospedale "San Luca" di Vallo della Lucania dove si è consumato l'ennesimo delitto di Stato. Nelle diciassette pagine che compongono l'ordinanza di interdizione temporanea dalla professione, che ha interessato 14 operatori tra medici e paramedici del reparto di psichiatria dell'ospedale di Vallo della Lucania tra cui il primario Michele Di Genio, emessa giovedì 21 gennaio dal GIP del Tribunale di Vallo della Lucania Nicola Marrone, si leggono tutta la violenza, il cinismo, l'efferatezza dei crimini consumati all'interno di quella stanza. "A Francesco è stata negata qualsiasi comprensione. Non è stato nutrito, né qualcuno gli ha dato un sorso d'acqua. È possibile che su 14 persone nessuno si sia chiesto se ciò che stavano facendo avesse un profilo di umanità? Pensate che non si sono neanche accorti che Franco fosse morto. È una cosa terribile, vergognosa".
Questa dichiarazione rilasciata dall'amico e compagno Giuseppe Galzerano racchiude i quesiti che migliaia di cittadini pongono non solo agli operatori di Vallo della Lucania, ma anche a quelli dell'Istituto Papa Giovanni XXIII di Serra d'Aiello in provincia di Cosenza dove, chiuso un filone di indagine che ha visto condannare a 7 anni di reclusione l'alto prelato mons. Luberto, la Procura di Paola ne ha aperto un altro che riguarda 12 pazienti "desaparecidi" di cui i RIS di Messina stanno cercando di individuarne i corpi, con l'analisi del DNA, aprendo 60 loculi nell'area cimiteriale riservata all'istituto. Ma i casi degli ospedali e delle case di cura trasformate in lager non si limitano a questi due, negli ultimi giorni, ad Ascoli Piceno, i carabinieri sono penetrati nell'ospizio "Casa di Giobbe", un nome azzeccatissimo se si pensa che erano più decorose ed accoglienti le baracche di Auschwitz, e hanno trovato donne e uomini, tra i 70 e i 90 anni, rinchiusi in stanze sovraffollate accovacciati sui letti sporchi di urine e feci. In queste due realtà non vi erano le telecamere, mentre nella stanza che ospitava Mastrogiovanni hanno fornito ai magistrati le prove inconfutabili degli innumerevoli reati commessi.
Si legge nell'ordinanza del GIP di Vallo: "dalla successiva visione dell'immagine si evinceva che nella camera di Mastrogiovanni vi era anche un'altra persona sottoposta a mezzi di contenzione e sorgeva quindi la necessità di accertare la sua identità, le ragioni della contenzione e se l'utilizzo di tali mezzi fosse stato annotato in cartella clinica". Si scopre così, solo per caso, che il paziente ricoverato nella stessa stanza di Mastrogiovanni è Giuseppe Mancoletti il quale viene legato al letto anche se non è previsto, per lui, alcun TSO perché trattasi di ricovero spontaneo. Mancoletti viene tenuto in contenzione dalle ore 11,50 del 2 alle 9,12 del 3 agosto 2009 senza che gli venga fornita adeguata assistenza, tanto che "solo fortunosamente nel corso della notte riusciva a bere dell'acqua da una bottiglia appoggiata su un tavolino, prima avvicinando il tavolino con un piede, poi facendo cadere la bottiglia ed in seguito addentandola con la bocca e riuscendo in tal modo a bere qualche sorso d'acqua". Affrontare il disagio psichico torturando i corpi: è questa la nuova visione della psichiatria in Italia condivisa all'interno delle case di cura da tutto il personale?

Angelo Pagliaro

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PER LA RIPUBBLICIZZAZIONE DELL’ ACQUA,
LA TUTELA DI BENI COMUNI, BIODIVERSITA’ E CLIMA,
LA DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA


Insieme, donne e uomini appartenenti a comitati territoriali e associazioni, forze culturali e religiose, sindacali e politiche, abbiamo contrastato i processi di privatizzazione dell’acqua portati avanti in questi anni dalle politiche governative e in tutti i territori.
Insieme abbiamo costituito il Forum italiano dei movimenti per l’acqua e raccolto più di 400.000 firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare per la tutela, il governo e la gestione pubblica dell’acqua.

