Quartiere Libero

a cura di COLLETTIVO SOLSTIZIO D'INVERNO

OLIGARCHIA PER POPOLI SUPERFLUI....

è un saggio che sintetizza la mia opera di ricerca e saggistica, complessivamente rivolta allo studio e alla comprensione del potere, ossia alla comprensione dei metodi di dominazione e sfruttamento della società.

Per designare questo ambito di studio, ho coniato il termine “cratesiologia”, dal Greco kratèsis, ossia dominazione.

Quanto segue è un disegno generale della società reale, dei suoi organi e del suo funzionamento. Non si basa su ciò che dovrebbe essere, ma su ciò che effettivamente è.

Nella storia, come nel presente, non si conoscono, se non in ambito tribale, società che si governassero o governino democraticamente, o in cui la sovranità fosse popolare.



 

La società odierna, globalizzata, è dominata dal cartello dei possessori del sistema monetario e finanziario, articolato in banche centrali nazionali, banche centrali sovranazionali, BIS, IMF, WB, WTO, i quali, all’insaputa della popolazione generale, che non ha cognizione di quanto sotto:

  1. mediante il signoraggio (primario e secondario) e il meccanismo del debito infinito, estraggono dalla popolazione generale il potere di acquisto

  2. mediante il controllo del money supply e dei tassi di interesse inducono alternatamente espansioni e contrazioni dell’economia per:

    • costringere imprese, stati e risparmiatori alla svendita degli assets e rastrellarli a prezzo vile, così da impadronirsi dell’economia reale

    • imporre riforme socioeconomiche funzionali al loro schema

    • imporre agli stati l’assunzione di debiti che li renderanno dipendenti dal sistema bancario

    • destabilizzare governi che si oppongano al loro schema

  1. mediante il possesso di sistemi bancari (come il SEBC) e circuiti di clearing globali (Clearstream), tutti immuni da indagini e controlli anche giurisdizionali, e grazie ai paradisi fiscali:

    • trasferiscono in modo invisibile i proventi del signoraggio, del narcotraffico e di altre transazioni

    • eseguono liberamente versamenti a scopo di finanziamento, aggiottaggio e influenzamento di politici, magistrati, pubblicisti etc.

  1. mediante l’esercizio del rating finanziario di soggetti e di titoli sia pubblici che privati, consentono maxi-truffe finanziarie, dirigono gli investimenti, aggravano o alleviano il costo del servizio del debito, sabotano o agevolano i bilanci

  2. mediante il finanziamento o la proprietà diretta di scuole di economia, la sovvenzione di ricerche, pubblicazioni, congressi in materie economiche, il pagamento diretto di economisti, condizionano e limitano la conoscenza e la comprensione generale dell’economia, dei suoi strumenti, e specificamente dei rapporti tra controllo della moneta e vicende macroeconomiche.

Ho descritto tali attività nei libri Euroschiavi (Arianna Macroedizioni) e La Moneta Copernicana (Nexus Edizioni).

I governi e i presidenti della repubblica (se diversi dal capo del governo) hanno la funzione di assicurare la coerenza delle varie politiche nazionali effettive con gli interessi e le direttive del cartello monetario.

I parlamenti svolgono le seguenti funzioni:

  1. legittimare il sistema di potere effettivo facendolo derivare dalla volontà del popolo sovrano e non lasciar vedere il reale sistema di potere

  2. assumersi la responsabilità politica e morale degli insuccessi, delle ingiustizie, delle inefficienze, fornendo cosi una copertura al potere reale

  3. approvare le leggi di bilancio che legittimano l’inutile indebitamento pubblico verso il cartello monetario per finanziare la spesa pubblica, e che autorizzano il prelievo fiscale

  4. approvare le leggi e le riforme utili agli interessi bancari

  5. trasferire la sovranità economica dallo Stato a soggetti sovrastatali autocratici, come BCE, WTO, IMF, WB, BIS, esenti da controllo dal basso e giudiziario

  6. sfogare le tensioni politiche della popolazione generale

  7. i parlamentari vengono ricoperti di privilegi e messi al riparo dalle sorti della popolazione generale affinché siano fedeli a queste funzioni

La giustizia svolge le seguenti funzioni:

  1. non quella di tutelare effettivamente la legalità (in questo senso l’efficienza della giustizia penale italiana è di circa l’1%), ma:

  2. creare e mantenere l’impressione popolare che l’ordinamento (quindi il potere esercitato) sia complessivamente legittimo e capace di imporsi, in modo che la popolazione generale lo accetti

  3. insabbiare, coprire o evitare di indagare le vicende e le illegalità più rilevanti e disturbanti

  4. scoraggiare, diffondendo un senso di ineluttabilità, le istanze di giustizia e legalità reali

  5. colpire con indagini, accuse e provvedimenti strumentali le attività politiche ed economiche contrarie agli interessi dominanti

  6. i magistrati vengono muniti di privilegi affinché siano fedeli a queste funzioni.

Ho descritto tali funzioni nel saggio Le Chiavi del Potere (Koinè Nuove Edizioni).

I capi politici e sindacali svolgono le seguenti funzioni:

  1. apportare al sistema il consenso della popolazione generale, raccogliendolo dietro le varie bandiere ideologiche

  2. far sfogare le tensioni e le animosità sociopolitiche, neutralizzandole e contenendo la lotta politica entro limiti gestibili

  3. creare un’apparenza di opposizione, di alternanza al potere e di democraticità del sistema

  4. sostenere l’aspettativa di possibili riforme

  5. in cambio dello svolgimento di questa funzione, essi possono attingere denaro pubblico, assicurarsi rendite, conseguire posizioni di relativa impunità e di relativo potere

La scuola e i mass media svolgono le seguenti funzioni:

  1. fornire una determinata visione e concezione del mondo

  2. circoscrivere l’ambito di ciò che la parte non dominante della popolazione può conoscere e comprendere

  3. prevenire la comprensione del reale funzionamento della società e dell’economia

  4. formare personalità professionali convinte delle conoscenze ricevute e del ruolo assegnato

  5. trasmettere e instillare valori, obiettivi, timori, speranze, interpretazioni dei fatti

  6. creare, quando necessario, allarme o sdegno o paura nella popolazione generale, onde farle accettare riforme impopolari o costose, o guerre (V. Iraq)

  7. impedire lo sviluppo delle capacità di pensiero critico e autonomo, favorendo lo sviluppo di quello dipendente e gregario

  8. in generale, suscitare comportamenti e atteggiamenti funzionali al sistema e oscurare o screditare o criminalizzare quelli contrari

La ricerca scientifica e tecnologica svolge, tra le altre, le seguenti funzioni:

  1. studiare e mettere a punto metodi di produzione del consenso, di induzione di comportamenti sociali, di manipolazione mentale e biologica, collettiva e individuale

    • a tale attività ho dedicato il saggio Neuroschiavi (Macroedizioni)

  2. elaborare e diffondere false concezioni soprattutto nel campo economico, onde impedire la comprensione delle reali operazioni macroeconomiche, consentire le mega-truffe e il rastrellamento del potere d’acquisto ai danni dei risparmiatori, dei lavoratori, degli investitori

La popolazione generale svolge le seguenti funzioni:

  1. produrre ricchezza

  2. assorbire la produzione

  3. pagare le tasse

  4. affidare il risparmio al sistema finanziario

  5. legittimare il sistema col voto

  6. fornire combattenti in caso di guerra

  7. fornire masse d’urto in caso di rivoluzione

La società organica effettiva è oligarchica, ossia guidata dal suo vertice.

Solo il vertice ha adeguata informazione e conoscenza della realtà.

La popolazione generale non capisce, non apprende, non si evolve, anzi resta sempre più indietro rispetto all’avanzare degli strumenti scientifici e tecnologici, che vengono usati anche su di essa a sua insaputa per controllarla..

Essa vive, lavora, risparmia, investe, vota, etc., nella complessiva incomprensione ed ignoranza della realtà.

Gran parte del valore del suo lavoro le viene asportato con strumenti che non capisce.

Riceve informazioni e suggestioni strumentali alla sua gestione da parte dell’oligarchia.

Democrazia e legalità sono apparenze più o meno adeguatamente costruite e mantenute.

Il parlamento ha la precipua funzione di responsabilizzare giuridicamente il popolo per le scelte compiute da altri a spese del popolo stesso.

L’oligarchia oggi si differenzia dal resto della società per ricchezza, potenza e conoscenza.

Ma stanno divenendo disponibili strumenti tecnologici con i quali potrà differenziarsi anche biologicamente e genomicamente, dotandosi di tratti di superiorità.

Una volta che questo tipo di differenziazione sia stato istituito, la separazione del vertice dalla base sarà irreversibile e avremo una situazione del tutto analoga a quella del pastore rispetto al suo gregge.

Attraverso istituzioni come l’IMF, la WB, il WTO, la BCE, la BIS e altre, è in avanzata fase di esecuzione un processo di coalescenza e di fusione delle varie oligarchie, a livello globale.

Una volta che sia compiuto, le oligarchie non avranno più bisogno di avere, ciascuna, masse di lavoratori-consumatori-combattenti dietro di sé, da usare per contendersi i mercati e i territori.

A quel punto sarà possibile affrontare e risolvere il problema ecologico globale, attraverso due principali operazioni :

  1. eliminare il modello consumista

  2. ridurre rapidamente la popolazione mondiale entro limiti di ecosostenibilità

  3. rinforzare gli strumenti tecnologici di controllo sociale e ridurre i diritti civili e le garanzie giudiziarie, per impedire il contrasto popolare di tali operazioni

Le attuali crisi finanziarie programmate e recessioni indotte, assieme ai rincari delle derrate alimentari e al taglio delle relative produzioni, e unitamente all’accrescimento degli strumenti tecnologici e giuridici di controllo e repressione, si devono analizzare alla luce di questa ipotesi.

Marco Della Luna
Fonte: http://nuke.lia-online.org/
15.04.2010

 

COMPETITIVAMENTE AL COLLASSO

A CURA DEL CLUB ORLOV

Ci stiamo confrontando con un periodo di collasso economico, politico e sociale. Ogni giorno che passa ci avvicina sempre di più a questo collasso e non sappiamo nemmeno come fermarci, vero? Ma, quale parte della frase “più duramente ci si prova, più duramente si cade” non capiamo? Perché non siamo in grado di capire che ogni dollaro in più di debito ci porta sempre più velocemente, più duramente e più profondamente verso la bancarotta? Perché non riusciamo ad afferrare il concetto che ogni dollaro investito in spese militari mina la nostra sicurezza? Esiste per caso qualche sorta di debolezza mentale che ci impedisce di capire che ogni dollaro che finisce nell’industria medica ci rende solo più malati? Perché non riusciamo a vedere che ogni figlio messo al mondo in questa situazione insostenibile renderà solo la vita più difficile a tutti i bambini? In breve, quale diavolo è il nostro problema?

Perché non ci fermiamo? Possiamo dare la colpa all’evoluzione, che ha prodotto in noi degli istinti che ci obbligano ad ingozzarci quando il cibo è abbondante, a costruirci riserve di grasso per i periodi di magra. Questi istinti non ci sono utili quando ci si trova in uno di quei buffet sempre aperti.

Questi istinti non sono nemmeno del tutto nostri: anche altri animali non sanno quando fermarsi. Le farfalle banchettano con la frutta fermentata fino a quando non sono troppo ubriache per volare. I maiali continuano a mangiare ghiande fino a quando non sono troppo grassi per stare in piedi e sono costretti a carponare sulla pancia per, ovviamente, riuscire a mangiare altre ghiande. Gli americani che sono troppo grassi per camminare sono considerati come dei disabili e il governo li ha dotati di scooter motorizzati affinché non provino l’umiliazione di carponare sulle loro pance fino ad un buffet all-you-can-eat. Un progresso considerevole.

Oppure diamo colpa alla nostra educazione che mette il ragionamento matematico in cima al senso comune. La matematica fa uso dell’induzione – cioè l’idea che se uno più uno fa due quindi due più uno deve fare tre e così via fino all’infinito. Nel mondo reale, contando le ghiande, una ghianda più una ghianda non è lo stesso di un milione di ghiande più una – non se ci sono scoiattoli che ci girano attorno, soprattutto una volta scoperto che siete stati voi i primi a rubare le loro ghiande. Un milione di ghiande è semplicemente una quantità impossibile da portarsi via e voi siete concentrati invece a trovare il modo per aggiungerne ancora una alla pila mentre state combattendo contro gli scoiattoli facendo venir voglia ai bambini di iniziare a deridervi con nomi stupidi. La pila di ghiande cresce, ancora più di quanto previsto ma in questo modo non state facendo altro che commettere un errore sempre più grande dimostrando che 1.000.000 + 1 è effettivamente 1.000.001 - ∂, dove ∂ è il numero di ghiande di cui avete perso le tracce, chissà dove. Una volta che ∂ > 0, voi avete in realtà messo da parte qualcosa che è in diminuzione e una volta che ∂ > 1 avrete un vero e proprio risparmio negativo. Nella realtà dei fatti, per quanto pensiate possa questo essere un grande numero, nella realtà, si rivelerà sempre più piccolo. Come risultato può non essere soddisfacente e non ci sono teorie a supporto di questa tesi ma, in compenso, è qualcosa che si può osservare ovunque. Il fatto è che non siamo in grado di spiegare tutto ciò che succede usando solo il nostro cervellino da primate ma questo non rende i fenomeni meno reali.

Il concetto di risparmio decrescente è abbastanza semplice da comprendere e da osservare, eppure è notoriamente difficile da percepire dalle persone che stanno cercando di ottenerlo. Il punto centrale del risparmio decrescente effettivamente è difficile da individuare perché ci siamo allontanati talmente tanto da quel punto da non essere in grado di riconoscere niente. Se voi ora beveste un drink sapreste dirmi quando sarete al punto di ottenere un risparmio decrescente? Un altro drink vi renderebbe più felici e socievoli o non farebbe poi molta differenza? Oppure vi causerà un imbarazzante dopo-sbronza? O ancora, vi farà arrivare al pronto soccorso perché avete respirato il vostro vomito? Come regola generale, più di quanto possiate pensare, tutto dipende dalla difficoltà per voi di tracciare delle sottili distinzioni tra tutte queste cose. Questa regola non è legata solo al bere ma si può applicare a quasi tutti i comportamenti legati alla produzione di euforia o alla semplice soddisfazione dei bisogni. La maggior parte di noi è in grado di fermarsi prima di bere troppa acqua o mangiare troppo porridge o di accatastare troppe balle di fieno. Invece tendiamo a commettere degli errori con l’autocontrollo quando si parla di cose particolarmente piacevoli o che causano assuefazione come droghe, tabacco, alcol e cibi particolarmente gustosi. In più tendiamo a perdere completamente l’autocontrollo quando quest’iniezione di euforia riguarda aspetti sociali quasi intangibili come l’ingordigia, la ricerca di uno status, il potere e così via.

Questo è il meglio che siamo in grado di fare? Assolutamente no! La cultura umana è piena di esempi in cui le persone decidono di opporsi con successo a queste tendenze primitive. Gli antichi greci fecero della moderazione una virtù: il tempo di Apollo a Delfi porta l’iscrizione “Niente in eccesso”; la tradizione taoista si basa sull’idea di equilibrio tra lo ying e lo yang, forze apparentemente in contrasto ma che in realtà lavorano insieme per mantenere questo equilibrio. Anche nella moderna cultura dell'ingegneria esiste il motto “Il meglio è nemico del bene” (Voltaire) sebbene, sfortunatamente, gli ingegneri abbastanza bravi da rispettare questo motto siano una rarità. A livello microscopico il business che li circonda li forza perennemente ad ottenere il massimo (inteso come massima crescita, reddito e profitto) o un minimo poco intelligente (di costi, di ciclo di produzione e di manutenzione); sono costretti a fare questo a causa dell’influenza di un pernicioso concetto che si è insinuato in loro e in molti altri aspetti della cultura: il concetto di competizione.

Il concetto di competizione sembra essere stato il primo ad elevarsi allo status di culto al tempo dei giochi intesi come forma di sacrificio agli dei, in culture molto differenti come quella dell’antica Grecia o dei Maya, in cui gli eventi competitivi erano concepiti come mezzo per compiacere gli dei. Io preferisco decisamente la versione olimpica, in cui il principio ispiratore del gioco era l’ideale di perfezione umana sia nella forma che nella funzione, rispetto a quella dei Maya, in cui risultato dei giochi era il modo per decidere chi sarebbe stato sacrificato sull’altare di qualche particolare archetipo culturale, ma essendo abbastanza di mentalità aperta sono in grado di accettare anche questo principio come valido. È stato Aristotele a sottolineare che l’inseguimento del principio primo non è un’area in cui la moderazione non può essere d’aiuto, e chi sono io per contraddire Aristotele? Ma quando ci si sposta dal difendere un ideale o un principio alla vita mondana, pratica e utilitaristica, è l’idea stessa della competizione che dovrebbe essere vista come un’offerta buona, calda e gustosa sacrificata sull’altare del nostro buon senso.

Se il fine è conseguire un successo adeguato con uno sforzo minimo, perché due persone dovrebbero competere per uno stesso lavoro? E se esiste abbastanza lavoro per tutti e due perché questi non dovrebbero collaborare invece di sprecare energie nella competizione? Beh, forse ad entrambi è stato fatto il lavaggio del cervello che li ha portati a pensare di dover competere per avere successo, ma non è questo il punto. Il punto è che c’è una grande differenza tra il competere per rispondere ad un principio come quello della perfezione divina e il competere per il mero denaro. Non c’è niente di divino in una montagna di soldi e, proprio come per una montagna di ghiande, gli scoiattoli attratti saranno molti; infatti chi si trova seduto su una qualche pila di ghiande spesso sembra egli stesso uno scoiattolo. Mischiando un po’ di metafore si può dire che sembri una gallina che sta arrostendo sulla sua pila di ghiande non aspettando altro che quella si trasformi in più ghiande ancora; ma sia che siano scoiattoli o galline certamente non si tratta di divinità e le loro ghiande non valgono certo il nostro sacrificio.

