Quartiere Libero

a cura di COLLETTIVO SOLSTIZIO D'INVERNO

Politica

 

 

   

 PRESIDENZIALISMO DI VELTRUSCONI O GOLPISMO DELL'FMI?

 di Comidad 8/4/2010

L’accordo fra Massimo D’Alema e Walter Veltroni sulla decisione di far accettare al Partito Democratico la trattativa sulla proposta berlusconiana del presidenzialismo, ha ottenuto l’immediato effetto di delegittimare definitivamente la segreteria di Pier Luigi Bersani, già in difficoltà dopo il pessimo risultato elettorale. La decisione è stata argomentata con un’incredibile arrampicata sugli specchi: non ci si può tirare indietro rispetto all’ipotesi presidenziale perché sarebbe ciò che gli Italiani vogliono; d’altra parte occorrerà trovare il modo per rassicurare l’elettorato del PD, che è ostile alla stessa ipotesi presidenziale. Insomma, il gruppo dirigente del PD è riuscito persino a togliere la cittadinanza italiana al proprio elettorato, trasformandolo ipso facto in massa apolide di migranti.
Prima della decisione, Veltroni aveva anticipato la sua posizione favorevole al presidenzialismo, giustificandola con la consueta sottigliezza argomentativa: non si possono dire solo dei no rispetto all’ipotesi presidenziale. In realtà Veltroni, da neo-segretario del PD, aveva già lanciato la proposta di un presidenzialismo alla francese nel gennaio del 2008 e, a quell’epoca, D’Alema, in un’intervista a “La Repubblica”, gli aveva obiettato che quella iniziativa costituiva un siluro contro il governo Prodi, poiché rendeva inutili mesi di discussione con gli alleati di governo su una nuova legge elettorale (denominata giornalisticamente il “Vassallum”), seminando nella coalizione di maggioranza il sospetto che il PD volesse mollare gli alleati per cercare un accordo con Silvio Berlusconi; quell'accordo che nei mesi successivi sarebbe stato chiamato dalla stampa il “Veltrusconi”. Fallita, dopo le elezioni del 2008, l’ipotesi del governo “Veltrusconi”, Veltroni fu costretto per tutto il 2008 a sottrarsi alla sirena del presidenzialismo, rifiutando le lusinghe berlusconiane in tal senso.
Veltroni oggi non fa che ritornare ai suoi antichi amori, mentre è D’Alema ad aver cambiato drasticamente atteggiamento. Ancora poche settimane fa, D’Alema rispondeva alle domande a riguardo, osservando che in Italia già vige un presidenzialismo di fatto, con ciò facendo capire che anche il solo accettare di discutere l’ipotesi presidenziale significherebbe automaticamente fornire un avallo alla attuale dittatura berlusconiana. A questo punto a Berlusconi non sarebbe neppure più necessario far approvare in parlamento la riforma costituzionale, ma gli basterebbe esercitare la sua dittatura in nome di una presunta unanime volontà popolare, di cui lo stesso PD si porrebbe come garante. Il berlusconismo costituisce un fenomeno caratteristico del dopo-Guerra Fredda, basato cioè su un meccanismo di dominio definibile come "legittimazione al ribasso". Per giustificare le scelte di governo una volta era necessario agitare almeno lo spauracchio della minaccia militare e nucleare dell'Unione Sovietica, magari non vera, ma comunque realistica; oggi invece basta la "FAI informale". Il trucco è semplice e consiste nella assoluta mancanza di opposizione e di contraddittorio, che finisce per far perdere ogni senso della logica e delle proporzioni. Ad esempio, Piero Marrazzo si è dovuto dimettere da Governatore del Lazio perché andava agli incontri coi trans - pagati di tasca sua - con l'auto blu della Regione; ma, al tempo stesso, con sei carabinieri indagati per ricatto e omicidio, né il comandante dell'Arma, né un ministro sono stati chiamati dal parlamento a fornire spiegazioni.
Per far passare il presidenzialismo in Francia nel 1959 ci vollero addirittura un De Gaulle e l'urgenza della decisione di uscire dalla disastrosa guerra coloniale d'Algeria; per proporre il presidenzialismo alla francese oggi in Italia basta invece un Veltroni e il suo timore per la parola "no"; per dover poi decidere non si sa bene che cosa. In effetti l'Italia è per ora l'unico Paese del sedicente Occidente dove sia stato imposto il diktat colonialistico di una riforma costituzionale; altrove chi facesse proposte del genere verrebbe automaticamente sospettato di voler condurre un colpo di Stato strisciante; ed in effetti quello che sta avvenendo in Italia è appunto un golpe strisciante, poiché l'agitare la falsa esigenza di una riforma costituzionale si risolve di fatto in un gettare discredito sulla Costituzione vigente.
D’Alema perciò sa cosa comporta, in base ai meccanismi del conformismo mediatico, se il PD accetta la trattativa sul presidenzialismo, cioè ufficializzare la condizione di vassallaggio del PD verso il governo e la sua pratica di golpismo strisciante. In più D’Alema abbandona al suo destino Bersani, l’uomo che egli stesso aveva imposto alla segreteria del PD per portare avanti tutt’altra linea politica. Bersani era stato scelto in quanto uomo di fiducia - o, per meglio dire, sicario - della piccola-media impresa organizzata. Bersani si era conquistato la stima e la riconoscenza dei suoi mandanti quando nel 1999, da ministro del governo D'Alema, aveva avviato una raffica di privatizzazioni, soprattutto quella dell'energia elettrica.
La piccola-media imprenditoria organizzata, attraverso il ricatto del posto di lavoro sui dipendenti, controlla milioni di voti, ma, ciononostante, da almeno due anni non riesce neppure a farsi ascoltare dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Nel corso degli ultimi incontri con Tremonti, i piccoli e medi imprenditori sono stati costretti ad ascoltare umilmente le elucubrazioni mistico-economiche del ministro e le sue insulse spiritosaggini, non riuscendo però ad ottenere da lui neppure uno sgravio fiscale o un sussidio per le loro imprese. I soldi stanziati dal governo vanno infatti solo alle multinazionali: non soltanto la solita Impregilo, ma soprattutto multinazionali francesi che sono calate in Italia a vendere a caro prezzo obsolete tecnologie nucleari e farraginose tecnologie ferroviarie dell’alta velocità, il tutto con la mediazione di Luca di Montezemolo, che ha legato le sue fortune alla raccolta delle briciole dell’affare.
Bersani aveva avviato la sua intesa con la piccola-media impresa promettendo soldi e agevolazioni fiscali, ma, a poche settimane dalle elezioni, tutto è stato bloccato: addio all’intesa e addio a milioni di voti, dirottati verso la Lega Nord in cambio della promessa di un trattamento di favore da parte delle banche controllate da Umberto Bossi. Per perdere le ultime elezioni non era necessario scomodare e bruciare Bersani, con le sue relazioni con la piccola-media impresa, bastava tenersi come segretario Dario Franceschini, anche lui portabandiera del presidenzialismo. È chiaro che nel frattempo è successo qualcosa che ha costretto il vertice del PD a rinunciare alla sua prima vittoria elettorale. Bersani è riuscito almeno a riscuotere i voti dei suoi clienti privilegiati, quelli della Lega delle Cooperative, tenendosi ancora per un po’ quelle che una volta erano conosciute come le “regioni rosse”. Ma è chiaro che se la crisi economica si aggrava, anche quel legame potrebbe rompersi, perché, senza aiuti governativi, il sistema della piccola-media impresa rischia di saltare nel suo complesso di qui a poco. Venti anni fa, dopo la caduta del Muro di Berlino, il segretario del Partito Comunista Achille Occhetto riteneva di liquidare non solo l'esperienza comunista, ma anche l'esperienza socialdemocratica, in base alla tesi che non era solo il mito dell'Unione Sovietica a tramontare, ma persino quello della classe operaia. Al mito sovietico gli ex comunisti sostituivano disinvoltamente quello americano, mentre il mito operaio veniva soppiantato da quello dell' "imprenditore", specialmente il piccolo-medio, un favoloso personaggio creatore di ricchezza sociale, le cui lodi erano cantate in quei libri di fiabe camuffati da studi socio-economici che sono i rapporti annuali del CENSIS. A distanza di neanche vent'anni il mito imprenditoriale si è dimostrato solo un bluff ideologico e una copertura propagandistica, un alibi per i poteri oligarchici, come le multinazionali e il Fondo Monetario Internazionale.
Veltroni è un personaggio che vanta una sua coerenza storica: è sempre stato uno sradicato, privo di legami con la base elettorale, ha sempre e solo galleggiato sull’onda del favore dei media, si è sempre giovato di sostegni dall’estero, che sono stati ufficializzati dalla sua partecipazione alle riunioni del gruppo Bilderberg. Il Bilderberg viene spesso considerato come una sorta di governo segreto del pianeta, ma in effetti non è altro che una impalcatura di pubbliche relazioni, con cui il potere finanziario che fa capo alla Federal Reserve ed al Fondo Monetario Internazionale corrompe, fagocita e blandisce i suoi servitori all’interno dei Paesi colonizzati.
Mentre Veltroni è sempre stato un semplice lacchè del FMI, D’Alema esibiva invece i numeri del vero e proprio boss locale, che mediava sì la sua posizione con i poteri sopranazionali, ma che gestiva anche un potere finanziario ancorato al proprio territorio. Inoltre, con il suo incarico nella commissione che controlla i servizi segreti, D'Alema si era aperto un accesso al mondo dei dossier ed al potere di ricatto che questi comportano. Si è poi parlato spesso, e più che a proposito, dell’esistenza di un asse affaristico Berlusconi-D’Alema per la spartizione di banche e appalti in Italia; invece oggi l’asse è diventato un’esplicita servitù, con la sottomissione ufficiale di D'Alema nei confronti di un "dittatore" di cui i media favoleggiano un mitico feeling con le masse italiche, sebbene non ne riscuota più del 9% dei voti effettivi.
“Dittatura berlusconiana” costituisce ovviamente un’espressione da usare tra virgolette, poiché è evidente a tutti che il personaggio si trova in uno stato mentale confusionale che non gli permette di esercitare in effetti alcuna dittatura. Un uomo che passa la sua giornata tra stravizi e telefonate il cui principale argomento è Michele Santoro, ha chiaramente rotto i ponti con la realtà. Berlusconi è solo un dittatore fantoccio, che fa da paravento al vero golpismo in atto in Italia, quello del Fondo Monetario Internazionale

 

 

 

Vince l'Astensionismo! Editoriale di Alessandro Cardulli

Per ore e ore i leader dei partiti hanno occupato gli schermi televisivi dando una pessima prova. Ognuno ha tirato dalla sua i risultati, tutti hanno vinto, tutti hanno perso. Tutti in attesa di sapere chi fra la Bonino e la Polverini nel Lazio, la Bresso e Cota in Piemonte avrebbe prevalso.