Mentre la nostra proposta di legge d’iniziativa popolare giace nei cassetti delle commissioni parlamentari, l’attuale Governo ha impresso un’ulteriore pesante accelerazione, approvando, nonostante l’indignazione generale, leggi che consegnano l’acqua ai privati e alle multinazionali (art. 23bis,integrato dall’ art. 15-decreto Ronchi).

Non abbiamo alcuna intenzione di permetterglielo.

La nostra esperienza collettiva, plurale e partecipativa e’ il segno più evidente di una realtà vasta e diffusa, di un movimento vero e radicato nei territori, che ha costruito consapevolezza collettiva e capacità di mobilitazione, sensibilizzazione sociale e proposte alternative.

Chiamiamo tutte e tutti ad una manifestazione nazionale a Roma sabato 20 marzo, per bloccare le politiche di privatizzazione dell’acqua, per riaffermarne il valore di bene comune e diritto umano universale, per rivendicarne una gestione pubblica e partecipativa, per chiedere l’approvazione della nostra legge d’iniziativa popolare, per dire tutte e tutti assieme “L’acqua fuori dal mercato!”.

Nella nostra esperienza di movimenti per l’acqua, ci siamo sempre mossi con la consapevolezza che quanto si vuole imporre sull’acqua e in ciascun territorio è solo un tassello di un quadro molto più ampio che riguarda tutti i beni comuni, attraversa l’intero pianeta e vuol mettere sul mercato la vita delle persone.

La perdurante crisi economica, ambientale, alimentare e di democrazia, è la testimonianza dell’insostenibilità dell’attuale modello di produzione, consumi e vita.
Il recente fallimento del summit ONU di Copenaghen è solo l’ultimo esempio dell’inadeguatezza delle politiche liberiste e mercantili, incapaci di rispondere ai diritti e ai bisogni dell’umanità.



Se il mercato ha prodotto l’esasperazione delle diseguaglianze sociali, la cronicità della devastazione ambientale e climatica, la drammaticità di grandi migrazioni di massa, non può essere lo stesso mercato a porvi rimedio.

Analogamente alle battaglie sull’acqua, in questi anni e in moltissimi territori, sono nate decine di altre resistenze in difesa dei beni comuni.

Significative mobilitazioni popolari, capaci di proposte alternative nel segno della democrazia condivisa, stanno tenacemente contrastando la politica delle “grandi opere” devastatrici dei territori, una gestione dei rifiuti legata al business dell’incenerimento, un modello energetico dissipatorio e autoritario, basato su impianti nocivi ed ora anche sul nucleare.

Rappresentano esperienze, culture e storie anche molto diverse fra loro, ma ugualmente accomunate dalla voglia di trasformare questo insostenibile modello sociale, difendendo i beni comuni contro la mercificazione, la salute contro tutte le nocività, i territori contro le devastazioni ambientali.

Chiamiamo tutte queste realtà a costruire assieme la manifestazione nazionale di sabato 20 marzo.

Ciascuna con la propria esperienza e specificità, ciascuna con la propria ricchezza e capacità.

Pensiamo che la manifestazione, oltre ad essere un importante ed unificante momento di lotta, ponga con intelligenza e determinazione la questione della democrazia partecipativa, ovvero l’inalienabile diritto di tutte/i a decidere e a partecipare alla gestione dell’acqua e dei beni comuni, del territorio e dell’energia, della salute e del benessere sociale.

Consapevoli delle nostre differenze, accomunati dal medesimo desiderio di un altro mondo possibile.

FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA

www.acquabenecomune.org

 

MANIFESTAZIONE ANTIRAZZISTA E PROLETARIA DEL 7-02 AD ALZANO LOMBARDO

 



Ad Alzano Lombardo il Comune leghista, con la sua “politica abitativa”, mette in pratica la sua linea discriminatoria contro i migranti, cercando così di coprire la propria complicità coi padroni nell’attuale crisi ( vedi lo smantellamento della Cartiera Pigna ).
Complicità che ovviamente va estesa a tutta la maggioranza governativa, pronta a dare palate di denaro pubblico a chi questa crisi ha provocata, cioè industriali-banchieri-speculatori, mentre per milioni di lavoratori ci sono solo elemosine e disoccupazione.

Visto che sono vicine le elezioni amministrative, gli schieramenti di “opposizione” da un lato fanno sentire timidamente la voce contro il razzismo del governo, ma dall’altro stanno bene attenti a non perdere “consensi” ( cioè voti )…evitando la mobilitazione aperta e la lotta.
Bisognerebbe ricordare loro che, quando hanno governato, sono state fatte anche allora leggi razziste ( la Turco-Napolitano ) e non si è migliorata affatto la condizione dei lavoratori migranti. Anzi, in questo leghismo “di sinistra” si sono distinti i sindaci-sceriffi del centro-sinistra, non ultimo l’abortito leader progressista Sergio Cofferati,sindaco di Bologna, ex segretario generale della CGIL.

Per noi lottare contro il razzismo significa lottare contro il suo uso capitalistico, teso a dividere i lavoratori tra di loro, soprattutto oggi di fronte alla crisi. I fatti recenti di Rosarno, dove migranti trattati peggio di animali si sono ribellati, scatenando la caccia all’immigrato in questo luogo della Calabria, dimostra che dietro al razzismo,prima ancora dell’”identità” e della “cultura”, ci sta il profitto!!!

E’ allora più che mai necessario ricompattare la classe in tutte le sue parti, al di là di ogni divisione di razza, di etnia, di provenienza, di categoria,di professione, di condizione.

La divisione ci rende tutti più deboli di fronte ai padroni ed ai governanti, l’unità ci rafforza.

L’unità che noi della RETE OPERAIA perseguiamo parte dall’autorganizzazione dei diretti interessati per collegare le lotte dei lavoratori sulla difesa dall’attacco padronale all’occupazione, ai salari, alle condizioni di vita.
CONTRO OGNI ILUSIONE ELETTORALISTICA, RILANCIAMO UN PROTAGONISMO OPERAIO DAL BASSO CHE SPOSTI I RAPPORTI DI FORZA TRA LE CLASSI PUNTANDO SU OBBIETTIVI COME :

no ai licenziamenti comunque mascherati- riduzione d’orario a parità di salario e assunzione dei disoccupati- regolarizzazione di tutti i lavoratori in “nero”- permesso di soggiorno senza condizioni- via le leggi sul precariato- diritto alla casa e ai servizi sociali gratuiti per i lavoratori italiani e immigrati.

SU QUESTI TEMI TUTTI ALLA MANIFESTAZIONE DIETRO LO STRISCIONE “RETE OPERIA VALSERIANA” AD ALZANO L. ORE 10.15

DOMENICA 7 FEBBRAIO NELLA PIAZZA DEL COMUNE !

03/02/2001

RETE OPERAIA VALSERIANA

via San Giovanni Bosco, 1 – fraz. Nese-Alzano Lombardo

reteoperaia@gmail.com cell. 3276165258

 

Ammortizzatori sociali per pochi, Italia tra gli ultimi in Ue

(2 Febbraio 2010)

L’anno nuovo non inizia con prospettive incoraggianti per il mondo del lavoro. Lo confermano i dati Istat pubblicati a fine gennaio e che riguardano il mese di dicembre 2009. Il tasso di disoccupazione è salito all'8,5%, il dato peggiore dal gennaio 2004. A dicembre sono stati persi 306 mila posti di lavoro e il numero di persone in cerca di occupazione risulta pari a 2 milioni 138 mila unità, in crescita del 2,7% rispetto al mese precedente e del 22,4% rispetto al dicembre 2008.