Una volta dispensata l’idea che la competizione è qualcosa di necessario, o addirittura auspicabile, si aprono nuove scuole di pensiero. Quando si può dire di possedere abbastanza? Probabilmente è molto meno di quanto possediamo in questo momento. Quanto duramente bisogna lavorare per riuscire ad ottenere questo risultato? Probabilmente molto più duramente di quanto stiamo lavorando adesso. Cosa succede se non sentiamo di possedere abbastanza? Beh, probabilmente sarebbe il caso di metterci un po’ più di impegno, oppure forse è arrivato il momento di prendersi qualche ghianda da chi continua ad averne troppe. Dato che possedere troppo è un lavoraccio (maledetti scoiattoli!) noi dobbiamo prestare loro il nostro aiuto. Di certo non a diventare come loro, dato che noi sappiamo che quelle persone si stanno dirigendo verso un pittoresco, esclusivo, piccolo posto chiamato collasso. Quello che probabilmente potremmo fare è invece stabilire una specie di bilancia, in cui abbastanza è effettivamente abbastanza.

Titolo originale: "Collapse Competitively"

Fonte: http://cluborlov.blogspot.com

 La concezione del tempo e i modi di produzione sociale (di Eugenio Orso)

 

L’interesse per questo argomento nasce dalla necessità di analizzare i lineamenti e il mondo culturale di un nuovo tipo umano, un tipo biopsichico diverso dai precedenti che si sta affermando nel nostro presente e forse popolerà il futuro, quanto meno per tutto il secolo ventunesimo: l’uomo precario.

Il presente scritto parte da una semplice considerazione, che investe la dimensione esistenziale dell’uomo precarizzato, pervadendola fin nel suo quotidiano: in questo presente si modifica anche la concezione del tempo, rispetto a ciò che fu nelle età e negli Evi precedenti, e quindi anche in relazione alle due società della crescita che hanno preceduto l’attuale, quella caratterizzata da un modo di produzione tardosignorile e protoborghese, in cui prevalsero le pratiche mercantiliste, e quella caratterizzata dall’affermazione del modo di produzione capitalistico vero e proprio.

 

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Il mondo della Tradizione, e gli antichi imperi tradizionali che ne rappresentavano il riflesso politico, culturale e sociale, esprimevano una concezione “circolare” del tempo.

Il “tempo circolare” non poteva che derivare da un elemento caratterizzante del ciclo agrario, legato all’alternarsi delle stagioni e fondato sui ritmi di un’agricoltura non certo intensiva e industriale.

Questa concezione del tempo – e la cosa riveste un’importanza cruciale – non configgeva con il tempo messianico della rivelazione religiosa, come invece accadde, in epoca posteriore, per il tempo destinato a scandire il “progresso” e lo “sviluppo” illimitato nel mondo capitalistico.

Anche per buona parte dell’Evo Medio e nella società feudale, per l’assoluta prevalenza dell’agricoltura sulle altre attività economiche, per il riprodursi di generazione in generazione, con un cambiamento molto lento e non troppo traumatico, dei ritmi che la produzione delle basi materiali della vita associata allora imponeva, questa concezione del tempo ha segnato l’esistenza di milioni di uomini.

Ciò non toglie che vi potevano essere [come, in effetti, vi erano] insicurezza nella vita quotidiana, violenza, sopraffazione e generale asservimento ad un'oligarchia che usava la spada, unitamente alla religione, per stabilizzare ed estendere il suo potere.

Infatti, pur nella distinzione formale fra servi e liberi, l’oligarchia dell’epoca sottometteva l’insieme dei lavoratori contadini, allodieri o concessionari, alla dominazione privata […] e riservava a una piccola élite di uomini di illustri natali […] la vera libertà, il diritto di portare armi, l’immunità della casa[1]

Oltre al fatto che le tecniche agrarie si modificavano lentamente nel tempo, il lavoro umano, molto semplicemente, era fortemente condizionato dalla luce solare, dal clima, dagli eventi atmosferici e dalle stagioni – elementi naturali dai quali non si poteva prescindere – e ciò non poteva non influire sulla quantità di pluslavoro di cui beneficiavano i dominanti.

La moderna misurazione del tempo, che ha inciso significativamente nella quotidianità dei singoli e delle comunità, ed anche sul lavoro, sulle corvée e sulle decime che il popolo medioevale doveva garantire ad aristocratici e prelati, ha un’origine relativamente recente, se è vero che il primo campanile dotato di orologio è comparso nell’Ile-de-France durante l’undicesimo secolo, modificando da allora i ritmi di vita e l’opera lavorativa.

Se nell’undicesimo secolo si manifestarono i primi sintomi di rottura dell’equilibrio tradizionale, fu dal dodicesimo secolo che la situazione economica e sociale si “sbloccò” definitivamente, come effetto, in primo luogo, del movimento ascensionale della popolazione dell’Europa occidentale iniziato alla metà del decimo secolo, difficilmente valutabile in termini demografici [per carenza di fonti].

Come scrisse lo storico belga Henri Pirenne, nella sua nota opera Le mouvement économique et social, la pressione demografica provocò l’immigrazione dalle campagne alle città [ed in particolare nelle città nuove] delle “eccedenze demografiche” [gli “ospiti”] e la progressiva costituzione di una nuova classe di mercanti e artigiani.

Iniziò in quei secoli [dal decimo al dodicesimo], dunque, la decadenza del mondo feudale, con il graduale passaggio da una società dominata dalla consuetudine, da un’organizzazione patriarcale dei latifondi [estranea al profitto e alla crematistica più sfrenata], dalla metafisica, dall’agricoltura e da una concezione circolare del tempo, a quella che in precedenza ho definito la prima società della crescita, preludio dell’affermazione del moderno capitalismo.

Parlando della società medioevale, evochiamo un sistema di produzione in cui i dominanti – rappresentati in tali circostanze storiche dall’aristocrazia e dal clero – si appropriavano d’autorità di una parte rilevante del prodotto del lavoro sociale, pur non intervenendo direttamente nelle dinamiche produttive e lasciando, per così dire, l’”organizzazione della produzione” ai sottoposti, ai contadini, alle comunità di villaggio, essendo i suddetti in altre faccende affaccendati [ad esempio la pratica delle armi, la guerra, per quanto riguarda la nobiltà di spada] ed avendo ben altri ruoli e competenze.

Con l’affermarsi del capitalismo, invece, la così detta razionalità strumentale, e la stessa organizzazione del lavoro sociale, sono diventate propriamente “interne”, nel senso che gli agenti capitalistici della classe dominante, per come funzionava [e funziona] questo modo di produzione non potevano non esprimere che una spiccata “invasività”, in accordo con la tendenza ad un’espansione illimitata della produzione di merci, di servizi, delle stesse idee, che sta alla base dell’”ideologia del progresso”.

Se in un primo momento vi fu la sussunzione formale del Lavoro al Capitale, intesa come la intendeva Marx, nel senso che i capitalisti, avviando la produzione in fabbrica e reclutando i lavoratori, avevano a disposizione il preesistente lavoro artigiano e lo “fagocitavano” senza modificare, in prima battuta, i contenuti intesi come competenze e professionalità, a lei fece seguito la sussunzione reale, e dal quel momento la produzione non riguardò soltanto le merci, ma le stesse competenze professionali da inserire nel ciclo produttivo.

Scrive Massimo Bontempelli, a tale proposito, che sarebbe opportuno riformulare, per trasporla come categoria illuminante in un più vasto ambito, la nozione marxiana di sussunzione, alla stessa maniera in cui Marx ha riformulato la nozione kantiana di sussunzione per riferirla al rapporto tra capitale e lavoro. Si tratta cioè di pensare la distinzione tra sussunzione formale e sussunzione reale non più soltanto del lavoro al capitale, ma di contenuti della stessa vita umana al capitale.[2]

Questa “fuga in avanti” del filosofo Bontempelli non mi pare del tutto inopportuna, o troppo avventata, perché il capitalismo della seconda società della crescita, partendo dalle potenzialità”evolutive” già in parte individuate nell’ottocento da Marx, ha fatto molta strada, trasformandosi, nel contempo trasformando l’intera vita sociale [ben oltre gli aspetti professionali e dell’organizzazione del lavoro] e segnando indelebilmente le soggettività nate e cresciute “sotto il suo giogo”, per adattarle alle sue metamorfosi, fino a giungere all’ultimo stadio, quello attuale, in cui le trasformazioni annunciano una vera e propria “svolta di Evo” e una nuova società.

E’ evidente che simili trasformazioni, indotte dallo sviluppo del monstre capitalistico, influendo sull’intera organizzazione della vita umana, sociale e individuale, influiscano anche sul modo di concepire il tempo, e, in effetti, non dobbiamo stupirci che ciò sia avvenuto con il passaggio dal “tempo ciclico”, caratteristico di un mondo tradizionale e precapitalistico, al “tempo lineare”, legato alle nuove dinamiche di produzione delle basi materiali della vita associata, ai processi di accumulazione-realizzazione e all’affermarsi [come già prima ricordato] dell’ideologia, o ancor meglio della religione laica del “progresso”.

Al di là della mera organizzazione del lavoro fordista-taylorista d’inizio novecento, basata su tempi e metodi e sulla misurazione cronometrica dei tempi lungo la catena di montaggio, oltre il famigerato cottimo, che non pochi fra i lavoratori più anziani e i pensionati ricordano bene, l’ideologia a contenuto messianico del “progresso” [con tutta evidenza legata alla necessità di una crescita infinita del tasso di profitto] porta a concepire il tempo come una linea retta, ossia un’accumulazione di punti uno successivo all’altro, simboleggianti momenti futuri sempre migliori dei precedenti.

Si tratta, come detto e ripetuto [ma ancora una volta giova ripeterlo] di aspetti ideologici ad alto contenuto “religioso” interni al sistema capitalista della seconda società della crescita, indispensabili per la sua riproduzione, e quindi strutturali.[3]

Il “tempo lineare”, così come descritto, è funzionale all’idea di progresso, diffonde fra i subalterni la [falsa] speranza in momenti futuri sempre migliori degli attuali, suscita le attese di miglioramenti inevitabili, ed è alla base delle così dette aspettative crescenti che tanta parte hanno avuto, quanto meno dalla seconda metà del novecento agli anni novanta, nel coagulare ed estendere il consenso sociale e nel ridimensionare l’inquietante spettro dell’Antagonismo di classe.

Si è manifestata, quindi, una sorta di “sussunzione del tempo” al Capitale [voglio essere più eretico e provocatorio di Massimo Bontempelli, prima citato …], un’ennesima “espropriazione” che ha riguardato tutti gli umani, la quale ha avuto una certa rilevanza nel supportare le dinamiche produttive capitalistiche, dando un contributo non propriamente secondario alla riproducibilità sistemica.

L’operaio che voleva il figlio dottore, ad esempio, per un’emancipazione sociale non infrequente negli anni sessanta e settanta del novecento, era anche lui prigioniero di questa concezione lineare del tempo e dell’ideologia dominante del “progresso”, di matrice squisitamente liberale [anche se si dichiarava comunista], ad ampia diffusione sistemica per neutralizzare l’insorgere di una diffusa opposizione sociale.

Seguendo questa via si tendeva a neutralizzare anche l’opposizione di tipo culturale, suscitando speranze di emancipazione nel corpo sociale, generate proprio dal mantenimento e dall’estensione delle logiche capitalistiche.

Il culto del progresso, la prospettiva di emancipazione sociale, l’estensione della produzione e della disponibilità di merci oltre i limiti di tollerabilità dell’Ambiente naturale, inserite in un tempo “rettilineo”, hanno reso per moltissimi la Speranza “interna” al sistema e non esterna, o meglio non legata ad un suo superamento futuro.

Ma il culto del progresso, con evidenti aspetti ideologico-messianici e necessitaristici, per diffondere la Speranza in una sorta di “redenzione” futura dell’umanità entro il perimetro delle logiche capitalistiche, non sembra più essere così determinante, nella sua diffusione massiva e omologante – come lo è stato negli ambienti culturali del capitalismo del secondo millennio [e quindi della seconda società della crescita] – per il capitalismo “transgenico” contemporaneo, le cui nuove dinamiche gradualmente lo vanificano e lo superano.

Orbene, la concezione del “tempo lineare” è stata anche lei superata nella decisiva mutazione del Capitale che interessa il nostro presente.

Il tempo della precarietà, armonizzandosi con le frequenti discontinuità esistenziali che il soggetto subisce, a partire dall’instabilità lavorativa e di reddito, non può essere certo “rettilineo”, e men che meno il suo scorrere può assicurare un percorso emancipativo dal punto di vista sociale.

Ecco che si afferma, allora, una concezione del tempo diversa, quella che io chiamo – non avendo ancora trovato espressioni migliori – la concezione del “tempo discontinuo”.

Le discontinuità della vita dell’uomo precarizzato, perciò, si armonizzano con la ”disarmonia” [mi si passi l’espressione, ancora una volta] della discontinuità temporale che le scandisce perfettamente, con il rischio di essere inghiottiti, ad un dato momento, nel non-tempo che caratterizza l’esclusione, intesa come l’espulsione perpetua dal processo produttivo che spesso vale l’espulsione dal resto della vita sociale.

Si vive la discontinuità alla presenza di improvvise accelerazioni di produzione e consumi, con cicli di vita dei prodotti sempre più brevi per la necessità del capitalismo “transgenico” di velocizzare la creazione finanziaria del valore, spremendo apparati produttivi ed umani, e quindi si vive in modo schizofrenico.

L’uomo precario naviga solitamente a vista, teme le derive e i naufragi, nel suo percorso è avvolto dalle nebbie e non spera più, intimamente, in momenti futuri necessariamente migliori degli attuali, perché derive e naufragi, insidiose secche e tempeste improvvise [che simboleggiano le crisi finanziarie ed economiche] sono sempre in agguato.

Nel “tempo discontinuo” il soggetto che vi si adatta a vivere deve sviluppare competenze precarie, abbandonare l’illusione che le esperienze passate cumulate, la sua formazione culturale e professionale possano essere decisive, non soltanto per una stabilizzazione nella vita materiale, ma soprattutto per intraprendere un reale processo emancipativo che può portare all’autocoscienza e, quindi, alla libertà.

Anzi, il restare legati ad un progetto esistenziale, o specificamente di lavoro, nelle nuove contingenze può essere penalizzante, perché le dinamiche del capitalismo mutante non hanno più necessità di stabilità e di competenze consolidate.

L’immagine che questa concezione del tempo mi suggerisce, è quella di un vasto oceano dai contorni non ben definiti e in molti punti poco profondo, in cui si è costretti a navigare valendosi di mappe imprecise e in cui frequenti sono le secche, quotidiane le tempeste e nel quale, veleggiando, spesso si incontrano aree dalle quali si rischia di non uscire più, o addirittura di scomparire entrandovi, come accade nel triangolo delle Bermude.

 



[1] [Georges Duby, L’economia rurale nell’Europa medioevale, vol. II, Edizioni Laterza, anno 1976]

[2] Il passaggio evidenziato in corsivo è tratto dall’interessante saggio di Massimo Bontempelli Capitalismo, sussunzione, nuove forme della personalità, che mi è stato inviato in formato elettronico da Marino Badiale.

[3] Sappiamo bene che il marxismo ortodosso parlerebbe, in tale caso, di sovrastruttura, ma l’ideologia che nasce dagli apporti di Hume, Locke, Smith, e di moltissimi altri, e dalla quale la concezione lineare del tempo inevitabilmente discende, è da considerarsi “interna” e fondante, come una parte irrinunciabile del motore della macchina capitalistica, venendo meno la quale la corsa è destinata a fermarsi.

 

Evaporazioni mentali di Vincenzo Gioia

Da qualche tempo assisto basito allo spettacolare fenomeno mediatico che trae origine dalla teoria dei "LoveMarks" secondo la quale i brand devono trovare una nuova ragione d'essere nella ricerca di valori legati all'amore, all'amicizia ed alla famiglia.
Sulla scia della nuova ed ennesima teoria markettara, i nostri geniali pubblicitari hanno fatto brillare il loro ingegno con due trionfi di ipocrisia: lo spot del Monte dei Paschi di Siena e lo spot della banca Intesa San Paolo.
Nello spot del Monte dei Paschi di Siena le immagini di vita quotidiana sono accompagnate da una canzone di Rino Gaetano, un grande autore e cantante italiano che non immaginava di poter associare il suo lavoro a quello di una banca. Si sarà girato nella tomba nel vedere lo spot. Per rendere più chiaro il concetto riporto qualche frase della canzone: "Chi mangia patate [...], Chi vive in baracca, chi suda il salario [...], chi mangia una volta, chi vuole l'aumento". Se questo è un testo da usare per lo spot di una banca che assassina i clienti con tassi sui mutui prima casa da usura allora siamo alla frutta.
Il secondo spot è quello dalla Banca Intesa San Paolo che con 3 spot parla d'amore dimenticando di essere comparsa nella lista delle cosiddette “banche armate” che, con i nostri soldi ha finanziato l’export di armi e mine antiuomo in Costa d’Avorio, Congo e Sierra Leone. Ma hanno anche dimenticato di avere ingannato i lavoratori italiani consigliando loro l'acquisto dei Bond Argentini pur essendo consapevoli dell'imminente tracollo economico di quel paese.
Concludo la mia riflessione affidandomi alle parole di una canzone di De Gregori sperando che non la usino per il prossimo raduno neo-fascista:

Viva l'Italia, l'Italia liberata,
L'Italia derubata e colpita al cuore,
viva l'Italia, l'Italia che non muore.
Viva l'Italia, presa a tradimento,
l'Italia assassinata dai giornali e dal cemento,
l'Italia con gli occhi asciutti nella notte scura,
viva l'Italia, l'Italia che non ha paura
.