Non saremo noi a sottovalutare il valore e il significato del risultato. Bonino e Bresso sono state sconfitte dopo un alternarsi di sorpassi. Un dato negativo in un quadro che vede, alla fine, il centrosinistra mantenere sette delle undici regioni che amministrava  ma, il rovescio della medaglia, ne perde quattro.

 

I partiti dell’opposizione non possono consolarsi con il fatto che, ancora, prevalgono per sette a sei. Per questo, abbiamo avuto la sensazione di assistere al gioco delle tre carte. Ognuno ha scelto i dati con cui confrontare il risultato che si andava delineando. Ma ci si è buttati a tuffo. Alla fine, seguendo i ragionamenti, si fa per dire, che abbiamo ascoltato per ore e ore, mentre i conduttori delle dirette davano un colpo al cerchio e uno alla botte, abbiamo tratto una nostra conclusione: hanno perso tutti, ha vinto il Partito dell’astensione.

 

E in un mare di elettori che non si sono presentati alle urne, sfiduciati da tutto e tutti, chi ne ha tratto vantaggio è stata la Lega. Nel Veneto sorpassa il Pdl, in Lombardia lo avvicina, in Piemonte riesce a far eleggere perfino Cota, trova spazi in Emilia, in Toscana.

 

Un disegno reazionario

 

La Padania prende forma, il federalismo alla Bossi si avvale di un disegno reazionario che fa da  battistrada e che, al tempo stesso, ne sia il mallevadore, a quel potere assoluto che Berlusconi vuole ottenere a tutti i costi smantellando la Costituzione. E si torna così al fatto che su poco più di quaranta  milioni di aventi diritto al voto, ben 14 milioni 609 mila non si sono presentati alle urne. Questo è il dato di fondo. Un segnale di un profondo malessere, che sfocia  in una protesta silenziosa, che spinge milioni di  persone a lasciare il campo, a ritirarsi magari per leccarsi le ferite profonde prodotte da una crisi economica che sconvolge la vita di tante famiglie. Quando per mesi, anni, il capo del governo si fa promotore di una deregulation selvaggia, destabilizza con  parole, atti e leggi, gli organi di garanzia, pilastri della Costituzione, quando le regole democratiche vengono considerate niente più che vuoti e inutile formalismi, il risultato è  quello che è sotto gli occhi di  tutti. Ancor prima della conta delle Regioni, che vanno agli uni e agli altri, sarebbe stato importante dare risposte a quel  36 per cento di elettori che hanno disertato le urne. Riposte che anche la sinistra, o meglio il centro sinistra, non ha saputo dare.

 

La resistenza non è sufficiente

 

Se è vero che l’opposizione ha  resistito all’ondata reazionaria, non è stata sbaragliata dalle armate  berlusconiane, non ha ceduto significativi punti di resistenza democratica, importanti regioni come   Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Basilicata, gli assi portanti, storici si può dire, del centro sinistra e con queste la Puglia, dove i cittadini hanno deciso chi era il candidato, Nichi Vendola e, poi, lo hanno votato. la Liguria dove man mano che  arrivavano i dati reali si confermava il presidente uscente Burlando. Ma la situazione del paese era così compromessa che la resistenza non era sufficiente. La sinistra non è riuscita a diventare un punto di attrazione, la sintesi di proteste, proposte, lotte. Non ha scusanti per non essere riuscita a presentarsi come una reale alternativa alla malefica alleanza Pdl-Lega.

Un progetto e un’identità

 

Occorreva un disegno strategico, un progetto, una identità politica, da “offrire” ad un elettorato stanco, apatico. Occorreva una scossa, che non c’è stata. Occorreva  respingere una campagna nel corso della quale la destra non ha lasciato niente di intentato, con Berlusconi che per una decina di giorni si è appropriato dei mezzi di comunicazione, con una Lega che ha giocato tutto, sventolando la bandiera del razzismo, indicando l’immigrato come il nemico da combattere, parlando alla pancia di tanti cittadini che hanno paura per il loro futuro. Le manifestazioni, le iniziative, le lotte di questi ultimi mesi sono un segnale importante. Si è aperto un percorso. Ma ancora le forze che si oppongono al berlusconismo sono troppo frammentate, a volte in lite aperta, come è avvenuto in alcune regioni. Il risultato ottenuto dalle liste del Movimento Cinque stelle che fanno capo a Grillo  dovrebbero insegnare qualcosa. Capire perché in questo paese che ha sempre visto una grande partecipazione alle elezioni  è il punto di partenza per guardare al futuro. Sapendo che Lega e Pdl, alla luce dell’astensionismo, dell’inerzia che caratterizza parti importanti della nostra società, costituiscono un pericolo reale, non solo annunciato. Ora vorranno passare ai fatti: le leggi ad personam sono in agguato insieme a quelle  volute dalla Lega che intende  stringere una specie di cintura di sicurezza attorno a  Veneto, Piemonte e Lombardia  e da qui portare l’assalto definitivo alla Costituzione, cambiando la forma e la sostanza dello Stato.


 

Carceri/ A oggi 67.074 detenuti: nel gennaio del 2007 erano 39mila

Oltre 23mila in più della capienza regolamentare, è allarme

Roma, 18 mar. (Apcom) - Oltre il sovraffollamento: i detenuti nelle carceri italiane, a oggi sono 67.046. Il primo gennaio del 2007, a pochi mesi dall'indulto, i detenuti erano 39.005: in 38 mesi l'aumento è stato quindi di 28.045, pari a una media di 730 ogni mese. La crescita è stata pressoché costante, come appare dalle rilevazioni semestrali del ministero della Giustizia, elaborate dal centro studi dell'associazione Ristretti Orizzonti, e niente per ora fa pensare che questa tendenza debba modificarsi. Rispetto ai posti "regolamentari" ci sono oggi 23.000 detenuti in più, con un tasso di affollamento del 153% a livello nazionale: il record negativo è nell'Emilia Romagna con il 192%, seguita dal Veneto e dalla Puglia (170%). E, se il tasso di crescita continua così, nel 2012, tra 32 mesi, i detenuti saranno 24mila in più rispetto a oggi

Le piante organiche della Polizia Penitenziaria, stabilite con decreto ministeriale dell'8 febbraio 2001, prevedono 41.268 unità impiegate negli Istituti di Pena per Adulti. Al 31 gennaio 2010 risultavano in forza nelle carceri 35.287 persone: mancano quindi 5.981 operatori di Polizia Penitenziaria, pari al 14% del totale. Inoltre, i maggiori "scoperti" nell'organico si registrano proprio nelle regioni a maggiore sovraffollamento della popolazione detenuta: in Liguria gli agenti il 32% in meno e i detenuti il 36% in più della norma; in Emilia Romagna gli agenti sono il 23% in meno e i detenuti il 92% in più, in Veneto rispettivamente - 22 e + 70. In compenso nel Molise la Polizia Penitenziaria ha personale in eccesso del 36%, in Umbria del 14%, in Puglia del 9%, in Calabria del 7%. Per il personale amministrativo è previsto un organico di 9.486 unità: al 31 gennaio 2010 i posti coperti risultavano 6.300, con una differenza di - 3.186. Complessivamente nella amministrazione Penitenziaria il personale mancante è quindi pari a 8.882 unità.

 

 

Il volto nero dell’Italia

La RAI proibisce il dibattito politico in campagna elettorale       

    Città italiana stringe il cerchio intorno agli immigrati cinesi

 

CASINARI E MASOCHISTI (Terra Magazine]

Ci manca solo il tendone per poter definire una volta per tutte la politica italiana un grande circo. L’ultima novità è che le elezioni nelle due regioni più importanti – il Lazio con capoluogo Roma e la Lombardia con capoluogo Milano – si terranno il 28 marzo senza i candidati della destra nel Lazio, e senza la lista d’appoggio al candidato della destra a governatore in Lombardia.

Il casino che il PDL – il partito inventato da Berlusconi nel 2008 e che ha la maggioranza nel parlamento italiano – ha combinato a Roma è degno di una rassegna di sketch di teatro. La lista dei candidati del partito è stata consegnata con 45 minuti di ritardo perché la persona incaricata aveva fame e se n’era andata a mangiare un panino vicino al tribunale.

A Milano i casinari hanno fatto un pasticcio con la lista che appoggia il candidato a governatore Roberto Formigoni, che per la quinta volta si candida per la potrona di presidente. Nelle scartoffie mancavano timbri, indirizzi, date, firme, tanto che i giudici hanno annullato 514 firme delle 3500 che per legge sono necessarie per la presentazione di una candidatura.

I due candidati – Formigoni in Lombardia e Roberta Polverini nel Lazio – già hanno dichiarato che presenteranno appello ma in entrambi i casi sarà difficile trovare una scappatoia. Gli italiani sono maestri nelle scappatoie, ma in questo caso il problema sembra abbastanza complicato. Anche perché i due evidentemente sono vittime del fuoco amico.

Il caso di Roberta Polverini è esemplare. La spiegazione che circola nei palazzi della politica romana è che la candidata del PDL è boicottata dai berlusconiani del partito. Lei è una ex sindacalista legata alla vecchia Alleanza Nazionale, e la sua candidatura non piace alla componente di Forza Italia, l’altro partito che diede vita al PDL. Il fatale panino sarebbe una manovra per liberarsi di una donna scomoda, che non è mai stata docile e prudente, né promette di esserlo in futuro, nei confronti del potente primo ministro italiano.

Il problema della lista di Formigoni sembra dipendere principalmente dall’incompetenza di quelli del PDL, ma la soddisfazione degli alleati della Lega Nord – che non hanno digerito bene la quinta candidatura del governatore e volevano presentare un rappresentante del proprio partito per governare la regione in cui sono più forti – è sospetta.