Utilizzando il vecchio sistema del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, qualcuno ha sottolineato che, pur nella gravità del dato, l’Italia reagisce meglio degli altri Paesi della zona euro. Qui infatti il tasso di disoccupazione rilevato a dicembre è pari al 10%, in crescita di un decimo rispetto a novembre. In termini assoluti, nell'intera Unione europea a dicembre risultavano senza lavoro oltre 23 milioni di persone, 15,7 dei quali nei Paesi aderenti al sistema della moneta unica. Purtroppo per chi è disoccupato, in queste analisi dove i numeri vengono stirati e interpretati a comando, spesso ci si dimentica di completare il raffronto e si evita di parlare degli ammortizzatori sociali, cioè di quelle misure di sostegno al reddito finalizzate ad evitare che i lavoratori, che nella normalità dei casi traggono dall'attività il sostentamento per sé e per le proprie famiglie, rimangano privi di retribuzione. Se si equiparassero anche i dati di accesso agli ammortizzatori sociali si vedrebbe come il quadro non sia poi tanto positivo. In Italia l’ultimo monitoraggio effettuato dal Ministero del Lavoro, stima che gli ammortizzatori sociali coprano non più del 30% dei disoccupati con sussidi di varia natura. E gli altri? Si arrangino da soli verrebbe da pensare e purtroppo la nostra realtà è proprio questa. Per una larga fetta di disoccupati, oltre al problema sociale e psicologico di rimanere senza lavoro, c’è anche la condanna di non poter accedere a nessuna forma, neanche minima, di sostegno. Il caso Alitalia in questo senso è stato emblematico: nell’ambito di una ristrutturazione che ha coinvolto una grossa azienda di Stato, sono stati concessi ammortizzatori molto forti ed estesi; di contro per migliaia di lavoratori precari o fuoriusciti da piccole e medie imprese c’è invece la solitudine e la mancanza totale di assistenza. Il tanto citato (quando fa comodo) raffronto con l’Europa in questo caso è impietoso. Stando ai dati Ue, gli ammortizzatori sociali in Svezia e negli altri paesi scandinavi coprono oltre il 70% dei senza lavoro; la Francia arriva al 60%, il Belgio al 50%, la Germania al 45%. L’Italia è agli ultimi posti assieme a Grecia e Bulgaria. Ecco quindi che l’ottimistico dato della minor disoccupazione rispetto alla media europea viene miseramente a sgonfiarsi, in quanto in Italia spesso la perdita del lavoro, proprio per mancanza di misure di sostegno, rischia di sfociare in una caduta libera verso la povertà

Anche il dato della spesa per gli ammortizzatori sociali è sconfortante: rispetto al Pil l’Italia spende circa la metà degli altri paesi europei. A completare il quadro ci sono i raffronti con gli importi erogati anch’essi assolutamente sotto la media europea. Prendiamo per esempio l’indennità di disoccupazione ordinaria: essa viene erogata per 8 mesi (12 per coloro che hanno superato i 50 anni di età), la retribuzione corrisposta è pari al 60% per i primi 6 mesi, al 50% per il settimo e l’ottavo mese e al 40% per i mesi successivi. In Danimarca si arriva al 90% per un periodo di 48 mesi; in Olanda al 75% per un periodo che può arrivare addirittura a 5 anni. In Germania e Francia dove si eroga come in Italia il 60% si arriva rispettivamente a 32 e 42 mesi. Oltretutto va anche considerato che in Italia tra coloro che perdono il lavoro, solo il 25% lo ritrova entro i primi sei mesi, per gli altri le attese oltrepassano anche l’anno con esiti ovviamente disastrosi sotto tutti i punti di vista. Sul tema ammortizzatori sociali in Italia siamo molto indietro: Cassa Integrazione, Mobilità e Sussidio di disoccupazione sono gli unici strumenti, riservati a poche categorie per fronteggiare lo stato di disoccupazione. Visto che l’Europa viene sempre citata, incidentalmente notiamo che in Francia per esempio, esistono sei diverse tipologie di ammortizzatori sociali: l’indennità di disoccupazione, il sussidio di disoccupazione, l’indennità di prepensionamento, il reddito minimo di inserimento, il reddito minimo di attività e l’indennità equivalente alla pensione. E se questo non bastasse, ad aggravare il quadro ci si potrebbero aggiungere anche le inesistenti politiche italiane di formazione e placement, che lasciano chi ha perso il lavoro nella più completa solitudine, costretto a rivolgersi ad amici e conoscenti invece che a reti strutturate di orientamento e ricollocazione.