MERCI CHE PRODUCONO MERCI... E il soggetto si scoprì oggetto! 

 

 

di Stefano D’Andrea

Tutte le società del passato delle quali abbiamo una solida conoscenza hanno elaborato, raffigurato, descritto, teorizzato un ideale di uomo. La storia, anche e soprattutto letteraria, ci è stata narrata, sovente, come successione di ideali di uomo. Non era tutta la storia; ma era la storia.
E’ vero che le figure degli uomini ideali, apprese sui banchi di scuola, erano proprie dei ceti colti e comunque dei ceti dominanti. Ed è anche vero che sappiamo poco o nulla, o comunque sappiamo molto meno, degli umili, di coloro che conducevano “la vita grama di sempre”. Ma anche gli umili avevano un ideale di uomo al quale si ispiravano.
Infatti, se poniamo mente alla civiltà contadina ancora pressoché intatta fino a cinquanta anni fa, civiltà che conosciamo grazie ai racconti dei nonni più che dei genitori, scopriamo che anche le classi non colte e dominate hanno sempre posseduto il concetto di “uomo ideale”. L’uomo ideale della civiltà contadina era, ovviamente, un uomo semplice. Era un grande lavoratore; non doveva cedere al vizio del vino, che tuttavia doveva produrre e bere con piacere. Da un po’ di tempo, forse, non doveva necessariamente essere un uomo pio ma doveva “rispettare” la moglie, che invece doveva essere pia. L’uomo ideale doveva essere di poche parole e saper parlare ai figli con lo sguardo. Si trattava, invero, di un “ideale che veniva dal passato”; voglio dire che era la figura del “contadino ideale”. Ma i contadini sapevano anche guardare fuori dal proprio mondo e osservare quelli che chiamavano “signori”, i quali rappresentavano l’ideale futuro. I signori non erano i commercianti, che pure avevano il denaro (spesso più denaro di tanti “signori”).

 

I signori erano gli uomini e le donne dai modi gentili e non ruvidi; erano quelli che sapevano leggere e scrivere ed esercitavano le professioni “nobili”: la maestra dei figli, il dottore, l’avvocato. Quando i contadini ebbero la possibilità di far cambiare vita ai loro figli, li fecero studiare e vollero che divenissero maestri, professori, dottori ed avvocati, non commercianti o imprenditori. Così avrebbero realizzato il loro ideale futuro, che era concepito per lo più come arricchimento dell’ideale passato.
Questo è il dato che ci consegna il “mondo di ieri”.
E il mondo di oggi? Il “relativismo” consiste ancora nella presenza di una pluralità di tipi ideali di uomo (eventualmente all’interno di una medesima classe sociale o di un medesimo ceto)? O la figura dell’uomo ideale è scomparsa, perché il moderno capitalismo, asservendo l’uomo alle merci, al feticismo delle merci – degli oggetti e dei marchi compravenduti – ha distrutto anche e soprattutto ogni concetto di uomo ideale?
A me sembra che la civiltà moderna non elabori alcun ideale di uomo. L’uomo moderno è privo di ogni riferimento ideale. Provate a chiedere ad amici e conoscenti in cosa consista e quali caratteristiche abbia il loro ideale di uomo. Io ho provato spesso ultimamente e la reazione è stata quasi sempre la stessa: immediato silenzio e bocca aperta di stupore. E’ la stessa domanda sull’uomo ideale ad essere estranea alla civiltà contemporanea. Addirittura alcuni interlocutori hanno avuto difficoltà a comprendere che mi riferivo ad un astratto ideale e non ad un uomo in carne ed ossa, vissuto nel passato e che essi consideravano il prototipo dell’uomo ideale. Quindi è’ il concetto stesso di ideale di uomo ad essere estraneo alla civiltà contemporanea.
Può una società definirsi civiltà se non possiede idee (magari diverse e anzi molto diverse) di che cosa debba essere un uomo? Gli animali credo (è un campo dove sono totalmente ignorante) non abbiano concetti e quindi non elaborino il concetto di “pastore abruzzese ideale” o di “lupo ideale”. Ma hanno l’istinto: l’istinto animale. L’uomo contemporaneo lo ha perduto? Oltre la forza delle idee morali, l’uomo ha perduto anche quella che sorgeva dall’istinto animale?
Se l’uomo ha perduto anche l’istinto animale, allora non siamo più nemmeno esseri viventi. Siamo cose.
Cose. Corpi in balia dei segni; dei marchi; degli slogan pubblicitari; della inventiva e intelligenza di chi, ideando un nuovo prodotto o una nuova moda o una nuova tecnica di vendita, ha la capacità di cambiarci (e di cambiare sé stesso).
L’alienazione è stata reificazione. Facoltà atrofizzate. Tradizioni uccise. Declino e morte delle idee morali, che seppure nuove (le “idee nuove”) generavano possibilità e aspirazioni. Scomparsa del controllo della società su sé stessa. La società, il complesso degli uomini, è automatizzata. Perché l’enorme maggioranza degli uomini è stata automatizzata dalle sollecitazioni provenienti dalle merci.
Le merci hanno avuto la meglio. I segnali che le merci emanano e che indirizzano verso di noi sono le forze che ci muovono. Quelle forze muovono i nostri desideri e questi ultimi sono soltanto desideri di merci. Le merci si riproducono utilizzando gli uomini, come fossero macchine; così come, nella concezione comune, ormai del tutto falsa, l’uomo riproduce la sua vita servendosi di macchine. Quanto appare ingenuo l’interrogativo se nel capitalismo il lavoro subordinato sia merce ora che abbiamo scoperto che gran parte degli uomini – considerati nella totalità della loro esperienza (talvolta torna utile questo scivoloso termine filosofico) – sono macchine utilizzate dalle merci per riprodurre sé stesse!

Fonte: http://www.appelloalpopolo.it/
letto: http://www.vocidallastrada.com

La prima guerra mondiale delle parole

di Mary Rizzo - 23/02/2010

Fonte: tlaxcala

Ci sono parole che vengono usate come grilletti emotivi e paraocchi mentali. Servono a orientare la mente verso una direzione specifica nella quale le facoltà critiche sono momentaneamente congelate per far sì che la terminologia stessa rimanga vivida e ottenga una reazione emotiva da parte dell'ascoltatore, ma che le sue connotazioni vengano modificate in tutto o in parte da chiunque diffonda il messaggio.

Esistono molti termini ed espressioni che fanno parte del nostro lessico e che sono stati utilizzati per influenzare le nostre opinioni e procurare il nostro sostegno “morale” a certi obiettivi politici o ideologici, con un chiaro intento: ottenere il nostro consenso implicitamente o esplicitamente, giacché i dettami della “democrazia” esigono il consenso.
Gli strumenti linguistici di persuasione vengono utilizzati soprattutto nei settori più sofisticati delle Psyops (operazioni psicologiche messe in atto dai governi, in particolare in tempo di guerra o di crisi), ma sono anche impiegati nella comunicazione giornalistica di base e divengono parte integrante del “discorso pubblico”.

Dato che tutti noi usiamo il linguaggio, la sua codificazione è essenziale affinché non ci sia bisogno di definire tutti i termini, facilitando la comunicazione delle idee; ma c'è anche chi ha il compito di trasformare questi termini in armi e in strumenti funzionali di propaganda. L'esperienza ci dice che l'Hasbara israeliana (“Propaganda più”, per usare un termine coniato da un amico psicologo), è organizzata a molti livelli per creare un consenso che reitera un postulato specifico, definibile come “Israele über alles”, e ciò viene ottenuto con l'uso della retorica e del linguaggio.

Il pensiero occidentale è così permeato da questo linguaggio che il Ministero della Verità di Orwell sembra essere nient'altro che la preconfigurazione narrativa di ciò che quotidianamente fanno il Ministero dell'Hasbara e tutte le sue più o meno formali o ufficiali emanazioni nel mondo. Assistendo al telegiornale della sera, non ci si stupisce quasi più di fronte ad azioni commesse contro una popolazione civile sottoposta a occupazione militare – crimini di guerra a tutti gli effetti, riferiti come se fossero atti legittimi e necessari se non addirittura gesti esplicitamente umanitari.

Queste atrocità vengono presentate come passi necessari verso la coesistenza pacifica, mentre l'elemento della sofferenza umana viene cancellato o negato. Tuttavia, quando la vittima della sofferenza è un occidentale o “sta con i democratici”, entra in azione il meccanismo opposto e siamo tenuti a provare indignazione morale. Noi utenti dei media occidentali veniamo imboccati con informazioni che sarebbero moralmente ripugnanti se si invertissero i ruoli e se invece di essere i responsabili dei soprusi ne fossimo le vittime.

Chi compone e redige queste notizie attribuisce un valore intrinseco alle vite di coloro che percepisce come il proprio pubblico, e assembla informazioni che rafforzano questo pregiudizio e lo traducono in pensiero normativo.

Quando muore un soldato occidentale lo si trasforma in un eroe, indipendentemente da dove si trovava o da cosa faceva in quel momento, e lo stesso vale per gli israeliani che occupano territori “ripuliti” dei loro abitanti non-ebrei. Ogniqualvolta viene mostrato il bersaglio di un'azione violenta, la sua statura morale dipende da quanto corrisponde alla nostra immagine di noi stessi.

Quando le vittime rientrano tra quelli che sono stati ufficialmente designati come “cattivi” siamo quasi esortati a provare sollievo e un'ondata di patriottismo che ci manda un messaggio secondo il quale “hanno vinto davvero vinto i buoni”. In modo analogo, ci si aspetta che difendiamo qualcuno che vive a Sderot e che viene presentato come se le sue difficoltà, i suoi nervosismi e la sua “spavalderia” fossero la nostra principale preoccupazione.

Durante la guerra condotta contro Gaza, a un gruppo di adolescenti israeliani che lamentavano di sentirsi imprigionati tra scuola, casa e rifugio antiaereo fu concesso dai media lo stesso spazio e la stessa importanza data ai genitori palestinesi che piangevano la distruzione delle loro case e l'assassinio dei loro figli a opera dei soldati e delle armi di Israele. In qualsiasi contesto sarebbe assurdo tracciare una qualche equivalenza tra questi due livelli di sofferenza, ma ci si aspetta che non battiamo ciglio di fronte a servizi simili.

La stessa cosa accade quando ci si aspetta che accettiamo le giustificazioni di Israele riguardo all'“esercito più morale del mondo”, indipendentemente da ciò che ci hanno mostrato le fotografie uscite dall'inferno di Gaza.

Per citare le parole del Primo Ministro israeliano in risposta alle pubbliche rimostranze: “L'esercito israeliano, caratterizzato da una moralità senza paragoni, ha avuto cura di agire in conformità con il diritto internazionale e ha fatto il possibile per impedire danni a civili non coinvolti nei combattimenti, comprese le loro proprietà, e a tal fine ha tra l'altro distribuito moltissimi volantini e ha usato i media e la rete telefonica locali per trasmettere tempestivamente allarmi generali e dettagliati alla popolazione civile.

L'esercito israeliano ha preso provvedimenti anche per rispondere alle necessità umanitarie della popolazione civile nella Striscia di Gaza durante i combattimenti.”

Al di là del giudizio sulla moralità senza paragoni dell'esercito israeliano, va notato come questa dichiarazione nasconda il contenuto abietto dei volantini “umanitari” e l'“uso” dei media e della rete telefonica locali.

I volantini avvertivano la popolazione della distruzione che sarebbe di lì a poco seguita se la gente (che si trovava letteralmente in trappola) non se ne fosse semplicemente “andata”. Ciò dimostrava l'intento premeditato di causare danni e la minaccia di morte e di distruzione di proprietà appartenenti ai civili. Per quanto riguarda l'uso del telefono, un articolo pubblicato su USA Today riferì che i palestinesi ricevevano sia sui telefoni fissi che sui cellulari delle chiamate che li avvisavano che la loro abitazione stava per essere bombardata.

Le chiamate non potevano essere rintracciate o bloccate perché provenivano da operatori internazionali. Le autorità israeliane dissero che si trattava di un servizio per i palestinesi (che ovviamente precedeva il vero servizio reso loro), ma il Maggiore Jacob Dallal, il portavoce dell'esercito intervistato in quel servizio, si rifiutò di dire come l'esercito israeliano si fosse procurato i numeri dei cellulari di Gaza.

L'“uso” dei media locali fu di fatto l'intrusione dell'IDF nelle trasmissioni di Al Aqsa TV e l'irruzione nelle stazioni radio locali, comprese quelle di Hamas, del PFLP e del Jihad islamico. Secondo quanto ha raccontato Kamal Abu Nasser, durante la programmazione di Voice of Jerusalem l'IDF interrompeva le trasmissioni ogni ora per mandare in onda messaggi che incolpavano Hamas di tutti i problemi di Gaza.

Le affermazioni di Abu Nasser sono state confermate da molti abitanti di Gaza per i quali la radio era l'unico legame con il mondo e che venivano bersagliati dalla propaganda di quelli che li stavano bombardando.

Possono essere facilmente smontate anche le dichiarazioni a proposito degli allarmi dettagliati e degli aiuti umanitari. L'esercito israeliano non disse neanche ai medici che tipo di armi stesse usando e come si dovessero curare le strane ferite tipiche dell'uso di DIME (esplosivo a metallo denso e inerte) e fosforo bianco. Come ormai tutti sanno, la Striscia di Gaza era sottoposta a un blocco totale via terra, mare e cielo, e le sole merci che riuscivano a entrare nella Striscia passavano attraverso i tunnel: gli israeliani e gli americani si affrettarono a dire che quei tunnel venivano usati per il “traffico d'armi” e non come l'unico modo per far passare merci di tutti i tipi perché in superficie i valichi erano stati bloccati da Israele e dall'Egitto, e vi stazionavano le forze di sicurezza che obbediscono a Fatah.

Leggere una qualsivoglia dichiarazione di Israele richiede sempre un grande sforzo. La verità c'è, ma è l'opposto di quanto si afferma. Tuttavia, queste dichiarazioni vengono prese alla lettera e perfino elevate al rango di dichiarazioni umanitarie.

Chi le ha scritte e diffuse ci prende per ciechi, sordi e sciocchi? O siamo tutto questo e anche più? La nostra posizione nel mondo come esseri privilegiati “al di fuori dell'asse del male” ci impedisce di vederci come potrebbero vederci gli altri e ci esenta dall'essere assolutamente disgustati dall'importanza che attribuiamo a noi stessi e dal disprezzo che riserviamo agli altri? Siamo diventati i mostri insensibili che dobbiamo sembrare o abbiamo solo subito un indottrinamento e un lavaggio del cervello che ci hanno precluso la riflessione critica?

Dato che i mezzi di informazione di massa non possono censurare niente al punto di impedirgli di venire a galla, coloro che li controllano si coprono le spalle fornendo un'interpretazione canonica degli eventi che siamo invitati ad accettare come “fatti” o perfino “verità”. Se siamo ancora in grado di vedere, l'obiettivo degli esperti dell'Hasbara è impedirci di pensare.

Ecco perché questi induttori di paura e questi slogan sono così utili. Pensano al posto nostro. Abbiamo bisogno di sentirci “informati” ma non necessariamente di elaborare e di pensare (questo andrebbe a loro svantaggio). Una volta cessato di pensare, resteremo in silenzio davanti alla violenza usata per opprimere i deboli.

I regimi totalitari si sono sempre basati sull'ignoranza o sulla paura per portare a termine il loro compito di instaurare, consolidare e mantenere il dominio su coloro che altrimenti gli si rivolterebbero contro.

Nelle “democrazie” di oggi sembra accadere la stessa cosa. Si esercitano pressioni sulle organizzazioni caritatevoli islamiche, si definiscono movimenti terroristici gruppi che combattono l'occupazione mentre le relazioni diplomatiche dipendono dal beneplacito di coloro che aprono i cordoni della borsa. Si creano condizioni che impediscono di sostenere pubblicamente movimenti e perfino governi critici nei confronti dello Stato sionista, come se questo fosse il barometro della validità di un'intera nazione nello spettro globale.

In breve, perfino le democrazie (o “demonocrazie”, per citare ancora una volta l'amico psicologo) operano un forte indottrinamento per instillare il proprio vantaggio egemonico a livello politico, economico e perfino morale. Utilizzano i media, sia come informazione che come intrattenimento, per indottrinare e plasmare il loro modello di buon cittadino così che la società possa appoggiare pienamente ogni piano politico supportato dal suo governo. L'effetto di questo lavaggio del cervello attraversa tutti gli strati sociali e influenza perfino i nostri figli, che sono chiamati a rendere acriticamente onore agli “eroi della pace” armati fino ai denti in Afghanistan e in Iraq. Tutto sommato sembra proprio che Orwell ci avesse visto giusto.

La lotta contro la vuota retorica, la decostruzione delle bugie e la riconquista del nostro pensiero critico non sono più un lusso, ma una necessità assoluta. Per contribuire a questo ideale di formazione delle coscienze, Palestine Think Tank e Tlaxcala lanciano una serie di saggi che esaminano molti di questi termini ed espressioni per costruire un glossario alternativo e presentare una lettura più accurata delle parole che ora ci circondano soprattutto come strumenti propagandistici volti a innescare reazioni emotive.

Chiediamo ai nostri collaboratori, membri e affiliati di riflettere e scrivere su questi temi, e invitiamo anche i nostri lettori a inviarci dei testi da pubblicare, tradurre e diffondere.