Si è già riunito un “comitato della scappatoia” che studia la possibilità di un decreto, una legge, una qualsiasi frode per risolvere l’impasse. Ma sarà difficile, perché le elezioni possono essere rimandate soltanto per motivi di emergenza nazionale, terremoti, inondazioni, invasioni di cavallette e simili.

In questa situazione la confusa sinistra italiana corre il rischio di vincere le elezioni per mancanza del principale avversario. Ma, almeno in Lazio, la sinistra pare decisa a confermare la sua vocazione al masochismo. La candidata Emma Bonino è da due settimane in sciopero della fame e della sete per protesta contro la mancanza di spazio nei programmi televisivi. Risultato: una donna pallida, di una magrezza malata, con le labbra contratte e spaccate, senza le forze necessarie a rilanciare la campagna elettorale nel momento in cui la rivale versa in difficoltà.

 

Fake, inimitabile e indistruttibile

Molte volte gli amici brasiliani mi hanno domandato cosa stia accadendo in Italia e del perché Berlusconi. Ho quasi sempre cercato di rispondere sorridendo (e imbarazzato), alludendo che non è facile spiegare il fenomeno Berlusconi.

 

Allora inizio da Videodrome, un film del regista canadese Cronenberg del 1984 che anticipava alcuni conflitti tra la TV e il nascente computer. Secondo me, Berlusconi vede e rivede settimanalmente Videodrome per applicarlo al contesto italiano. “Il potere  passa attraverso gli occhi”, nel film si cita Lorenzo il Magnifico, signore di Firenze e poeta. E gli occhi sono diventati una sottile membrana che connette il visus del “Cavaliere” a un pubblico trasformato in audience.


Il visus è il modo scientifico attraverso cui Berlusconi cura e rende immutabile il suo corpo concentrato nel viso: un viso-corpo che si allarga su tutto lo schermo-tv. E fuoriesce diffondendosi in ogni interstizio visuale. Nel suo visus-visuale, tutto è organizzato nei minimi particolari ed è inutile dire che i capelli sono falsi come i denti,  che il lifting della pelle o il trucco sono sapientemente eccessivi. Berlusconi è fake, nel senso di falso-vero. È così visibilmente troppo falso da risultare quasi vero: o almeno verosimile.


Il suo elettorato è un pubblico-audience che ha la tv generalista come medium principale della comunicazione (anziché internet). Ed è riuscito a trasformare in arena politica la comunicazione visuale diffusa dalla sua video-carne.


Berlusconi è il taylorismo-fordismo applicato  non più alla produzione di merci standard, bensì alla comunicazione tv-generalista. Cioè lui incorpora il transito – tutto politico – da un sistema economico basato sulla produzione di merci, ad un altro connesso con la onnivora comunicazione visuale.

 

Da qui il collasso del concetto di società che lui (e prima di lui la Thatcher) ha pensionato come reliquia otto-novecentesca inutilmente difesa dalla sinistra: insieme al collasso della società svaporano nell’aria-di-pixel le divisioni di classe, età, genere (ma non di “etnicità”). Berlusconi ha successo su un target  interclassista, multi-generazionale, trans-genere. Come la pubblicità Dolce&Gabbana.


Parallelamente avviene la trasfigurazione del suo corpo in video-corpo. “Lui” applica a se stesso come strumento di potere seduttivo quelle techno-metamorfosi sperimentate da tanti artisti/e di avanguardia: cioè diventa una Orlan fatta carne politica. Come l’artista francese crea i suoi connotati identitari attraverso operazioni chirurgiche nel circuito mass-mediale, così “lui” espone le sue chirurgie estetiche nelle arene televisive. Per questo appare indistruttibile, immodificabile, inimitabile. La sua identità fissa (“fissata”) si realizza attraverso continue modifiche acclamate dall’irriducibile 34% del suo elettorato proiettivo in senso statistico e psicologico.


A questa politica del visus si affianca quella più antica dell’imbonitore. Berlusconi, infatti, cantava nelle navi crociera e intratteneva – ridendo – il pubblico con barzellette a sfondo sessuale: un addestramento che replica nelle più diverse platee mostrando la doppia  fila bianchissima di denti. Alla recente assemblea del PPE in Germania, cioè dei popolari di matrice cristiana, ha detto che ha le palle, per cui non si fa intimidire dalla magistratura italiana che lo ha condannato per corruzione e subito dopo ha abbracciato - ricambiato - Angela Merker.


Berlusconi agisce sulle passioni elementari di tipo viscerale e le innesta nelle tecnologie televisive. Tale mix techno-viscerale è presentato con una sorta di paradigma amico-nemico applicato non più alle forze sociali, bensì al proprio enorme io versus tutti gli altri.

 

Così il nodo della discussione si sposta dalla crisi economica al pro o contro l’amore/odio per “lui” attraverso retoriche emotive: invidia per il successo, le donne, i figli, nonostante la bontà che lo contraddistingue in quanto unto del Signore, predestinato a tale ruolo dalla mamma (dopo l’attentato ha detto di essere “miracolato”); nel sesso afferma il peggiore machismo latino (quando è stato accusato di andare con prostitute ha detto: “non sono mica un santo”), mentre odio e rancore caratterizzano tutta l’opposizione.


Infine è in sintonia con Ratzinger, promulgatore di una teologia ridotta a interferire sulla vita e la morte: queste due passioni fondamentali si sposano perfettamente con le altre passioni elementari del capo di Mediaset.


Allora l’attentatore di Milano, Massimo Tartaglia, che gli ha rotto due denti, il setto nasale e un labbro, un 42enne definito “psicolabile”, incorpora alla perfezione il tipo di soggetto debole, di un io-precario e sofferente che, rifiutando la mano tesa offerta dal “bene”, diventa “folle” come ogni oppositore. Attentato infelice, certo, sia perché è sempre detestabile l’uso della violenza nel fare politica e sia perché rafforzerà il potere del re-sacerdote ferito che perdonerà il suo attentatore.


E l’opposizione non potrà che balbettare solidarietà, senza entrare dentro l’oscura schizofrenia che si è impadronita della maggioranza degli italiani. Uno dei popoli che ha più emigrati al mondo, tra cui il Brasile, è diventato in un decennio razzista, diffidente, volgare. Anche l’università viene abbandonata dai migliori cervelli. Lo stesso rettore della Luiss, una delle università private più prestigiose  tutt’altro che di sinistra, ha scritto una lettera pubblica al figlio suggerendogli di andare a studiare all’estero.


È una prospettiva che ho trasmesso a molti miei studenti e che io stesso ho deciso di intraprendere. Forse non sono esiliato, ma certo la mia decisione di abbandonare l’università italiana ha il senso amaro di una sconfitta anche personale e di una voglia dolce di non arrendersi.


Il resto del problema è facilmente risolto: Berlusconi andrà in Svizzera, in una clinica che si chiama, appunto, Ars Medica dove in poco tempo e con tanto danaro gli faranno un nuovo visus sempre più indistruttibile per un Videodrome interminabile.

Lettera aperta a sua maesta' Vittorio Emanuele IV

 

Di CARLO BERTANI

<<Queste decisioni spettano soltanto a me. Dopo lo stato d'assedio non c'e' che la guerra civile. Ora bisogna che uno di noi due si sacrifichi.>>
 


«Vostra Maestà non ha bisogno di dire a chi tocca la pena.»
 


Non riteniamo, Maestà, di doverVi ricordare chi furono gli attori di quel dialogo, e lo facciamo soltanto per i posteri, che potrebbero avere qualche difficoltà a ricordare: si svolse fra un Vostro lontano Avo, Vittorio Emanuele III, e l’allora Primo Ministro Facta, la mattina presto del 28 Ottobre 1922, il giorno della Marcia su Roma.
Ci scusiamo anche per la forma: al posto della tradizionale Supplica alla Corona, abbiamo preferito usare la Lettera Aperta. Ci assolverete se, fra le tante “interpretazioni autentiche”, ci siamo permessi d’usare un’interpretazione teleologica del Protocollo Reale.



Saltano però agli occhi le profonde difformità fra le due situazioni: a differenza del Vostro Avo, Maestà, qui non scorgiamo pericoli di “stato d’assedio”, né gravi rischi per una democrazia dissacrata dalla presenza o meno d’alcune liste elettorali per delle semplici elezioni amministrative.
Si sa: la Storia si manifesta, in origine, come tragedia per tracimare poi nella farsa. E, ci scusiamo per l’ardire, tutta la vicenda ci sembra più adatta al teatrino dei Pupi piuttosto che alle vette della semantica giuridica, con tutto ciò che ne discende per gli attori della compagnia.
Notiamo, invece, dei raffazzonati e pericolosi tentativi per fare a pezzi i principi della nostra Costituzione – della quale Voi siete il custode – ed un prevaricante diritto d’ingerenza del potere esecutivo su norme elettorali a processo in atto. Come la prenderanno i sudditi, Maestà?

Perché osiamo affermare che la compagnia è oramai più adatta per le rappresentazioni d’avanspettacolo, piuttosto che per l’interpretazione giuridica?
Poiché affermare che, per presentarsi ad una competizione elettorale, è sufficiente dimostrare “d’essere presenti” nel fabbricato della Corte d’Appello per avere accesso alle elezioni, ci suscita più il riso che la riflessione.
Ma…Maestà: avete letto quel che avete firmato? Oppure eravate assorto a catalogare la vostra collezione numismatica? La Regina Vi ha forse interrotto per ricevere un parere sui nuovi arredi del Quirinale? Se così fosse ditelo, suvvia: Voi siete il Re! Che regna per volontà di Dio, non scordatelo.

Se Voi non foste il Re – perdonateci un volgare parallelismo – e foste soltanto uno dei tanti plebei che presiedono le nazioni repubblicane, lo sapete che il malcapitato potrebbe essere messo sotto accusa per attentato alla Costituzione?
Eh sì, perché intervenire con norme di “interpretazione autentica” in materia elettorale, a termini scaduti, senza un voto parlamentare, per un semplice presidente repubblicano potrebbe rivelarsi fatale. Perché? Poiché non si tratta semplicemente di una questione di “regolamenti”: qui, sono i principi basilari che reggono una democrazia che vanno in fumo!