È chiaro che il dato sulla disoccupazione non può essere visto solo come un semplice elemento numerico da comparare e strizzare a seconda delle esigenze. Esiste un problema di natura sociale che va affrontato e di cui non si possono ignorare i disastrosi effetti di disgregazione che sta creando. Intere famiglie si trovano improvvisamente ad affrontare situazioni di emergenza senza avere nessun sostegno né economico, né di supporto alla ricollocazione.

In Italia non si è ancora riusciti ad aprire un dibattito politico sereno e costruttivo sull’introduzione di politiche di sostegno estese a tutti. Ogni volta che si tenta di affrontare il discorso vengono subito tirate in ballo parole tabù come “peso del debito pubblico” o “assistenzialismo” che chiudono qualsiasi spiraglio di discussione. Fino a quando però si continuerà a ignorare la realtà? È possibile che sia considerato normale che, dall’oggi al domani, chi ha perso il lavoro si ritrovi a dover sostenere tutti i “doveri sociali” (mutui, affitti, bollette, sussistenza sanitaria, scolastica etc..) senza nessun diritto di sostegno? È forse “assistenzialismo” sostenere intere famiglie ad affrontare dignitosamente queste situazioni? È forse “assistenzialismo permettere a un giovane di progettare un futuro, sapendo che nella pur deprecata precarietà ci sono comunque forme di reddito che non siano sempre la pensione o i risparmi del genitore? O forse si vuole continuare a pensare anche alle politiche sociali come un serbatoio di clientelismo riservato a pochi? Aspettiamo risposte istituzionali e politiche non più differibili, anche per una questione di stabilità del tessuto sociale che diventa sempre più urgente. Nel frattempo ai disoccupati senza protezione non resta che cercare qualche tetto libero su cui arrampicarsi per avere un po’di visibilità: anche qui però ultimamente lo spazio comincia ad essere affollato.

L'autore è Sociologo Operatore di orientamento e Placement per l’Università Roma Tre. Consigliere Nazionale dell’ass.ne Atdal Over 40, che si occupa della disoccupazione in età matura. Autore del saggio “Non ho l’età” una ricerca sul fenomeno stesso.

Stefano Giusti

RESOCONTO RIUNIONE OPERAIA AUTOCONVOCATA DEL 23 GENNAIO 2010 A ROMA - CASA DEL POPOLO TRIONFALE E MOZIONE FINALE APPROVATA

La riunione 'autoconvocata' di lavoratori e lavoratrici impegnati in gran parte nei sindacati di base (ha dato l'adesione come osservatori la Usi Ait nazionale) e nella sinistra Cgil che si è tenuta a Roma il 23 gennaio, presso la Casa del Popolo Trionfale a Piazzale degli Eroi (nel palazzo dove una targa ricorda che lì ha abitato Errico Malatesta...) è riuscita a coinvolgere, anche se in modo parziale, le forme di rappresentanza di alcune situazioni reali di lotta aziendale, con un segnale di impulso positivo a continuare su questo percorso. Tra le 100 e le 120 sono state le presenze di provenienza, oltre a Roma, quasi esclusivamente del Centro-Nord.. Nessuna organizzazione sindacale in quanto tale ha promosso questo incontro, come richiesto nell'appello di convocazione dei coordinamenti di Milano e del Piceno.

Così come sono state escluse dalla partecipazione a questa riunione i partiti e le forze politiche in quanto tali, anche se va evidenziato che molti dei partecipanti sono a vario titolo attivisti e attiviste di gruppi e partiti politici.

La natura e lo sviluppo del dibattito e della proposta, ha permesso di avere una sorta di cantiere aperto per un lavoro di intervento e di radicamento nei territori e delle realtà in lotta, non solo operaie del settore industriale ma anche del pubblico impiego e dei servizi.