Quali termini ci interessano? Ce ne sono molti, dunque lasciamo la scelta agli autori. Non intendiamo in alcun modo limitare i saggi a uno per ciascun tema, giacché ogni autore può voler fornire il suo punto di vista o argomentazione su un tema già trattato. Speriamo che questo sforzo di collaborazione internazionale possa contribuire a una migliore comprensione delle questioni mondiali e a una maggiore consapevolezza su come possiamo incidere attivamente, non solo respingendo le definizioni mistificanti che ci vengono fornite ma dando anche un contenuto a queste parole e comprendendo la loro vera dimensione.

 

 

Tradotto da  Manuela Vittorelli per Tlaxcala.

 

Le tre società della crescita [parte terza]

                                di Eugenio Orso

Continua la presentazione dei capitoli della mia parte [Alienazioni e uomo precario] di un futuro libro, scritto a due mani con il filosofo Costanzo Preve.

 

Oggi pubblico la terza parte del quarto capitolo, che riguarda i lineamenti principali di quelle che io chiamo le tre società della crescita: la società postfeudale e precapitalistica caratterizzata dal superamento dell'Evo Medio, della sua dimensione culturale, e dall'affermazione delle pratiche e delle politiche mercantilistiche, la società caratterizzata dal modo di produzione capitalistico del secondo millennio e la nuova società che si è delineata, nel periodo di transizione che abbiamo alle spalle, 1989/1990 - 2009, in cui l'ordine sociale precedente e i rapporti [sociali] di produzione hanno subito rilevanti modificazioni.

 

Concludo, dunque, con la terza società della crescita: il nuovo modo di produzione sociale, la profonda modificazione dell’ordine sociale e il capitalismo “transegenetico”, a scorrimento liquido dei capitali finanziari, che si stanno affermando nei nostri anni.

 

[parte prima]

[parte seconda]

Per la nascita di quella che io chiamo la terza società della crescita, che sta muovendo i primi passi nel nostro presente, non è stata certo sufficiente la mera vittoria nella terza guerra mondiale del modello liberista anglo-americano dell’economia dei servizi [definiamolo pure in tal modo, sinteticamente] sul modello collettivista sovietico quale principale concorrente planetario, per produrre un simile, storico risultato.

Il dato strategico-politico-militare è certo rilevante, ma non è l’unico ad influire sui grandi cambiamenti, sulle “svolte di Evo”, perché l’elaborazione e l’imposizione di nuovi aspetti culturali ed ideologici possono avere pari se non superiore importanza.

Parimenti, la manipolazione dell’ordine sociale e le nuove regole dettate – in un clima di evidente deregolamentazione che ha favorito la libera circolazione planetaria dei capitali – per il funzionamento dei sistemi economici e degli scambi internazionali non devono essere trascurate o sottostimate, perché frutto di un mutamento culturale che in primo luogo ha investito le élite e poi ha avuto pesanti ricadute nella società, in termini di sconvolgimento dei passati equilibri sociali, di precarizzazione del Lavoro e di flessibilizzazione delle masse, e questo cambiamento culturale ha costituito l’indispensabile premessa delle grandi “innovazioni” in campo economico, finanziario, commerciale e nella macchina dell’organizzazione sociale.

Lo stesso cambiamento che ha investito in questi ultimi due decenni i modelli di business delle imprese, a partire da quelle del credito in campo micro-economico, è frutto della vincente “rivolta delle élite” nord-americane e della loro metamorfosi in classe globale, nonché dell’”allargamento dei mercati” e della progressiva rimozione di tutti gli ostacoli allo scorrimento liquido dei capitali, e la stessa origine rivela la moltiplicazione dei prodotti finanziari nonché l’aumento vertiginoso, dagli anni ottanta, dei volumi delle contrattazioni di borsa.

La rottura del Patto fra Stato e Mercato [si legga il Capitale] ha avuto grande importanza ed ha, per così dire, ribaltato i reciproci rapporti di forza, con lo Stato, in particolare nella parte occidentale e settentrionale del mondo, che è stato “imbrigliato” da accordi internazionali e soggetto all’autorità di organismi sopranazionali – ho accennato prima alla OMC, per la sua importanza planetaria, ma un discorso analogo vale per l’Unione Europea Monetaria e per il ruolo effettivo di FMI e Banca Mondiale – diventando un testimone dello sviluppo del Mercato e della libera circolazione dei capitali, quando non un utile veicolo [e un complice nella controriforma de-emancipatrice in atto] per privatizzare, con sempre meno riguardo alla salvaguardia dei “beni pubblici puri”, per vendere il patrimonio pubblico, per comprimere la spesa sociale e “riformare” il costoso Welfare riducendone progressivamente i servizi.

Naturalmente la globalizzazione finanziaria, economica, commerciale, salariale, non sarebbe stata possibile, nei termini in cui si è concretamente manifestata, in un mondo ancora bipolare, con il contrappeso del competitore sovietico e con il permanere dell’alternativa al liberalcapitalismo da lui rappresentata.

Se la storia avesse preso quest’altra direzione, con la sopravvivenza della vecchia Unione Sovietica, o ancor meglio in seguito ad una sua ripresa di potenza – in luogo del rapido e dissennato smantellamento gorbacioviano/ eltsiniano – tutt’al più gli Stati Uniti, con Europa occidentale e Giappone al seguito, ma forse anche la stessa Cina attratta da mercatismo e “modernizzazione” capital-comunista-denghiana dopo la morte di Mao, avrebbero costituito una vasta area di “libero scambio”, e un reame allargato del dollaro, temperando un po’ la libertà di circolazione dei capitali con l’esigenza di mantenere in piedi forme efficaci di stato sociale, particolarmente in Europa occidentale, ed evitare repentini impoverimenti di massa, permanendo minacciosa l’attrattiva ideologica e l’alternativa sistemica rappresentata dal polo avverso.

Così non è stato e le porte di un nuovo Evo della storia umana si sono prematuramente aperte, a mio sommesso avviso nel modo peggiore.

La nuova concezione della ricchezza, finanziaria, immateriale, legata al monopolio della conoscenza scientifica e degli altri saperi, fondata, di fatto, sulla “creazione del valore finanziario, azionario e borsistico” [paradigma già presente in Capitalism and Freedom di Milton Friedman del 1962] sembra oggi sussumere completamente persino la classica estorsione del pluslavoro/ plusvalore svelata da Marx nell’ottocento, a vantaggio del profitto capitalistico e cruciale nello scorso millennio, che diventa perciò una sua componete secondaria, quando non un utile residuo storico appartenente ad altre età.

 

Anzi, una concezione più “liquida” della ricchezza, che ha abbandonato [e travolto] la solidità dei capannoni industriali, delle scorte di prodotti e semilavorati, degli impianti produttivi, delle catene di montaggio tradizionali e delle “isole”, smaterializzandosi come certe produzioni che connotano questa era nelle “fabbriche dell’immateriale e del culturale”, è un ottimo mascheramento dell’illimitatezza autocosciente che il Capitale ha raggiunto.   

Le strutture produttive, gli stabilimenti, le aziende, sono il mezzo e non il fine, la mera giustificazione sul terreno dell’economia reale, per questa creazione del valore che accresce la potenza dei nuovi dominanti.

Infatti, come mi ha spiegato un analista di borsa all’inizio degli anni novanta, quello che conta, ormai, è l’orizzonte di breve periodo in cui si muovono i “grandi prenditori” [o i fondi pensione e d’investimento privati] che frequentano i mercati finanziari, e nel breve che si tratti di automobili, di prodotti elettronici, di farmaceutica, di vasi di terracotta o di “sacchi di patate” e partite di legname non ha molta importanza, perché tutto si pone sullo stesso piano indifferenziato, date le vere finalità speculative, che puntano [se “rialziste”] ad una crescita del valore azionario temporanea, non di rado artificiosa e drogata … e seguiranno “le prese di beneficio”.

Si compra già con l’intenzione di vendere, magari dopo una ristrutturazione penalizzante per l’occupazione e per la stessa efficienza degli organismi produttivi, all’unico scopo di creare rapidamente, per tale via, nuovo e maggior valore.

Niente di strano, dunque, se le “cordate” azionarie chiudono le fabbriche o cercano di sbarazzarsi sempre più spesso di stabilimenti e di intere aziende che sono in piena attività, che mantengono possibilità espansive future e che fanno qualche utile, essendo all’interno di queste logiche secondari, a volte irrilevanti nella decisione di investimento e di disinvestimento, i vecchi “fondamentali”, i quali per manifestare la loro positività, quanto a occupazione e contributi offerti alla crescita del prodotto sociale, richiedono solitamente periodi di tempo più lunghi.

Ecco che allora lo stesso stabilimento di Termini Imerese nelle mani della Fiat [e di Marchionne] a conti fatti ha lo stesso valore, per i decisori [la proprietà, Marchionne stesso, i referenti e i ”partners” americani], di un enorme magazzino di “sacchi di patate” e i dipendenti siciliani, dell’azienda e dell’indotto, pesano nella decisione quanto i tuberi …

Se poi c’è un governo debole e comunque tributario dei grandi potentati finanziari d’oltre oceano ad assistere alla vicenda, non si andrà al di là di qualche pubblica invettiva, a scopi elettorali, di qualche fumosa promessa da marinaio e di qualche “tavolo di confronto”.

In tale contesto, anche la socializzazione delle [possibili] perdite private è un dato acquisito e metabolizzato, e la rottamazione auto che potrà essere nuovamente concessa alla Fiat dal governo italiano messo sotto ricatto, per evitare che la casa automobilistica abbandoni con i propri impianti l’intero territorio nazionale, ne costituirà un’ulteriore prova, anche se sembra che questa volta Marchionne [e gli interessi che si nascondono non troppo bene alle sue spalle] abbia rifiutato sdegnosamente il denaro pubblico e intenda “puntare su altri mercati”, delocalizzando e dando un contributo significativo alla de-industrializzazione del paese.

Ma c’è di peggio, perché queste logiche si intrecciano non di rado con autentiche manovre geopolitiche che fanno saltare qualsiasi razionalità economico-finanziaria, da inserire nell’aspro conflitto in corso fra gruppi di vertice della classe globale, e per tale motivo, se si vuole “salvare l’auto” negli Stati Uniti d’America, tanto per fare un esempio, si può penalizzare il settore in Italia, fino alla sua scomparsa dalla penisola e con buona pace per sistema-paese, concertazioni con Confindustria e sindacati e fantomatiche politiche industriali.

Così, se si vuole aggirare la Federazione Russa con i gasdotti, per evitare che passino sul suo territorio dandogli un maggior potere nei confronti dell’Europa, si può cercare di colpire anche l’ENI, azienda tipicamente “sana”, non in aperta crisi, non ancora parte della così detta economia-zombie, frazionandola, togliendole autonomia o ancor peggio privatizzandola interamente [un rischio che potrà materializzarsi in futuro], rea di aver avviato una partnership con Gazprom, di vedere di buon occhio il South Stream russo e quindi di remare contro certi interessi, ancora dominanti in occidente.

La stessa crisi che ha interrotto la prima parte della globalizzazione, prospettandoci un “secondo tempo” carico di incognite e di drammi sociali, è la spia dell’intensità dei conflitti scoppiati al vertice della Global class.

La Grande Finanza domina l’occidente, organismi sopranazionali, stati e popolazioni, demolendo uno ad uno i pilastri dell’economia reale e della socialità, e i “banchieri” mossi da un’arroganza senza pari hanno definito in modo sprezzante PIGS i paesi europei, quasi tutti dell’area mediterranea e appartenenti al Club Med, soffocati dal debito pubblico e a rischio di default.

L’acronimo PIGS significa, oggi, Portugal, Ireland, Greece and Spain, ma fino a poco tempo fa si parlava più propriamente di PIIGS, perché una delle due lettere era l’acronimo di Italy.

Questi Bastardi – è giunto il momento di chiamarli con il loro nome – di recente riunitisi a Davos assieme ad altri VIP e agli stessi governatori delle banche centrali per discutere “dei problemi dell’umanità” e di massimi sistemi[1], si permettono di chiamare porci ben quattro popoli, e altrettanti stati in evidente affanno che nel complesso totalizzano oltre settanta milioni di abitanti [nella versione PIIGS che comprende l’Italia, circa cento e trenta milioni].

Dopo aver profittato del danaro pubblico, offertogli a piene mani da politici compiacenti che si trovano al loro fianco – e in certi casi ai loro ordini –  nei “salotti buoni” internazionali, e soprattutto dopo aver dato un contributo non da poco allo scatenamento della prima crisi globale, speculano con la manovra dei tassi sulle difficoltà finanziarie di intere nazioni, negano il credito perché l’usuraio, in accordo con la sua vile natura, non ama certo rischiare se non per enormi guadagni, e chiedono agli stati più “rigore nei conti pubblici”, improbabili rientri dal deficit, sacrifici a fondo perduto – quanto le centinaia di miliardi di dollari che hanno ricevuto in regalo dai mercenari della politica – a carico delle popolazioni maggiormente colpite dalla crisi.

Inoltre, pretendono di dettare loro le regole per regolamentare i mercati finanziari, concordandole con le banche centrali, anch’esse private, che dovrebbero controllarli … e gli stati stanno a guardare, come fecero le stelle di Cronin.

La stessa manipolazione del prezzo del petrolio, che è il prezzo fondamentale che influenza tutti gli altri, con la repentina discesa da un picco che andava oltre i cento e cinquanta dollari al barile ad un prezzo che attualmente si muove fra i settanta e gli ottanta dollari, altro non è stata che una manovra per rastrellare risorse in prima battuta e, cosa importante, per mettere in seguito in difficoltà i gruppi antagonisti emergenti della classe globale, colpendo ad esempio quelli che tengono in pugno la Federazione Russa e che fondano il loro potere su quelle “armi non convenzionali” rappresentate da gas naturale e petrolio.

E’ chiaro che la partita giocata dai “banchieri”, nella veste di agenti del Nuovo Capitalismo autocosciente della propria illimitatezza, è quindi e prima di tutto una partita strategico-politica, con la piena consapevolezza della potenza dell’arma che hanno fra le mani –  il capitale finanziario a scorrimento liquido – e con la consapevolezza, a quel livello, dei danni irreparabili cagionati al “capitale umano” e all’intero impianto che regge ed organizza la convivenza sociale, allo scopo di flessibilizzare il primo e di plasmare il secondo unicamente sulla base di interessi elitistici.

Chi sono allora i veri PIGS?

 

Ha un bel dire l’economista moderatamente obamiano e premio nobel Joseph Stiglitz – il quale ha ricevuto la laurea honoris causa alla Luiss Guido Carli ed ivi ha tenuto la sua lectio magistralis sulla crisi globale – che nel futuro si dovrà “investire di più su un mercato globale delle menti”, quando è fin troppo chiaro chi decide nella realtà della destinazione delle risorse, private e pubbliche, e soprattutto che le “menti” che decidono hanno un’idea leggermente diversa da quella di Stiglitz di come dovrebbe procedere la globalizzazione e di quelle che dovrebbero essere le sue vere finalità …   

La forza lavoro e i “ceti medi”, intere popolazioni di paesi in crisi, rappresentano dunque le patate in sacchi dell’esempio di prima, delle quali ci si può sbarazzare facilmente, previa distruzione del sistema di garanzie che prima li metteva parzialmente al sicuro, svalutazione dal punto di vista culturale del Lavoro, precarizzazione sociale ed esistenziale, colonizzazione dell’immaginario con simboli non propri ma indotti e previa la diffusione di una nuova ideologia-religione centrata su liberaldemocrazia, individualismo, società aperta [ma soltanto ai capitali “scudati”], “diritti umani”, Mercato, e dopo un adeguato trattamento flessibilizzante/ precarizzante i lavoratori operai e i ceti medi ri-plebeizzati serviranno alle élite in lotta come docile massa di manovra, spendibile negli scontri futuri.

Nella nuova struttura di classe che si sta formando, notiamo dunque qualche preoccupante aspetto neo-feudale, riflesso dalle dinamiche di questo capitalismo che la modellano “a sua immagine e somiglianza” e presente nella sua stessa natura.

Non soltanto, ma come rilevato nel precedente capitolo, in cui sono state elencate le forme di estraniazione che coesistono nel nostro tempo storico, lo schiavismo precapitalistico e [addirittura] prefeudale non è per nulla scomparso, ed anzi, riappare anche in Europa, alimentato da un’immigrazione dai paesi del “sud” del mondo che deve essere inquadrata, per trovare un’adeguata spiegazione, nelle nuove dinamiche culturali, produttive e sociali.

Inutile precisare che la precarizzazione/ flessibilizzazione di massa crea l’ambiente culturale e sociale adatto per far accettare supinamente, come se fosse una fatalità che discende da un qualche, improbabile “diritto naturale”, differenziali di ricchezza e potere tendenti all’infinito fra i membri della classe globale e tutti gli altri.

Come dovrebbe risultare ormai chiaro anche ai più distratti, questi sono anni in cui stiamo vivendo il periodo di transizione dalla seconda alla terza società della crescita, di passaggio dalla precedente tripartizione sociale Borghesia/ ceti medi figli del welfare/ Proletariato alla nuova dicotomia Global class/ Pauper class, con tutti gli sconvolgimenti, i drammi personali e collettivi che ciò può comportare.

Stiamo assistendo, altresì, alla nascita di un nuovo tipo umano destinato forse a soppiantarci, un tipo umano per il quale il filosofo Costanzo Preve ha coniato l’espressione di uomo precario, trattandosi di un uomo del futuro che difficilmente potrà raggiungere l’autocoscienza e mettere in discussione l’ordine costituito, per modificarlo e correggerne le iniquità, un uomo che si piegherà al vento come fanno i rami degli alberi e non si interrogherà sul senso della vita, con possibilità e prospettive di crescita più limitate rispetto ai tipi che hanno caratterizzato gli evi precedenti, poiché nel nuovo ordine l’illimitatezza sarà riservata, prima ancora che ai suoi agenti, esclusivamente al Capitale che ha raggiunto la piena coscienza di sé e della propria forza, divorando la nostra coscienza e neutralizzando la nostra forza.