Quando abbiamo, invece, saputo che la “lettura e l’interpretazione dei timbri e delle firme” potrà anche avvenire dopo le elezioni (quando? ah, saperlo…) ci siamo sentiti rinfrancati ed abbiamo sperato.
Cogliamo l’occasione di questa supplica per comunicarVi un nostro segreto desiderio: avremmo tanto desiderato diventare un cardiochirurgo.
Abbiamo a disposizione una serie di graziosi timbri dei nostri – ahimé, oramai cresciutelli – ragazzi, i quali in gioventù si dilettavano a stampare su carta recuperata centinaia di quelle graziose figurine. C’erano il leone e l’asinello, la papera e lo scoiattolo.
Ora, se preparo con la mia stampante una graziosa Laurea in Medicina ed una Specializzazione in Cardiochirurgia – secondo il Vostro regale parere – sarebbe meglio usare il timbro con lo scoiattolo? La papera?

Ah, ho compreso da solo.
E’ bastato visualizzarVi di fronte a me per ricevere la regale illuminazione: come ho fatto a non pensarci prima! Solo Voi, principe di Napoli, potevate illuminarmi: l’asinello! Ma certo…imprimerò il “ciuccio” sull’agognata Laurea In Medicina!
Spero già, dal prossimo Lunedì, di potermi presentare in sala operatoria, col mio bel camice verde: tanto. timbri e firme, quando mai potranno controllarle? Se solleveranno delle obiezioni, m’appellerò alla Vostra regale firma di “interpretazione autentica”.

Grazie, Maestà: è proprio vero che un Sovrano ama i suoi sudditi tutti, ad uno ad uno, con equanimità, e provvede a soddisfare i loro desideri, affinché la loro vita sia felice e colma di gratificanti realizzazioni.
 

Siamo quindi certi che interverrete celermente, con sovrano incedere, sulle norme che regolano la disoccupazione: tanti italiani – dall’Alcoa a Termini Imerese, “di qua e di là del mare”, e ovunque nello Stivale – aspettano un Vostro cenno, il Vostro certo avvallo sulla norma di “interpretazione autentica” che estenderà l’assegno di disoccupazione per tutti, senza limiti temporali, fin quando non troveranno un nuovo lavoro.
Siamo certi che farete tornare loro il sorriso.

Nel salutarVi, c’inchiniamo al Sovrano.

Carlo Bertani

Terroristi e Combattenti per la Libertà di Roberto Antonucci

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Ci accoglie in questa fine settimana la triste notizia della morte di un diplomatico italiano che lavorava per le Nazioni Unite in Afghanistan, in un attentato ad opera della guerriglia talebana. Certamente dispiace a tutti la morte di una persona, è sempre un lutto per i familiari, è la perdita di un essere umano, per cui nessuno può esultare, a prescindere da qualsiasi considerazione politica. Ma sono sicuro che si scatenerà la solita strumentalizzazione per giustificare l’infame guerra che da dieci anni conduciamo in Afghanistan, in qualità di ascari al servizio dell’imperatore del mondo, e dei suoi interessi strategici, che ottusamente non vogliamo ancora capire che non sono i nostri; e si dirà certamente che il consigliere italiano è stato vittima di un attentato ad opera di terroristi, e che la lotta contro il terrorismo deve continuare. Lo dirà sicuramente il nostro valoroso combattente al servizio USA Ignazio La Russa.
 
I metodi dei talebani non piacciono neanche a me, come il fatto di fare attentati tra la gente, anche coinvolgendo bambini e civili; come non condivido le loro prospettive politiche, e la loro scarsa evoluzione da un punto di vista sociale – e difatti essi hanno poco a che spartire con quanto avviene per esempio in America Latina, dove i movimenti nazionali sono veramente progressisti, emancipatori, o con il vecchio nazionalismo arabo tipo Baath o nasseriani, anch’essi progressisti. Però una resistenza ad una occupazione straniera, perché di questo si tratta, non può essere derubricata a terrorismo in nessun caso; perché allora si vuole in realtà criminalizzare ogni tipo di opposizione alle pretese egemoniche statunitensi. Ma l’esperienza mi ha insegnato che, per il pensiero sionisticamente corretto, non tutti coloro che fanno attentati o ricorrono alla lotta armata e alla destabilizzazione del nemico sono terroristi. Ed anche in un’epoca in cui la pandemia imperialista dell’11 settembre e di quella sezione CIA chiamata Al-Qaida imperversa nel pianeta, in un’epoca in cui si tende a vedere in ogni musulmano un terrorista, seguendo le farneticazioni della defunta e molto Fallace Oriana, una Huntington de noantri, il pensiero sionisticamente corretto ci insegna che i musulmani non sono tutti terroristi.
 
Lo sono quelli di Hamas che resistono alla decimazione del popolo palestinese da parte di quegli Eletti-di-Dio che parlano di pace ma costruiscono sempre più insediamenti, rubano la terra al popolo-di-troppo, e realizzano il sogno di Eretz Yisrael; i kurdi che abitano nel Kurdistan turco e resistono all’annientamento anche culturale perseguito dal governo turco che nega loro persino l’uso della lingua; gli irakeni peraltro laicissimi del Baath che resistono fortemente, infliggendo anche dure perdite ai gendarmi del mondo. Sì, tutti costoro sono terroristi.
 
Invece i ceceni che destabilizzano la Russia, che sequestrano e uccidono persone andate a vedere uno spettacolo al teatro Dubrovka, che rapiscono bambini in una scuola elementare a Beslan, ma hanno il merito di rompere i coglioni a quel cattivone di Putin, colpevole di volere ridare dignità alla Russia umiliata dal calabrache Eltsin e svenduta agli oligarchi e ai gringos; i bosniaci sostenuti dalla Germania, finanziati dalla CIA e dai Wahabiti dell’Arabia Saudita, che destabilizzavano quel “dittatore” di Milošević che difendeva la Yugoslavia dalle brame espansionistiche tedesche che la stavano disgregando; i sunniti del movimento Jundallah, operante nel Beluchistan iraniano, autori di un attentato suicida contro una caserma di Pasdaran; gli islamisti uiguri dello Xinjiang, che vogliono smembrare la Cina assieme ai monaci reazionari del Tibet con l’aiuto dei soliti maestri CIA-Mossad: a tutti costoro non si applica quanto detto prima, ma la colpa è sempre degli altri. Tutti costoro sono combattenti per la libertà.
 
Sì, perché la differenza tra un combattente per la libertà e un terrorista è che il primo è sul libro paga della CIA o del Mossad, il secondo no. E’ la stessa ragione per cui un mercenario di Miami che destabilizza Cuba, o un prezzolato venezolano dei quartieri alti di Caracas che vuole rovesciare il governo democraticamente eletto di Chávez, che per l’informazione sionisticamente corretta è un dittatore, sono chiamati dissidenti; mentre un giornalista che denuncia i crimini del narcopresidente supercorrotto e supercorruttore colombiano Uribe è un terrorista e non può neanche viaggiare in aereo perché segnalato dall’FBI. Così si rovescia la realtà, e nel mondo capovolto dei giornalisti sionati Cuba è sponsor del terrorismo, pur avendo subito diversi attacchi terroristici da parte dei mercenari che prendono ordini dal Pentagono, e presto lo sarà anche il Venezuela; invece la Colombia, che il terrorismo lo pratica contro i propri cittadini colpevoli di volere un tozzo di pane e una vita più dignitosa, è una nazione affidabile nella lotta al terrorismo. Parola di George Dablyu, e pure di Obama.
 
Se dunque dall’altra parte ci sono terroristi, è ovvio che le loro vittime siano eroi! Mentre se dall’altra parte ci sono valorosi combattenti per la libertà, allora le loro vittime finiranno inevitabilmente nel dimenticatoio. Come spiegare altrimenti tutta la retorica patriottarda (cioè lo sciovinismo di ascari degli yankees) per i caduti di Nassiriya, quelli in Afghanistan e per Fabrizio Quattrocchi, per i quali provo dispiacere come per ogni morto, ma che oggettivamente erano al servizio non della Patria nostra, ma della patria della Shell, della Exxon, della Chevron, ecc., mentre per contro l’Italia non si è proprio interessata della morte in un attentato a Cuba di un italiano, Fabio Di Celmo, che era all’Avana per motivi di lavoro. L’Italia, non solo non ha fatto nulla, dico nulla, per chiedere l’estradizione di Luis Posada Carriles, reo confesso e non pentito; ma, ancora più grave, ha dimenticato questo suo concittadino che non era andato neanche per divertimento, né era un contractor della Blackwater; in questo caso nessuno ha parlato di eroe, forse perché ucciso dal “fuoco amico” dei valorosi combattenti per la libertà di stanza a Miami? Forse perché bisogna obbedire al padrone che chiama “sponsor del terrorismo” l’unica isola che è riuscita a ribellarsi al destino assegnatole di bordello dei nordamericani? Quindi, per sbavare ad ogni costo per il padrone del vapore, si deve calpestare la memoria di un proprio concittadino? Forse che alla fine è lui il terrorista perché è andato in una nazione sgradita allo sceriffo del mondo e quindi oggettivamente colpevole di complicità con l’Asse del Male?
Due pesi e due misure: gli uni per l’Asse del Bene, quello capeggiato dalla nazione del destino manifesto, che scrive volentieri anche il destino degli altri; gli altri per l’Asse del Male, ovvero chi il proprio destino ha la colpa di volerlo scrivere di suo pugno.
Berlusconi e Israele

                                           di Matteo Pistilli - 05/02/2010

   

Il Premier Berlusconi conferma la sudditanza italiana ed europea ai poteri forti.