Positiva l'accoglienza della proposta di impegno sul 1° marzo  per quanto riguarda le mobilitazioni di immigrati/e, che avrebbero tenuto l'assemblea antirazzista del 24 gennaio, come è stata valutata con interesse il collegamento a iniziative di respiro internazionale, come la manifestazione del 17 ottobre 2010 a Bruxelles 'contro la disoccupazione e la povertà' promossa dalla Rete delle Marce europee, proposta nell'intervento di Gigi Malabarba.

Per le realtà Usi Ait è intervenuto Roberto M., Rsa e Rls nel settore cooperativo, dipendente di un consorzio, che ha illustrato in breve gli effetti della crisi strutturale nel settore, mettendo in rilievo che i soggetti che pagano la crisi sono in prima battuta le donne e gli immigrati, oltre alla trasversalità del precariato anche se si ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato e la natura dei padroni di voler "approfittare" della crisi per ridurre diritti e garanzie, specie nei cambi di appalto o di gestione dei servizi esternalizzati, attraverso la mancata applicazione delle regole di clausola sociale di salvaguardia o con offerte al ribasso, mascherate da offerta economicamente più vantaggiosa. Questo in situazioni che non riguardano solo i servizi alla  persona a diversamente abili, minori o anziani, ma che riguarda servizi negli ospedali, di pulizie nelle scuole, di servizi nelle università o negli enti locali, di manutenzione e
attività nel settore culturale o dei servizi teatrali. 

Si è deciso collettivamente di costruire una vera e propria assemblea nazionale, rispetto al carattere di riunione autoconvocata del 23 gennaio, da organizzarsi per maggio, che mettere a punto una piattaforma congiunta e condivisa, a partire dai molti interventi effettuati e dalla capacità di interagire mettendo in piedi forme di collegamento reale tra le situazioni in lotta e coordinamenti locali e territoriali, a prescindere dall'adesione ai vari sindacati o alla non adesione ad alcun sindacato dei soggetti che si vuole coinvolgere.

Un portale e sito internet autorganizzato, che colleghi le lotte e le comunicazioni, dovrebbe raccogliere le esperienze e farne patrimonio comune, verso un coordinamento più stabile la cui costituzione è rimandata all'assemblea nazionale da costruire. 

Di seguito la mozione finale approvata di fatto all'unanimità.

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La crisi del capitalismo sta estromettendo dalle aziende migliaia di lavoratori e lavoratrici, dimostrando che tutti i settori vengono toccati da essa. è un fatto ormai evidente che i lavoratori, precari, disoccupati, studenti, stanno direttamente pagando le conseguenze di questa crisi strutturale, internazionale del capitalismo.

La chiusura di stabilimenti, delocalizzazione delle produzioni, licenziamenti dei precari, ristrutturazione della scuola e conseguente indebolimento e peggioramento qualitativo del sistema di formazione, aumenta e intensifica lo sfruttamento.

Quanto sta succedendo ci pone come lavoratrici e lavoratori di fronte a delle scelte da condividere in modo trasversale a prescindere dalla sigle sindacali di appartenenza e non. Siamo di fronte ad un attacco che spinge tanti lavoratori ad iniziative di lotta mai viste prima per ribadire la volontà di resistere a questo attacco.

Assistiamo a forme di lotta che vanno al di là della proclamazione di scioperi e dell'occupazione di fabbriche esponendo i lavoratori personalmente senza le giuste tutele che li dovrebbero salvaguardare. L'esempio della INNSE è una battaglia vinta che ha ridato nuove energie a tutti noi per riorganizzare la resistenza nel paese.

Si rende dunque necessario creare una vera forma di solidarietà e partecipazione fra tutte le lotte dei lavoratori. Per tanto l'assemblea dei coordinamenti e dei delegati delle fabbriche in lotta del 23 gennaio propone:

* La costruzione di un coordinamento stabile nazionale di tutte le realtà di lavoro in lotta.

* La costruzione, laddove non esistono ancora, di coordinamenti territoriali.