La nostra vera speranza è che questo processo non giunga a compimento, che il meccanismo si inceppi durante questo decennio, appena agli esordi, e che le coscienze non si spengano ad una ad una come le luci di una fabbrica che chiude.

 



[1] I consessi globalisti sono molti e non c’è soltanto il celeberrimo Bilderberg club, anche se questo è chiaramente preferito agli altri dai soliti “complottisti” e da agguerriti giornalisti investigativi, come Daniel Estulin e Jim Tucker, che sembrano attribuirgli una suprema importanza per quanto riguarda le effettive decisioni elitistiche sul “futuro dell’umanità” e dell’ambiente.

 

         di Massimiliano Viviani - 11/02/2010

L'epoca moderna è l'epoca della libertà. Tale principio è stato enfaticamente espresso dall'Illuminismo e dai rivoluzionari francesi, e più recentemente ancora ripreso dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo dopo la Seconda Guerra Mondiale. La libertà informa ogni aspetto della nostra vita: dalla libertà di azione e di movimento alla libertà di pensiero, di espressione e di associazione, siamo obiettivamente partecipi di una molteplicità di possibilità e di scelte che in passato non potevano neppure immaginare. Questo è un dato oggettivo incontestabile, uno dei pilastri su cui i sostenitori della modernità fondano la loro difesa contro i suoi detrattori. Tuttavia vi è nell'uomo moderno un disagio e un'inquietudine che con tale libertà non si accordano bene: se fosse questa davvero l'era della libertà finalmente conquistata -o meglio, delle libertà come si dice talvolta- ben altra dovrebbe essere la soddisfazione dell'uomo contemporaneo. In effetti la sensazione che si respira nella vita di oggi è quella di una schiavitù sottile, impercettibile, impalpabile, che non risparmia neppure gli uomini più inseriti nel meccanismo, ma che non si riesce bene a identificare.
Quando si sostiene che nella modernità da una parte c'è una libertà diffusa di azione e di pensiero, ma dall'altra è in atto un processo di omologazione planetario e di appiattimento delle coscienze, sembra di stare di fronte ad una contraddizione. Ma non è così, perchè libertà e omologazione sono entrambi espressione di quel fenomeno tipicamente moderno chiamato totalitarismo. Per comprendere ciò, è utile capire la differenza tra pensiero dominante e pensiero unico, laddove il primo è caratteristico delle realtà tradizionali, il secondo dell'epoca moderna.
In ogni società tradizionale c'è sempre stata una forma di pensiero con la quale tutte le altre forme si dovevano confrontare e sulla quale si misuravano. Ciò significava che ogni altra visione delle cose e del mondo doveva evitare di porsi esplicitamente in contrasto con tale pensiero dominante. Di fatto, la diversità di pensiero veniva accettata come naturale. Non vi era la volontà di cancellare tali diversità. C'era solo la preoccupazione che una naturale pluralità di vedute non si trasformasse in un caos o che non minasse l'ordine costituito e l'autorità politica. In fondo, tale impianto era il medesimo della struttura feudale della società.
Caratteristico della modernità invece è il pensiero unico, ossia un controllo complessivo dell'individuo e della società finalizzato all'eliminazione di ogni forma di diversità, controllo portato dall'esterno nei regimi dittatoriali (comunismo, fascismo, nazismo) ma meglio ancora dall'interno attraverso la manipolazione delle menti come accade nella liberal-democrazia in cui viviamo.

Quest'ultima forma di controllo è davvero "all'avanguardia" rispetto a quella caratteristica delle vecchie dittature del Novecento: la liberal-democrazia infatti agisce direttamente sul pensiero e sui desideri inconsci dell'uomo e non sull'azione esterna, e quindi è molto più pervasiva ed efficace, perchè non elimina le dissidenze con la repressione, ma fa in modo che sia l'individuo stesso a richiedere di conformarsi "naturalmente" e "liberamente" ad un modello unico -esclusivamente materiale- che viene presentato come sommamente attraente e vantaggioso per tutti. Chi rifiuta questo modello perchè ne percepisce la perversità, è tagliato fuori, è un emarginato, un paria. Può in teoria pensare quello che vuole e propagandare ogni alternativa di pensero, ma di fatto è lui stesso che spesso richiede di adeguarsi al modello unico, se non ha la forza di affrontare la solitudine e l'incomprensione che inevitabilmente loaccompagnerebbero fuori da detto modello. Il pensiero unico delle società liberal-democratiche risiede quindi proprio nel modo di pensare privato, prima ancora che nella sua espressione pubblica: se non si è convinti dentro di sè della verità del pensiero unico, si è emarginati. Non si può fingere con se stessi: bisogna autoconvincersi ogni giorno di stare vivendo nel migliore dei mondi possibili per riuscire a rimanere a galla! E se restano delle diversità nella cosiddetta "società aperta", come la definiva Popper, è solo perchè esse sono finte libertà e false scelte: sono piatti già preconfezionati dal meccanismo sociale, pluralità che non intaccano le sue fondamenta perverse.
Omologazione e libertà moderna -che parrebbero in contraddizione- sono quindi aspetti speculari di un unico totalitarismo. E' stato infatti proprio il totalitarismo di matrice economicista a ridurre la libertà esclusivamente al suo aspetto materiale, a farla diventare pura azione individuale. E' stato proprio togliendo senso alla libertà stessa, che essa ha potuto esprimersi svuotata in ogni campo come mai aveva fatto nella storia, mentre l'economia dettava ovunque la legge materiale del denaro e del possesso di beni. Se la libertà avesse ancora un valore reale, essa come tutte le cose sarebbe limitata. Avrebbe un inizio e una fine. Avrebbe un ambito, dei riferimenti e persino delle censure. Essendo privata di senso, si può dire tutto perchè tutto non ha e non abbia più valore. Si può fare tutto, si può andare ovunque e si abolisce ogni limite perchè si annulla il valore delle cose, dato che solo il confine dà un valore alle cose del mondo.
Tale falsa libertà è in realtà una dissoluzione, una inorganicità che mira alla creazione di un amorfo universale e si esprime abbattendo ogni regola, ogni riferimento, ogni misura, lasciando solo la libertà del vuoto e del nulla.

 

Schiavo, operaio, immigrato

                                           di Matteo Pistilli - 21/01/2010

Fonte: cpeurasia

 

 

Tre forme dello sfruttamento dall'età del colonialismo all'odierna società globalizzata

 

 

L’odierna società industrializzata, figlia del libero commercio e del capitalismo, è regolarmente pensata come un percorso unidirezionale verso lo “sviluppo”; una storia ben delineata, quasi inevitabile, verso determinate realizzazioni. Ed è quindi ovvio che a questa inevitabile storia, che in realtà è invece solo la storia di un modello di sviluppo quello globale e capitalista, corrisponda una lineare, parallela forma di sfruttamento destinata ad alimentare la voracità del sistema stesso. Voracità non solo materiale, o per meglio dire materialista cioè legata alla massiccia produzione di merce (inutile e mal distribuita, quindi doppiamente inservibile) o comunque al dominio dell’economia (finanziaria più che reale) sulla politica; ma anche voracità ideale, spirituale in quanto si nutre di globalizzazione culturale, cosmopolitismo, distruzione delle diversità culturali.

 

Si può delineare quindi una sorta di “curva” dello sfruttamento, in cui questo col tempo si approfondisce, si migliora e diventa sempre più forte sia sul piano materiale che spirituale man mano che avanza il modello di sviluppo fondato sul mercato mondiale; possiamo visualizzare questa linea con tre figure che la impersonano nella storia della società moderna: lo schiavo, l’operaio, l’immigrato. Questi messi non solo in successione temporale, ma spesso con i successivi comprensivi delle caratteristiche dei precedenti.

 

Per quanto riguarda la schiavitù moderna, diversa da quella antica propria di società più o meno “gerarchiche” di certo troppo diverse da quelle post-industrializzazione, possiamo prendere in considerazione quella indirizzata alle nuove scoperte geografiche dell’Europa, soprattutto nelle Americhe. Se in Europa la schiavitù era messa al bando non valeva lo stesso per il commercio degli schiavi, vero e proprio mercato globale, in cui primeggiavano gli ebrei (essendo proibita ai cristiani) attraverso le grandi compagnie inglesi, francesi e olandesi soprattutto. L’utilizzo degli schiavi neri (o mulatti) nelle indie però non era un semplice atto di sottomissione, bensì era, come lo stesso colonialismo che serviva ad alimentare, non solo giustificato, ma proprio generato da diversi concetti sinceramente diffusi dalla cultura “cattolica” (ma è riduttivo) dell’Europa dell’epoca: la superiorità razziale, la missione civilizzatrice, il mandato religioso.

 

Ma oltre ad essere il tutto (colonialismo e schiavismo) interpretato (per esempio dai protestanti) attraverso le parole di Giosuè che, rivolto agli ebrei, li considera il popolo eletto destinato ad espandersi a detrimento di altri (le future basi del sionismo), e quindi vedendo nell’America la terra promessa da conquistare, c’è un altro aspetto (oltre anche al “diabolico selvaggio” da redimere) che collega lo schiavismo allo “sviluppo”: cioè il mercato. Infatti la problematicità della conversione (ossia se battezzare neri e mulatti avrebbe comportato un loro salto di diritti o nel caso ciò non fosse vero la missione di civiltà non avrebbe avuto più giustificazione), veniva in qualche modo superata dalla considerazione dell’utilità degli schiavi per la stessa missione di civiltà: quindi schiavi da liberare spiritualmente tramite il battesimo, ma parte integrante della colonizzazione quindi non materialmente liberi; protagonisti del nascente mercato globalizzato, da rendere eguali culturalmente, ma dalla vita civile immutata. D’altronde lo stesso vescovo Las Casas, “protettore degli indios” sapeva benissimo come la loro accondiscendente presenza era necessaria per la prosperità delle colonie e che senza di essi non ci sarebbe mai stato profitto, oppure il suo confratello De la Cruz spiegava come la schiavitù servisse per insegnare a vivere in una società politica strutturata quelli che erano considerati niente di più che bambini.

 

Da lì all’idea che il primato sugli schiavi sia giustificato dalla maggiore tecnica il passo sarà breve. Relativamente in un breve lasso di tempo, le costruzioni religiose si fondono e trasformano in laiche ed il mercato (nuova religione?) diviene la giustificazione della schiavitù. Lo stesso Adam Smith nel suo “La ricchezza delle nazioni” (1776) considererà le colonie come moltiplicatori economici della madrepatria inglese. L’illuminista Condorcet sempre alla fine del settecento, sottolineava l’importanza del libero commercio grazie al quale “un giorno tutte le nazioni si avvicineranno allo stadio di civiltà a cui sono pervenuti i popoli più illuminati […] quali il francese e l’angloamericano”.

 

Siamo nel periodo in cui si sviluppa l’industrializzazione ed è qui che avviene il primo passaggio fondamentale. E’ possibile mettere a fuoco la questione citando una precisa data, ovviamente semplificando, e cioè il 1865 anno in cui viene abolita la schiavitù negli Stati Uniti d’America ad opera del Presidente Abramo Lincoln. Questo avvenne non per motivi ideali, ovviamente, ma perché nella guerra di secessione americana il Nord di Lincoln voleva avvantaggiarsi della liberazione degli schiavi nel Sud confederale (1863). “Se potessi salvare l'Unione senza liberare nessuno schiavo, io lo farei” dice Lincoln e non lascia adito a dubbi.

 

Dopodichè appunto nel 1865 abolisce la schiavitù in tutti gli Stati Uniti e questa volta perché gli schiavi a quel punto non sono più redditizi. In tempi di industrializzazione non c’era più bisogno di avere lavoratori con uno status riconosciuto ai quali veniva garantito assistenza, vitto ed alloggio. Diventava inutile e non economico mantenere gli schiavi, che divenivano in larga parte inutilizzabili. Se n’era accorto il già citato filosofo liberale, attivo nella rivoluzione francese Condorcet, che nel 1781 scrive nelle sue “Riflessioni sulla schiavitù dei neri” che nella nuova forma economica capitalista gli schiavi non sono più redditizi. Era proprio nella seconda metà del settecento infatti, cioè in concomitanza dell’inizio della rivoluzione industriale, che nasceva il movimento antischiavista in Inghilterra; passaggio sottolineato dalle parole di Adam Smith per cui dopo la rivoluzione industriale la mano d’opera più redditizia era il salariato e non lo schiavo. Sommiamoci, per esempio, che alla fine del XVIII secolo lo zucchero che gli inglesi producevano nelle colonie orientali veniva prodotto senza gli schiavi e quindi costava di meno di quello dei Carabi e si capisce bene cosa stava succedendo.

 

Stava nascendo un nuovo tipo di sfruttato: l’operaio.

 

Questo, sebbene non facile a definirsi, è colui che cede la propria forza lavoro in cambio di un salario. Esegue lavori manuali o tecnici, tipicamente nelle fabbriche. E sono le fabbriche che nascono con l’industrializzazione e che si diffondono nel mondo. C’è poco da riportare sulla lotta del proletariato per la propria liberazione, la storia dei movimenti operai, proletari, li conosciamo bene tutti. Addirittura il sogno della fine dello sfruttamento dei lavoratori, attuato secondo il marxismo attraverso il plus valore e il capitale, ha dato vita ad ideologie capaci di creare interi imperi come l’Unione Sovietica o la Cina. Non ci importa ora capire derive e basi di quelle ideologie, ma basta sottolineare come la dittatura dello sfruttamento dell’industria sia alla base di una mole incredibile di riflessioni, pensieri, rivoluzioni del 1800 e del 1900.

 

La catena di montaggio diverrà il triste simbolo dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Il tutto giustificato ovviamente dalla logica del profitto. Dalla logica del mercato sempre più globale, frenato soltanto da esperienze socialiste, che si svilupperanno in diversi tipi (fascismo, comunismo, nazionalsocialismo) ma che alla fine conosceranno solo la sconfitta.

 

Sin dal momento della costruzione dei mercati globali, attraverso le rotte marittime dei colonizzatori, la mentalità mercantile sarà ciò che giustificherà lo sfruttamento dell’uomo. Gli schiavi e poi gli operai servono per mantenere alti gli utili finanziari ed economici di chi conquista mercati in ogni area del pianeta. Le conquiste verranno alimentate con l’utilizzo di uomini mantenuti in posizione inferiore e giustificata come sempre dall’idea di progresso, di civiltà globale. Chateubriand, uno fra i tanti, nell’ottocento ricordava come l’Islam fosse una cultura oscurantista e brutale, non aperta, secondo il suo punto di vista, alla modernità. Questo giustificava l’ingerenza (nel tempo divenuta pure umanitaria) in altre aree del pianeta.

 

Per la borghesia imperante “i tenui prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con cui essa costringe a capitolare il più testardo odio dei barbari per lo straniero” dicono Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista; c’è poco da aggiungere: il mercato globale è evidentemente basato sullo sfruttamento.

 

Negli anni i lavoratori, con il miglioramento del livello di vita materiale della società avanzata, sono riusciti a strappare qualche concessione, ma l’ideale di giustizia per cui il lavoro dovrebbe essere decente per tutti e tutelato è stata solo una pia utopia, più fallimentare ancora se si pensa che è sempre stata internazionalista, ponendosi quindi nello stesso campo del mercato globale. Che la situazione sia in continuo peggioramento è comunque evidente guardando al mondo lavorativo da molti anni a questa parte. Neanche più la certezza dello sfruttamento lavorativo è garantita ai lavoratori: è tempo di contratti a tempo determinato, a progetto, è il mondo della precarietà. Una sorta di perdita della cittadinanza in quanto in una società post-industrializzata senza la garanzia del lavoro si perdono di fatto anche i diritti civili del cittadino.

 

Ed infatti è proprio questo il periodo in cui vi è un ulteriore passaggio: un giro di vite dello sfruttamento ormai totalmente mondiale, in mano a multinazionali globali. Pian piano al proletario sfruttato che già era più “solo” dello schiavo, abbandonato a se stesso in una società individualista e tecnologica, ora si affianca e sostituisce un’altra figura: l’immigrato. (Immigrato è ovviamente una definizione deficitaria, ma di certo migliore di “migrante” denominazione che vuol far passare l’aspetto “naturalistico” dei movimenti di grandi masse di uomini, come se si trattasse di rondini o tonni).

 

Come per il passaggio fra schiavi ed operai, cristallizzato in questo pezzo dall’abolizione della schiavitù del presidente Lincoln, stesso tipo di logica interessata può essere rintracciata nel salto dall’utilizzo massiccio di operai nella società industriale a quello dello sfruttamento dell’immigrazione di massa. Ovviamente non è possibile segnalare un momento preciso in cui questo avviene, è un processo in atto; al lavoro degli operai, sempre più a progetto, a contratto ecc..., alla delocalizzazione delle fabbriche che vanno a cercare posti in cui la manodopera costa di meno, si somma da diversi anni in misura massiccia rispetto al passato, il movimento di grandi masse che vanno a loro volta incontro a lavori, che è antieconomico o impossibile delocalizzare, come può essere l’agricoltura. Questa è evidentemente una forte forma di sfruttamento. Per abbassare all’infinito i costi della produzione agricola, non c’è nient’altro da fare ormai che abbassare diritti e salari di chi lavora sui campi; e la questione è tutta culturale: dopo aver raggiunto standard di vita di un certo livello è difficile per gli italiani (e non solo) riscoprire la miseria di inizio secolo. Ecco allora l’importanza fondamentale dell’immigrato: questo magari clandestino, non chiede diritti, chiede pochi soldi, è culturalmente diverso dagli italiani e tramite la sua “fame” si riesce a far fare soldi, e qui si rasenta l’assurdo, non tanto ai proprietari della terra (a meno che non siano grandissimi proprietari) bensì a chi vende, smercia, pubblicizza quei prodotti che vedono accrescere il proprio prezzo dalla pianta alla tavola di più del 450 percento! Certo anche per i piccoli proprietari c’è un guadagno, ma è minimo in confronto a quello di cui possono fregiarsi i vari imprenditori del mercato. 