Grande interesse ha prodotto in tutti noi il comportamento del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in visita diplomatica allo stato di Israele.
Se inizialmente, ripetendo sostanzialmente la posizione degli Stati Uniti, ha criticato la politica degli insediamenti di Israele, ma a quanto pare citando solo quelli “siriani” e cioè cancellando l’idea stessa di Palestina, ha successivamente approfondito la sua posizione ed ha confermato (se ce ne fosse stato bisogno) si essere quello che è: un politico occidentale, occidentalista, coerentemente organico allo schieramento guidato in condominio dagli Usa e da Israele.
Ha in definitiva confermato di non essere un’anomalia: sia nel senso negativo sia in quello positivo; nel primo palesando ad alleati e oppositori (interni ed esterni) di essere un vero “sionista” (cosa che a quanto pare significa essere un “democratico” visto che Israele è considerato un esempio da lor signori) e di stare in ottima compagnia fra i vari liberal-democratici atlantici, assassini o umanitari (a parole) che siano (così da coprirsi le spalle); ha poi confermato di non essere un’anomalia positiva, in relazione al suo non bloccare la politica energetica portata avanti tradizionalmente dall’Eni e dialogante con Russia e Libia. Berlusconi non ha la forza e neanche la volontà di difendere ed approfondire in questo senso la politica estera italiana: gli basta non mettere i bastoni fra le ruote, soprattutto perché ne fiuta i vantaggi commerciali ed economici.
Negli anni del cosiddetto “neoatlantismo” e della politica (energetica ma non solo) mediorientale dell’Italia, e cioè l’arco di tempo che parte dagli anni 60 ed arriva sino agli 80, il nostro paese in cambio della fedeltà occidentale nella lotta all’Unione Sovietica, riusciva ad avere mano libera appunto nel medio oriente, parteggiando per i palestinesi per esempio e, attraverso l’Eni, collaborando con i vari paesi del “terzo mondo” e producendo ottime relazioni reciproche.
Dopo il crollo dell’Urss l’Italia perse importanza, così da doversi appiattire completamente ai diktat statunitensi, ma la situazione fluida ed i cambiamenti geopolitici in atto, come il lento ritorno della Russia, hanno dato la possibilità all’Eni (non ostacolata dallo Stato) di dar vita a rapporti molto importanti ed utili per la nostra economia, come la partnership con la russa Gazprom nel futuro corridoio energetico South Stream che porterà gas all’Europa. Rapporti per nulla ben visti da Washington. In questo scenario, oltre al ritorno sulla scena del “grande gioco” anti Russo, bisogna fare i conti con l’importanza di quello mediorientale e quindi i richiami all’ordine da parte di Usa e sionisti. L’occupazione militare in Somalia, nello Yemen, senza ovviamente citare la stessa presenza di Israele stato nucleare in un mare arabo, si sommano alle evidenti minacce che da diverso tempo stanno rivolgendo alla Repubblica Iraniana e alle quali ovviamente Berluska si è accodato. In questo senso c’è pure da sottolineare come le parole del premier italiano possano essere interpretate come una presa d’atto di una guerra imminente proprio in Iran, come un suonare la ritirata per aziende e rapporti commerciali.
Ed allora ecco che Berlusconi, burattino della colonia Italia (110 basi Usa/Nato sul nostro territorio) viene chiamato a genuflettersi davanti ai padroni sionisti; a pochi giorni dalla famigerata “giornata della memoria” con la quale Israele cerca di crearsi una “norma fondamentale” per giustificare la sua ingiusta presenza; giornata della memoria di violenze legate alla seconda guerra mondiale, quando lo stato ebraico neanche esisteva! Quale cosa più evidente di una norma fondamentale a carattere globale (!) per capire il carattere “imperialista” della coalizione Usa-Israele; e ancora di più, una “grande norma” nata dalla violenza, non può che produrre un mostro di violenza mai vista al quale però ritualmente i capi di Stato succubi devono inginocchiarsi.
A meno di non essere Russia o Cina, Venezuela od Iran, Stati sovrani in grande crescita è praticamente impossibile aspettarsi che un politico italiano possa non obbedire al richiamo dei burattinai. Conferma ci viene dal contemporaneo viaggio negli Usa di Fini (che sarebbe un antagonista di Berlusconi) o del fatto che le sinistre abbiano pubblicato sui loro giornali articoli in cui dicono che sì, Berlusconi ha espresso amicizia per Israele, ma è pur sempre un amico del perfido Gheddafi e in Israele sarebbe processato(L’Unità del 3 e 4 febbraio per esempio). La diplomazia è simile al “calcio mercato”, se ne parla tanto, ma i veri affari si fanno lontano da occhi indiscreti; per quanti anni l’Italia seppur con idee diverse ha votato favorevolmente a risoluzioni Onu soltanto perché il suo voto contrario sarebbe stato inutile e invece l’appoggio agli Usa era un guadagno di posizione agli occhi del padrone (come interpretare il rifiuto di berlusconi al rapporto Goldstone?); o come non vedere lo spirito da diplomatico/piazzista di Berlusconi quando dopo essere stato alla Knesset incontra Abu Mazen dicendo una delle cose odiate dagli israeliani “vittime di Gaza come vittime della Shoah” (sebbene anche questo sia concetto politicamente corretto).
Bisogna continuare a guardare alla situazione internazionale, sperando e lavorando affinché diventi sempre più chiaro che la sovranità, per esempio nella politica energetica, è l’unico modo per fare gli interessi dell’Italia e dell’Europa (soprattutto in un momento in cui aziende e multinazionali che hanno prosperato con soldi di stato chiudono per aprire filiali negli Usa) . Non bisogna invece affrontare le questioni da tifosi, né anti né pro, ma pragmaticamente superare le parole e gli esempi grotteschi dei nostri finti governanti. Per questo auspichiamo che i rapporti fra Italia ed Iran non degenerino, ma anzi possano rinforzarsi per il benessere dei popoli italiano e iraniano; che sia fatta finalmente giustizia per i milioni di palestinesi usurpati della propria vita dai criminali sionisti, e che non ci si venga a dire che i muri innalzati non si vedono.
 

McDonald’s lancia l’hamburger McItaly

Un possibile segno del fallimento morale del governo di Silvio Berlusconi è la visione di un grembiule da cucina di McDonald’s avvolto attorno alla slanciata figura del Ministro dell’Agricoltura Luca Zaia, mentre aiutava a lanciare la nuova serie di hamburger McItaly. Le capriole del Presidente del Consiglio con giovani donne, le accuse di loschi legami, i disonesti accordi finanziari, le dubbie amicizie politiche ed affari in generale non sono nulla se paragonati a questo mostruoso atto di tradimento alla nazione.

Il Signor Zaia potrà anche mormorare amorevolmente – “vogliamo dare un’impressione dei sapori italiani ai nostri giovani” ha detto mentre preparava uno dei nuovi McItaly di McDonald’s, una diabolica mistura di crema di carciofi, formaggio asiago e lattuga, tutti prodotti in Italia, compresi la carne dell’hamburger e il pane – ma il silenzio degli innocenti sarebbe stato più appropriato. ‘Un’impressione dei sapori italiani’! Avete mai sentito una simile sciocchezza? E’ chiaro che il Signor Zaia non lascerebbe che prodotti così offensivi si avvicinassero alla sua bocca a meno che non ci fosse di mezzo l’opportunità per scattare una foto.

Un italiano mi ha detto una volta: “Il problema per voi stranieri è che gli italiani parlano in dialetto e mangiano in dialetto.” È un problema. Anche gli italiani di parti diverse del paese possono avere difficoltà a capirsi l’un l’altro. Ma è anche una delizia. L’Italia ha goduto di una cultura alimentare di una ricchezza e diversità senza eguali.

Per molti italiani, il loro stesso senso d’identità risiede nel cibo, e non solo della regione in cui sono nati, ma della città, del paese, del borgo, o anche della casa. E sostengono la superiorità dei loro prodotti e piatti locali con passione. Questo spiega perché mangiare in giro per l’Italia sia una tale, continua delizia. Il piacere deriva dalla diversità, non dall’omogeneità.


 

 

 

Chi vuol mangiare la stessa roba ovunque nel mondo? È noioso. È quel tipo di omogenità che intorpidisce la mente e quella mediocrità che annienta il gusto che McDonald’s rappresenta. Nessuno sano di mente può considerare McDonald’s come un difensore del bene nel mondo o come il rappresentante dell’alta gastronomia.

Ma c’è qualcosa che va oltre il mero opportunismo politico o le pubbliche relazioni commerciali nel luogo in cui si è svolto questo atto di tradimento; la filiale ammiraglia di McDonald’s vicino alla scalinata di piazza di Spagna a Roma. Ha un significato simbolico. È stata l’apertura di questa stessa filiale, ricordiamocelo, che ha spinto Carlo Petrini e altri amici previdenti a mettere in piedi Slow Food per resistere alle forze della gastro-globalizzazione e omogeneizzazione, per celebrare la diversità, le differenze, l’individualità e la qualità. Non fa ben sperare per la sana sopravvivenza della straordinariamente diversa cultura alimentare italiana vedere il governo abbracciare la sua esatta antitesi con un tale sfrenato entusiasmo.

Ma comunque, forse non dovremmo stupirci. La classe politica italiana non è nota per agire nei migliori interessi del popolo. Come un amico siciliano una volta osservava: “Non c’è lo stesso contratto tra i nostri politici e gli italiani come quello che esiste nel Regno Unito”. Si potrebbe affermare che ancora adesso non esista, ma questa è un’altra storia.

McDonald’s parla italiano, dichiara lo slogan pubblicitario. Può anche farlo, ma è l’italiano degli affari del Signor Berlusconi e della sua terrificante banda di compari piuttosto che l’ampia gamma di dialetti regionali ai quali la maggior parte degli italiani ricorre per dichiarare la propria fede personale. Possiamo solo sperare che gli italiani mostrino una determinazione più dura rispetto ad altre nazioni nel mondo che continuano ad abbracciare McDonald’s in modi sempre più deprimenti.

[Articolo originale "McDonald's launch McItaly burger" di Matthew Fort]

Bond in dollari? Si, come no

di Valerio Lo Monaco - 27/01/2010

Fonte: il ribelle

 

 

Fantastico. Degno da Banda degli Onesti. Anzi, sicuramente meno. Tremonti sta pensando a emettere Bond a cinque anni. In Dollari. Già sentita la puzza? Allora siete un passo avanti a molti italiani. Sicuramente anni luce rispetto al nostro Ministro.

Per tutti gli altri, piccolo riassunto della situazione.

Quando uno Stato finisce i soldi (per pagare i dipendenti pubblici e un milione di altre cose) allora emette dei Buoni del Tesoro. La cosa funziona, sinteticamente, così. Con periodicità ormai conclamata, lo Stato italiano - visto che non solo ha finito i soldi da un pezzo, ma anzi viaggia costantemente in deficit (per intenderci, non riesce neanche a pagare gli interessi sui debiti: roba che una azienda normale avrebbe portato i libri in Tribunale da un pezzo) - emette delle cambiali, con differente durata. Naturalmente non le chiama cambiali, ma Buoni del Tesoro, Titoli di Stato o cose del genere, così, tanto per farle suonare meglio.