* La formazione di un network informatico che garantisca un'informazione puntuale da tutti i nodi territoriali.

* La costruzione di mobilitazioni generali territoriali e nazionali unificanti per tutte le lotte.

* Promuoviamo la partecipazione a tutte le iniziative che si svolgeranno nella giornata del primo marzo a sostegno dei lavoratori migranti.

* Seguiamo le proposte e le dinamiche di costruzione di mobilitazioni contro la precarietà e la disoccupazione a livello internazionale.

* Proponiamo di organizzare entro i prossimi tre mesi una assemblea nazionale più ampia per coinvolgere più realtà di lavoratori in lotta e verificare l'avanzamento delle proposte lanciate nella riunione odierna.

Da qui è importante e fondamentale costruire un movimento vero di lavoratori uniti contro la crisi che rimetta al centro la ripresa di una coscenza di classe capace di contrastare i licenziamenti, le speculazioni e le ristrutturazioni padronali, e che metta in discussione gli attuali rapporti di forza nella società.

FACCIAMO PAGARE DAVVERO LA CRISI AI PADRONI!

Roma, 23 gennaio 2010
 

 

 

Gli anarchici ed il congresso della CGIL

Comunicato del Consiglio dei Delegati FdCA

Il congresso che si apre è un congresso che si annuncia di scontro, poiché la posta in gioco è la capacità della CGIL di riprendere il conflitto e tornare a stare dalla parte dei lavoratori per difendere il diritto alla contrattazione, la democrazia sindacale, l'indipendenza del sindacato. In questa tornata assumono un ruolo decisivo le Camere del Lavoro ed i congressi territoriali, ove sarà necessaria la massima partecipazione e vigilanza, per evitare accordi sottobanco tra esponenti delle 2 mozioni per la spartizione dei posti, e dove bisognerà adoperarsi perché la mozione di minoranza possa andare ben oltre un fisiologico 25% per puntare ad un 40% di voti. Solo in questo modo è possibile sancire una discontinuità con l'azione sindacale della CGIL finora e con i precedenti congressi. Sostenere la mozione di minoranza permette di aprire spazi ad una prassi sindacale conflittuale nelle lotte, di rilanciare la partecipazione attiva degli iscritti e dei lavoratori, di ristrutturare la CGIL nei territori, di dire un chiaro no a contratti rinnovati sulla base delle nuove regole anche da pezzi di CGIL.

 

Attraversare la crisi

difendendo strenuamente lavoro e siti produttivi

tutelando diritti e libertà sindacali

difendendo le lotte contro l'esclusione ed il razzismo

allargando le maglie della solidarietà sociale

sviluppando progettualità sociale alternativa e libertaria

Documento del Consiglio dei Delegati FdCA

74° Consiglio dei Delegati della FdCA

Cremona, 17 gennaio 2010

presso il CSA Kavarna, località il Cascinetto

Non sarà il 2010 l'anno dell'uscita dal tunnel della crisi.

I bollettini economici della istituzioni capitalistiche prevedono che per giugno la forza lavoro occupata sarà diminuita di circa un 1 milione di unità. Dei 7,5 miliardi di euro stanziati per la cassa integrazione in deroga per il biennio 2009-2010, sono stati spesi stranamente solo 1,1 miliardi per il 2009. I 6,4 miliardi di euro restanti dovranno contenere probabilmente una perdita dell'occupazione.

In questa situazione, la reazione dei lavoratori e delle lavoratrici, spesso auto-organizzata ed autogestita, si concentra sul proprio posto di lavoro, sul proprio sito produttivo, ricorrendo anche a forme di visibilità estreme, ma riuscendo a stabilire un forte rapporto col territorio di appartenenza, chiamando in causa forme di solidarietà dal basso, portando la crisi fuori dalle aziende per investire le comunità di appartenenza, siano essi piccoli paesi, distretti produttivi, agenzie di importanza sociale e collettiva (vedi caso ISPRA).