 

Ovviamente questo non sarà l’ultimo stadio dello sfruttamento ed è inutile pensare che la soluzione sia la regolarizzazione. Verrà sempre qualcuno che per i bassi standard di vita riuscirà a lavorare per ancora meno, anche a regola. Ma sempre di sfruttamento si tratterebbe. Discorso vecchio, già Engels a fine ottocento scriveva “l’inondazione dell’America, dell’Europa e dell’Asia da parte degli odiati cinesi e la loro concorrenza con la manodopera americana, australiana ed europea sulla base del concetto cinese di un livello di vita tollerabile che è notoriamente il più basso del mondo” agiranno creando ripercussioni nel sistema capitalistico. Engels, che come sappiamo considerava il capitalismo indispensabile, si rendeva conto che l’immigrazione avrebbe influito sul futuro dell’economia, ma soprattutto sulla società tutta. Si può fare un esempio prendendo spunto dagli scontri avvenuti nel sud Italia, a Rosarno per la precisione, dove immigrati africani hanno creato scompiglio e scontri, attaccando anche la gente del luogo, esasperati per la situazione in cui vivono e dopo esser stati aggrediti a colpi di fucile da qualcuno. Quel qualcuno probabilmente è la mafia locale, le famose ‘ndrine, le cosche. Ma non necessariamente.

 

Questi immigrati, per la maggior parte africani, vengono da anni utilizzati come raccoglitori stagionali e pagati pochi euro per giornate intere di lavoro.

 

Ma oggi addirittura, per la convergenza di diversi fattori, a volte non è neanche più utile il loro sfruttamento: tanto per cominciare sappiamo bene di vivere in una società dove il prezzo dei beni essenziali diminuisce costantemente ed anzi sembra essere diventato un peso per i membri della nostra società doverli pagare. E’ ovviamente uno spregevole effetto della cultura globalizzata moderna, per cui pagare pochi spiccioli l’utilizzo dell’acqua corrente che arriva fino a casa, o comprare buste intere di arance per pochi centesimi, è sommamente più sgradevole che non pagare centinaia di euro per una cinta per i pantaloni. C’è poco da fare se non rendersi conto della situazione.

 

Ma un altro fattore, e questo sarebbe possibile evitarlo con “poco” sforzo, è la mancanza di una vera Politica, soprattutto a livello europeo; è infatti l’Unione Europea (una finta UE serva dei poteri forti, massonici, finanziari) che ha concesso finanziamenti a pioggia ai grandi produttori agricoli (per esempio a Rosarno) per cui oggi è più redditizio non raccogliere i frutti e lasciarli marcire che non commerciarli (infatti i finanziamenti vengono concessi in base all’estensione della terra e non del prodotto raccolto). Inoltre finanziamenti innaturali utili solo alle multinazionali della distribuzione creano momenti in cui possono essere sfruttati molti immigrati e momenti in cui il loro alto numero è di impiccio e crea degrado.

Se sommiamo a questo l’arrivo costante di nuovi sfruttati, che come cyborg cinematografici forniscono sempre ulteriori vantaggi per i caporali, vuoi perchè sono comunitari, vuoi perché sono più disperati e via dicendo, si capisce come le parole di pietà e carità diffuse dalle organizzazioni di assistenza (cattoliche e non) ricordano molto da vicino quelle dei primi colonizzatori, capaci di giustificare le loro distruzioni fatte in onore del mercato con l’esportazione della civiltà illuminata.

 

Oggi quella civiltà illuminata è la stessa che distrugge la società e l’economia per esempio dell’Africa, che all’inizio del 1900 era autosufficiente riguardo l’alimentazione e che oggi, dopo la cura imposta dal libero mercato mondiale, vive nella fame che costringe gli abitanti a partire. Abitanti che avendo perso le proprie radici, vivono in un disagio permanente fra guerre, povertà mentale, mentre le multinazionali, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale imperano sulle loro terre, donando aiuti. Lo stesso aiuto che i colonizzatori inglesi hanno portato agli indiani d’america, sterminandoli tutti. Lo stesso aiuto che l’industria mondiale porta agli operai di tutto il globo, concedendogli di lavorare senza diritti per un tozzo di pane nelle sue fabbriche.

 

C’è bisogno del ritorno della Politica. Chi dice che nulla si può fare per combattere la povertà, le “migrazioni”, lo sfruttamento nel mondo farebbe bene a farsi da parte perché in questo modo conferma la propria totale incompetenza. O peggio ancora conferma di lavorare per i poteri interessati a mondializzare costantemente la cultura, delocalizzando lo sfruttamento, promuovendo migrazioni bibliche che creano soltanto sradicati e sfruttati. C’è bisogno di multipolarismo e cooperazione fra aree sovrane del pianeta, perché la famosa globalizzazione è fondata sul libero mercato difeso da chi crede di avere il diritto di governare il mondo.

 

Informazione? L'artificio di una simulazione

di Eduardo Zarelli

I media sono al servizio del modello economico che domina l’Occidente. Ma i singoli contenuti c’entrano solo in parte. La chiave di volta è nel modo in cui allontanano dalla realtà, in una apoteosi di desideri puerili ed egoistici
Non è facile parlare di informazione senza scadere nella più scontata banalità. Partiamo però dal constatare l’ovvio: la comunicazione negli ultimi decenni ha raggiunto uno sviluppo tecnologico e quantitativo senza precedenti. Cablaggio digitale, satellitare, televisione ad alta definizione collegata in rete telematica, Internet, facebook, iPhone, palmari a console, ecc. Con queste nuove tecnologie – che sempre più si diffonderanno e affineranno - viviamo nell’era della globalità istantanea – per dirla con Paul Virilio - vale a dire della possibilità non solo di una diffusione o di una ritrasmissione, ma anche di un’interazione immediata di qualsivoglia accadimento.
I mezzi di informazione possono veicolare con rapidità sincopata quali idee bisogna accettare e quali respingere, quali prodotti acquistare, quali spettacoli bisogna andare a vedere. Non è esagerato dire che tali strumenti e un simile potere vanno largamente al di là delle capacità di propaganda di cui hanno potuto disporre in passato i regimi totalitari.
La potenza insita nella comunicazione contemporanea va surrogando la stessa legittimità statuale. La relazione fra la politica e la medialità non può quindi essere ridotta all’emancipazione della seconda dalla prima. L’autorità ha semplicemente cambiato senso. Ci si accorge di ciò constatando quanto ha in sé di anacronistico l’espressione "quarto potere", spesso utilizzata per definire la stampa. Così come l’economia si è prima affermata come un contropotere nei confronti della politica e poi si è issata in posizione di egemonia, i mezzi di comunicazione hanno smesso da un pezzo di essere un contropotere. Il "quarto potere" è diventato il primo e non esiste più nessun contropotere che riesca a contenerlo.
La televisione e le sue tentacolari  protesi digitali spingono ad isolarsi  e nel contempo soddisfano un  bisogno di evasione stimolato  dal crescente isolamento.
Esistono vari modi di esaminare il sistema massmediale. Il primo livello consiste nello studiarlo come uno strumento di propaganda o di disinformazione. Gli esempi sono tali e così palmari che nell’imbarazzo della scelta, evitiamo di disperderci nel copioso elenco a disposizione.
Un secondo modo di analizzare il sistema dei media consiste nel considerarli uno strumento di controllo sociale. La tecnica, in effetti, non è mai neutra. Le caratteristiche tecniche degli organi di comunicazione ne definiscono non solo lo stile e il contenuto, ma anche le condizioni di esercizio dell’egemonia. Qui il discorso si fa molto ampio, ma anche in questo caso l’evidenza di una società passiva, solitaria e anonima a discapito di relazioni e partecipazione comunitaria è di drammatica evidenza.
La televisione e le sue tentacolari protesi digitali spingono ad isolarsi e nel contempo soddisfano un bisogno di evasione stimolato dal crescente isolamento. In questa cultura di evasione, si consuma a mo’ di spettacolo ciò che la vita reale rifiuta: il sesso, il lusso, l’avventura, il viaggio ecc. Ma per acquisire questa distrazione bisogna pagare il prezzo di una sorta di anestesia, che nasce dall’impressione di avere il mondo in casa, di poter andare dappertutto senza muovere un dito, di poter essere al corrente di tutto senza aver bisogno di un’esperienza vissuta.
Vi è infine un terzo modo di descrivere i media oggi dominanti, che consiste nel trattare del sistema mediale in quanto sistema in sé, indipendentemente dall’uso che ne fanno i detentori.
È senza dubbio quello più emblematico – a nostra opinione – per cogliere la condizione di fatto. Infatti, in altri tempi, si poteva identificare un gruppo sociale che esercitava l’egemonia sulla vita pubblica controllando i mezzi di comunicazione. Ciò può ancora accadere, beninteso; ma ormai la sostanza del problema è altrove. La novità radicale dell’oggi è che il medium dominante non è più un mezzo ma tende a porsi come fine di se stesso. In altri termini, i media – a dispetto del nome che si continua a dar loro – non sono più, fondamentalmente, intermediari fra gli autori di un messaggio e i suoi destinatari. Come aveva genialmente notato Marshall McLuhan, sono essi stessi il messaggio. I media non sono più istanze mediatrici, che permettono di passare da un livello all’altro, da uno stato del sociale ad un altro. Sono essi stessi il proprio contenuto: la notizia non è altro che il portatore di notizie.

L’avvento di Internet modifica questa situazione? Il giudizio non può che essere controverso. L’esplosione dei punti di informazione e opinione disponibili tramite il rizoma della rete moltiplica il pluralismo fino alla sua irrilevanza nella coscienza critica e, soprattutto, nella formazione reale dell’opinione pubblica generale. Così come la ridondanza industriale dei mezzi si rivela nella mancanza di fini, la quantità di informazioni e messaggi che transitano in rete tendono all’irrilevanza catatonica, in primis per mancanza di differenziazione e di gerarchia fra di essi.

 

 

 


 

 

 

L’influenza più notevole dei media non proviene da ciò che trasmettono, ma dalla loro stessa esistenza. Non incitano a pensare qualcosa: essi incitano a pensare attraverso i media.
È vero che i media contribuiscono a modellare le opinioni, i sentimenti e i gusti, e che da questo punto di vista sono uno straordinario strumento di influenza. Ma l’influenza più notevole che esercitano proviene non da quello che trasmettono, bensì dalla loro stessa esistenza. I mezzi di informazione non incitano a pensare qualcosa, incitano a pensare attraverso i media. Dice lucidamente a tal proposito Jean Baudrillard, «i media non stanno dalla parte di nessun potere perché sono una gigantesca forza di neutralizzazione, di annullamento del senso, e non una forza di informazione positiva, di accrescimento del senso. Neutralizzano sia le forze storiche sia le forze del potere, che diventa di conseguenza trasparente e fluttuante».
Per questo sarebbe ingenuo e nel contempo anacronistico analizzare l’influenza massmediale in termini di "complotto", cercando di identificarne i "veri padroni" o i "direttori d’orchestra clandestini".
I mezzi di informazione sono padroni di se stessi, e coloro che credono di dirigerli sono di fatto diretti da essi. La "mano invisibile" dei media sono i media. L’unanimismo massmediale non deriva da una deliberata volontà di applicare ovunque le stesse direttive, ma dalla natura sistemica, autoreferenziale, intrinsecamente omogeneizzante, del potere massmediale.
I mezzi di comunicazione funzionano nei fatti come se ricevessero istruzioni da una qualche centrale, ma non esiste un centro dei media. Come nel caso della materializzazione dell’economia, dei mercati finanziari, delle reti planetarie, la loro circonferenza è dappertutto e il centro da nessuna parte. Il discorso massmediale è prima di tutto un discorso anonimo, perché non ha un’origine reperibile. Il sistema dei media è un operatore circolare perfetto. Il mezzo essendo già in sé il messaggio è nichilistico per essenza, non ci si può dunque limitare a criticare le idee che veicola o che si suppone veicoli. Questa critica deve estendersi agli organi di trasmissione, vale a dire al sistema che essi costituiscono. Tale sistema ha nome e cognome: mercificazione finanziaria; e in quanto tale diffonde universalmente l’ideologia economicista che sottende l’intera modernità.
Il successo commerciale è l’obiettivo che prevale su tutti gli altri e che determina  la qualità. Non è quel che è buono a vendersi meglio, ma è quel che si vende bene a essere considerato buono.
L’universo della comunicazione mobilita, lo sappiamo, somme di denaro sempre più iperboliche. Se ci si riflette un istante, ci si rende conto che in ciò vi è qualcosa di molto naturale. In quanto equivalente astratto universale, il denaro è, infatti, l’agente di comunicazione per eccellenza. In altre parole, l’informazione è diventata una merce come le altre. E come tutte le merci vale unicamente nella misura in cui si può vendere e acquistare. Ancora mezzo secolo fa, il successo commerciale immediato era sospetto, tanto più sospetto in quanto le elevate creazioni culturali facevano sempre fatica ad imporsi, e ci riuscivano solo opponendosi alla logica del mercato.
Oggi accade il contrario. Il successo commerciale immediato è l’obiettivo che prevale su tutti gli altri e che determina la qualità. Non è quel che è buono a vendersi meglio, ma è quel che si vende bene ad essere considerato buono, e tanto migliore quanto meglio si vende.
La concorrenza obbliga ciascun medium a fare come tutti gli altri, a trattare gli  stessi temi o a parlare degli stessi libri.  Il presunto “pluralismo” si riduce alla  moltiplicazione di un unico modello.
I teorici liberali hanno sempre affermato che la concorrenza favorisce la qualità e la diversità. Ma vediamo tutti i giorni che essa ha effetti diametralmente opposti. La concorrenza non solo provoca la concentrazione del mercato, che ricrea monopoli e oligopoli, e all’abbassamento di livello che è reso obbligatorio dalla corsa all’ascolto; comporta anche l’uniformità dell’offerta a causa del generalizzarsi della rivalità imitativa. Il principio stesso di concorrenza obbliga ciascun medium a fare come tutti gli altri media, a trattare gli stessi temi o parlare degli stessi libri di cui gli altri parlano. Il presunto “pluralismo” si riduce perciò alla moltiplicazione di un unico modello.
L’omogeneizzazione del discorso massmediale è ulteriormente rafforzata, al livello degli uomini, dalla straordinaria connivenza fra i giornalisti, i direttori di giornali, i commentatori televisivi e gli uomini di potere, connivenza che favorisce l’autocensura, fa sì che gli interlocutori non si affrontino più in maniera significativa e rafforza una complicità oggettiva fondata su una comune appartenenza alla Nuova Classe cosmopolita e, soprattutto, su interessi comuni.
I giornalisti selezionano, consapevolmente o inconsapevolmente, le informazioni a seconda del fatto che corrispondano oppure no alla loro deformazione professionale, cioè alla visione del mondo che è loro imposta dai media. Ciò spiega l’assoluta mancanza di curiosità e senso critico che dimostrano nei confronti di tutto quello che considerano "fuori campo". Allo stesso modo, in televisione, il telespettatore non assiste mai ad un evento, contrariamente a ciò che crede, bensì a una rappresentazione di un evento, a una trasposizione in immagini, in altre parole a una messinscena, che implica sempre una selezione e un montaggio. L’informazione, si potrebbe dire, si è esaurita nella messinscena dell’evento, ovvero, in definitiva, nell’artificio della simulazione.

[Tratto da La voce del ribelle n. 11/12 - agosto/settembre 2009]

Euroschiavi, ovvero la tetra e inconsapevole schiavitù dell’uomo contemporaneo

di Eugenio Orso

 
Bisogna rendersi conto dello scopo del denaro. Se pensate che è una trappola per acchiappare i gonzi, o un mezzo per sfruttare il pubblico, sarete ammiratori del sistema bancario operato dai Rothschild e dai banchieri di Wall Street. Se pensate che è un mezzo per estrarre profitti dal sudore del popolo, sarete ammiratori della borsa.
 