I cittadini (ma anche gli stranieri) che decidono di acquistare questi "pagherò", versano allo Stato un tot (in moneta sonante) mentre lo Stato gli rende un pezzo di carta - appunto: una cambiale - con la quale si impegna, alla scadenza, a ridare indietro il denaro "investito" dal cittadino oltre a un certo interesse. Attualmente, intorno all'1%. Il cittadino, alla fine - naturalmente se nel frattempo lo Stato non è fallito - incassa il denaro versato più l'1% promesso.

Per quelli che pensano che la cosa sia un affare, tutto ok, si direbbe. Malgrado l'alta possibilità di default del nostro Stato (che molti si ostinano ancora a non far entrare nel novero delle possibilità), malgrado il fatto che con l'imminente inflazione galoppante (vista l'attività tipografica di Bce e soprattutto Fed nello stampare banconote e nel mandarle in giro senza controvalore) l'1% potrebbe essere veramente una miseria, oggi Tremonti si lancia in una operazione ulteriore, stile Madoff: decide di emettere Bond in Dollari. A cinque anni.

Proprio così: si acquistano titoli di Stato in Dollari, ovviamente acquistati al prezzo corrente del Dollaro e prestati allo Stato, e tra cinque anni si rivedrà indietro il proprio gruzzoletto oltre all'interesse. Sempre in Dollari e - dopo - essere stati riconvertiti in Euro. Ancora nessun odore?

Andiamo avanti. Siamo alla fine, niente paura.

Poniamo che oggi si decidesse di acquistare 100 Euro di Dollari: al tasso corrente (1,413) ci verrebbero consegnati 141 dollari e qualcosina. E poniamo che il Bond venduto dal nostro Totò sia al tasso del 3%. Alla fine dei cinque anni, lo Stato ci darà indietro 141 dollari più il 3%, ovvero 4,23 dollari in più. Ora, 141 più 4.23, ci troveremo in tasca ben 145.23 Dollari. Con i quali naturalmente possiamo soffiarci il naso, finché non li riconvertiamo in Euro. A questo punto lo Stato penserà per noi a riconvertirli in Euro, ergo andrà ad acquistare Euro pagando 145.23 Dollari, che è quanto ci spetta. 

Naturalmente - ecco il punto - li acquisterà, alla scadenza, ovvero tra cinque anni, al tasso di allora. Non al tasso corrente con il quale abbiamo acquistato Dollari oggi. Se il Dollaro, tra cinque anni, varrà molto, avremo fatto un affare, riceveremo indietro molti più euro di quanti ne abbiamo versati oggi. Esempio: un Dollaro (tra cinque anni) con tasso di cambio uguale a oggi, ci farebbe tornare nelle tasche, interesse incluso, quasi 103 euro. E avremmo guadagnato. Effettivamente quanto - ovvero quanto varranno 103 Euro - naturalmente, lo sapremo solo tra cinque anni.

Dunque la prima domanda, già (quasi) risolutiva: quanto varranno 103 euro tra cinque anni?

E ora, "per i più abili e allenati", domandone finale, definitivo: vista la politica monetaria della Fed (stampa di banconote senza copertura aurea reale, e soprattutto senza specificare la quantità di banconote immesse sul mercato), vista la fine che stanno facendo i Titoli di Stato Usa (la Cina, maggior possessore mondiale, se ne sta disfacendo comperando oro, visto che puzza di bruciato - ovvero di default Usa - l'ha già annusata da un pezzo), visto lo stato della crisi in Usa (e le riserve auree che gli Stati Uniti dovranno vendere per continuare a finanziare i vari pantani, tipo Iraq e Afghanistan), ebbene, quanto varrà il Dollaro Usa tra cinque anni? Sarà debole o forte?

Poniamo il caso che - come chiunque dotato di buon senso capisce da sé - il Dollaro Usa tra cinque anni sarà scambiato non a 1,413 come oggi ma a 1,7, o a 2 euro, cosa accadrebbe? Lo Stato andrà ad acquistare tanti più Euro possibili con i nostri 145,23 Dollari accumulati, e con un cambio anche solo a 1,7, ci torneranno in tasca la bellezza di... 85 Euro. Dunque avremo perso il 15% da questo affarone targato Italia.

Fantastico, dicevamo, vero?

Ebbene, Tremonti è il "nostro" Ministro. E fa, ovviamente, il bene dello Stato. A spese di chi? Dei cittadini, naturalmente. Ma non sono i cittadini, lo Stato?

 

E se D'Alema non fosse così fesso come sembra?

Scritto da Leonardo Mazzei (Fonte)

Una lettura controcorrente della telenovela pugliese e degli intrighi nazionali che vi ruotano attorno

Tra le tante disgrazie della loro terra, in questa settimana gli abitanti della Puglia avranno anche il problema di dribblare i gazebo delle primarie. Nel 2005 ci riuscirono assai bene: il “bagno di democrazia” all’americana vide la partecipazione di circa 80mila persone su 4 milioni di abitanti e 3 milioni e 300mila elettori. Un po’ poco, anche se a sentire i vendoliani (allora una sottomarca locale dei bertinottiani) pareva che si fosse mosso il popolo tutt’intero, dal Gargano alla punta del tacco d’Italia. Il Santo pugliese vinse con 1.600 voti di scarto davanti allo stesso rivale che si ritroverà di fronte domenica prossima: Francesco Boccia, un nome che non promette molto, ma che ha la sponsorizzazione di un ex primo ministro e del genero di Caltagirone. Forse non gli sarà  sufficiente, ma chissà...

Ci sono molti modi di leggere questo scontro pugliese, che solo pugliese non è. L’aspetto prevalente sembra il caos: c’è confusione nel Pd, nell’intero centrosinistra e sembrerebbe anche nella testa dei singoli personaggi in campo. Ma c’è confusione anche a destra. Che sia l’aria della Puglia? O non sarà piuttosto che qui si gioca una partita fondamentale per i futuri schieramenti nazionali?
Può sembrare un paradosso, ma in questa partita nazionale Vendola non conta niente. La sua è una lotta per la sopravvivenza, sua (soprattutto) e (molto, ma molto secondariamente) della sua barchetta micro-arcobalenica, quella che in un anno ha cambiato tre simboli a causa delle progressive amputazioni subite (vedi
Vendola in manutenzione). E’ una lotta disperata per rimanere alla guida della regione, ma Vendola non ha alcun progetto nazionale che non sia quello di accodarsi al centrosinistra sempre e comunque, cercando magari di abbellire in poesia il suo appoggio all’atlanto-liberismo degli alleati che ai versi lascia ben poco spazio.
Per D’Alema e Casini, e non solo per loro, la partita è invece strategica: ecco perché la Puglia ha oggi un rilievo inusitato nelle cronache politiche. Ed ecco perché D’Alema non si è fermato davanti a niente, neppure di fronte ad una straordinaria collezione di figuracce che ha portato in tanti ad ironizzare sulla declinante astuzia della “Volpe del Tavoliere”.

Apparentemente Vendola sta vincendo la partita: non ha ceduto alla richiesta di non ricandidarsi, ha ottenuto le primarie e – se le vincerà – sarà di nuovo alla testa della coalizione di centrosinistra.
Apparentemente D’Alema sta perdendo in maniera disastrosa: ha bruciato il suo uomo (il sindaco di Bari, Emiliano), ha dovuto piegarsi alle primarie, ha spaccato il Pd, ha lanciato Boccia ma lasciando capire che la sua sarà una corsa in salita.
Per tutti questi motivi, secondo alcuni il vero disperato sarebbe Massimo D’Alema. Siamo sicuri che sia proprio così?


Non si può che avere il massimo disprezzo per il bombardatore della Jugoslavia: per le sue scelte, per la sua concezione della politica, per quel ghigno beffardo tipico di chi costruisce la sua presunta “superiorità” sullo stare sempre con i più forti, sia che si tratti delle oligarchie finanziarie che dei vertici della Nato.
Lo stesso disprezzo va però riservato a chi, magari intervallando il tutto con qualche guerricciola secondaria per le poltrone, altro non sa proporre che l’alleanza con il partito del bombardatore e con la coalizione che gli sta attorno, che in quanto a liberismo ed atlantismo ha pochi rivali anche a destra.
Chiarito il nostro disprezzo per entrambi i contendenti, si tratta ora di capire se la rappresentazione che va per la maggiore è davvero giusta. Si tratta dunque di comprendere quali saranno gli sviluppi e le conseguenze della telenovela pugliese.


In questa vicenda la contraddizione che più colpisce è quella tra l’ingovernabile caos pugliese e la determinazione con la quale il gruppo dirigente bersaniano (in realtà, dalemiano) sta cercando comunque di imporre la propria linea.
Nelle ultime settimane il caos è stato davvero totale, ed imbarazzante anche per un partito che pure vi è abituato come il Pd.
I “democratici” hanno prima lanciato la candidatura di Emiliano, ma l’assemblea che avrebbe dovuto incoronarlo alla fine dell’anno venne annullata per “impraticabilità di campo”, vista l’invasione di manifestanti pro-vendoliani dell’albergo dove avrebbe dovuto tenersi. A quel punto Emiliano dichiarava di accettare le primarie, ma poi chiariva che le avrebbe accettate solo con l’approvazione in fretta e furia di una leggina che gli avesse consentito di candidarsi alle regionali mantenendo al tempo stesso la carica di sindaco. Per quella leggina ad personam (Berlusconi ha fatto scuola) era però troppo tardi. Sembrava che a quel punto il Pd dovesse acconciarsi – sia pure obtorto collo –  a sostenere Vendola, ma non era ancora finita. Ecco infatti la ricandidatura di Boccia, sulla quale all’inizio l’Udc (il vero Convitato di pietra delle decisioni del Partito democratico) sembra storcere la bocca in mancanza di un ritiro di Vendola. Alla fine però Boccia viene benedetto da Casini, e si arriva così alle primarie. Primarie che si svolgeranno con una campagna elettorale brevissima, di pochi giorni: ed è questa brevità l’unica notizia positiva per i pugliesi.