Ma la difesa del posto di lavoro è tutt'uno con la tutela dei diritti e delle libertà sindacali, che accordi separati e unilaterali stanno progressivamente limitando per indebolire il potere contrattuale dei lavoratori organizzati. Sul 2010 si allungano le ombre di rinnovi contrattuali peggiorativi dello scorso anno, per cui occorre contrastare questa tendenza ed invertirne la direzione, restituendo ai lavoratori la titolarità sui rinnovi contrattuali. Si tratta di una scelta senza ambiguità che chiama in causa il congresso della titubante CGIL ed il ruolo realmente conflittuale della sua minoranza interna, nonché un rinnovamento del sindacalismo di base, quale forza in grado di offrire più protagonismo ai lavoratori e meno burocrazia di partito.

Per attraversare la crisi occorre che i lavoratori, con una ritrovata solidarietà di classe e con tenacia, prendano consapevolezza di poter lottare ancora per la difesa delle strutture sindacali dal basso e sul pieno coinvolgimento di quelle componenti del sindacalismo conflittuale disposte a scegliere gli interessi immediati dei lavoratori e la difesa strategica del sindacato quale luogo collettivo di solidarietà, di resistenza e di lotta. Il progetto assistenzialista di sindacati come la CISL si ferma solo sviluppando politiche alternative sul piano della distribuzione della ricchezza e sulle protezioni in tempi di crisi, quali le casse di resistenza ed il mutuo appoggio.

La crisi procede seguendo una lista di soggetti da colpire: prima i precari, i lavoratori a tempo determinato, i co.co.co, poi i lavoratori a tempo indeterminato ed infine quella schiera di lavoratori che a migliaia costituiscono una sorta di non-classe, diffusa in quelle pieghe del lavoro sottopagato e soggetto a pizzo che è diffuso in agricoltura, nella pastorizia, nella manovalanza a caporalato, nei servizi alle persone. Su questi ultimi si abbatte il pregiudizio razzista, alimentato dalla destra al governo, su di essi si abbatte la violenza della grande criminalità e delle popolazioni opportunamente condizionate da campagne xenofobe e razziali quotidiane.

Lo sfruttamento capitalista e mafioso delle persone, dei territori, non conosce colore, ma se deve scegliere chi usare come schiavo, non esita a sfruttare lo stato di difficoltà dei lavoratori immigrati in forma di profitto senza limiti, generando conflitti fra migranti e tra poveri.

La solitudine dei lavoratori immigrati si trasforma a volte in ribellione collettiva allo sfruttamento ed alla detenzione nei CIE, diventa una forma di autodeterminazione della propria consapevolezza di essere donne e uomini portatori di diritti e di libertà.

Prima, durante e dopo queste forme di ribellione allo sfruttamento ed all'annichilimento occorre sviluppare una rete di solidarietà che non si limiti all'assistenza ma che stringa nodi con le altre forme di resistenza messe in atto dai lavoratori in questi tempi di crisi.

Occorre costruire, sviluppare e valorizzare nel territorio organismi di base a vocazione solidaristica e sindacale per riunificare gli sfruttati di questi tempi, senza distinzione per il colore della pelle, per la loro origine, per la loro religione.

La difesa dei diritti sul lavoro deve diventare oggi tutt'uno con la difesa dei diritti di cittadinanza, attraversando le comunità, liberando gli immigrati dalle leggi del racket per costruire socialità basata sulla solidarietà e la lotta collettiva per i propri diritti.

Tra le macerie lasciate dalla distruzione della sinistra parlamentare, tra i piccoli e scollegati presidi della sinistra rivoluzionaria e del movimento anarchico animato da realismo e senso di responsabilità, occorre trovare le realtà politiche e sociali disposte a mettere in atto nei territori politiche di aggregazione e di federalismo delle lotte che costituiscano un argine materiale e culturale alle derive autoritarie e razziste, allo sfruttamento delle persone e dell'ambiente, affinché resti viva ed operante una progettualità sociale alternativa e libertaria.

Questo il ruolo che si dà la Federazione dei Comunisti Anarchici.

 

Consiglio dei Delegati
Federazione dei Comunisti Anarchici

Cremona, 17 gennaio 2010