 

Questo sosteneva, molti anni fa, il più grande poeta americano del novecento – Ezra Loomis Pound – nei suoi celebri scritti economici, trattando dello scopo del denaro.
Pound, con semplici parole, ha ben descritto la nostra situazione e quella dei nostri padri, perché siamo noi i gonzi, invischiati nella subdola tela di ragno del sistema bancario, e siamo il popolo dal cui sudore si estraggono i profitti.
Di questo, però, la grande maggioranza è del tutto inconsapevole, o ne è consapevole soltanto parzialmente …
 
Marco Della Luna, serio e profondo studioso che spazia dall’economia alla psicologia, dalla storia al diritto, e il simpatico Antonio Miclavez, dalle buone doti comunicative, hanno fatto una grande e utilissima – pur se difficile – opera di contro-informazione, contribuendo a svegliarci dal sonno, popolato di illusioni e false certezze, in cui un potere bancario e finanziario obliquo, transnazionale e onnivoro, troppo a lungo ci ha sprofondati.
I due autori di Euroschiavi [Arianna Editrice], libro che è giunto alla terza edizione nel 2007, ci parlano dello strano e insidioso fenomeno del signoraggio, dalla parola seigneur che ha un vago sapore medioevale, inteso come un insieme di pratiche di non facile comprensione ma legalizzate, attraverso le quali il sistema bancario e finanziario si impossessano di quote sempre più rilevanti del prodotto sociale – ottenuto con il lavoro di noi tutti e riducendoci a schiavi che non sanno di essere tali – e come fonte di un dominio, sempre più stringente e oppressivo, sulle società umane.
Della Luna e Miclavez ci parlano di un’oligarchia spietata, per quanto insignificante da un punto di vista numerico, la cui origine del potere è nel concreto controllo della moneta e della dimensione finanziaria, la quale non assume il potere direttamente, mostrandosi in piena luce, ma si serve di camerieri politici ai vertici di organismi statuali svuotati di effettivi potere decisionali, di organismi sovra-nazionali e di accordi commerciali internazionali stabiliti ad arte, di banche centrali – qual è oggi, in effetti, la famigerata BCE, che ha l’esclusiva sull’euro – indipendenti dal formale potere politico, nonché si serve diffusamente dell’informazione e dell’informatizzazione, del diritto e della tecnoscienza, per consolidare ed estendere il suo dominio.
 
L’oligarchia che beneficia degli enormi profitti dovuti al signoraggio, per accrescerli ulteriormente ed estendere il controllo su di noi, ha inventato la moderna liberal-democrazia, dandoci l’illusione di essere liberi e di poter decidere del nostro futuro, il mercato che si auto-regolamenta e non vuole interferenze – fino alla sua ultima e più nociva versione, quella globale –, la funzionale ideologia neoliberista, affermatasi alla fine della “guerra fredda”, e ci costringe ad un lavoro sempre più forsennato, invasivo, angosciante, segnato da instabilità, concorrenza, precarietà, fiscalità insopportabile, estraendo dal nostro sudore e dalla nostra sofferenza i suoi guadagni usurai, basando il suo potere sulla manipolazione e sulla diffusa “ignoranza” di questi fenomeni, e non dandoci in cambio alcun vero e utile servizio, ma, anzi, ripagandoci con la distruzione progressiva dell’ambiente, l’infelicità, l’inflazione e l’impoverimento e, se funzionali ai suoi scopi, la distruttiva violenza della guerra o la repressione.
 
Per molti sarà stato stupefacente apprendere, leggendo Euroschiavi, che le banche centrali, cioè gli istituti che emettono la moneta, quella moneta che usiamo quotidianamente e che “non basta mai”, sono niente altro che organismi privati – come lo è la Banca d’Italia, partecipata dal ghota del sistema bancario e assicurativo nazionale, come lo è la Federal Riserve e la stessa BCE, i cui soci sono le banche centrali dei paesi europei – oppure che centinaia e centinaia di miliardi di euro [per la sola Italia circa la metà del prodotto del paese, come fanno notare Della Luna e Miclavez] se ne vanno nelle tasche di lor signori, con la scusa dell’emissione di moneta e della sua “cessione” agli Stati, i quali si indebitano automaticamente per acquistarla e pagare gli usurai delle banche centrali, e poi, afflitti da indebitamento crescente, ci opprimono con una fiscalità che tende sempre di più a diventare impossibile, sopprimendo progressivamente le garanzie dello stato sociale, liberalizzando e privatizzando tutto il possibile.
 
Dietro alla moneta non c’è più nulla, alcuna copertura effettiva in metalli preziosi, oro o argento che sia, ci fanno notare i due autori e quindi trattasi di puri pezzi di carta, nella forma delle banconote – pur se stampati ad arte e con sistemi che cercano di evitare le falsificazioni – i quali circolano soltanto sulla base della fiducia che noi, sprovveduti e tenuti volutamente all’oscuro dei sottostanti meccanismi, gli accordiamo.
Tale fiducia, frutto di disinformazione e condizionamento, nasconde le imponenti dimensioni della rapina detta, nel caso dell’emissione della moneta avente corso legale da parte delle banche centrali private, signoraggio primario – perché, come mettono bene in rilievo Della Luna e Miclavez nell’opera, ci sono trucchi contabili che consento di far sparire “il bottino” dai bilanci delle banche.
Sempre più spesso questo denaro neppure lo vediamo, essendo diffusa la forma elettronica che nasce dai click del computer.
Con le loro parole: Qui la questione è chi debba essere il proprietario del valore del denaro nel momento in cui viene emesso. Se questo proprietario è il popolo e per esso lo Stato, allora il popolo, lo Stato, non lo devono pagare, come invece lo stanno pagando.
E’, in sintesi, la cruciale questione della sovranità monetaria, della quale interi popoli e nazioni sono stati espropriati.
E pensare che quando il signore antico faceva battere moneta, oltretutto con il valore incorporato dovuto ai metalli preziosi, tratteneva per sé, a titolo di signoraggio, anche per coprire i costi di emissione e di estrazione dei minerali, un dieci per cento circa del valore, che costituiva una misura ragionevole …
 
Esiste un’altra gigantesca truffa, perpetrata dal sistema bancario a nostro danno, chiamata signoraggio secondario, che consiste nella creazione di moneta dal nulla – la così detta moneta contabile, o scritturale – nel momento in cui le banche concedono credito, avendo in precedenza incamerato qualche deposito.
Anche qui la garanzia è poca cosa, quasi inesistente, poiché attraverso la manovra delle “riserve obbligatorie” – ridotte al due per cento, o anche meno, della massa dei depositi – si consente alle banche di concedere crediti, lautamente compensati da interessi, pari a quasi cinquanta volte l’entità dei depositi gestiti.
Gli autori di Euroschiavi ci avvertono che la quantità di moneta contabile circolante nel mondo, legata alla concessione del credito da parte del sistema bancario, è circa dieci volte superiore a quella della moneta legale, oggetto del signoraggio primario.
Il mondo è quindi nelle mani del peggior “cravattaro” …
Instancabili, nella loro denuncia delle malefatte delle banche e delle potenti oligarchie che le possiedono, Della Luna e Miclavez trattano, nel libro, anche del caso italiano, delle piacevolezze di Antonio Fazio che era ai vertici di Bankitalia, del silenzio dei “comunisti” nostrani che davanti a questo flagello hanno taciuto e tacciono, del movimento No Euro sorto per reazione a questo stato di cose, nonché delle guerre fomentate delle banche per generare ulteriore indebitamento nei loro confronti e di molto altro ancora.
 
 

Il libro va assolutamente letto, essendo un’opera pregevole e sufficientemente completa – sicuramente la più completa e incisiva, in Italia, su questo spinoso tema – e va ben meditato, perché all’origine delle nostre sciagure e delle sciagure di un mondo ormai globalizzato, per volontà degli oligarchi-banchieri detentori del potere effettivo, c’è proprio il signoraggio, un diabolico meccanismo di rapina e di controllo che si auto-alimenta, spingendoci tutti verso il baratro della schiavitù.

 

Chiudiamo con le illuminanti parole dei nostri: Il debito pubblico che soffoca l’Italia e altri paesi si è formato perché lo Stato, anno dopo anno, per coprire il proprio disavanzo di bilancio […] anziché stamparsi il denaro da sé al costo industriale, lo comperava a debito dalla Banca d’Italia – restando indebitato per capitale e interesse. Ovviamente i governanti non fanno questa cosa tanto assurda per errore – la fanno perché questa frode è il business stesso dello Stato, anzi degli Stati. Essi fanno gli interessi dei banchieri, non quelli della collettività. Trasferiscono ricchezza dalla collettività che la produce ai banchieri privati che hanno il monopolio dell’emissione della valuta legale.

El canto es un canto libre!

I cambiamenti climatici e le previsioni della mitologia indigena

di Romina Arena - 11/01/2010
Fonte: Terranauta
La mitologia indigena, attraverso le sue figure, racconta la distruzione del mondo. L’allegoria delle immagini non è per nulla lontana dalla condizione presente di una terra destinata ad implodere su se stessa per colpa di quella cosa che si chiama progresso, ma si legge autodistruzione.

 

donne yanomami
Nella mitologia dei Baniwas, degli Yanomami e dei Desana si possono rintracciare spiegazioni ed avvertimenti sul cambiamento climatico

Spentesi da poco le luci sul Summit di Copenhagen, quello che resta è uno spesso velo di delusione. Purtroppo, quando in gioco ci sono gli interessi economici dei potenti della terra e quando costoro si ritrovano intorno ad un tavolo, la storia ci insegna a farci poche, pochissime illusioni. Dicevamo la storia, in essa, si dice tra gli addetti ai lavori, si dovrebbe studiare il passato, per capire il presente e paventare il futuro.

Studiare gli errori dovrebbe aiutare a non commetterli ulteriormente. Studiare la storia dovrebbe aiutarci, come una palestra, ad una certa dinamicità mentale. Studiare la storia, poi, ci aiuta a capire che molto probabilmente le strade che il progresso pavimenta verso il futuro da un lato sono drammaticamente destinate al disastro, dall’altro non portano mai a qualcosa di veramente nuovo.

Spesso, in quelle tradizioni ancestrali, millenarie e sepolte dal tempo e, ahinoi, dal progresso, c’è la spiegazione palese e quasi disarmante del nostro presente.

Nella mitologia dei Baniwas, degli Yanomami e dei Desana, popolazioni indigene che vivono nel nordest dello Stato brasiliano di Amazonas, al confine con la Colombia ed il Venezuela, si possono rintracciare spiegazioni ed avvertimenti sul cambiamento climatico.

Si tratta di un fenomeno per nulla inedito nella storia dell’umanità ed ha avuto inizio quando si è creata quella frattura insanabile tra gli esseri umani, la natura e gli animali.

Il mito della creazione, che per gli Yanomami si riferisce anche alla fine del mondo, fa proprio riferimento alla “caduta del cielo”, un fenomeno speculare al biblico diluvio universale in cui gli esseri umani, sommersi dall’acqua, si trovano a guerreggiare con esseri magici. Un evento che potrebbe verificarsi, sempre secondo gli Yanomami ed i Baniwa, se l’umanità non inverte l’attuale processo di distruzione.

In quella che Juan Carlos Ochoa Abaurre (Uned Navarra) chiama la “cataclismologia del mito della creazione e della distruzione del mondo” che caratterizza la mitologia delle popolazioni indigene si estrinseca un sentimento uniforme di annichilimento della terra in tempi remoti e la sua futura ripetizione. La rappresentazione è la più varia e va dalla già citata inondazione, all’incendio (popola Nandevas), all’attacco mosso da mostri (popolo Kayová), oppure all’improvvisa caduta della terra nel buio (Apápokuva).

 
L’uomo bianco è buffo perché si sta suicidando e, semplicemente, non lo sa

Secondo José Maria Lana, un abitante dell’Alto Rio Negro, rappresentante del popolo Desana ed esponente dell’attuale direzione della Federación de las Organizaciones Indígenas del Río Negro (Foirn), gli avvertimenti del mito (o dei miti) sono già percepibili. Ad esempio, nell’intensità del calore solare, nel cambiamento del periodo di infiorescenza, nello spostamento dei periodi delle piogge. Non si tratta, per la verità, di episodi fini a se stessi, poiché la loro alterazione influisce fortemente sulla riproduzione degli animali, sulla maturazione dei vegetali e di conseguenza anche sui cicli alimentari delle popolazioni della foresta e sui loro riti tradizionali.

 

 

Se da un lato questa fenomenologia ha molto del pessimismo endogeno delle credenze indigene, dall’altro è abbastanza evidente come, tutto sommato, ed estrapolando il significato fattivo dalla metafora, lo spezzarsi dell’armonia tra gli esseri umani e la natura abbia condotto ad un sistema-mondo irrimediabilmente danneggiato.

La schizofrenia dei cicli climatici altera i ritmi dell’agricoltura, il surriscaldamento globale scioglie i ghiacciai e rimescola la fauna marina, i prodotti di sintesi e la chimica alterano i sapori, gli odori, i colori e intanto l’uomo bianco di David Yanomami è fiero di ingurgitare cibo plastificato, possedere più di quando gli sia effettivamente necessario, accumulare montagne di cose che presto si trasformano in montagne di rifiuti.

 

È contento del progresso, l’uomo bianco, perché glielo spacciano per futuro senza interrogarsi che cosa sia quella strana schiuma che lo circonda mentre fa un bagno a mare; quel fumo compatto che gli entra nei polmoni e lo ammazza a sua insaputa; quella pioggia così putrida che gli insozza la macchina appena lavata. L’uomo bianco è buffo, se la prende con la marea che ha distrutto la casa e non con il costruttore abusivo che l’ha eretta sulla costa; se la prende con la frana e non con quelli che disboscano selvaggiamente; se la prende con gli elefanti, con gli orsi, con le volpi che si aggirano in cerca di cibo nei centri abitati e nei villaggi e non con quelli che pezzo a pezzo hanno invaso il loro habitat naturale, privandoli delle loro fonti di sostentamento.

L’uomo bianco è buffo perché si sta suicidando e, semplicemente, non lo sa.

David Yanomami, sciamano più volte premiato per il suo impegno a fianco delle popolazioni indigene, ritiene l’uomo bianco e le sue azioni i fattori principali del declino. La contaminazione dell’aria e dei terreni provocata dalle industrie, dalle bombe, dalla combustione del petrolio e anche dal veleno invisibile che sale dal profondo della terra a causa delle attività estrattive, lastricano la strada verso l’irreparabile e generano malattie sconosciute che gli stessi sciamani non sono in grado di curare (se l’uomo bianco non porrà fine alla perversa distruzione della nostra Madre Terra, esso è destinato all’estinzione, come la foresta pluviale e gli Yanomami).

Si tratta di un colpo molto duro inferto all’identità tradizionale delle popolazioni indigene. Lo sciamano non è solo una sorta di mago; è di più, un punto di riferimento, un medico, la persona cui rivolgersi in caso di difficoltà. E quando anche questa figura diventa impotente davanti ai nuovi morbi impossibili da sconfiggere ricorrendo alla medicina tradizionale, è lì che inizia ad erodersi la solidità di popolazioni che hanno fatto del loro stretto ed intrinseco legame con la natura la radice su cui innestare la loro intera esistenza.

 

progresso 

La mitologia indigena, tramite le sue figure, racconta la distruzione del mondo per colpa di quella cosa che si chiama progresso, ma si legge autodistruzione

Le Mollichine di Vincent

10 Gennaio 2010- Aldo Vincent

Fonte: http://aldoelestorietese.dilucide.com

 Sul Body Scanner negli aeroporti il famoso maestro di sci, Frattini non esita:"E' una misura necessaria: il diritto alla sicurezza è più importante di quello alla privacy".Ebbravo, ministro. Invece, per le intercettazioni telefoniche, ciccia. Vero?

Ieri all'Aeroporto Charles De Gaulle di Parigi col Body Scanner hanno tenuto la Bellucci sotto visita per quasi tre ore. Hanno dovuto chiamare la pattuglia antisommossa ma pure loro si sono fermati venti minuti. La poveretta è stata liberata da una poliziotta lesbica...Vacanze di Natale, Natale sul Nilo, Natale in India, Natale in love, Natale a Miami, Pranzo di Natale, Natale a New York, Natale in crociera, Natale a Rio, Natale a Beverly Hills...... MA KIKKAZZZ'E' QUESTO TIZIO?...
QUESTO CHE FA DI NOME NATALE, CHE GLI FANNO FARE TUTTI QUESTI FILM DIMMMERD...?
sara' raccomandato?

LA NOTIZIA: A sondrio rubata la statuetta del presepe raffigurante Mike Bongiorno.
ADESSO IL QUIZ: TROVATE IL COGLIONE.
Ma no, cos'avete capito. Non il ladro ma il redattore di Repubblica che ha pubblicato la notizia.... ehehehe

LA NOTIZIA:
Paris Hilton tornerà vergine. Dove? Ma che domanda: in America!

DAL LIBRO DELLE FAVOLE:
1.Con buon senso e attenzione nell'arco di 3-4 anni ridurremo la pressione fiscale dal 47% al 35% (Silvio Berlusconi, Porta a porta, 9 aprile 2001)
2.2. L'Irpef sarà portata al 33% per i redditi sopra i 200 milioni (Silvio Berlusconi,Corriere della Sera, 22 aprile 2001)
3.3. Meno tasse dal 2003 (Si...lvio Berlusconi, Il Messaggero, 5 maggio 2002),
4.4.Tasse più leggere nel 2004 (Silvio Berlusconi, Forum executive del Tesoro, 25 luglio 2002)
5. Confermo, meno tasse entro il 2005 (Silvio Berlusconi, La Stampa, 3 aprile 2004)
6. ...per garantire entro la legislatura la riduzione delle aliquote del 33% e 23% come promesso nel contratto con gli italiani (Silvio Berlusconi, cronaca Ansa 10 maggio 2004)
7. Conto di ridurre l'aliquota massima delle imposte al dal 45 al 33%(Silvio Berlusconi 30 marzo 2004)...
8. Le aliquote saranno tre: 23,33 e 39%(Silvio Berlusconi 11 settembre 2004)
9. La quarta aliquota fiscale sarà cancellata il prossimo anno,ridurremo le tasse del 40% (Silvio Berlusconi, La Repubblica, 16 marzo 2005)
10. Sogno una vera riforma tributaria, con due sole aliquote: 22 e 33% (Silvio Berlusconi,9 gennaio 2010)
...ma volendo si può andare ancora più indietro...