La mia opinione personale è che queste primarie – a dispetto di tutte le apparenze – segneranno comunque un successo della strategia dalemiana, mentre si apriranno in ogni caso grandi problemi prima per il Santo pugliese e poi per la sua piccola corte.
Va detto che nell’immediato – ma solo nell’immediato – per il partito degli assessori, cioè per la vera struttura portante di Sel (Sinistra, ecologia e libertà), le primarie pugliesi sono un autentico brodino. Il sospiro di sollievo tirato da questa congrega di opportunisti all’ennesima potenza ha percorso non a caso l’intera penisola, dal Piemonte alla Calabria: ve li immaginate costoro a dover minacciare la rottura nelle varie regioni in risposta allo scaricamento del loro capetto pugliese? Ci aveva provato il romano Nieri, ma pare che gli interlocutori gli avessero riservato solo qualche sorrisetto di compatimento...
Ma se con l’accoglimento delle primarie gli aspiranti assessori hanno potuto riprendere momentaneamente un po’ di colore, completamente diverso è il discorso per Vendola e per le prospettive di Sel.
Se l’attuale governatore dovesse perdere le primarie si troverebbe semplicemente a dover tirare la carretta al rivale, senza neppure aver potuto trattare le condizioni della resa. Ma, paradossalmente, non sarebbe questo lo scenario peggiore. Infatti dopo le primarie vi saranno comunque le “secondarie”, cioè le elezioni vere. Un Vendola vincitore alle primarie sarebbe “obbligato” a vincere le elezioni regionali, obiettivo alquanto arduo senza i voti dell’Udc.
Una sua sconfitta, piuttosto probabile, segnerebbe quasi certamente la sua fine politica. Il Santo barese è anche uno straordinario Narciso che vede pugliesi plaudenti in ogni dove, ma non ci risulta che la sua popolarità sia così alta, gli scandali della sanità non possono (dopo 5 anni!) essere semplicemente scaricati sulla giunta precedente e le fratture nella coalizione ben difficilmente non avranno ricadute elettorali.

Vediamo ora come queste stesse possibilità possono essere gestite nel campo avverso, quello dalemiano. Per D’Alema la vittoria di Boccia alle primarie sarebbe un’indubbia rivincita, che peserebbe enormemente anche all’interno del Pd. In ogni caso rappresenterebbe l’investitura “popolare” alla nuova alleanza con l’Udc.
Ma anche una sconfitta di Boccia potrebbe essere gestita positivamente nell’ambito di una strategia nazionale. Se Vendola vincesse le primarie, ma non le elezioni, D’Alema perderebbe la Puglia ma vedrebbe confermata la sua strategia come “linea obbligata”, tanto più se l’alleanza con l’Udc portasse (come possibile) alla vittoria il centrosinistra in Piemonte, Liguria, Marche e Calabria... 
Insomma, mentre Vendola chiuso nel fortino pugliese ha come solo risultato utile un due a zero assai improbabile, D’Alema gioca una partita più ambiziosa, che può ammettere una sconfitta alle primarie purché non vada ad inficiare il progetto nazionale. Un progetto che ha evidenti appoggi internazionali e la benedizione delle oligarchie nostrane, un progetto al quale Vendola non potrà che accodarsi, se non altro in nome del solito antiberlusconismo copri-tutto.

Detta così, questa descrizione può sembrare una intollerabile riduzione della politica al più bieco politicismo, come se fosse soltanto una cinica partita a scacchi priva di contenuti. Ma l’odierna politica bipolare è anche e soprattutto così. Ed anche per questo siamo convinti della giustezza della linea astensionista nell’attuale contesto politico.
A quando, piuttosto, un bilancio dei sinistro-libertari (e dei loro cugini sinistro-federati) sugli esiti tragicomici della loro politica delle alleanze? Non sarebbe questo il momento giusto, almeno per quel che riguarda i governi regionali? Ma questi signori sfuggono questo bilancio come la peste: troppo duro dover ammettere di essere dentro fino al collo all’odierno marciume della politica istituzionale.
Del resto, il fatto che Vendola si sia dovuto barricare nel ridotto pugliese, mentre per D’Alema la Puglia è solo una pedina (per quanto importante) di un gioco più complesso, ci dice chiaramente chi è subordinato a chi. Non si pensi che sia semplicemente un problema di rapporti di forza. E’ invece principalmente una questione di visione e di prospettiva strategica. La prospettiva del parolaio Vendola è del tutto interna al bipolarismo: può agitarsi ma non uscirne. La gerarchia tra chi comanda e chi è subalterno è dunque stabilita. Comunque vadano le primarie di domenica prossima.

I rifugiati non muoiono più in mare ma nel Sahara

       I migranti africani che vogliono raggiungere l’isola italiana di Lampedusa vengono attualmente bloccati da un accordo italo-libico, fatto per fermare i profughi. L’accordo funziona e ha il suo drammatico rovescio della medaglia nel Sahara, a Sud della Libia.  Lo dimostrano le immagini scioccanti che il settimanale italiano L’Espresso ha pubblicato ieri, sotto il titolo “Morire nel deserto” .

                     Undici corpi disidratati giacciono sulla sabbia del deserto: sette uomini neri e quattro donne. Uno è inginocchiato in preghiera, un altro solleva le mani verso il cielo, come se volesse afferrare l’aria. Queste persone morte di sete avrebbero viaggiato a piedi. Indossano indumenti libici, il che indica che non andavano verso la Libia, ma venivano da lì.

Immagini verificate

Il video è stato ripreso il 16 marzo 2009 con un telefonino, da un viaggiatore diretto da Al Gatrun, l’ultima oasi libica, al fortino militare di Madama nel Niger. Il settimanale ha ricevuto il filmato la scorsa estate e ne ha verificato l’autenticità prima di pubblicarlo.

“Così muoiono gli uomini e le donne che non sbarcano più nell’isola italiana di Lampedusa”, conclude il giornalista Fabrizio Gatti dell’Espresso, che in passato ha fatto dei servizi lungo questa rotta del traffico di clandestini. Bloccati dall’accordo tra il premier italiano Silvio Berlusconi e il leader libico Moammar Gheddafi gli immigranti africani vengono sempre più spesso rispediti in Niger.

Dispersi

I soldati libici li portano al confine con il Niger e li abbandonano sulla sabbia bollente. Da lì bisogna camminare per 80 chilometri prima di arrivare alla prima base militare in Niger, il fortino di Madama. Non esiste una strada, bisogna orientarsi con il sole e le stelle. Per chi si perde non c’è speranza.

Due settimane prima della ripresa del video, il premier italiano è stato in visita da Gheddafi. Ha porto le sue scuse per l’occupazione coloniale italiana in Libia, garantito 5 miliardi di dollari di risarcimento da pagare in 20 anni, fatto accordi su gas e petrolio e anche sul pattugliamento congiunto delle coste libiche per impedire la partenza dei migranti verso Lampedusa.

In quell’occasione, Gheddafi ha dimostrato la sua buona volontà rispedendo verso il Niger centinaia di migranti richiusi nell’accampamento militare di Al Gatrun. È possibile, così conclude L’Espresso, che i cadaveri del filmato facessero parte di quel gruppo.

Responsabilità

In risposta alle immagini, che ieri sono state trasmesse anche dal programma televisivo Annozero, il capofrazione del partito di governo Lega Nord, Roberto Cota, ha detto che l’Italia non può essere ritenuta responsabile per le problematiche dell’immigrazione, ma che queste sono una questione europea.

Ha affermato che l’accordo con la Libia è un successo, giacchè l’immigrazione è diminuita del 90%. “In questo modo abbiamo fatto diminuire le morti in mare.

[Articolo originale "Vluchtelingen sterven niet meer op zee, maar in Sahara" di Bas Mesters]

 

 Il messaggio “urbi et orbi” del Presidente di Carmelo R. Viola - 03/01/2010

Fonte: 
Arianna Editrice [scheda fonte] 
 
Quando si dice per non dire… diplomaticamente...                

 

 

Il Presidente -  che dice di esserlo di tutti gli italiani (se permettete, meno il sottoscritto, che l’ha formalmente ricusato con lettera apparsa anche su questo quotidiano) – ha parlato come un antico oracolo, che diceva tutto per non dire niente.  Di discorsi vuoti ne ho sentito non pochi ma questo ultimo è “più vuoto” degli altri. E’ un vero “buco nero”! E’ “l’urbi et orbi” presidenziale che fa il paio con quello papale. 
 Napolitano non ha detto assolutamente niente di più di quanto avrebbe potuto dire uno qualsiasi, del tutto inesperto di politica, per poco che si fosse sforzato di constatare l’esistenza della disoccupazione, della povertà, del bisogno, del disagio, del malcontento e delle contrapposizioni sterili fra le parti e insieme la debole ripresa del filone affaristico del Paese dopo l’ennesima emergenza nella crisi costante del sistema. 
 Non ha detto niente al di là dell’auspicio che i mali lamentati scompaiano  - non si sa come – per il bene degli interessati e che le contrapposizioni vengano superate deponendo i toni alti ed esagitati per il bene del Paese, che la legalità venga rispettata come ricetta omnibus. Non ha detto niente che non dica puntualmente il papa nelle sue “epifanie” domenicali: valutazioni generiche, invito alla concordia nazionale (non si sa in nome di quale effettivo legame in una “bellum omnium contra omnes”), invito a non lasciarsi prendere dal pessimismo, invito a rimboccarsi le maniche (come se si trattasse di buona volontà); elogio del volontariato e della solidarietà (per non dire carità, la quale serve molto a dare meriti umanitari ai “caritatevoli” e a non risolvere la povertà: fonte inesauribile di demagogia). 
 Tutto questo predicozzo ricorda i sermoni dei parroci di campagna o dei predicatori quaresimali – avanguardie della catechesi liturgica – utili agli astanti che con tale ascolto, tra il distratto e l’uggioso, ritengono di fare il proprio dovere di fedeli anche se convinti che, una volta fuori, le cose saranno esattamente come prima. 
 Napolitano non ha detto perché la disoccupazione e tutti mali elencati sono ultimamente aumentati; non ha nemmeno lontanamente accennato ad una cognizione scientifica della situazione d’insieme dell’economia e della finanza.
 Il discorso di Napolitano è stato una tiritera empirica di situazioni, il cui divenire ricorda molto davvicino la meteorologia per migliorare la quale l’intervento dell’uomo o non serve o è difficile da realizzarsi: perciò non rimane che augurarsi che le cose migliorino, fatalisticamente  o quasi.   
 Il discorso di Napolitano non è solo letteralmente vuoto e quindi inutile. E’ peggio: è decisamente nocivo, inconcludente e fuorviante. E’ nocivo perché non dice che la disoccupazione e tutti i mali ad essa connessi sono prodotti dal sistema vigente, espresso dal capitalismo.  E’ nocivo perché non dice che la disoccupazione e mali sociali connessi – mafie comprese - non  potranno mai essere debellati dal capitalismo. E’ nocivo perché non insegna a cercare la causa dei mali denunciati, a fare della scienza, a ragionare con la propria testa, a trovare soluzioni secondo ragione e diritto.  E’ nocivo perché induce alla rassegnazione, a far credere alla menzogna convenzionale della borghesia secondo cui la via per risolvere tutte le questioni sociali sia quella del “fare impresa, mercato e concorrenza”: tre imposture in una sola perché impresa, mercato e concorrenza presuppongono uomini di affari in lotta-gara fra di loro a chi sfrutta di più i prestatori di lavoro e i consumatori. Da tale malefica triade dovrebbe derivare tutto il possibile bene alla collettività. 
Tutto questo è il capitalismo, la predonomia, la giungla antropomorfa, che produce le differenze abissali e tutti i mali sopra elencati, che sta rovinando perfino la natura, il clima, l’habitat, l’abilitabilità del pianeta Terra e che si appresta a mettere in crisi la nostra specie. 
Il discorso di Napolitano è nocivo perché, senza averne i titoli, accredita la parola del papa, cioè del potere clericale, che pressa sul potere legislativo al solo scopo di esercitare meglio il proprio dominio secolare sulla massa di tonti; è nocivo perché si fa beffa dell’art. 11 della Costituzione arrivando a sostenere che la guerra in Iraq e in Afghanistan non sia americana (sic) ma voluta dalle Nazioni Unite così accreditando la menzogna USA: due colossali menzogne in una!
Il discorso di Napolitano è nocivo perché accredita la menzogna di Berlusconi sulla necessità e sull’urgenza di “riformare” la Costituzione mentre la sola cosa urgente è quella di realizzare leggi di attuazione dei primi articoli della Costituzione per esempio in ordine alla fruizione universale di diritto al lavoro e al potere di sussistenza, ma si tratta di articoli dal sapore socialista che mal si accordano con gl’interessi dei pescecani del sistema.
Il discorso di Napolitano, dunque, accredita il papa, la Casa Bianca e Berlusconi, il trinomio maledetto di un sistema che produce magnati e pezzenti in nome del diritto alla corsa a chi diventa più ricco e più potente. E’ancora doppiamente falso e miserabile perché viene da chi, avendo militato nel movimento comunista, ha saputo donde vengono la disoccupazione, la delinquenza da fame e da emulazione e le mafie, ha saputo come tali mali non siano ingredienti ma princìpi attivi del capitalismo: oggi fa finta di non sapere nulla di tutto questo per suo personale quieto vivere.
L’ex-comunista Napolitano ha il pregio di una lucidità mentale non comune nella finzione e di un linguaggio corretto, forbito e raffinato: questi attributi formali rendono il suo discorso ancora più virulento, diseducativo e colpevole per i giovani ingenui, che pendono dalle sue labbra grazie anche a quanti, a nome di una sedicente sinistra  - insomma del Partito Democratico – accreditano le sue parole alla stregua dei bugiardi interessati del PDL: le parole di Chi merita solo ciò che gli ho notificato e che riconfermo: la totale incondizionata ricusazione. E così sia.

 

31.12.2009,14:17 - Un 2009 tra guerra e macelleria sociale...come prima, più di prima!

 

 

 

 Berlusconi continua a rubare la scena da uomo di spettacolo qual è.

L'opposizione capeggiata dal Pd bersanizzato permane in uno stato vegetativo.

Casini seguita a recitare la parte della verginella astuta che strizza l'occhio ai due poli ma poi non si concede per non perdere la propria virtù (leggasi valore contrattuale). Di Pietro è ancora in preda al suo strabismo che gli fa vedere pagliuzze in alcuni occhi e travi in altri. La sinistra radicale è ai minimi storici. La destra radicale ai minimi termini.

Titoli di coda, decine di figuranti ma anche qualche special guest. Come lo squilibrato Tartaglia, per esempio, il coniglio sbucato al momento giusto dal cilindro del Cavaliere, permettendogli di orientare a suo favore una situazione che fino alla vigilia pareva avere come sbocco solo le elezioni anticipate. Il "dialogo" tra governo, il Pd e Udc sulla controriforma della Costituzione e quella della giustizia, incluse le ben tre leggi ad personam per salvare l'omino di Arcore dai processi, vale a dire il cosiddetto "processo breve", il "legittimo impedimento" e il nuovo "lodo Alfano" da approvare con legge costituzionale, è figlio dell'ottimizzazione del clima post attentato. Pur mettendo da parte per un attimo teorie e ipotesi, non si può non ammettere che il duomo in faccia sia arrivato proprio quando serviva di più. L'abilità di un profondo conoscitore delle potenzialità del sistema mediatico come il Berlusca, ha fatto poi il resto. Il copione del reality ha rasentato la perfezione. Lo shock mediatico-politico provocato dall'aggressione fatto lievitare a dismisura, poi la messa all'indice dei "seminatori d'odio" con la cassa di risonanza della "Raiset" ed infine, dopo aver intimidito e ammorbidito i già poco decisi oppositori parlamentari, la magnanima proposta di un partito dell'amore e del dialogo sulle "riforme che servono al Paese". Fini scavalcato al centro, D'Alema spiazzato, Di Pietro isolato e aperture inaspettate, come quella dell'ex presidente Scalfaro e dell'associazione "Libertà e giustizia". Una menzione merita anche il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, uno dei più grandi chiacchieroni mai nati nel nostro paese. Da buon “curato” della chiesa del potere qual è il buon Giulietto con la erre moscia, troppo spesso e a sproposito incensato da tanti presunti non allineati di casa nostra per le sue crociate parolaie contro lobbies e poteri forti, predica bene e razzola male, molto male.

La blindatissima legge finanziaria 2010, votata con il sistema truffaldino della fiducia, ne è un palese esempio. Il testo approvato è diverso da quello varato il 17 settembre scorso in consiglio dei ministri ma anche da quello passato in prima battuta in Senato. I provvedimenti inseriti strada facendo ne hanno raddoppiato le dimensioni finanziarie da 4 a 9,2 miliardi. La presunta finanziaria leggera ha lasciato il posto ad una manovra pesantissima e le modifiche introdotte non sono frutto dell'accoglimento delle richieste delle parti sociali ma di accordi di tipo clientelare nati all'interno della stessa maggioranza e cristallizzati in un maxiemendamento che ne ha mutato profondamente l'impatto. Oltre a essere profondamente antisociale, a non dare nessuna risposta positiva ai problemi dei lavoratori, dei pensionati, dei precari, dei disoccupati e del Mezzogiorno, la manovra tremontiana sembra disegnata su misura per i grandi evasori fiscali e gli speculatori. A partire dallo "scudo fiscale", lo strumento inventato dal professorino berlusconizzato per far rientrare in Italia i capitali esportati illegalmente all'estero. Basterà pagare un misero 5% di imposte per mettersi al riparo da sanzioni e per giunta conservando l'anonimato. Un bel regalo ai grandi evasori dietro cui spesso si celano le mafie. Guanto di velluto anche per la grande speculazione edilizia e immobiliare. Basti pensare ai finanziamenti stanziati per la costruzione del costosissimo e praticamente inutile Ponte di Messina e la svendita degli immobili dello Stato, in parte da farsi addirittura senza asta pubblica. Briciole e spioccioli, invece, per le masse lavoratrici. Del resto il Cavaliere di Arcore e il fido Tremonti continuano a ripetere che la crisi economica è ormai alle spalle e bisogna essere positivi.

Che saranno mai 760 mila posti di lavoro in fumo solo quest'anno? Nulla o quasi è stato fatto per calibrare meglio gli ammortizzatori sociali, nonostante le previsioni del governatore di Bankitalia, Draghi il vampiro, che prospettano un milione e mezzo di licenziamenti nel 2010. Nulla di serio e consistente è previsto per aumentare il potere d'acquisto di lavoratori e pensionati, nonostante che il 30% delle famiglie italiane non ce la faccia ormai ad arrivare neanche alla terza settimana del mese (fonte Censis). I diritti dei lavoratori non sembrano essere tra le priorità tremontiane. Nessuno stanziamento per il rinnovo dei contratti dei pubblici e solo pochi spiccioli per la cosiddetta "vacanza contrattuale". Anche la reintroduzione dello Staff leasing, ovvero del lavoro in affitto va in questo senso. Qualche risorsa è rinvenibile alla voce welfare, ma è legata allo sgravio fiscale del salario variabile di produttività, che è uno dei punti chiave della "riforma" contrattuale finalizzata a frantumare la contrattazione collettiva nazionale.

A dir poco vergognosa è la tassa introdotta sulle cause di lavoro e quelle previdenziali che colpisce principalmente i lavoratori, i pensionati e gli invalidi, i quali per vedere affermati i loro diritti davanti al giudice dovranno sborsare fino a mille euro. Alla voce scippi va invece iscritto il Tfr, oltre 3 miliardi di euro, non andato ai fondi integrativi, che il Governo ha deciso di farsi dare dall'Inps per sostenere vari capitoli di spesa della Finanziaria, senza il consenso dei diretti interessati. Soldi, tanti soldi per finanziare i contingenti militari all'estero, 750 milioni di euro (250 in più rispetto all'anno passato) e per le scuole private, 130 milioni. Il vangelo di Arcore non ammette deroghe

Venti di guerra sull'ampio fronte internazionale, macelleria sociale in Italia: ma siamo sicuri si tratti del 2009? L'anno ormai alle battute finali ci sembra terribilmente simile al 2008 e a quelli precedentiDi una noia "mortale"! Non ci resta che sperare in un 2010 più vivo e meno scontato: uomini liberi, dove siete?

Articolo originale: http://www.rinascitacampania.com/?read=43119

 

 

Sta per chiudersi nel segno della presunta lotta al terrorismo anche quest'anno ormai agli sgoccioli. Un anno fa una pioggia di fosforo su Gaza aveva illuminato le ultime ore del 2008. Piombo, fosforo e uranio impoverito saranno le pietanze servite al mondo dal signore della guerra Obama, al tavolo del prestigioso ristorante democrazia export, per salutare anche il 2009. Da Hamas alla fantomatica e rediviva al Qaeda, dall'Afghanistan allo Yemen, passando per una nuova rotta del terrorismo fondamentalista in salsa nigeriana. La recessione economica chiede guerra. E che guerra sia...Tutto come prima, dunque, sulla scena internazionale.