ROSARNO:
L'anno nuovo ci ha solo dieci giorni ma ci ha già rotto i Maroni...Roma, 10 gennaio 2020.
Caro Diario, ho fatto tardi in ufficio perché sono stata un'ora in coda al bar.
Evaristo, il proprietario, imprecava come al solito contro i leghisti («Piove, Maroni ladro»), colpevoli di aver allontanato gli extracomunitari dal paese.
Da quel giorno di dieci anni fa, dopo gli scontri di Rosarno, l'Evaristo non trova più un barista e gli tocca far tutto da solo.
I figli al bar non ci vogliono lavorare: Giacomo è architetto, Magda studia recitazione e lap-dance perché vuole entrare in politica.
Sua moglie Cecilia deve fare le pulizie nel locale, perché da quel giorno di dieci anni fa, quando tutti gli extracomunitari hanno lasciato l'Italia a bordo dei gommoni, le imprese di pulizia hanno chiuso.
Ormai c'è così tanta spazzatura per le strade che la nuova utilitaria della Fiat è cingolata.
Hanno chiuso anche i bar: quello dell'Evaristo è rimasto l'unico aperto in tutta la città, così ogni mattina c'è una coda che parte dal Raccordo Anulare.
In fila davanti a me c'era un signore del Prenestino con in braccio la madre novantenne.
Cecilia non la voleva far entrare perché dice che gli anziani sporcano e non si lavano.
In effetti è così, da quando non ci sono più le badanti.
Stavo mangiando la mia solita pizzetta allo smalto per unghie - l'ingrediente con cui Evaristo ha sostituito il pomodoro ora che non ci sono più gli immigrati che fanno la raccolta nei campi - quando ho notato che il signore del Prenestino tentava di nascondere sua madre sotto al bancone del Totocalcio, ormai in disuso perché le partite finiscono sempre 0 a 0 (da quando non ci sono più gli extracomuntari, non c'è uno che faccia gol).
Il signore si è giustificato dicendo che in ufficio la mamma non gliela fanno portare perché piscia sulla moquette, e non c'è più nessuno che pulisce.
Evaristo ha una sua teoria.
Per lui la colpa è tutta di quella legge anti-immigrazione che trattava gli stranieri come diversi.
Quella che il presidente della Camera Gianfranco Fini aveva ribattezzato la legge Bossi-Stronzi. Me l'ha mandata MrBojangles Robinson, un uomo forse tendenzioso perchè parte in causa, ma il cui pensiero condivido fino a farlo mio.
http://www.facebook.com/aldo.vincent#/profile.php?id=100000145099071&ref=mf

E PER FINIRE:

FANTASTICO! ULTRASUONI AL POSTO DEL VIAGRA.
Tu scopi e scappano i topi, si apre la porta del garage, si sveglia il doberman...
...un casino!

 Democrazia: libertà da
di Gianluca Freda

Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/

 “Per il popolo è un male minore sopportare piuttosto che controllare il governo, anche cattivo, del Re, di cui solo Dio è giudice”. (Luigi XIV, Memorie) 

Col passare del tempo, il termine “democrazia” sta via via acquistando un significato negativo e deteriore che sembra preludere ad una sua futura messa al bando dal novero delle locuzioni sfruttabili dai media a scopo di controllo delle coscienze. Il declino dell’identificazione della “democrazia” come un valore è iniziato con le guerre americane successive all'11 settembre 2001, quando l’opinione pubblica mondiale si è resa conto che l’intento affermato dagli Stati Uniti - portare la “democrazia” alle popolazioni invase dall’esercito americano - corrispondeva, in realtà, ad un progetto stragista di occupazione, destabilizzazione e appropriazione di risorse di nazioni straniere, rispetto al quale la “democrazia” era una semplice foglia di fico ideologica posta a copertura morale di mire geostrategiche ben più complesse e inconfessabili. Un simile processo di svuotamento e ribaltamento semantico avevano subito, a metà del Novecento, termini come “razzista” e “razziale”, un tempo identificativi di un’ideologia diffusa, accettata e connotata da valori positivi: l’idea coloniale del “fardello” dell’uomo bianco, entità antropologicamente ed intellettualmente superiore, investito da Dio della missione di portare la luce della scienza e del progresso alle popolazioni “barbare” dell’Africa e dell’Asia. Dopo la II Guerra Mondiale, la natura pretestuosa di questa ideologia e la funzione di copertura che essa svolgeva a favore delle mire di controllo geopolitico delle nazioni dominanti ed ex-dominanti divenne così evidente da rendere necessaria una sua sostituzione con nuove parole d’ordine.

Anche la “democrazia” sta dunque per essere espulsa dal novero dei pretesti “nobili” con cui giustificare, di fronte all’opinione pubblica, l’eterna partita delle grandi potenze per il consolidamento e l’estensione della propria influenza militare e commerciale. Nessuno, ad esempio, ha più avuto il coraggio, di fronte alla necessità degli Stati Uniti di estendere allo Yemen le proprie strategie militari di occupazione e controllo del Medio Oriente, di invocare ancora questo consunto feticcio a giustificazione delle manovre. Quello di “democrazia” è divenuto un concetto ideologicamente inservibile: e direi che era ora. La democrazia, infatti, è sempre stata (prima ancora di diventare l’arma ideologica delle atrocità imperiali compiute in suo nome) una forma di governo puramente fittizia, il costrutto teorico più perverso e dannoso che il potere abbia mai dato in pasto ai popoli per giustificare e rafforzare il proprio controllo su di essi. Il disinnesco della sacralità semantica di questo lemma è da me attesa e auspicata come un primo passo verso la liberazione da quella perversione del pensiero che le parole, se non tenute sotto controllo e fatte oggetto di periodica e disincantata riflessione, disastrosamente portano con sé.

La democrazia, quand’anche funzionasse davvero secondo i criteri e i meccanismi che i media hanno cercato di fissare nelle nostre coscienze, sarebbe comunque una pessima e inauspicabile forma di governo, origine di guasti e arbitrarietà senza fine. Consentire ad un popolo di governare per via diretta o rappresentativa lo Stato che lo ospita è una buona idea solo se quel popolo possiede le qualità di moralità, cultura e consapevolezza delle modalità con cui la politica opera sul piano nazionale e internazionale che sono necessarie a questo scopo. Affidare un compito così delicato a masse di individui composte, per la stragrande maggioranza, da semianalfabeti, lettori di rotocalchi e spettatori di bestialità televisive, sarebbe un’opzione suicida per ogni nazione che, per esistere, abbia bisogno di essere governata con stabilità e criterio. Se la democrazia esistesse davvero, insomma, l’inettitudine dei popoli sovrani che pretendono di starne alla base ci avrebbe, già da tempo, condotti alla rovina. Fortunatamente, la democrazia non è mai esistita, se non come diabolico feticcio di controllo e gestione delle masse messo a punto dalle élite del potere borghese, ad inizio Novecento, per ottimizzare e rendere inattaccabile la propria posizione.

Ciò che siamo abituati a chiamare “democrazia” è infatti nient’altro che una peculiare modalità di gestione del potere che le élite hanno sviluppato nel momento in cui i mezzi di controllo di massa (giornali, radio, TV, tecniche di indottrinamento psicologico collettivo) hanno raggiunto un livello di raffinatezza e di sviluppo tali da consentire ai dominanti di sfruttare le piene potenzialità della nuova architettura politica, senza correre il rischio di perdere quello stretto controllo sui sudditi che sta alla base della loro permanenza al vertice. La democrazia garantisce alle élite il vantaggio di una pressoché totale deresponsabilizzazione. Qualsiasi azione o decisione dannosa per i sudditi, un tempo imputabile a incapacità e inadeguatezza delle élite, risulta ora addebitabile ai sudditi stessi, i quali – questo è ciò che essi devono credere – hanno conferito essi stessi alla classe dirigente la delega di rappresentanza. Se gli eletti si rivelano inadatti allo scopo, la colpa è degli elettori che hanno scelto male, o che non sono stati sufficientemente vigili, o che non si sono informati abbastanza. La democrazia trasforma magicamente la spada di Damocle di una pubblica insurrezione in una applicazione del “divide et impera” che risulta estremamente vantaggiosa per i dominanti. I sudditi, infatti, posti di fronte alla manifesta corruzione ed autoreferenzialità dei loro rappresentanti, non penseranno più di unire le proprie forze per spodestarli, come avveniva nei tempi felici della monarchia, in cui il sovrano assumeva sopra di sé i benefici, ma anche i rischi della sua carica; in democrazia, al contrario, i subordinati accuseranno solo se stessi, o più spesso l’opposta fazione politica, del cattivo andamento delle cose. Ogni cittadino incolperà del degenerare della vita pubblica non l’élite che amministra lo Stato nel peggiore dei modi, ma gli avversari politici che “hanno votato senza riflettere” per la fazione a lui avversa, garantendo così ai governanti corrotti non solo l’affrancamento da ogni imputazione, ma anche un’utilissima guerra civile permanente tra i soggetti che dovrebbero controllare l’operato dei manovratori e invece passano il tempo a maledirsi e accusarsi l’un l’altro di incompetenza elettorale.

I subordinati possono scegliere solo tra formazioni politiche predefinite, la cui immutabilità è garantita dall’apparato mediatico. Nessun soggetto politico che non possieda visibilità sui media avrà mai la minima chance di sostituirsi alle élite dominanti, il cui controllo esercitato sui mezzi di comunicazione garantisce loro una permanenza al vertice pressoché illimitata. E all’interno delle stesse formazioni di regime, la scelta dei singoli elementi che concretamente gestiranno il potere nelle istituzioni è riservata agli stessi membri dell’élite, non certo ai cittadini, ai quali la possibilità di selezionare nomi e volti viene sottratta con vari pretesti e vari strumenti.

Per poter funzionare secondo gli schemi previsti, questo sistema necessita di cittadini che siano capaci di contare al massimo fino a due. I mezzi di comunicazione si occupano infatti di costruire intorno alle loro vittime una realtà binaria, in cui il pensiero e la percezione del mondo vengono indirizzati su una categorizzazione fatta di dualità antitetiche, in mezzo alle quali c’è il nulla. Ad esempio, un cittadino potrà essere “di destra” o “di sinistra”, “fascista” o “comunista”, “berlusconiano” o “antiberlusconiano”, “pacifista” o “guerrafondaio”; ma in mezzo a questi opposti non è consentita (perché non prevista dalla logica mediatica) nessun tipo di riflessione critica. Non è possibile rifiutare i concetti di “destra” e “sinistra”, di “fascismo” e “comunismo”, come categorie insulse e decedute ormai sessant’anni or sono, per ragionare su forme inedite di approccio ai problemi sociali. I media si preoccuperanno di ribadire incessantemente il pericolo di “un ritorno del nazismo” o del fascismo, o del comunismo per tenere in vita artificialmente l’universo rarefatto a cui ogni buon cittadino è chiamato ad adeguarsi, se vuole rendersi comprensibile ai propri simili. Esulare dalla dicotomia istituzionale significa violare il perimetro delle categorie di ragionamento definite dal potere, e dunque condannarsi all’oscurità dialettica, ponendosi ai margini di qualunque dibattito. Un soggetto che non inveisca rabbiosamente contro Berlusconi, o non dichiari piangendo la propria adorazione nei suoi confronti, ma si limiti ad analizzare il ruolo che egli svolge attualmente sullo scenario geostrategico per tentare di comprenderne i lineamenti e definire possibili dinamiche d’intervento, verrà spicciamente ricondotto al binomio “pro” e “anti” da moltitudini di amici e parenti furiosi, che lo accuseranno di tradimento. I media si occuperanno anche qui, attraverso gli sguaiati battibecchi politici appositamente predisposti per i talk-show, di tenere viva questa impostazione binomiale, sollecitando i sentimenti più istintivi dello spettatore inebetito verso l’uno o l’altro dei due estremi, ma inibendogli allo stesso tempo ogni forma di elaborazione più complessa.

In alcuni casi particolarmente delicati, attinenti alla religione di Stato, la democrazia richiede che i sudditi siano in grado di contare al massimo fino a uno. Ad esempio il termine “antisemita” è lemma che non ammette contrari, ma solo sinonimi. Questo perché, come è noto, nessuno può non essere antisemita. Tutti siamo colpevoli – per azione o per inazione - del mitico massacro nazista degli ebrei, tutti siamo chiamati a risponderne, tutti siamo chiamati a batterci il petto ogni 27 gennaio per chiedere perdono di colpe di cui siamo considerati oggettivamente responsabili, senza possibilità di controdimostrazione. Non importa se all’epoca delle deportazioni nostro nonno doveva ancora nascere, non importa se abbiamo sempre detestato il razzismo, non importa neppure – ed è anzi blasfemo il solo pensarlo – che sulla reale modalità ed entità di quegli eventi esistano interrogativi sempre più inquietanti. Nessuno può sottrarsi al senso di colpa, poiché il senso di colpa è – ed è sempre stato – una delle armi più efficaci per tenere sotto controllo una popolazione “democratizzata”. “Io chiamo discorso di potere”, affermava Roland Barthes in una conferenza del 1977, “ogni discorso che genera la colpa, e di conseguenza la colpevolezza, di chi lo riceve”. Il senso di colpa, opportunamente indotto nel prossimo, è uno straordinario meccanismo di manipolazione della psicologia altrui. Ogni essere umano, nel suo piccolo, ne fa uso d’istinto quando cerca di ottenere ciò che vuole. “Se sapeste quanto mi sono sacrificata per farvi studiare”, dice ai suoi figli la mamma premurosa, cercando di convincerli a passare più tempo sui libri e meno su Facebook; “se mi lasci, mi butto dal balcone”, dice la donna tradita al marito fedifrago, nel tentativo di ripristinare l’amor coniugale, facendo leva sul terribile senso di colpa che scaturirebbe da un gesto suicida. La religione cristiana, su più ampia scala, ha implementato un senso di colpa ecumenico, derivante dal peccato originale che macchia ogni essere umano e dal sacrificio a cui il figlio di Dio ha dovuto sottoporsi per mondarne le nostre anime. Gesù è stato una mirabile invenzione di potere, una mamma rompicoglioni alla miliardesima potenza alle cui recriminazioni nessuno può sfuggire. Non è un caso che la Chiesa, dopo 2000 anni, rappresenti ancora un rilevante centro di potere globale, nonostante i mille rivolgimenti culturali e politici che avrebbero dovuto affossarla molti secoli fa. Il mito dell’olocausto si avvia a svolgere la stessa funzione. E’ un mito ancora giovane e per ora limitato soprattutto all’Occidente, ma grazie all’appoggio formidabile garantito dai media, può fare molta strada.

Ciò che qui comunque importa, è il fatto che la democrazia ha emancipato l’élite dominante da ogni residuo senso di colpa, e di conseguenza da ogni restante potere che le masse potevano esercitare su di essa, agevolando anzi un rovesciamento dei ruoli. E’ sempre più frequente ascoltare le recriminazioni di ministri incapaci e nullafacenti contro l’indolenza degli insegnanti, degli operai, dei disoccupati, della pubblica amministrazione e di molte altre categorie sociali a cui viene imputata la responsabilità dello sfacelo repubblicano, dovuto, ça va sans dire, non allo squallore infinito dei funzionari di governo, ma alle pessime scelte compiute nel passato dal corpo elettorale. E ancora una volta questa strategia produce risultati di spettacolare magnitudine: gli operai si accusano l’un l’altro di scarsa produttività, gli insegnanti si guardano in cagnesco, i dipendenti pubblici controllano malignamente l’operato dei colleghi, inondando la società civile di agnelli sacrificali e affrancando, nel contempo, la classe dirigente dalla necessità di rivestire questo ruolo.

Tutta questa festante leggerezza istituzionale, conquistata dai dominanti dopo secoli di rovello, potrebbe subire un brusco arresto nel caso in cui, come dicevo all’inizio, il termine “democrazia” finisse per perdere il suo charme e per acquisire, come sembra di percepire in tendenza, un’accezione deteriore e mortifera. La realtà si costruisce sulle parole e muore insieme alle parole. Il decesso dell’accezione virtuosa della parola “democrazia” rappresenterebbe la fine di un mondo, un rischio che il potere considera vitale scongiurare con ogni mezzo a sua disposizione.

La democrazia ha realmente liberato l’umanità. Ha liberato i vertici del potere dalla fastidiosa incombenza di rispondere delle proprie prerogative di fronte ai governati, senza peraltro dover condividere il dominio sull’esistente nei fatti, ma solo nei fumosi e inattendibili falansteri teorici della filosofia politica. Ha liberato i popoli dal mito e dall’insostenibile paura della libertà, senza per questo costringerli al disonore della resa. La libertà obbliga a prendere decisioni, costringe a informarsi, comporta rischi, esige la selezione di criteri su cui fondare le proprie decisioni. Nessun popolo sano di mente è mai statoveramente disposto ad accollarsi tanti fastidi, se non a parole. Gli uomini comuni non vogliono queste noie: vogliono che venga loro ordinato, senza troppi fronzoli, cosa devono pensare, per poi potersi dire sinceramente convinti di ciò che pensano. Questo è ciò che vogliono, ma non hanno mai osato ammetterlo, poiché accettare la propria passività, pavidità e povertà di pensiero sarebbe un’onta intollerabile con cui nessun uomo riuscirebbe a convivere. La democrazia ha offerto una pregevole scappatoia: garantire all’uomo della strada la permanenza di fatto nell’antica e irrinunciabile servitù, ma con il titolo formale di “sovrano”, di padrone e amministratore dello Stato. La democrazia accarezza il narcisismo dello schiavo, che vuole sentir decantare le sue virtù di comando, ma non vorrebbe mai doverle dimostrare per paura di rivelare al mondo la sua inettitudine.
Se la democrazia dovesse morire, per senescenza inarrestabile della semantica di riferimento, ci troveremmo tutti, all’improvviso, in un universo destituito del suo significato. Sarebbe un mondo spaventosamente vuoto, terribilmente privo di punti cardinali, deliziosamente foriero di nuove e inaudite concettualizzazioni dei rapporti di potere e della vita collettiva.